Sprazzi di luce sulla Grande Guerra – Parte 15 di 20

Sprazzi di luce sulla Grande Guerra

Analisi e riduzione di Mario Bruno – dalla Collana

La Guerra d’Italia 1915-1918

Frat.i Treves Editori, Milano 1932

Il testo, composto da tre corposi volumi e articolato in quindici capitoli, fu donato a Mario Bruno dal collega del XXIII Corso A.U.C. 1959, Generale Antonio Laruccia, e dal ricevente consegnato al Gruppo Alpini di Paularo (UD), Sezione Carnica, il mese di Agosto 2025 per essere inserito nella Biblioteca del Gruppo A.N.A. di Paularo.

La descrizione dei fatti di guerra risente in modo particolare dell’enfasi con la quale nel momento storico, quello del Ventennio italiano, era d’uso rivestire di significati e con evidenti sottolineature gli atti di eroismo dimostrati dai nostri soldati. Nel complesso, dalla lettura si possono ricavare informazioni talvolta inedite, ma molto dettagliate e approfondite, con il ricorso alla citazione dei Bollettini di guerra e ad articoli di testate giornalistiche in voga al tempo, pertanto molto indicato per gli appassionati della Storia italiana del ’900.

Parte XV di 20

VOLUME SESTO

Dal Piave a Vittorio Veneto – La Vittoria

Capitolo tredicesimo

Le accanite battaglie tra Brenta e Piave. Melette, Sisemol, Monte Grappa.

Il 28 novembre, 14 unità leggere austriache tentarono un attacco nei pressi di Pesaro, ma furono messe in fuga dai nostri treni armati e dalle nostre siluranti. Da una parte e dall’altra si dava corso a nuovi preparativi, specialmente sul Medio Piave e sulla strada Fonzago-Feltre. 

Il giornale “Berliner Zeitung am Mittag” parlava di un insegnante italiano testimone degli orrori che accompagnavano l’esodo dei profughi in un’atmosfera di anarchia e di brigantaggio, “ridotti allo stato di selvaggi africani”. A Cremona, diceva, i profughi “si gettavano sulle provviste alimentari, ed esaurite che furono, incominciarono a divorare quelle che erano destinale al bestiame”. Per mancanza di alloggi, i profughi si scontrarono con le forze di polizia, in bagni di sangue nella notte del 5 dicembre. Mancavano le calzature, sostituite con scarpe di legno. Serpeggiava ovunque il desiderio di tornare alla Germania. 

Le “Münchener Neueste Nachrichten” pubblicavano: “Il numero degli italiani che vedono la pace soprattutto e solo nella vittoria dei tedeschi aumenta… Tutto il Mezzogiorno non vede nella guerra che una speculazione dell’industria e desidera ardentemente che la fonte delle sue sventure si chiuda con l’avanzata delle truppe tedesche ed austro-ungariche”. 

I reparti della 2a Armata trattenuti dopo Caporetto fra Lonigo e Rovigo, rientrarono in linea. Una parte delle Armate inglesi si recava in linea tra il ponte di Vidor e il ponte della Priula. Un corpo d’Armata francese veniva schierato fra Monte Tomba e il Piave. Alcune divisioni inglesi avanzavano sull’Altipiano di Asiago e due divisioni francesi sostavano in zona Giudicarie, a disposizione della 3a Armata.

Il 4 dicembre gli austro-tedeschi attaccavano dall’Altipiano di Asiago contro il nostro caposaldo delle Melette, ma furono respinti nel tratto da Monte Sisemol alla Meletta di Gallio. Il secondo scontro si verificò tra Monte Tondarecar e Monte Badenecche. Una nostra compagnia uscì vincitrice da uno scontro nei pressi di Zenzon di Piave.

Verso le 10,15 grosse masse di austriaci attaccavano Monte Zomo “che, insieme al Monte Sisemol, costituisce il pilastro di sinistra del caposaldo delle Melette…l’attacco lanciato ieri tra il Sisemol e il Badenecche si può considerare come uno dei maggiori sforzi compiuti dal nemico in questa fase delle operazioni”. 

Come da descrizione di Luigi Barzini, “Il Monte Sisemol, il gruppo delle Melette, i Monti Castelgomberto, Fior, Tondarecar e Badenecche, formanti i capisaldi agli accessi delle valli… costituiscono un grande saliente col Castelgomberto al vertice, le Melette e il Sisemol al lato occidentale, il Fior, il Tondarecar, il Bedenecche sul lato orientale… Il primo attacco di fanteria si è sferrato alle ore 10 contro il lato occidentale Sisemol e Melette”, respinto dai nostri difensori. Alle 11,30 veniva respinto un successivo attacco sul lato orientale. Gli austriaci spingevano all’attacco meno di quattro divisioni. La battaglia durò per l’intera giornata del 5 dicembre. 

Il 6 dicembre il generale Diaz comunicava: “Sul Monte Fior e Monte Castelgomberto alcuni reparti di alpini, rimasti isolati, hanno preferito alla eventualità dell’incerto ripiegamento, il glorioso sacrificio di un’eroica difesa a oltranza”. 

Le Melette furono perdute il 6 dicembre. Il ripiegamento parziale delle nostre truppe avvenne allorché gli austriaci puntarono verso la Val Frenzela con lo scopo di tagliare la linea di comunicazione tra le Melette e la Valle del Brenta. 

I nostri si scontrarono con cinque divisioni austriache appoggiate da una riserva germanica. L’assalto allo sbarramento di fondo Val Brenta, tentato dagli austriaci, fu infranto dalla reazione dei nostri. La battaglia proseguiva dal 5 al 7 dicembre. Il pomeriggio del 6, gli austro-tedeschi tentarono lo sfondamento della nostra line a sud di Gallio, ma furono respinti e ricacciati sul Sisemol.

Dalla narrazione di Luigi Barzini: “Un ordine del giorno del Comando Supremo annunzia il 7 dicembre ufficialmente l’entrata in linea delle forze alleate. Il 7 dicembre erano 150 aerei italiani a fare incursione su posti nemici, e il maggiore Baracca raggiungeva la sua trentesima vittoria sul Monte Kaberlaba. Altre aeronavi bombardavano posti nemici di Quero e di Motta di Livenza”. La lotta sugli Altipiani nella prima quindicina del dicembre del 1917… mirava non a salvare questa o quella posizione tattica a ogni costo, ma a mantenere l’integrità del nostro Esercito logorando la compagine del nemico. L’infuriare delle battaglie riprese l’11 dicembre. Gli austro-tedeschi si prodigavano per intensificare la propria presenza sugli Altipiani e sul Grappa, puntando le batterie non contro le nostre posizioni che avevano di fronte, ma contro quelle del Grappa, battendo il Col Caprile, il Col della Berretta fino ai costoni di Prassolan, con granate a gas e tiri di demolizione. 

Nella notte dell’11 gli attacchi si estesero contro il Col dell’Orso, il Monte Spinoncia e le difese di Val Calcino. In queste azioni erano impegnate le truppe di Krauss e di Stein, le divisioni del generale Conrad e del generale Hofacher, di cui la 200a divisione tedesca. Contro il fronte di Col Caprile – Col della Berretta era stata lanciata la 4a divisione austro-ungarica e contro il settore Col dell’Orso – Monte Solarolo – Monte Spinoncia si era mossa la 5a divisione germanica.

“Nel violento assalto dell’11 dicembre meno di 22 battaglioni austro-tedeschi furono lanciati contro le nostre posizioni tra il Brenta e la Conca di Alano. Sul versante del Brenta agivano le truppe di Krauss che formavano l’ala sinistra dell’Esercito di Conrad. Sul versante del Piave c’erano le forze di von Below. Verso le ore 10 si sviluppò un feroce scontro sul Col della Berretta. Gli attacchi austro-tedeschi ripresero verso mezzogiorno del 12 dicembre, ma il sistema protettivo del Grappa, difeso dalla nostra 4a Armata, non fu intaccato. Anche le forze germaniche avanzate in Val Calcino furono arrestate. 

Nel Bollettino del 15 dicembre il Comando Supremo comunicava: “Il contegno delle nostre truppe della 4a Armata nella lotta che da quattro giorni si svolge asprissima e cruenta fra Brenta e Piave, è pari alla grandezza dell’ora”. Nella resistenza per il Monte Solarolo si distinsero, oltre alcune brigate di Fanteria, il 3° Raggruppamento alpino. I battaglioni alpini “Monte Pavione, Val Maira che sul fondo di Val Calcino, sbarrando la via al nemico, con glorioso sacrificio hanno affermato ancora una volta l’eroico motto: «Di qui non si passa», insegna e vanto degli alpini nostri”. 

L’artiglieria aveva tuonato dalle 6,30 alle 11 prima dell’attacco nella zona tra il Col Caprile e il Pertica. Gli austriaci miravano a concludere la loro avanzata prima dell’arrivo dele condizioni meteorologiche e della neve che li avrebbe isolati; si buttarono pertanto contro il Grappa di dove avrebbero trovato la via per gettarsi verso la pianura vicentina.

La battaglia riprese vigore il giorno 16 dicembre a oriente del Brenta, nella zona di Col Caprile e di San Marino, dove gli austriaci furono costretti a retrocedere. Il 17 dicembre, settimo giorno della battaglia fra Brenta e Piave, gli austro-tedeschi puntarono al Monte Solarolo, colpendo con le artiglierie il Col dell’Orso e le Porte di Salton e lanciando le fanterie all’attacco, mosse dal Monte Spinoncia. Una divisione germanica di Jäger, la 200a, puntò sul Monte Solarolo e sul versante settentrionale della Val Calcino, ricacciata dai nostri. 

Luigi Barzini descriveva la battaglia del 16 dicembre: “… l’artiglieria nemica in parte austriaca e in parte tedesca, ha aperto il consueto bombardamento sul nostro saliente che ha il Solarolo per vertice… battaglioni di assalto germanici e la 200a divisione… si spingevano sotto le nostre linee del Solarolo e del Valderoa… La lotta è stata vivace, ma breve. Gli assalitori investirono il Solarolo e il Valderoa… ricacciati, sono scomparsi…lasciando numerosi caduti”. 

Tutto riprese verso mezzogiorno. Le trincee del Monte Valderoa e una parte del Solarolo erano cadute in mano al nemico, quando un contrattacco prontamente iniziato da alpini e da una brigata di Fanteria… ha contenuto i tedeschi e li ha spinti indietro, rifacendoci padroni della linea intera. Gli scontri proseguirono il 18 dicembre allorché gli austro-tedeschi, pressati dalle prime nevicate che minacciavano di metterli in serie difficoltà, mossero dal Col Caprile al Monte Pertica, con assalti sulla zona fra il Brenta e Val Casilla.

Scriveva il Barzini: “Sono soprattutto delle battaglie di cannoni queste che si combattono sulle pendici del Grappa, giganteschi duelli di artiglieria… Spesso gli attacchi e i contrattacchi non rappresentano urti di fanterie, ma movimenti ai quali il furore dei cannoni ha già aperto la strada”. La battaglia del 18 dicembre si svolse con alterne vicende concludendosi, verso le ore 17, “in una immobilità finale”. 

Il Bollettino ufficiale del 20 dicembre segnalava infatti soltanto azioni di limitato sviluppo. Fu respinto un attacco austriaco sul Monte Cornone, la punta estrema meridionale del Sasso Rosso, tentativo che puntava alla grande strada del Brenta per lo sbocco verso la piana. Furono respinti anche attacchi austriaci a occidente del Pertica, presso il Monte Tasson, il Col dell’Orso e il Solarolo.

Il giorno 11 dicembre il capo dello Stato Maggiore della Marina, Thaon di Revel, comunicava di una intrusione italiana nel porto di Trieste con l’affondamento della Wien a opera di due siluranti al comando del giovane tenente di vascello siciliano Rizzo. La Wien era una nave da guerra di 5600 tonnellate, portante quattro cannoni Krupp da 240, sei cannoni da 152, dodici da 47, con un equipaggio di 441 uomini. Le nostre siluranti, nella notte dal 9 al 10 dicembre, avevano neutralizzato lo sbarramento formato da otto forti cavi metallici e da una cortina di mine. 

Alla Camera, riapertasi con la seduta del 12 dicembre, Orlando informava che “La rarefazione del tonnellaggio e i rischi della navigazione, la riduzione della mano d’opera, l’aumento della domanda e la diminuzione dell’offerta, l’inasprimento del cambio e il disastro monetario che ne deriva, hanno… determinato un aumento generale dei prezzi, rendendo più difficili le condizioni di esistenza… Austerità di vita e virtù di rinunzie si impongono come dovere di ogni cittadino… In ogni senso, dunque, nuovi sacrifici e nuove rinunzie si impongono”. Poi il presidente del Consiglio propose la consegna alle famiglie dei combattenti di due polizze dell’Istituto Nazionale delle Assicurazioni nella misura di Lire 500 o 1000.

Il generale Dallolio, ministro per le armi e le munizioni, comunicava la riconquista italiana dell’Asolone. Dichiarava inoltre, in merito alla mobilitazione industriale, che “gli stabilimenti che erano 125 all’inizio della guerra sono ora saliti a oltre 3500. Volgeva poi un plauso agli operai, fra i quali 45 mila donne e 15 mila fanciulli, che avevano raccolto 175.000 lire per i profughi.

Gli approvvigionamenti. Il commissario generale per gli approvvigionamenti e consumi, Crespi, descrisse i problemi economici della guerra. Le disponibilità medie di grano per il quinquennio 1912-1916 erano state di quintali 60.874.000. Le scorte prima della guerra raggiungevano la cifra di 10 milioni di quintali “che non bastavano già al consumo di due mesi; alla fine dell’anno granario 1916-1917 erano totalmente eliminate, ciò che impose di consumare “anticipatamente, oltre tutte le scorte, anche parte del prodotto nuovo del 1917-1918” (quel fenomeno in ambito economico che riguarda tutto il Pianeta ai nostri tempi, e che va sotto il nome diOvershoot”). Per arrivare al 1° settembre 1917, data di partenza dell’anno granario, si dovette consumare “non solo tutto il raccolto al netto delle scorte, che fu calcolato di 41 milioni per il 1916-1917, non solo tutte le importazioni fino al primo settembre di 22.400.000 quintali, ma anche lo stock di principio d’anno, che ritengo già ridotto al quarto in confronto al normale di pace, e cioè 2.500.000 quintali; e anche una parte del nuovo raccolto, che calcolo modestamente in 2 milioni di quintali, cioè a meno di due settimane di fabbisogno. Ne deriva che l’Italia, nonostante le limitazioni già impostesi, ha consumato dal 1° settembre 1916 al 31 agosto 1917 quintali 67.900.000: diciamo pure con tranquilla certezza 68 milioni di quintali. Ora, invece, il raccolto 1916-1917 fu accertato al netto delle sementi in 31 milioni di quintali”. Il fabbisogno chiedeva “l’introduzione di almeno 37 milioni di quintali, e per ricostituire un poco di scorta, 3 milioni in più, ossia 40 milioni… Invece, questa cifra fu oggetto di molte discussioni… si finì col concordare un fabbisogno d’importazione di 30 milioni di quintali”.

Dopo Caporetto furono persi 4 milioni di quintali. Poi c’era da mantenere gli sfollati che non producevano e gli ex riformati di 25 classi di leva, un milione di uomini. “Mi fu assegnata, a mezzo del Governo francese, una notevole quantità di farina. L’assegnazione nostra per il mese di dicembre fu aumentata di 50 mila tonnellate… Il nostro raccolto di granoturco nel 1917 fu di 23 milioni di quintali, inferiore soltanto di milioni tre e mezzo al normale; quello di orzo fu di 1.616.000, quello di segale di 1.133.000… Il Ministero del Tesoro prepara i fondi per le importazioni necessarie ad alimentare popolo ed esercito e le mie richieste… assommino a 6 miliardi al 30 giugno 1917… Il movimento di affari del Commissariato è previsto per il 1918 in 15 miliardi, compreso l’approvvigionamento alimentare per l’esercito”. Crespi insistette poi sulla necessità di ridurre i consumi, di usare parsimonia, di introdurre la tessera per il pane.

Nella discussione sulla guerra e su vari argomenti politici scoppiarono tumulti fra destra e sinistra (Turati per i socialisti), compresi addebiti, insulti e minacce, a mala pena contenuti dal presidente della Camera, che, di seguito, interveniva: “Questa guerra è la rivoluzione. Una immensa rivoluzione. O si va verso la libertà dei popoli, o verso la sovrapposizione delle razze… Dicevo dunque: possiamo tenere la linea del Piave?… Possiamo tenerla per il tempo minimo necessario per riorganizzare la resistenza? L’analisi fatta dai competenti… ci dimostrava che quella linea non si poteva tenere… Resistere… niente altro che resistere!”. Ovazioni entusiastiche alla Camera che votava l’ordine del giorno approvando la fiducia con 365 Sì su 395 votanti. 

Monte Asolone. Il giorno 20 i nostri si avvantaggiavano in zona Monte Grappa, riprendendo il terreno perso due giorni prima. Il contrattacco austriaco mosso da Monte Pertica veniva respinto. Così ne descrive lo sviluppo Luigi Barzini: “A mezzogiorno il furore delle artiglierie nemiche diviene infernale. Valle Coston e Val di Damoro sono così bombardate da decine di batterie”. Alle ore 13 gli austriaci avanzavano. La lotta, durata fino a notte, fu favorevole ai nostri. Si combatteva alle falde meridionali del Pertica, fra l’Asolone e la Val Cesilla, ma anche in Val Camonica, nei pressi di Monte Tomba, del Montello e sul Solarolo. “… ma è certo – prosegue Barzini – che la nostra ultima controffensiva parziale fra il Brenta e la Val Cesilla… ha sorpreso i preparativi nemici per la ripresa della lotta… che… ha dovuto far fronte alla situazione inattesa e consumare nella resistenza i mezzi preparati per l’offesa”. Gli scontri si verificavano tra fitta nebbia e neve fino a 30 centimetri. Per gli Austriaci l’Asolone era l’ultimo baluardo che avrebbe potuto impedire l’avanzata verso la pianura veneta. Il Bollettino Stefani del 23 segnalava: “Alle 16,30 di ieri, mentre imperversava la bufera di neve, una violentissima raffica di fuoco d’artiglieria si abbatté per parecchi minuti sulla posizione nemica, seguita dall’assalto riuscito delle nostre fanterie… alle 19 il nostro reparto rientrava felicemente nelle sue linee trascinandovi 22 prigionieri e abbondante materiale bellico”. 

La lotta riprese tra il 23 e il 24 dicembre. Le artiglierie austriache tuonarono nella notte fra il 22 e il 23 contro le nostre linee fra l’Astico e il Brenta, anche con proietti a gas asfissiante, a liquidi velenosi, a getti di iprite. “La prima ondata di assalto si avventò contro le nostre posizioni a sud della Val Frenzela… nel tratto fra il Monte di Valbella e il Buso” mettendo in pericolo la strada per il Sasso di Stoccareddo e facendo retrocedere di poco i nostri. “La combattività dei fanti e degli alpini, ai quali si aggiunsero poi i bersaglieri, fu piena di impeto”, i quali a notte mossero al contrattacco. “Una colonna nemica, che da Bertigo avanzava sulle alture a ovest di Malga Costalunga, venne annientata dal fuoco; un battaglione riuscì a strappare al nemico e a tenere per qualche tempo la vetta del Monte di Val Bella, mentre altri reparti, risalite le pendici del Col del Rosso, impegnavano duramente in una lotta corpo a corpo l’avversario sotto la vetta del monte”. 

Il 24 il “Times” scriveva: “La battaglia del Brenta è altrettanto vitale che le battaglie della Marna e di Ypres. Non vi è stato nulla in questa guerra di più drammatico e insieme grave di conseguenze quanto la meravigliosa resistenza dell’Italia nella sua ultima linea di colline”. 

Il giorno di Natale 1917 la lotta si era riaccesa sull’Altipiano di Asiago contro la concentrazione austriaca fra Col del Rosso e la Val Frenzela. E la stessa “Neue Fraie Presse” di Vienna il 27 dicembre constatava: “Non si possono negare ai soldati italiani grandi elogi per il loro spirito e per la loro resistenza agli attacchi”. 

Nel cielo di Treviso il 25 dicembre furono 25 aerei austro-tedeschi a tentare il bombardamento sul campo di aviazione, ma furono controbattuti dalla nostra antiaerea e dai nostri 15 caccia che, nella mattinata, nel cielo di Montebelluna, ne abbatterono ben undici. Le perdite nostre furono di cinque soldati italiani e di un graduato inglese morti; otto soldati inglesi e sei italiani feriti e qualche aereo danneggiato. 

Il 28 dicembre aerei austriaci si lanciavano per un’incursione su Treviso, Montebelluna, Castelfranco e Padova. Nel bombardamento di Padova uccidevano tredici persone, tra cui sei militari, ma anche donne e bambini. Una seconda incursione, fra il 29 e il 30, fece cadere 20 bombe incendiarie su Padova provocando vittime e seri danni alle strutture. I nostri aviatori risposero bombardando due campi nemici di aviazione, prossimi alla linea del Piave, presso i villaggi di San Fior e di Godega, e gli accampamenti nemici a Torre di Mosto sulla Livenza. Dei nostri caddero il capitano Pagliano e il tenente Gori. 

Il 1917 si concluse con una brillante azione sul Monte Tomba, il 30 dicembre, a onore dei francesi che catturarono 44 ufficiali, 1.348 combattenti della 50a divisione austriaca, con un bottino di 60 mitragliatrici, 7 cannoni e abbondante materiale da guerra. Intanto la 14a Armata austro-tedesca si andava schierando fra il Brenta, Valdobbiadene e il ponte di Vidor. 

Gli austro-tedeschi il 12 novembre erano penetrati nell’ansa di Zenson, rafforzandosi sul posto, ma si scontrarono con la reazione italiana. Il 1° gennaio 1918 il Bollettino del Comando Supremo annunciava: “A Zenson (Piave), in seguito alla nostra energica pressione, cominciata il giorno 27 e proseguita senza interruzione, la notte scorsa l’avversario, per effetto di un’abile azione combinata di fuoco e di reparti, dopo aver subito gravissime perdite, fu obbligato ad abbandonare la testa di ponte e ripassare sulla sinistra del fiume. Tutta l’ansa è in nostro possesso”. Fu questa l’occasione per i ragazzi del ’99 di avere il battesimo del fuoco e della vittoria. Gli austriaci avevano dovuto cedere, nonostante le oltre 60 mitragliatrici messe in azione. Il nuovo anno non scorgeva più i nemici di qua del Piave. 

Aviatori nemici, nella notte del 31 dicembre, bombardarono Vicenza, Bassano, Castelfranco e Treviso, causando 13 morti e 44 feriti, in gran parte civili. I nostri aviatori risposero bombardando i campi di aviazione austro-tedeschi di Aviano e di Comina, provocando distruzioni disastrose ad aerei e strutture. Il campo di Comina aveva aerei tedeschi, quello di Aviano teneva aerei austriaci. 

Il 2 gennaio 1918 Padova tributava solenni onoranze funebri alle diciotto vittime dell’incursione nemica. Ancora nella notte del 5 gennaio gli astro-tedeschi bombardarono Mestre, Bassano e Castelfranco. I nostri aviatori si alzarono in volo, diretti ai campi nemici: colpirono un treno in fuga dalla stazione di Levico e i campi di Caldonazzo.

In quanto alla Germania, allorché constatò l’impossibilità di ottenere i risultati sperati sul fronte francese, il suo Stato Maggiore decise di rivolgere le forze militari contro l’Italia, fidando in una minore resistenza opponibile dall’avversario.

Immagine di Copertina tratta da Storia e Memoria.

Lascia un commento