Sprazzi di luce sulla Grande Guerra
Analisi e riduzione di Mario Bruno – dalla Collana
Frat.i Treves Editori, Milano 1932
Il testo, composto da tre corposi volumi e articolato in quindici capitoli, fu donato a Mario Bruno dal collega del XXIII Corso A.U.C. 1959, Generale Antonio Laruccia, e dal ricevente consegnato al Gruppo Alpini di Paularo (UD), Sezione Carnica, il mese di Agosto 2025 per essere inserito nella Biblioteca del Gruppo A.N.A. di Paularo.
La descrizione dei fatti di guerra risente in modo particolare dell’enfasi con la quale nel momento storico, quello del Ventennio italiano, era d’uso rivestire di significati e con evidenti sottolineature gli atti di eroismo dimostrati dai nostri soldati. Nel complesso, dalla lettura si possono ricavare informazioni talvolta inedite, ma molto dettagliate e approfondite, con il ricorso alla citazione dei Bollettini di guerra e ad articoli di testate giornalistiche in voga al tempo, pertanto molto indicato per gli appassionati della Storia italiana del ’900.
Parte IV di 20
L’intervento del clero. Benedetto XV emanò una serie di decreti per concedere le maggiori facoltà ai cappellani militari ed emanando il 4 giugno una disposizione eccezionale per la nomina di un capo religioso supremo agli addetti all’assistenza religiosa nell’Esercito. Un decreto della Sacra Congregazione concistoriale istituiva infatti la carica di Ordinario Castrense, vale a dire del vescovo di campo in Italia. E il pontefice chiamava a tale carica monsignor Angelo Bartolomasi (con il grado di maggiore generale), ausiliario dell’arcivescovo di Torino.
La Chiesa cattolica in merito alla guerra. “… la mattina del 27 giugno, a Roma, nella chiesa del Gesù, venivano celebrate solenni funzioni propiziatrici per la vittoria delle armi italiane e per implorare l’assistenza divina ai nostri valorosi soldati”. Alle 8 il cardinale Gaetano Bisleti, gran priore del Sovrano Ordine di Malta, celebrava la messa e la comunione generale dinanzi alle rappresentanze di tutti i circoli cattolici di Roma e a una folla di fedeli, tra cui si notavano molti ufficiali e soldati. Veniva poi distribuita, stampata su piccoli foglietti, la seguente preghiera che portava l’approvazione della più alta autorità ecclesiastica in materia, il maestro dei Sacri Palazzi apostolici: “Signore nostro Gesù Cristo, che tanto avete amato la patria fino a piangere di dolore per essa, guardate pietoso alla nostra diletta Italia. Questa, voi la vedete, combatte per assicurarsi i naturali suoi confini e per stringere la mano ai propri irredenti fratelli. Non brama di usurpazione quindi, non odio, ma giustizia, ma amore la muove. Benedite, o Gesù, alle nostre armi di terra e di mare e rendetele gloriosamente vincitrici; benedite i nostri soldati e sostenetene sino all’estremo il proverbiale coraggio; liberate dal peccato le anime di questi nostri valorosi per le quali avete sparso il vostro sangue prezioso, sì che quanti di loro cadono vittime del proprio sacrosanto dovere, tutti siano salvi in paradiso. Date, o Gesù, al Re, ai generali, agli uomini di Stato quei lumi e quelle grazie di cui abbisognano in questa ora decisiva per la nostra Italia. Di speciale conforto circondate, ve ne supplichiamo, le famiglie che hanno nel nostro Esercito e nella nostra Marina i loro cari!”.
In quanto alla fornitura di materiale per la guerra “il Governo pubblicava il 5 luglio un reale decreto – firmato dal re, a Quartiere Generale, il 26 giugno – con il quale «ritenuta la necessità» durante lo stato di guerra, di assicurare il rifornimento dei materiali necessari all’Esercito e all’Armata, si stabilivano le norme credute più opportune”. Il tenente generale grande ufficiale Alfredo Dallolio veniva nominato sottosegretario di Stato per le armi e le munizioni. A Roma fu costituito, dal mese di luglio, un Comitato nazionale per il munizionamento. L’on. Angelo Battelli formulava la proposta di una “Sezione degli scienziati per i bisogni della guerra” e a Milano si gettavano le basi per la costituzione di un Comitato nazionale di esame delle invenzioni attinenti al materiale da guerra. Il 16 settembre 1915 il Governo nominava un Comitato centrale di mobilitazione industriale per l’Esercito e per la Marina, con presidente il generale Dallolio.
Guerra in Turchia. Il governatore del Fezzan (regione della Libia, conquistata dall’Italia nel 1913-1914), era Camillo Garroni, nel 1913. La spedizione italiana nel Fezzan era comandata dal col. Miani che sconfisse con facilità le bande di Mohamed Abdallah con la vittoria acquisita dal generale Lequio. Nel mese di marzo la colonna italiana entrava a Murzuk, accolta con gran festa dalla popolazione. Seguirono però alcuni fatti politici che minacciarono di tagliare il Fezzan dalle posizioni della costa (l’Italia conquistò parte della costa libica nel 1911. Dal 29 settembre 1911 al 18 ottobre 1912 l’Italia si batté contro l’Impero ottomano per prendere possesso della Tripolitania e della Cirenaica. Il 5 novembre 1911 queste due regioni furono annesse al Regno d’Italia. Con la pace di Losanna l’Italia ottenne la Libia e l’amministrazione del Dodecaneso). Il Governo di Enver pascià tentò un’azione offensiva suscitando la ribellione dello Sciati. Intanto proseguivano spedizioni di ufficiali turco-tedeschi e di materiale da guerra in Cirenaica.
Il 21 agosto 1915, di fronte alle infrazioni della Turchia, il Governo italiano presentava la dichiarazione di guerra alla Turchia prendendo a pretesto la violazione del trattato di Losanna (La pace di Losanna – 18 ottobre 1912 – fra l’Italia e l’Impero ottomano fu preceduta dal trattato di Ouchy del 15 ottobre 1912) da parte del Governo ottomano e la mancata liberazione dei prigionieri di guerra italiani, affermando che “Risulta con certezza che la Guerra Santa del 1914 venne proclamata anche contro gli italiani in Africa”. Secondo il trattato di Losanna la Turchia avrebbe dovuto ritirare tutti i suoi ufficiali dalla Libia, cosa che non fece; anzi, incoraggiò la ribellione in Libia e preparò un vasto piano di sobillazione e di eccitazione alla rivolta, impedendo persino agli italiani residenti in Asia Minore di lasciare il territorio dopo essere stati richiamati in Patria.
Il comma 6° del “Protocollo dei preliminari della pace fra Turchia e Italia” dichiarava: “Resta naturalmente inteso e consacrato con il presente accordo che il Governo imperiale si impegna a non inviare, né a permettere l’invio dalla Turchia in Tripolitania e Cirenaica di armi, di munizioni, di soldati e di ufficiali”. Per la seconda volta in quattro anni l’Italia entrava in guerra con la Turchia, da quando iniziò il 29 settembre 1911 sino al trattato di Losanna del 16 ottobre 1912. L’Italia, entrata il 20 maggio nel conflitto, il 22 agosto 1915 estese la guerra alla Turchia.
L’Idea Nazionale notava che “mentre la dichiarazione di guerra all’Austria portava l’Italia a occupare tutti i suoi confini naturali, a dominare l’Adriatico e ad essere tra i protagonisti dell’Europa pacificata”, la dichiarazione di guerra alla Turchia l’avrebbe portata a “partecipare alla soluzione della secolare questione d’Oriente, ad avanzare nel Mediterraneo orientale e sull’altro continente bagnato da questo mare”. Il deputato Andrea Torre il 22 agosto scriveva per il Corriere della Sera: “Questa nuova guerra dell’Italia alla Turchia non farà forse neppure grande impressione nel mondo. La guerra che si combatte in Europa è tanto gigantesca e dura e minaccia di durare ancora tanto tempo, che il nuovo conflitto sembra quasi una cosa d’ordine secondario… la Turchia era venuta meno a tutti i suoi impegni stabiliti nel trattato di Ouchy e aveva assunto un contegno di provocazione e di sfida verso gli italiani residenti nell’Impero ottomano”. Ovviamente davano il loro consenso e plauso alla determinazione assunta dall’Italia nel dichiarare guerra alla Turchia le Potenze della quadruplice Intesa: così la Francia, l’Inghilterra, la Russia. Per altro verso la stampa tedesca dichiarava che l’Italia non stava conducendo una guerra sua, ma era come costretta per volontà d’altri, asserendo che il popolo italiano era stato ingannato una seconda volta.
La “Frankfurter” dichiarava che “Le difficoltà finanziarie e diplomatiche prodotte dalla guerra con l’Austria costringerebbero l’Italia a cessare la guerra senza aver preso ancora un forte austriaco se l’Inghilterra non l’aiuta. Ma l’Inghilterra pretende sangue per i suoi interessi, e l’Italia lo dà”. Il semi-ufficiale “Lokal Anzeiger” scriveva: “Gli italiani non possono sperare successi sui Dardanelli là dove le migliori truppe inglesi e francesi si sono prese sanguinosi scacchi. Se poi gli italiani si preparano, dal Dodecaneso e particolarmente da Rodi, ad attaccare Smirne o altre parti della costa asiatica, si incontreranno in ottime truppe turche, da un pezzo preparate, e che faranno loro un’accoglienza non di troppo inferiore a quella ricevuta sull’Isonzo e fra le Dolomiti”.
La “Frankfurter Zeitung” diceva ancora: “La flotta italiana non forzerà i Dardanelli come non li hanno forzati le altre flotte, semplicemente perché è una impossibilità per la sola via di mare, ma la superiore posizione strategica dei turchi impedirà all’Intesa di vincere”. La stampa austriaca lanciava commenti mordaci e pesanti, più di quelli tedeschi. La “Neue Freie Presse” scriveva: “Il tradimento compiuto dall’Italia trova già ora la sua punizione, e la dichiarazione di guerra alla Turchia è lo staffile con il quale Sonnino e Salandra devono castigare se stessi”.
Lo stato generale della Turchia era di bassissimo tenore: mancava il pane e la folla assaliva i forni. Diventavano una rarità anche la farina, lo zucchero, il riso e altri generi di prima necessità. Le truppe si rifiutavano di partire per il fronte: lo facevano solo sotto la minaccia delle pistole degli ufficiali. Soltanto nella capitale si contavano 140 mila feriti. La popolazione fu costretta a donare allo Stato tutti i propri beni disponibili in denaro. Il Governo faceva incetta di oggetti di metallo presso le famiglie. Scarseggiavano il petrolio e il carbone per produrre gas. L’Echo de Paris il 5 settembre 1915 commentava: “Se l’impossibilità di ricevere dalla Germania continua, l’esercito turco sarà ridotto alle condizioni d’una fortezza assediata che si arrende per fame”.
VOLUME TERZO
Dalle Vittorie di Pregasina e di Cima Fredda alla conquista di Gorizia.
1/9/1915 – 31/8/1916
Capitolo 5°. L’avanzata italiana negli ultimi quattro mesi del 1915.
“Se nella guerra dell’Italia contro l’Austria apparivano, da una parte, le enormi difficoltà che la meditata, lunga preparazione del nemico e la singolarità della veramente ardua frontiera alpina opponevano all’opera dell’Italia; apparivano dall’altra l’ingegnosità, l’abnegazione, la pertinacia italiana e per vincere e superare tutti gli ostacoli opposti dalla natura e accresciuti dall’arte umana”.
Il 1° settembre 1915 caddero in mano italiana le guglie del Ciadenis (m 2439) e del Monte Avanza. “Due violenti attacchi austriaci, l’uno in Valle di Boden, nella regione di Sexten, l’altro alle nostre posizioni dello Slatenik nella Conca di Plezzo venivano respinti”. La nostra artiglieria bombardava in Val Cordevole e sull’altopiano di Lavarone. Gli italiani avanzavano in Valsugana e si impegnarono in scontri nella zona del Tonale, sul costone del Monte Redival in Val di Sole, poi in Val d’Adige tra Serravalle e Marco e nella regione di Cima Cista in Valsugana. Sull’altopiano di Folgaria la nostra artiglieria colpiva il forte del Doss di Sommo.
Il pubblicista Jean Carrère scriveva su “Temps”: “È un vero miracolo di volontà umana questa guerra di montagna, un miracolo quotidiano, multiforme, che è divenuto talmente abituale che migliaia e migliaia di uomini lo compiono tranquillamente davanti a noi senza farci caso”. E, ancora: “Ci sembra incredibile come degli uomini come noi… sorridendo, come questi esseri nostri simili, abbiano fatto per trasportare qui tutto questo formidabile macchinario di guerra, a questa altezza, tra gli abissi. Si prova un immenso conforto pensando a tutta l’energia di cui è capace, sotto l’impero di una necessità urgente, la razza umana in generale, e la latina in particolare. Abbiamo visto dei pinnacoli ove certamente l’aquila sola aveva dovuto annidare finora; ora, dietro le rocce, vi sono i cannoni”.
“In realtà, non vi era, non vi è montagna, in suolo austriaco, che non fosse stata trasformata dagli austriaci in formidabile fortezza… montagne solcate di strade, rigate di trincee di cemento. Scavate da appostamenti per le artiglierie, sbarrate da reticolati… ivi pareti di 2000 o 3000 metri d’altezza facevano da spalla ai forti, e burroni e precipizi facevano da fossi. E i fianchi di una montagna spiegansi ivi così vasti, da poter celare nelle loro pieghe, dietro le loro asperità, difese e insidie sfuggenti anche alla più accurata investigazione, non rivelantisi che all’attacco”. Così l’attacco del 7 settembre 1915 al valico di Monte Croce Comelico, del Burgstall, del Seiikofl e della Croda Rossa fu respinto dagli austriaci. Sul Mrzli Vrh, dagli alpini chiamato Cima Fredda, dalle lettere di un reduce al Corriere della Sera: “… l’assalto per conquistare una trincea, per avanzare di pochi metri. La lotta è dura, il risultato non si matura che per virtù di tenacia e d’ardore. Così è avvenuto e avviene intorno a Cima Fredda. I nostri l’hanno attaccata fin dai primi giorni di giugno, e non è ancora debellata. Le hanno dato la scalata per tutti i versi, l’hanno battuta con i cannoni, sono montati fino a 100, a 80, a 60 metri dalle posizioni austriache e hanno dovuto rinunziare all’impresa. Non è una vetta: è una strozzatura di montagna, cui si accede per un canalone unico e angusto, ripido e sdrucciolevole, in capo al quale gli austriaci hanno apposto un ventaglio di mitragliatrici. È inutile sacrificare un reggimento per conquistare una cima”. Il Mrzli Vrh era importante come cardine del triangolo strategico della difesa di Tolmino.
Il Times di Londra scriveva il 14 settembre 1915: “A parte gli alpini, i quali sono impareggiabili nel loro speciale servizio, vi sono oggi, sugli alti passi, dei reggimenti di fanteria che si sentono giustamente di poter fare imprese da veri alpinisti”.
Gli italiani erano padroni del Monte Maronia, a 6,5 km dal Monte Finonchio che proteggeva Rovereto, a 3 km dal forte di Sommo Alto e a 2 km dal forte del Doss di Sommo, tutte posizioni che gli austriaci detenevano a difesa della linea Rovereto-Finonchio-Folgaria.
Nella Conca di Plezzo le nostre truppe avevano attaccato il 13 settembre contro lo Javorcek e lo Svinjak, facendo progressi. Il corrispondente dell’alto Cadore alla Gazzetta di Losanna scriveva: “Gli ufficiali italiani, gli alpini e la fanteria si sono molto distinti per il loro valore, per l’energia e la costanza di cui hanno dato prova”. “Forti nuclei nemici in posizione nei pressi di Cimego in Val di Chiese e nella regione di Fossernica in Valle di Vanoi, a nordovest di Fiera di Primiero, erano stati attaccati e respinti dai nostri reparti in ricognizione”.
Dal Col di Toront al Col di Lana, segnanti i limiti delle nostre posizioni nella Valle di Livinallongo, era tutto uno sfolgorare di colpi. “La Valle della Zeglia, la lunga diritta incisione che separa la catena delle Carniche da quella delle Alpi di Gail, costituiva un’ottima zona di concentramento per gli austriaci contro la frontiera italiana… Lungo quei 30 km, o poco più, di creste veniva a urtare il 14 settembre l’attacco austriaco là tra l’alto Degano e l’alto Chiarsò”. I fianchi delle Carniche digradano con dolce pendio verso la Zeglia, mentre scendono a precipizio sul nostro versante e pertanto erano più favorevoli alle mosse austriache che avevano maggiore facilità di concentramento e di rifornimento. Il ministro della Guerra britannico, Lord Kitchener, il 15 settembre così si esprimeva: “l’ardimento delle truppe alpine e dei bersaglieri, che ascendono montagne inaccessibili, è meraviglioso esempio di iniziativa coronata da successo”. Il Bollettino ufficiale del 16 settembre dichiarava che reparti alpini, attraversate le vedrette dell’estremità meridionale del gruppo del Cevedale, erano calati sulla cresta di Villacorna (3024 m) alla testata della Val di Noce, dove assalì trinceramenti nemici devastandoli. “Oltre simile scorreria, coronata da successo, avevano compiuto altre imprese vittoriose gli alpini a sud del valico del Tonale nell’alta Val di Genova”.
L’attacco al Rombon si svolse in Conca di Plezzo l’11 e il 12 e fu ripreso il 15-16 settembre fino ai pendii boschivi dello Javorcek e al roccioso Lipnik, con la cattura di 50 prigionieri. La Conca di Plezzo era destinata dagli austriaci a servire di base per un’offensiva dall’Isonzo. A fine settembre 1915 gli italiani realizzavano una serie di successi: il 18 settembre presso Osteria Fiorentini, alle falde di Monte Cosich, sulle Tofane e sul Monte Cristallo, sul Monte Coston a nord-ovest di Arsiero. Il 23 settembre alcuni difensori austriaci del Coston, 5 ufficiali e 118 soldati di truppa, caddero nelle mani degli italiani. Poi, ancora, le nostre formazioni occuparono la Sulden Spitze e il Passo di Cevedale, impadronendosi degli accessi secondari alla Valle di Trafoi.

Alla testata della Val di Sulden erano saliti gli alpini nostri per distruggere le difese che il nemico vi aveva erette. La colonna era salita unita, in tre marce notturne per non scoprirsi al nemico vigilante, dalla Val Furva nella Val di Cedeh. Raggiunta una vetta a 3251 metri a nord della capanna Cedeh, la colonna irradiava drappelli intorno e con azione concentrica assaliva la Sulden Spitze (3376 m) che il nemico teneva fortemente e la espugnava distruggendone i trinceramenti. E pure al Passo di Cevedale, il 20 settembre, i trinceramenti nemici erano stati conquistati e distrutti, e una colonna nemica accorrente alla riscossa era stata ricacciata nel fondo della Valle di Sulden. Il Bollettino ufficiale italiano del 1° ottobre 1915 recitava: “Nel settore di Tolmino le nostre truppe, nella notte sul 30 settembre, attaccarono lungo tutto il fronte, dal Mrzli al Vodil (Monte Nero) e alle alture di Santa Maria e di Santa Lucia riuscendo, nonostante le straordinarie difficoltà del terreno aggravate dalla inclemenza della stagione, a espugnare fortissimi trinceramenti nemici e a prendervi qualche decina di prigionieri. Manifestatosi un violento contrattacco di numerose forze nemiche i successi aspramente conseguiti all’ala sinistra sui contrafforti del Mrzli e del Vodil non poterono essere mantenuti. All’ala destra, sulle colline di Santa Maria e di Santa Lucia, fu invece possibile rafforzare e conservare il terreno conquistato”.
Immagine di Copertina tratta da Le Mie Cime.

