Dio da dio, dio da Dio – Parte 6 di 6

Dio da dio, dio da Dio

Parte VI di 6

Il Vangelo di Filippo

Filippo è individuato come uno dei dodici. Visse dal 5 all’80 d.C. Il suo Vangelo consta di 35 pagine. Ne farò una analisi in vero breve perché non vi ho trovato riferimenti espliciti al nome “Dio” che è invece il perno delle mie riflessioni in questo procedere di ricerca.

Filippo è particolarmente propenso a portare accenni alla camera nuziale e sconfina in un paradosso quando racconta che il Padre del tutto “si unì con la Vergine, che era discesa dall’alto e in quel giorno brillò per lui un fuoco”. In quanto ad Adamo, riferisce della sua nascita da due vergini. Seguono altre declamazioni impossibili a comprendersi, anche per le manifeste contraddizioni che vi si trovano, come, ad esempio, “Gli uomini si fabbricano degli dèi e venerano le loro creazioni”; “Nel Regno dei cieli i liberi sono al servizio degli schiavi”. Ma anche dispensatori di massime: “Questo mondo è un divoratore di cadaveri: tutto ciò che vi si mangia muore di nuovo. La verità è una divoratrice di vita: quanti si nutrono di essa non moriranno”.

In quanto all’origine del mondo, si dice nel Vangelo di Filippo che esso fu il prodotto di una trasgressione. Il suo Creatore voleva dare forma a un mondo scevro di morte e di corruzione, ma incorse in un errore e ne fu deluso. Come dire che quell’arconte non godeva di infallibilità.

Nel mondo, dice Filippo, ogni cosa ha un nome, ma ce n’è una sola che non è possibile pronunciare: è il nome dato dal Padre al Figlio, che sovrasta tutto il Creato. Il Figlio, cioè il Cristo, riveste in sé molte forme: quella dell’uomo, quella dell’angelo, quella del mistero e quella del Padre.

Filippo interpreta quanto abbia detto Dio stesso: “Beato colui che è prima di divenire. Poiché colui che è, è stato e sarà”. Qui abbiamo a che fare con un motivo ricorrente: qualcosa di simile l’abbiamo trovato pure nel Vangelo di Verità.

Non conoscendo Dio, neppure conosciamo la verità che è discesa nel nostro mondo rivestendosi di simboli e di immagini, libera comunque e inafferrabile. Così il Signore si manifesta per mezzo di simboli e di immagini, perché le cose di questo mondo diventino simili a quelle che stanno in alto, quindi comprensibili.

Sulla scala delle divinità, Filippo istruisce circa l’esistenza del Figlio dell’uomo ossia il Signore del figlio del Figlio dell’uomo, creato dal Figlio dell’uomo che, per volere dii Dio, possiede il potere di creare e di generare.

Il Vangelo di Maria Maddalena

Ho fra le mani una pubblicazione delle Edizioni Amrita (Torino 2000), con il titolo “Il Vangelo di Maria Maddalena” di Daniel Meurois-Givaudan. Premetto che la lettura si inoltra in un ambito sicuramente originale per il fondo teorico-analitico dal quale muove e al quale si attiene, certamente non facile a comprendersi perché di chiaro carattere esoterico, impregnato di parafrasi occulte e di trasporti eterei non semplici a seguirsi. Forse anche per questo sono stato spinto a intraprenderne un’analisi accurata, per dare giustificazione a una curiosità da sempre legata a ciò che sfugge alla conoscenza.

Poi, come si può addurre dalla lettura di ciascuno dei Vangeli, mi riferisco a quelli citati su queste pagine, sia ortodossi sia apocrifi, si procede, come già espresso in precedenza, a porre in evidenza una serie di domande che mettono spesso in crisi la credibilità dei testi: chi sarà stato l’autore vero? Con quali intenzioni ha redatto il proprio lavoro? Quali opere sono state rimaneggiate o ridotte o sostituite in parte a seconda dei segnali religiosi e politici delle sovrapposte epoche storiche? Il testo che ne riporta le dichiarazioni e le presunte verità conclamate è di trasmissione divina ossia dato in seguito a ispirazione credibile oppure fa parte di una commedia o, al massimo, di un’esibizione di letteratura da prendersi comunque con le dovute precauzioni? Quale significato genuino viene trasmesso dai vari capitoli? Quale attendibilità vi può essere attribuita?

Ma veniamo al Vangelo di Maria Maddalena. Mi ci proverò a cercare qualche nozione che mi spinga un passo in più verso il discorso sviluppato attorno al nome di Dio. Impresa non semplice, poiché il Vangelo tratta in tutta la sua sequenza degli insegnamenti dispensati da Gesù a Maria Maddalena, con riguardo soprattutto alla posizione degli uomini di fronte alla Verità e al suo disvelarsi.

Il Vangelo di Maria Maddalena proviene da un manoscritto in lingua copta, che fin dal 1896 è protetto nel Museo Nazionale di Berlino.

Anche qui le ricerche hanno dato adito a una serie di dubbi: come asserisce Daniel Meurois-Givaudan, citato, la versione originale si troverebbe redatta in greco, mentre quella copta sarebbe posteriore e verosimilmente fatta oggetto di manipolazioni successive.

Il dialogo fra Gesù Cristo e Maria Maddalena esordisce con la rivelazione di Gesù a proposito della divinità, che egli definisce come essenza del Presente, il Principio della vita infinita. In questo senso Dio sarebbe l’Essenziale che alberga in ciascuno di noi, e ciò che ci circonda, la materia, sarebbe qualcosa di percepibile e di mistico insieme, “un sorriso dell’Eterno” che è presente in noi per aiutarci nel tentativo di portarci oltre il mondo fisico e di accogliere in noi il bisogno di avvicinarci e di conoscere la vera Realtà.

Ma il Maestro ammonisce: perché gli uomini pervengano a tanto, devono attribuire il giusto peso a una parola, osare. Segue quindi l’accenno a una Radice-Madre dove tutto ciò che esiste è diretto come scopo ultimo.

Nel testo citato, preso in analisi, viene nominato direttamente Dio come un sogno di una Forza inafferrabile che stende la propria ombra sulla Creazione, sicché tutti noi saremmo figli di un Sogno divino, venuti in essere per un Soffio nel mare della Creazione, un soffio che ci ha raggiunto e vivificato. L’autore preconizza il verificarsi e l’esistere di un Sogno primordiale dal quale dipende l’unione fra il Creatore e la Realtà da lui chiamata in essere.

Qui Dio, meglio ancora, l’idea di Dio è paragonata a un oceano di cui non conosciamo la vera estensione se soltanto ci limitiamo a prendere in considerazione le spiagge e le onde che le lambiscono. I mondi, gli Universi sarebbero nati dall’Uno il quale, in virtù della propria esistenza e della natura espansiva che lo caratterizza, è la sede del Tutto e ne moltiplica i semi donandogli la facoltà di riprodursi all’infinito. Tutto l’Universo è in noi stessi e, in quanto tale, fa sì che noi stessi ci identifichiamo con l’Universo, come dire che lo Spirito divino è in noi e ognuno di noi risiede in quello Spirito, dando luogo a una Realtà unica, come l’espressione di un miracolo che si perpetua senza fine.

Facciamo un balzo avanti in epoca Neo-testamentaria. Pochi esempi, qui di seguito, tratti dalla vita della Chiesa cattolica, nel segno della violenza e del grido “Dio lo vuole!”.

24 Agosto 1572, la tragica notte di San Bartolomeo, un massacro su inermi. Più di quattro secoli dopo ecco Benedetto XVI che, ad Auschwitz, prega perché Dio non permetta mai più massacri, quasi Dio avesse permesso, fosse stato compiacente o semplicemente spettatore indifferente o disinteressato, così per tutte le stragi di cui soffrì e soffre l’umanità. Abbiamo di fronte un Dio d’amore che crea un mondo pieno di odio?

Nei secoli XI e XII si sa della mai estinta applicazione di metodi di tortura. Ne facevano le spese i cosiddetti eretici. Nel 1252 Innocenzo IV emanò una bolla papale che dava pieno consenso al ricorso alla tortura. Fu un’ondata di efferatezze che andò materializzandosi nelle logiche delle Crociate, delle guerre sante, dell’Inquisizione, della caccia alle streghe, dell’antisemitismo.

Inquisizione, 1998. Il Vaticano indice un Simposio da cui risultano persecuzioni ordinate dai papi Alessandro VI, Giulio II, Adriano IV contro le “streghe”, sino alla bolla del 1521, di Leone X, che autorizzava a bruciare vive sul rogo le streghe. Cosa che comportò la vergognosa cifra di tremila donne arse vive nel giro di soli dieci anni, quasi una al giorno, mediamente. Non solo, ma, mentre Paolo III si ergeva a giustiziere degli eretici, il suo omonimo, Paolo IV, nel 1556 concedeva l’indulgenza plenaria a chi si fosse recato come spettatore agli orrendi spettacoli dei roghi umani, senza esimersi pertanto dal concedere licenze all’uso della tortura, compresi le mutilazioni e lo spargimento di sangue, sino anche alla morte.

La caccia alle streghe si protrasse lungo una dolorosa serie di 100 mila processi con la condanna al rogo di 50 mila anime innocenti. Si valuta che le persecuzioni nel periodo del Medio Evo, soltanto nei nostri dintorni europei, abbiano causato più di 500 mila vittime.

Nei tre secoli dall’11° al 13°, complici le Crociate, si dice che qualcosa come 22 milioni di persone abbiano perso la vita nel corso di guerre di invasione per motivi religiosi e di supremazia.

Così pure infuriò l’Inquisizione dal 13° al 18° secolo annoverando il primato di quasi 10 milioni di esecuzioni capitali. L’Inquisizione del 1542 in Italia riporta il nome del cardinale Carafa, poi assurto al soglio pontificio con il nome del summenzionato Paolo IV. A buona ragione possiamo parlare, già per quei secoli lontani, di effettive stragi di eliminazione di massa.

Più vicino a noi, 1823: il cardinale Rivarola si rende esecutore – meglio, mandante – di una tremenda carneficina di Stato. Ad Ancona si verificarono rappresaglie crudeli sotto il comando del cardinale Albani con il suo appoggio ai sanfedisti sguinzagliati nello sterminio dei ribelli. Degni emuli dei precedenti si rivelarono i cardinali Bernetti e Massimo.

Giunti a questo punto, torno a chiedermi: forse che l’Altissimo ha voluto destinare al dominio di Satanael, il suo figlio-angelo ribelle, per una finalità a noi ignota, alcuni mondi, fra i quali il nostro che è anche un vastissimo e quasi totale campo di battaglia, a vedere dai miliardi di vittime sacrificate alla violenza nella Storia dell’umanità?

Malvagità, dunque, e perversione, violenza, sadismo, ferocia, predazione, disprezzo, soppressione, distruzione, negazione della minima considerazione per la dignità e per la vita umana.

Non mi ripeterò mai abbastanza nel confermare la mia convinzione che stiamo vivendo un passaggio storico-religioso immerso nella più completa confusione della mente e dello spirito. Continuiamo a parlare di Dio con facilità e confidenza, ma restiamo arenati in un discorso fallace, vado ripetendo, in quanto ci riferiamo a qualcosa che non conosciamo e che per nulla potremmo descrivere, neppure in termini molto vaghi, se non ricorrendo a tautologie rientranti ognuna in se stessa. Non lo si dovrebbe invocare, non lo si dovrebbe pregare questo Dio che non sappiamo chi o che cosa sia. Per conto mio, mi accontenterò di vederne l’eco lontana nelle cose che mi circondano e che, per la loro testimonianza di bellezza e di ordine, mi sanno di meraviglia.

La mia fede? Risiede nel poco credere, soffermandomi in ciò che vedo e nel trastullarmi girovagando in sillogismi fra i più singolari, ed è già qualcosa perché mi può dare una certa sicurezza nel pensare che non sto peregrinando nel vuoto né sto cercando di riempire questo vuoto portatore di angoscia con chimere e architetture fantasiose. Mi sforzo allora di spingere avanti i miei passi afferrando a piene mani la realtà, così come essa mi si presenta, senza manipolazioni forzate e senza pretese, in essa provando a muovermi con circospezione per adocchiare qua e là se mai si presenti una possibilità di soluzione ai miei dubbi e di risposta alle mie domande.

Ecco allora che mi incontro, vado riprendendo un ragionamento già sfiorato, con entità invisibili ma vive. Un breve riferimento, per riprenderne le valenze descrittive, è per le forze della Natura, per la materia e l’energia oscura dalle quali emerge l’esigenza di dare impulso al Creato e alla sua evoluzione in continua espansione e di tenere compatta la materia perché non si disintegri. Mi accompagna, in questo tergiversare, la luce proveniente dalle intuizioni einsteiniane, là dove materia ed energia costituirebbero essenti in intima coabitazione; la stessa espressione, aggiungerei io, di una Volontà anch’essa inconoscibile, come il senso intimo del “bello”, come le forze della Natura, come l’energia, come Dio in fin dei conti. Sì, perché, se non siamo capaci di descrivere Dio né di dargli un nome, ci prendiamo almeno l’arbitrio di chiamarlo così, “Dio”, per convenzione, per capirci fra noi. Peraltro, allo stesso modo non siamo capaci di descrivere le forze fisiche e, allora, per creare una condivisione di significato, abbiamo dato loro un nome: Energia oscura, gravità, e via così.

Allora penso: se attribuiamo l’esistenza a un’energia oscura che promuove l’espansione dell’Universo, senza poterle dare una definizione, senza poterla, come dire, neppure fotografare, e ne convalidiamo l’esistenza deducendola dagli effetti da lei esercitati sulle galassie e sulle stelle costituenti, perché non dovremmo poter postulare l’esistenza di una Potenza, di una Mente dai confini incoglibili, al solo vedere i miracoli che incessantemente si susseguono nei cicli vitali di tutto ciò che ci sta attorno e che cade sotto i nostri sensi? Ma questo potrebbe essere l’argomento per una successiva ricerca nel contesto dell’incoglibile.

“Deus sive Natura”, ancora, per immaginare una forma di esistenza non accessibile ma operativa, viva dunque, a tutti gli effetti. Forse un lontano giorno riusciremo (riusciranno) a capire qualcosina in più in tutto questo gran mistero che ci accompagna nel nostro passaggio terreno.

Credere in qualcosa che non si percepisce? Avere fede? Forse che i nostri antenati di decine, centinaia, migliaia di anni fa avrebbero potuto ipotizzare l’avvento di scoperte e di invenzioni come quelle della ruota, del fuoco, dell’alfabeto, della scrittura, del telefono, della radiotelefonia, della televisione, del traffico con sistemi digitali sino anche all’avvento dell’intelligenza artificiale? Non avevano elementi utili per ipotizzarne l’apparizione sui canali scientifici, pur sempre in rapida evoluzione, ma ogni cosa nuova, prima di essere scoperta, per caso o mediante lunghi lavori di ricerca, giaceva già nelle possibilità di acquisizione e di realizzazione, nell’attesa che si incrociassero i requisiti essenziali per la sua apparizione nella sfera della consapevolezza umana.

E così il mondo continua la propria corsa e le nostre menti spingono ancora, senza sosta, i remi del proprio naviglio verso nuove mete di conoscenza, verso il volto vero di cui si ammanta l’identità dell’Ente Sublime.

Immagine di Copertina tratta da CCalenda.

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