Metodologia della ricerca storica – Parte 4 di 4

Libri da leggere

Metodologia della ricerca storica

Relazione sintetica sullo sviluppo di alcuni concetti, dagli scritti di:
F. Braudel – C. Klapisch-Zuber – C. Ginzburg – J. Scott – E.P. ThompsonJ. Walkowitz

Parte IV di 4

Trattando del soggetto “donne”, in una prospettiva non di produzione, ma di discendenza, è interessante scoprire come la figura della donna nella storia veniva definita. Christiane Klapisch-Zuber (La famiglia e le donne nel Rinascimento a Firenze, 1988) riferisce che la genealogia della stirpe, nei tempi dall’Autrice analizzati, escludeva i discendenti di una stessa coppia se avevano ricevuto il sangue per via femminile. L’esasperata mascolinità delle genealogie fiorentine pone in luce la loro funzione fondamentale di garantire la trasmissione dei beni toccati ai predecessori per diritto di nascita. Risalendo lungo la successione delle generazioni, succede di avvedersi che il ricordo serbato delle donne si fa più rapidamente opaco. L’oblio andava a colpire persino le figlie “uscite” dalla casa, per il motivo che i loro figli sarebbero appartenuti alla stirpe dei loro mariti. L’espulsione delle donne dalle genealogie è direttamente collegata con il loro statuto in relazione alla dote: se la dote mantiene il suo fascino nel tempo, la figura della donna detentrice continua a essere tenuta in considerazione. La dote era strettamente legata al destino di una donna; i beni che la sposa portava al proprio marito le rimanevano attaccati per la vita intera e come estremo mezzo di sostentamento in caso di bisogno, poiché i beni paterni sarebbero toccati ai suoi fratelli.

Così anche per quanto riguardava la casa, nella Firenze del primo Rinascimento erano gli uomini che “facevano” e “possedevano” la casa. Le donne non erano che ospiti passeggeri di queste case. Nell’entrare e nell’uscire dalla casa, si faceva menzione della donna unicamente in rapporto a una referenza maschile, il padre o il marito. Le donne non erano elementi permanenti del lignaggio.

Nel verificarsi della vedovanza la donna, tanto più se fosse stata giovane, sarebbe caduta succube di altri raggiri e sfruttamenti: la famiglia d’origine vantava diritti sulla sua dote e, per tutto interesse, la costringeva a lasciare la famiglia del marito defunto e a risposarsi, onde creare un nuovo giro di alleanze, con l’intenzione di godere, nel minor tempo possibile, di quella parte di prestigio sociale che un nuovo contratto matrimoniale avrebbe restituito. Ma non era tutto, poiché, con la stipula di un nuovo matrimonio, si affacciava, per la giovane donna, una nuova minaccia: l’abbandono dei figli. Questi, infatti, se maschi dovevano continuare a risiedere presso i loro parenti in linea paterna, per tutta la vita; se femmine, vi risiedevano fino al momento di sposarsi. Qualora, in casi eccezionali, i figli si fossero stabiliti presso il loro parentado di linea materna, ciò sarebbe stato possibile soltanto al prezzo del pagamento di una pensione o della cessione della gestione e dell’usufrutto dei beni personali. L’aspetto crudele della realtà fiorentina del secolo XV stava nella costrizione alla quale era sottoposta una vedova, nel lasciare la casa per abbracciare una nuova realtà matrimoniale, di andarsene con la sua dote, ma senza i suoi figli, soprattutto per le implicazioni non soltanto economiche e materiali, ma anche affettive, che andavano a investire il vissuto successivo dei figli abbandonati.

Tutto ciò si verificava in una società che manipolava pesantemente la classe e i beni materiali che le appartenevano, sforzandosi, a giustificazione del proprio atteggiamento, di proporre l’immagine di una femminilità insensibile e devastatrice.

Un soggetto strettamente legato alla vita delle donne nel Rinascimento, molto dibattuto, è quello della sessualità. Una sessualità, nella definizione di Judith R. Walkowitz (Storia delle donne, Vol. IV, 1991), che non ha schemi fissi, regole ineluttabili, che non equivale a una realtà biologica immutabile, ma che è un prodotto della evoluzione politica, sociale, economica, culturale e per ciò stesso ha una “storia”.

La sessualità del XIX secolo era come un campo di battaglia, disseminato di conflitti razziali, di classe e tra i sessi, conflitti che potevano indurre nuove definizioni a livello di identità e soggettività. Il culto imperante nel ceto medio muoveva aspre condanne all’indirizzo sella sessualità femminile non finalizzata alla procreazione. Alle donne perbene era accordata una sessualità indiretta, sbiadita, subordinata al piacere dell’uomo. Quattro pratiche sessuali vennero considerate trasgressive in quanto sottintendevano un ruolo attivo e volontario da parte della donna: la prostituzione, l’aborto, il travestimento e le amicizie romantiche.

La prostituzione, nel corso del secolo XIX, costituiva un fenomeno visibile, esteso e vario della vita urbana e rappresentava un giro d’affari di grande portata, sia all’interno di elaborate infrastrutture e organizzazione del lavoro sia come forma autonoma di attività. Le prostitute erano definite “figlie non qualificate delle classi non qualificate”; per esse l’attività svolta rappresentava un temporaneo “rimedio a una condizione di disagio” generalizzata. Esse facevano parte di una sottocultura che sfidava i codici della rispettabilità femminile, condizionata dalla precarietà della “vita” e dai pericoli dello sfruttamento e della violenza passiva. La tolleranza della comunità nei loro confronti era mutevole, a seconda delle caratteristiche del quartiere, della composizione etnica, del livello di rispettabilità e di prosperità. Erano spesso identificate come veicolo di infezione per la società rispettabile.

La preoccupazione generale nei confronti della prostituzione sfociò, nel decennio fra il 1860 e il 1870, nella approvazione di una serie di norme in quasi tutti i paesi d’Europa, mediante l’adozione di controlli amministrativi e medici, a difesa della salute, dell’ordine e della pubblica decenza e soprattutto a limitazione della diffusione delle malattie veneree. Per tutto ciò i regolamentazionisti incoraggiavano l’intervento della polizia dello Stato, ottenendo la decretazione di regolamentazioni sovente accompagnate da opposizioni e da tentativi abolizionisti in lotta aperta alla “schiavitù del desiderio maschile”. Le femministe della metà dell’epoca vittoriana, infatti, denunciavano la regolamentazione come violazione della persona fisica e dei diritti costituzionali delle donne appartenenti alla classe lavoratrice, interpretando la prostituzione nei termini di schiavitù sessuale, di costrizione imposta dalle condizioni economiche e sociali e di oggetto dell’aggressività sessuale maschile. In Gran Bretagna, in particolare, sorsero gruppi convintamente favorevoli alla castità sociale e alla lotta aperta contro il “desiderio sessuale maschile indifferenziato”. Questo movimento causò lo sradicamento della prostituzione dall’ambiente usuale e, per necessità, la conseguente accettazione di protettori che garantissero loro sicurezza emotiva e difesa contro le autorità: si trattò di una dinamica sociale che finì per creare una profonda divisione tra le prostitute e la classe operaia povera.

La maggior parte delle donne vedeva nella prostituta un “altro da sé”, degradato, svilito, avallando la contrapposizione tra donne oneste e disoneste, madonne e maddalene.

Le riformiste rappresentavano le prostitute come vittime innocenti dell’inganno, prive di passione sessuale, ma, ciò nonostante, ancora dotate di “modestia femminile”.

Per quanto concerne l’aborto, questa pratica suscitava indignazione nella classe medica. La differenza dalla dimensione della prostituzione risiedeva nel fatto che la donna deviante che abortiva rientrava nella figura della donna di ceto elevato, sposata, agiata, rifiutante il suo destino di madre, nel momento in cui andava sviluppandosi una strategia generale di controllo della riproduzione a fronte del fenomeno demografico in discesa. Nello stesso tempo prese corpo l’uso della contraccezione. L’aborto si presentava come l’estremo rimedio al fallimento della contraccezione. Verso la metà del XIX secolo l’aborto era diventato un’“industria”, un vero giro d’affari per gli specialisti del settore. Leggi anti-aborto furono varate, a partire dal 1803, in Gran Bretagna, seguite da tutta una legislazione penale entrata in vigore negli altri paesi europei, nella forma di misura di “riordinamento” a tutela delle norme sull’infanticidio. Anche in America sorse una forte preoccupazione per il problema degli aborti illegali. Le donne che praticavano l’aborto erano definite sleali nei confronti dei propri mariti, facendosi promotrici, nella valutazione dei medici, del “suicidio della razza”. Allo stesso modo il problema suscitava l’indignazione e le critiche degli eugenisti, fautori di una “riserva di razza” superiore.

Soltanto a cavallo tra il XIX e il XX secolo si levarono le prime voci in favore di una riforma dell’aborto.

Le femministe americane condannavano l’aborto come espressione del degrado e dello sfruttamento sessuale delle donne, puntando piuttosto ad analizzare le cause dell’aborto anziché le sue conseguenze e mantenendo, contemporaneamente, il loro disaccordo circa la separazione della sessualità femminile dalla riproduzione e la loro esaltazione della maternità.

Le donne della classe operaia, come quelle della classe media, difendevano il dovere materno di produrre “minore e migliore prole”.

In merito alle relazioni omosessuali, queste venivano esplorate, nel secolo XIX, nelle forme del travestimento e delle amicizie romantiche, come forme culturali a disposizione di alcune donne.

Al pari dell’aborto e della prostituzione, il travestimento richiedeva spesso la complicità di altri. Per tutto il XIX secolo il travestimento fu visto come una pratica sospetta e, pertanto, proibita dalla legge.

La socializzazione femminile, già dall’età della frequenza scolastica, portava talvolta ad amicizie romantiche, a vere e proprie infatuazioni.

A partire dal 1880 i teorici della medicina accostavano il significato di travestimento e di amicizia romantica alla categoria dell’inversione sessuale femminile. Le vecchie forme di unione omosessuale continuarono ad esistere anche nel XX secolo.

 28 Maggio 1997

Immagine di Copertina tratta da Repubblica.it.

Lascia un commento