Sprazzi di luce sulla Grande Guerra – Parte 3 di 20

Sprazzi di luce sulla Grande Guerra

Analisi e riduzione di Mario Bruno – dalla Collana

La Guerra d’Italia 1915-1918

Frat.i Treves Editori, Milano 1932

Il testo, composto da tre corposi volumi e articolato in quindici capitoli, fu donato a Mario Bruno dal collega del XXIII Corso A.U.C. 1959, Generale Antonio Laruccia, e dal ricevente consegnato al Gruppo Alpini di Paularo (UD), Sezione Carnica, il mese di Agosto 2025 per essere inserito nella Biblioteca del Gruppo A.N.A. di Paularo.

La descrizione dei fatti di guerra risente in modo particolare dell’enfasi con la quale nel momento storico, quello del Ventennio italiano, era d’uso rivestire di significati e con evidenti sottolineature gli atti di eroismo dimostrati dai nostri soldati. Nel complesso, dalla lettura si possono ricavare informazioni talvolta inedite, ma molto dettagliate e approfondite, con il ricorso alla citazione dei Bollettini di guerra e ad articoli di testate giornalistiche in voga al tempo, pertanto molto indicato per gli appassionati della Storia italiana del ’900.

Parte III di 20

VOLUME SECONDO

Dall’inizio delle ostilità italo-austriache alla dichiarazione di guerra alla Turchia (20-08-1916)

“L’Italia aveva annunziato che si sarebbe considerata in istato di guerra contro l’Austria alla mezzanotte della domenica, 23 maggio, e subito nelle primissime ore del mattino del lunedì, 24 maggio, l’Austria faceva sentire il fragore delle sue cannonate e delle sue bombe a città aperte e indifese”. Cannoneggiamento e bombardamenti aerei austriaci colpivano porti e abitati di Venezia, Porto Corsini a Ravenna, Rimini, Senigallia, Ancona, Barletta. 

Anche da parte italiana iniziarono le prime azioni, come l’occupazione di Porto Buso in prossimità del confine e l’affondamento di tutti gli autoscafi. La nostra Marina procurò danni alla torpediniera austriaca “S.80”, ai cacciatorpediniere “Scharfschütze” e “Czepel”, agli esploratori “Novara” e “Helgoland”. Da parte italiana si denunciò la perdita del solo cacciatorpediniere “Turbine” di 3330 tonnellate, del 1901, affondato il 24 maggio. Scontri di colpi si effettuarono lungo tutto il fronte nella giornata del 24 maggio. 

Il 26 maggio il re partiva da Roma per raggiungere il Quartiere Generale di guerra. Il 24 maggio aveva indirizzato un proclama ai soldati con lodi e incoraggiamenti, mentre anche Francesco Giuseppe emise un proclama alle proprie truppe parlando, all’indirizzo del re d’Italia, di “un tradimento di cui la storia non conosce l’esempio”. A questo proclama si aggiunse la voce del comandante supremo delle forze austro-ungariche, l’arciduca Federico il quale annotava: “Non un nuovo nemico onesto ci viene incontro a viso aperto, ma un alleato ci assale alle spalle. Spetta a noi, soldati, di castigarlo col ferro e col fuoco e mostrargli la strada che già gli mostrarono i nostri antenati a Mortara, a Novara, a Custoza, a Lissa”. 

In quanto all’imperatore d’Austria-Ungheria, Francesco Giuseppe aveva iniziato a governare l’Austria all’età di 18 anni. Aveva perso il fratello Massimiliano giustiziato in Messico, poi l’unico figlio, Rodolfo, e ancora l’imperatrice Elisabetta. In lotta con l’Italia nominò a comandante in capo delle forze austro-ungariche l’arciduca Eugenio, fratello dell’arciduca Federico che combatté contro la Russia. Eugenio fu capo delle truppe del Tirolo, era Gran Maestro dell’Ordine Teutonico. Godeva di una ricchissima prebenda, quasi due milioni annui che Eugenio usò in parte per beneficenza privata e per la restaurazione di castelli dell’Ordine Teutonico. Finì per abbandonare la carriera militare, probabilmente per un conflitto con l’arciduca ereditario Francesco Ferdinando.

Verso la fine di maggio 1915 si alzò un rimprovero all’Italia dalla voce di un diplomatico, consigliere tedesco di Legazione, von Rath il quale scriveva sullo “Stuttgarter Neues Tageblatte” del 25 maggio: “Nessuno minacciava l’Italia: né l’Austria-Ungheria, né la Germania… Senza che dovesse scorrere una goccia di sangue, senza che la vita di un solo italiano fosse minacciata, l’Italia poteva ottenere una lunga lista di concessioni… Terre in Tirolo e sull’Isonzo fin dove suona la lingua italiana, soddisfazione dei desideri nazionali a Trieste, mano libera in Albania e il prezioso porto di Valona… La Germania garantiva l’esecuzione delle concessioni; Non vi era dunque ragione di diffidenza… Certo il paese di lingua italiana al confine nord fu sempre il sogno degli italiani; ma la grande maggioranza del popolo italiano non voleva saperne di guerra e neppure la maggioranza del Parlamento… Quattro quinti del Senato e due terzi della Camera nei primi giorni di maggio erano contro la guerra”. 

Salandra, all’accusa di tradimento mossa agli italiani, il 2 giugno pronunciò un discorso infuocato: “… Sarebbe facile domandare se abbia diritto di parlare di alleanza e di rispetto ai Trattati chi, rappresentando con tanta minor genialità di mente ma con uguale indifferenza morale la tradizione di Federico il Grande e di Ottone di Bismarck, ha proclamato che necessità non ha legge e ha acconsentito che il suo Paese calpestasse, bruciasse, seppellisse in fondo all’Oceano tutti i documenti e tutte le civili consuetudini del diritto pubblico internazionale”. Salandra continuò ricordando come, già dall’ottobre 1911, l’Austria avesse contrastato le operazioni italiane nell’Adriatico e nello Jonio, palesando aperte minacce; non solo, ma anche per i movimenti italiani nei pressi di Salonicco. Nel marzo 1912 l’Austria sosteneva che le operazioni italiane, contro le coste ottomane europee e le isole dell’Egeo, erano “contrarie agli impegni da noi assunti con l’articolo 7 del Trattato della Triplice Alleanza”. All’offerta della politica austriaca riguardante le concessioni, Salandra ribadiva: “… Queste concessioni… che pur vogliamo accettare buone, non rispondevano in alcun modo agli obiettivi che la politica italiana doveva proporsi. Questi obiettivi possono ridursi a tre: 1° la difesa dell’italianità, il primo maggiore nostro dovere; 2° un confine militare sicuro, che sostituisse quello che nel 1866 ci fu imposto, e per il quale tutte le porte d’Italia sono aperte ai nostri avversari; 3° una posizione strategica nell’Adriatico meno malsicura, meno infelice di quella che abbiamo e di cui vedete in questi giorni gli effetti… La posizione nell’Adriatico era negata del tutto. Sull’Adriatico nessuna concessione ci fu mai offerta”. 

Il 27 maggio i bollettini ufficiali diffondevano incoraggianti notizie di conquiste italiane sul fronte, con la cattura di un aereo austriaco nella notte tra il 27 e il 28, presso la foce del Po di Volano. La conquista di Ala, da parte degli italiani, fu dovuta alla preziosa collaborazione di Maria Abriani, trentina di Mori, che il 27 maggio fece da guida agli italiani per un’avanzata sicura; fu decorata con MAVM (Medaglia d’Argento al Valor Militare). Sul cappellino che indossava sventolava un pennacchio da bersagliere.

Il 3 giugno, da Roma, l’Agenzia “Stefani” diramava un primo rapporto che poneva in luce il valore degli alpini italiani nell’assalto di una trincea nemica: “Si tratta di un’azione di valore compiuta da un plotone di alpini del battaglione Dronero al Passo di Valle Inferno, alla testata di Val Degano in Carnia. Condotto dal sottotenente di complemento Pietro Ciocchino di Pinerolo, il plotone si lanciò di notte, di propria iniziativa, alla conquista di una trincea occupata da forze austriache superiori. Ferito gravemente al braccio sinistro, il sottotenente Ciocchino non desisteva dall’incuorare i propri soldati dando loro mirabile esempio di sangue freddo e di coraggio. Prese allora il comando un caporal maggiore che venne ucciso. Un altro caporal maggiore, Antonio Vico, assunse a sua volta il comando del plotone e sebbene ferito al braccio destro lo guidò animosamente all’assalto. Conquistarono una trincea nemica e uccisero 25 austriaci facendone altri prigionieri. Il caporal maggiore Vico riassunse poi con questa frase in dialetto piemontese la brillante azione compiuta da lui e dai suoi camerati: “I l’oma fait polissia” (abbiamo fatto pulizia). S.M. il re di “motu proprio”, volle conferire la Medaglia d’Argento al V.M. al sottotenente Ciocchino e al caporal maggiore Vico. La medaglia al sottotenente Ciocchino fu personalmente consegnata dal sovrano; quella al caporal maggiore fu consegnata nell’ospedale in cui era degente, da S.E. il tenente generale Porro. 

Il 29 maggio le nostre truppe occupavano Cortina d’Ampezzo. La lotta si estendeva sul medio Isonzo dove Tolmino impediva agli italiani l’avanzata, forte di possenti trinceramenti in cemento e delle potenti batterie di Santa Lucia e di Santa Maria; era iniziata il 4 giugno e proseguiva sino al 7 raggiungendo la zona del Monte Nero. I nostri forzavano la debole resistenza austriaca nelle vallate del Trentino e della Carnia, sugli altipiani di Lavarone e di Folgaria, mentre gli austriaci bombardavano Venezia. Molto importante per gli italiani fu la presa di Monfalcone, nodo ferroviario dove la linea di Trieste si biforca, a ovest per Cervignano, a nord per Gradisca e per Gorizia. Agli austriaci era stato molto utile per il trasporto delle truppe sulla linea dell’Isonzo. 

A est del Passo di Monte Croce Carnico si rivestiva di notevole importanza tattica e strategica il Freikofel, nodo di mulattiere e sentieri, occupato l’8 giugno dai nostri Alpini con il bottino di un centinaio di prigionieri austriaci. Dobbiaco (Toblach) era ben custodita dagli austriaci perché era la chiave di comunicazione fra il Trentino e la Carinzia attraverso la Pusteria. Sul Freikofel gli austriaci avevano perso oltre 200 soldati morti più 400 feriti e 20 prigionieri. Era un punto importante come appoggio alle operazioni nei pressi del Passo di Monte Croce Carnico. 

Fra le varie operazioni di guerra, “Un intenso attacco, preparato da un fuoco d’artiglieria iniziato nella notte dal 13 al 14 giugno e diventato violentissimo all’alba, gli austriaci procedevano a un tentativo verso il Monte Avostanis che s’innalza a oriente del Passo di Monte Croce Carnico dominando da est il Passo di Pramosio, centro di irradiazione di una fitta rete di sentieri che conducono all’alta Valle del But e a quella del Chiarsò, affluente di sinistra del But. Le truppe austriache avevano assalito con vigore, ma erano state ricacciate e inseguite alla baionetta.

Gli austriaci costruivano barriere di trinceramenti, “talvolta su più linee, in muratura o in calcestruzzo, blindati sul parapetto da piastre di acciaio… E dinanzi ai trinceramenti si stendeva la protezione dei reticolati e delle mine”. I reticolati erano alti un metro e mezzo, per almeno 10 metri di profondità. Le torpedini terrestri venivano fatte esplodere dalle trincee, per mezzo di fili elettrici. Dietro ai trinceramenti austriaci stavano le batterie, spesso occultate in grotte”.

“Una delle imprese più difficili e più ardite nella metà di giugno era stata la conquista – per merito specialmente degli insuperabili alpini – del Massiccio del Monte Nero… Gli alpini erano armati di fucile, baionetta e bombe a mano (le bombe a mano comparvero sui campi di battaglia italiani all’inizio del XVI secolo) e dovevano gettarsi sul nemico possibilmente senza sparare… Alcuni reparti si tolsero persino le scarpe e con i piedi fasciati, al buio, fecero un’ascensione che sembra quasi incredibile… Gli alpini giunsero alle 2,30 del mattino a due metri dalle trincee nemiche senza essere avvertiti… schiacciarono letteralmente i nemici… furono sgominate due compagnie e altre due in un secondo tempo… Nella stessa zona del Monte Nero, sorte non diversa da quella subita dall’intero battaglione austriaco distrutto dai nostri alpini meravigliosi, era toccata successivamente a un altro battaglione nemico, un battaglione di quei valorosi anti ungheresi che i soldati italiani conobbero già nel 1848… Tanto maggiore è quindi l’importanza dell’occupazione del Monte Nero… nel sistema austriaco di difesa è stata aperta una breccia pericolosa. La conquista di questo monte sotto il fuoco nemico rappresenta veramente un atto grandissimo di valore per gli alpini italiani. E successi non meno importanti di quelli sul Monte Nero e sul Monte Vrata venivano ottenuti sul rimanente del fronte dell’Isonzo”. 

Mentre l’origine dei nostri alpini risaliva al 1875, quella degli alpini austriaci datava a partire dal 1906. Calzavano un berretto celeste-grigio con la piuma di gallo di montagna. Erano armati di moschetto Mannlicher mod. 1895, calibro 8 mm, a ripetizione con cartuccera da cinque colpi e l’alzo graduato fino a 2600 metri.

Il 17 giugno veniva comunicato l’affondamento del sommergibile italiano “Medusa”: un ufficiale e quattro marinai furono tratti in salvo e presi prigionieri. Il 18 giugno gli austriaci bombardavano Rimini, Pesaro e Fano. L’artiglieria italiana disponeva di batterie galleggianti costituite da un pontone che teneva saldi i cannoni, per avvicinarsi di più alle coste da bombardare. Il 18 marzo 1918 il piroscafo italiano Prometeo, uscito da un porto nord-americano e diretto verso il Mediterraneo, venne colpito e affondato da un sommergibile tedesco.

“I risultati morali di questo primo mese di guerra apparivano eccellenti… i risultati materiali non potevano essere migliori” nonostante “la meravigliosa organizzazione difensiva degli austriaci”. Il mese trascorso si poteva considerare come la fase degli approcci, alla quale sarebbe seguita la fase degli attacchi. “E nessuna frontiera militare al mondo era munita dalla natura e dall’arte come quella degli austriaci verso l’Italia”. Gli austriaci si accanivano contro le alture di Plava, oltre l’Isonzo, conquistandole in una lotta sanguinosa. Fu qui che cadde il patriota triestino Romeo Battistig, il primo emigrato triestino caduto in battaglia per l’Italia. “Un importante anello della catena che gli italiani stavano formando ai danni degli austriaci era indubbiamente l’occupazione del Banjski Skedenj, parte di un breve contrafforte che si stacca al Baba Grande della diramazione meridionale dell’imponente acrocoro del Monte Canin. Tale diramazione costituisce lo spartiacque tra la Valle del Resia e la Valle dell’Isonzo. Verso l’Isonzo, strapiombando sulla Conca di Plezzo, sporge dalla catena del Canin il Banjski Skedenj che, con la Sella Prevala e con il Polounik e il Monte Javorcek, già occupati dalle truppe italiane, completa una specie di quadrilatero armato adibito a incrociare i suoi fuochi sulla Conca di Plezzo” da ogni parte, per impedire la penetrazione alle truppe austriache qualora fossero discese dal Passo di Predil. Gli italiani, con i forti di Reibl, dominavano le vie di accesso alla via Predil-Tarvisio della Valle del Seebach, della regione di Pontebba, della testata della Val Dogna, battendo il formidabile forte Hensel che teneva a badata la strada di Tarvisio. 

La “Tribune de Genève” scriveva che “solo nella sua parte inferiore situata in pianura ma ugualmente difesa da opere di fortificazione, una offensiva brusca non condurrebbe probabilmente a nulla e costerebbe troppo cara. Nella parte media e superiore del fiume, essendo il paese molto accidentato, era quindi impossibile impegnare forze abbondanti”. 

Per il corrispondente dell’americana “United Press” i soldati alpini erano stati una rivelazione. William Shepherd aggiungeva: “L’Esercito italiano è composto dai più robusti soldati che io abbia mai visto”. Il Bollettino ufficiale italiano del 2 luglio 1915 affermava: “Nella giornata di ieri (1° luglio) un nostro reparto alpini attaccò e conquistò un trinceramento nemico sul versante settentrionale del Pal Grande di dove gli austriaci tempestavano i nostri appostati sul Freikofel. Il colonnello Repington scriveva sul Times di Londra lodando “le imprese degli alpini, le loro quotidiane sorprese contro il nemico, l’abilità con la quale consolidavano le conquiste, armandole con possenti cannoni, rendendo sempre più difficile l’offensiva austriaca dalle montagne”. La “Gazzetta di Losanna” da Milano scriveva: “… gli alpini sono tra i soldati italiani quelli che hanno da sopportare le maggiori fatiche e sono sempre di ottimo umore”.

Sulle cime si trascinavano i cannoni: per un 149 la bocca da fuoco con l’affusto e l’avantreno a caricamento completo (compresi le munizioni e gli attrezzi) pesava 2900 kg, la bocca da sola ne pesava 870. Per trainare in altura un 149 occorrevano da 40 a 60 uomini, circa il triplo per un 305. “Gli alpini nostri avevano dovuto scalare la Tofana per sorprendere i trinceramenti nemici nella Valle di Travenanzes, che costituiscono come una via traversa dalla regione di Falzarego all’alta Valle del Boite a nord di Cortina d’Ampezzo, come una scorciatoia della via delle Dolomiti, la quale dal Passo di Falzarego per Cortina raggiunge la regione di Podestagno”. 

L’11 luglio gli austriaci tentarono di impossessarsi del Pal Grande dal quale potevano insidiare il Freikofel, ma furono scacciati dalle loro trincee. La “Tribuna” di Roma il 24 luglio dipingeva con parole ardenti lo slancio delle nostre truppe nelle operazioni verso Gorizia: “I nostri soldati sono tutti presi da un furore eroico che fa loro sfidare imperterriti la morte. Non v’è audacia che non li trovi pronti; non v’è difficoltà che essi non superino. Combattono con tutte le forze del corpo e dello spirito, protesi verso la metà”. Così come, non mutato lo stile, i bollettini ufficiali seguitavano a ripetere che tutti gli attacchi erano stati felicemente respinti con perdite per l’esercito nemico. 

Il giornale tedesco “Frankfürter Zeitung dedicava un lungo articolo allo stato dell’Italia dopo due mesi di guerra. Costatando che l’entusiasmo, a quanto sembrava, non era ancora sbollito, esso studiava di trovarvi una ragione ed era questa: che la guerra è costruita su una menzogna, e che le menzogne – o abisso di psicologia! – si sostengono più tenacemente della verità”.

I redattori del libro in esame parlano un gran bene delle truppe italiane, sempre vincitrici, sempre di alto morale ed entusiasmo per la lotta e sempre proiettate in avanti, tacendo per lo più di fornire dati sulle perdite, mentre sottolineano a ogni piè sospinto i danni subiti dagli austriaci. I dati rilevati fanno perno sulle enunciazioni dei bollettini ufficiali che, è ricorrente, mantenevano uno stile ottimistico circa i progressi delle truppe, mentre da altre fonti ufficiali e dalle testimonianze dei combattenti la situazione andava almeno parzialmente ribaltata. In tutt’altro modo, infatti, viene rivelato lo spirito nel quale vivevano i nostri soldati, sfogliando ad esempio le pagine dell’opera di Giovanna Procacci, “Soldati e prigionieri italiani nella Grande guerra” – Bollati Boringhieri, Torino 2000.

All’alba del 7 luglio 1915 nell’alto Adriatico l’incrociatore italiano “Amalfi” venne silurato da un sommergibile austriaco e affondato. Il 18 luglio veniva colpito dagli austriaci l’incrociatore “Garibaldi” che affondò nel giro di sei minuti. 

Il 20 luglio veniva colpito in fronte, nel settore alpino delle Tofane, il generale Antonio Cantore. 

Il Bollettino ufficiale italiano del 2 agosto recitava: “La lotta in Carnia segna un nuovo brillante episodio per la conquista del Monte Medetta (Medatte) a nordest della Cima Cuestalta… i nostri alpini… riuscirono, con grande valore e ardimento, a sloggiare dalla posizione l’avversario”. E il Bollettino ufficiale del 3 agosto: “In Carnia, l’avversario tentò il 1° agosto un nuovo ritorno offensivo contro la cima di Medetta (Medatte) da noi conquistata il 30 luglio.; fu respinto con gravi perdite. Il 2, col favore della nebbia, attaccò di sorpresa le nostre posizioni di Scarnitz e Monte Cuestalta; fu parimenti respinto”. Nella notte dal 14 al 15 agosto un violento attacco austriaco contro le posizioni del Pal Piccolo, del Freikofel e del Pal Grande a oriente del valico di Monte Croce Carnico era stato respinto. Il nemico aveva subito gravi perdite. “… i nostri alpini avevano varcato i ghiacciai e scalato vette nevose, ma vi erano rimasti portando una effettiva minaccia al nemico. L’ardita operazione si era svolta (agosto 1915) nel massiccio dell’Ortler, a nord nel massiccio del Cevedale… Partiti dalla capanna Milano in Valle Zebrù… gli alpini nostri avevano raggiunto prima il Passo dei Camosci (3084 m); divisi in cordate l’avevano varcato e avevano attraversato la Vedretta di Campo. Sul Tuchett Spitz (3469 m) era posto un drappello nemico. Gli alpini avevano scalato la vetta ghiacciata e sorpreso il drappello nemico. Poi dal Tuchett Spitz si erano diretti sulla Hintere Madatsch (3432 m)… avevano assalito e disperso il distaccamento nemico che la teneva e, occupata saldamente la cima, da quella minacciavano la via dello Stelvio tra la Franzenshohe e Trafò”. La battaglia si svolge a 3000 metri di altezza… gli austriaci posseggono posizioni dominanti… i nostri alpini sono riusciti a occupare e a consolidarsi sopra un altro ciglio, e avanzano”. 

Sul Corriere della Sera del 19 agosto 1915 si legge: “La montagna contribuisce alla guerra con risorse incommensurabili. Essa moltiplica l’efficacia delle forze in lotta, fornisce delle difese che danno talvolta a un pugno d’uomini il valore di un esercito. Tre quarti della guerra in montagna è fatta dalla montagna; essa ha un’ostilità sua che gli avversari sfruttano, sulle sue vie sta di guardia la morte. Il freddo, i crepacci, gli abissi, le tormente sono le sue armi terribili. La montagna si difende, si oppone, minaccia, ammazza per conto suo”. Da Luigi Barzini sul Corriere della Sera, 19 agosto 1915: “Uomini e roccia pare che formino una cosa sola. Sdraiati nelle anfrattuosità, sull’orlo dell’abisso, per intere giornate e per lunghe notti, gli alpini di vedetta rimangono fermi e desti, come cacciatori alla posta. Taciturni e serii, partono in fila indiana dai loro attendamenti, e salgono, salgono, col loro passo eguale, lento, misurato da montanari, verso le cime, qualunque sia il tempo. Ogni ricognizione è una lotta contro gli elementi. Per bruciare un rifugio austriaco s’inerpicano tutta una notte, legati a cordate marciano sulle nevi con una temperatura di 10, di 14 gradi sottozero, valicano crepacci tenebrosi, sfidano cento volte la morte, e tornano raggianti di una contentezza raccolta silenziosa, carichi di bottino. L’austriaco è per loro il nemico meno terribile dopo aver vinto la montagna”. 

Sul mare il 18 agosto, 85° compleanno di Francesco Giuseppe, gli austriaci attaccavano l’isoletta di Pelagosa, respinti.

Il 22 agosto venne emesso un comunicato riassuntivo del Governo italiano. Che accennava a 18 mila austriaci fatti prigionieri e poche centinaia di perdite italiane. Il Bollettino del 26 agosto così dichiarava; “Nell’alto Isonzo i nostri reparti alpini espugnarono alcuni forti trinceramenti nemici lungo le ripide balze meridionali del Monte Rombon: furono presi una trentina di prigionieri, tra i quali un ufficiale, inoltre due mitragliatrici, fucili e grande copia di munizioni”. “Monte Rombon (2208 m) è il pilastro occidentale della famosa chiusa o stretta di Plezzo che conduce per il Passo del Predil a Tarvisio, e ai suoi piedi trovasi annidato uno dei forti eretti dagli austriaci a difesa dell’accesso alla gola, il forte Hermann, già danneggiato dal fuoco delle nostre artiglierie. Il sistema fortificato Plezzo-Tarvisio ha il suo nocciolo nelle opere della sella del Predil e di Raibl. Appunto verso il Predil, nel lago di Raibl, sbocca quel torrente Seebach lungo il quale, in un vallone di riva sinistra, le nostre artiglierie avevano bombardato un accampamento nemico”. Il Bollettino del 27 agosto affermava che “Nella zona di Plezzo la nostra artiglieria eseguì tiri efficaci contro accampamenti nemici in Valle Lepenje e contro colonne di truppe e di autocarri in marcia lungo la rotabile dell’alto Isonzo determinando l’arresto completo del transito”. “Sulla sommità del Monte Rombon… gli austriaci avevano costruito un fortissimo sistema di trincee a più ordini”. Tale disposizione, in montagna, favorisce la difesa e pone serie difficoltà a chi assale. Il 27 agosto 1915 un nostro reparto alpino, muovendo dal Cukla (m 1768), “con arditissimo colpo di mano si era gettato sui trinceramenti della sommità del Rombon (m 2208)”. Il versante occidentale del Rombon era particolarmente ripido e aspro, difficile da superare e gli austriaci difendevano la posizione con fucili, bombe a mano e cascate di macigni. Nonostante tutto ciò gli alpini riuscirono a espugnare alcune trincee. “Chi è padrone del massiccio del Rombon è padrone della stretta di Plezzo”. Il 30 agosto la Conca di Plezzo era ormai italiana. Dal Bollettino del 1° settembre: “Nella Conca di Plezzo l’avversario lanciò numerose granate incendiarie provocandovi nuovi incendi. Nella notte del 31 accennò anche a un attacco efficace contro le nostre posizioni sulle pendici del Rombon limitandosi però a dirigere su di esse intenso fuoco di artiglieria e fucileria”.

Immagine di Copertina tratta da Finis Austriae.

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