Dio da dio, dio da Dio – Parte 5 di 6

Dio da dio, dio da Dio

Parte V di 6

Andiamo per ordine: entriamo nel merito del primo libro enunciato in questa serie:

Il Vangelo di Tommaso

È un compendio che riporta 114 detti attribuiti a Gesù Cristo ed è stato scoperto nel 1945 nel novero dei manoscritti di Nag Hammadi. La descrizione riportata è fedele a ciò che gli gnostici proferivano a quel tempo, ovviamente andata incontro alla esecrazione e alla condanna comminate dalla Chiesa cattolica, con l’imputazione di eresia. L’interpretazione di quanto proverrebbe dalle dichiarazioni di Gesù è cosa assai ardua e quasi sempre lascia interdetto che si appresta alla lettura, anche per le apparenti contraddizioni e declamazioni per certi tratti incomprensibili che si alternano nel testo. Ciò nonostante, il Vangelo di Tommaso può essere considerato un utile veicolo per sviluppare quella conoscenza irraggiungibile che dovrebbe condurre all’Ente perfetto che sta al di sopra di tutte le cose. 

Vediamo alcune di queste affermazioni provenienti dalle labbra di Gesù. Il Maestro, intanto, fa diretto riferimento alle parole da lui stesso proferite, assicurando che coloro che avessero trovato spiegazione alle sue parole non avrebbero corso l’esperienza della morte. Alle richieste rivolte dai suoi discepoli su che cosa si dovesse intendere quando si parla di Regno dei Cieli, Gesù risponde, senza esitazione, che il Regno è all’interno delle persone, ma anche fuori di esse. L’importante per proseguire in questa ricerca è lo sforzo volto a conoscere se stessi, per essere riconosciuti e comprendere di essere figli del Padre vivente. Alla fine del percorso di ricerca nulla sarebbe rimasto nascosto agli uomini. 

Gesù appare molto enigmatico quando asserisce di aver appiccato fuoco al mondo e di curarne il divampare, forse alludendo a una netta rivoluzione che sarebbe attecchita nella mente degli uomini. Ancora, lascia tutti in una sospensione quasi angosciosa quando rivela a Tommaso tre cose che nessun altro potrà arrivare a conoscere. Sibilline appaiono le sue parole quando afferma: “Se pregate sarete condannati” e quando rivela di essere venuto al mondo per arrecarvi conflitto perenne con fuoco, ferro e guerra, nel momento in cui i figli si rivolteranno contro i propri padri e i padri contro i figli. 

Ancora sulla morte, Gesù pare giocare con declamazioni per certo verso ossimoriche, là dove afferma che “La fine sarà dove è il principio”. Attribuisce poi la qualifica di beati a coloro che si situano al principio perché conosceranno la fine e non sapranno che cos’è la morte. Arriveranno a questo obiettivo coloro che nacquero prima di nascere, coloro che avranno conosciuto i cinque alberi semprevivi collocati nel Paradiso (si tratterebbe dell’albero della conoscenza del bene e del male, del fico, della vite, del cedro, del cipresso oppure anche della palma o dell’ulivo). Questi alberi rappresentano la vita eterna, l’immortalità e la natura immutabile della dimora divina. 

Quindi, una profezia sconcertante: “I cieli e la terra si apriranno al vostro cospetto, e chiunque è vivo per colui che vive non vedrà la morte”. 

I discepoli, sentendo nominare in ripetute occasioni quanto riguarda il Regno dei Cieli, vogliono sapere di che cosa si tratti. Certo essi, da buoni partigiani della causa politica di indipendenza dal dominio romano, pensavano a un regno terreno, indipendente e florido, ma Gesù li deluse annebbiando ancor più i concetti che essi detenevano: il Regno dei Cieli è come un seme di senape. Poi rivela strane condizioni alle quali gli uomini devono attenersi se vogliono entrare nel Regno. Riserva tuttavia a se stesso la facoltà di scegliere fra gli individui, i quali saranno come un uomo solo. Ma nello stesso tempo Gesù si confida dicendo di aver trovato i propri discepoli tutti ubriachi, ciechi di cuore, vuoti come quando sono nati e come quando se ne andranno dal mondo. Conclude Gesù: “Il Regno del Padre è sulla terra, e nessuno lo vede”.

Gesù, nell’istruire i propri ascoltatori, accenna al bestemmiare e in certo qual modo dimostra di voler soprassedere alla bestemmia rivolta al Padre e al Figlio, ma si proclama inflessibile là dove la bestemmia è contro lo Spirito, e qui offre una panoramica sulla conformazione della Trinità celeste. 

Poi raccomanda a tutti di diventare come i bambini per poter riconoscere il Regno. Gesù, inoltre, si autoproclama persona divina: “Dono quello che viene da ciò che è integro… se uno è integro verrà colmato di luce, ma se è diviso, sarà riempito di oscurità… Io sono la luce che è su tutte le cose. Io sono tutto: da me tutto proviene e in me tutto si compie”. Poi, in risposta a chi gli aveva indirizzato lodi e benedizioni, così si esprime: “Fortunati coloro che hanno ascoltato la parola del Padre e l’hanno veramente conservata”. 

In quanto al conoscere Dio, Gesù esplicita in modo reciso: “La sua immagine è nascosta dalla sua luce”. Quindi, rifacendosi a un esempio per farsi capire, soggiunge: “Il Regno del Padre è come una donna con sulle spalle una giara ripiena di farina che si perse via facendo; giunta alla dimora, la donna si rese conto che la giara era vuota… Il Regno del Padre è come una persona che voleva uccidere un potente”. – Veramente difficile, direi impossibile rivestire tali affermazioni di un significato che regga da sé. Si può ipotizzare di tutto, a seconda della “forma mentis” e alle aspettative di chi si provi a cimentarvisi. 

Ancora un’osservazione in merito al Regno del Padre, paragonato da Gesù a una persona che ignorava la presenza di un tesoro nascosto nel proprio campo. Lasciò l’appezzamento in eredità al proprio figlio e questi lo mise in vendita. Fu la fortuna di chi lo acquistò, perché quegli iniziò ad ararlo e, così facendo, finì per imbattersi nel tesoro ignoto. “Il Regno – aggiunge Gesù – è come un pastore” e passa a narrare la parabola della pecora smarrita.

In altre occasioni Gesù si palesa furibondo e non esita a mandare maledizioni ai Farisei. 

Sulla forza che da lui promana, Gesù istruisce i discepoli: “Quando farete di due uno diventerete figli di Adamo, e quando direte «Montagna, spostati» si sposterà”. Qui Gesù dà l’impressione di andare nel difficile parlando a margine di quella soglia che separa la possibilità di interpretazione e di comprensione dalla estraneità assoluta al cogliere il senso delle sue declamazioni; così, quando dice: “Chi berrà dalla mia bocca diventerà come me e tutte le cose nascoste gli si riveleranno”. 

Elaine Pagels (docente alla Princeton University e tra i massimi storici viventi del cristianesimo delle origini, si interessò in particolare del Vangelo segreto di Tommaso, con l’opera omonima (edita da Arnoldo Mondadori, Milano 2005, con la traduzione di Carla Lazzari, Originale: Beyond Belief/The Segret Gospel of Thomas).

Ne seguirò alcune tracce che mi saranno di valido supporto per portare avanti l’argomentazione sul Nome di Dio.

Elaine Pagels ha il pregio di porre a confronto quanto esposto sui Vangeli canonici con le rivelazioni tramandate da una serie di Vangeli apocrifi: inizia con l’affermare che Matteo, Marco e Luca, i tre dei Vangeli sinottici, raffigurano Gesù come un uomo prescelto e mandato da Dio, quando invece Giovanni e Tommaso lo considerano la luce stessa di Dio in forma umana.

Ma poi i due ultimi si differenziano su un aspetto fondamentale: soltanto Gesù, secondo Giovanni, è messaggero della luce divina… e soltanto attraverso lui gli esseri umani possono accostarsi a Dio. Per Tommaso, invece, “la luce divina incarnata in Gesù è condivisa da tutta l’umanità, perché noi tutti siamo creati ‘a immagine di Dio’. Entrambi, Giovanni e Tommaso, rammentano che solamente pochi eletti arriveranno a conoscere Dio. Sarebbe Dio stesso a scegliere coloro che sono in grado di conoscerlo. Siamo di fronte a uno dei primissimi accenni alla gnosis di cui si dirà in seguito. Nel Vangelo di Tommaso Gesù afferma: “Io vi sceglierò, uno su mille e due su diecimila (detto 23, in NHL 121)”.

Per i primi seguaci di Gesù l’espressione ‘figlio di Dio’ era un sinonimo di “messia”, appellativo che indicava il re, creatura umana a tutti gli effetti, di Israele.

Nel corso delle antiche cerimonie di incoronazione, l’erede al trono veniva cosparso di unguento, come segno del favore divino. Marco, quando scrive “Inizio del Vangelo di Gesù Cristo, figlio di Dio”, annuncia che Dio ha scelto Gesù come futuro re di Israele. E poiché scrive in greco, egli rende il termine ebraico messia con christos (l’unto in greco).

“Matteo e Luca seguono Marco, descrivendo Gesù sia come futuro re (‘messia’, ‘figlio di Dio’) sia come mortale investito del potere divino (figlio dell’uomo).

A differenza di Luca, che dipinge Gesù come un uomo innalzato a livello divino, Giovanni, ne fa un essere divino disceso temporaneamente sulla terra per assumere forma umana

Da un confronto tra il Vangelo di Marco (scritto fra il 68 e il 70) con quelli di Matteo e Luca (scritti fra l’80 e il 90) e con quello di Giovanni (scritto intorno al 90-100), diviene evidente una transizione a una visione sempre più alta di Gesù, che, a partire dal primo secolo, fu infine confermata nel Credo niceno che proclama Gesù “Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero”.

Argomentando attorno alla venuta del Regno di Dio, in Tommaso e Giovanni Gesù insegna che il Regno di Dio non è da attendersi per un prossimo futuro, perché esso è già arrivato: è una realtà spirituale immediata e continua. E aggiunge: “Quello che aspettate è già venuto, ma voi non lo avete riconosciuto. Il Regno del Padre è sparso su tutta la terra, ma gli uomini non lo vedono. Quando conoscerete voi stessi, allora sarete conosciuti e capirete che siete figli del Padre, il Vivente. Ma se non conoscerete voi stessi, vivrete in povertà e sarete la povertà” (3, in NHL 118)

Vado estrapolando dalla Pagels: “Nel Vangelo di Maria, scoperto anch’esso in Egitto, ma nel 1896 ossia quasi mezzo secolo prima del ritrovamento di Nag Hammadi, compare lo stesso tema. Gesù dice ai discepoli: Il Figlio dell’uomo è infatti dentro di voi. Seguitelo! Chi lo cerca lo trova”.

“Ogni gruppo cristiano cercava di legittimarsi dichiarando fedeltà a un apostolo o a un discepolo ed eleggendolo a propria guida spirituale

Giovanni si astiene dall’accettare la tesi di Tommaso, secondo cui gli esseri umani possono accedere a Dio attraverso l’immagine divina che ognuno ha dentro di sé.

Per Tommaso, al contrario di Giovanni, gli esseri umani sono – o possono diventare – come Gesù, ma per Giovanni, Gesù è un’Entità separata, al di sopra di tutti gli uomini, come quando sentenzia: “Io sono la luce del mondo. Voi siete di quaggiù; io sono di lassù”.

Una tappa fondamentale nello sviluppo del Cristianesimo si mostrò allorché, verso la fine del II secolo, il vescovo Ireneo di Lione accolse il Vangelo di “Giovanni l’apostolo, figlio di Zebedeo, il discepolo che Gesù amava”.

Tutte queste prese di posizione, in dissidio aperto le une con le altre, finirono per accendere contrasti crescenti all’interno della comunità cristiana. Apollinare, vescovo di Gerapoli dal 171, recatosi ad Ancira di Galazia (Ankara, Turchia) trovò “la chiesa locale turbata” e si schierò subito contro il nuovo movimento. “Al suo arrivo a Roma, Ireneo trovò una miriade di gruppi e fazioni che non erano affatto d’accordo con la sua interpretazione del Vangelo. Al suo ritorno in Gallia, Ireneo trovò una comunità cristiana più divisa che mai.

Nel tempo di Pasqua del 367 il vescovo di Alessandria, Atanasio, impose la distruzione di tutti gli scritti non allineati con i testi canonici, creando pertanto la fisionomia del futuro Nuovo Testamento. Qualcuno, forse i monaci del monastero di San Pacomio, riuscì a estrarre dalla biblioteca una serie di manoscritti, li nascose in una pesante giara molto capiente e li interrò su un colle vicino a Nag Hammadi. Fu qui che, 1600 anni dopo, furono ritrovati da un residente della zona. Fu dunque Atanasio a condannare i testi apocrifi, dei quali se ne salvò oltre una cinquantina, quelli del monastero di Nag Hammadi).

Ireneo, vescovo di Lione, condannava le libere interpretazioni espresse dal cristiano Valentino e dal suo discepolo Tolomeo. Il Vangelo di Verità, attribuito da Ireneo a Valentino, nell’evocare l’immagine di Dio Padre accenna anche a un Dio Madre, una divinità assolutamente buona, imperturbabile, dolce, di cui lo Spirito Santo rappresenta il soffio divino: è con quel soffio che il Padre diede origine all’intero universo, “e con esso ricondurrà l’intero creato nell’abbraccio della sorgente divina” ( Sarà pure un’osservazione ingenua quella che qui va a seguire, ma la riporto ugualmente: questo soffio divino dal quale nasce ogni cosa materiale e dal quale l’energia si propaga mi ricorda il Big-Bang  e il ritorno alle origini mi riporta all’idea non meno astratta e originale del Big-Crunch).

Il vescovo di Lione (Ireneo, 135-200 circa) fu autore del trattato “Contro le eresie” (Adversus haereses). In cinque volumi egli intende spiegare il vero significato delle scritture e dimostrare che soltanto un’interpretazione, la sua, è quella vera. Le istruzioni diramate alle varie comunità di credenti gettarono le basi del Nuovo Testamento.

“Ireneo, per combattere gli eretici, si servì del loro Vangelo prediletto, quello di Giovanni”. Ireneo considerava il Vangelo di Giovanni parte integrante della tradizione, ma lo affiancò agli altri tre, per via del consenso che i sinottici godevano in forma molto più ampia, perché soltanto Giovanni proclamava l’origine divina di Cristo.

Per quanto concerne la figura del Creatore, non raggiungibile da intelletto umano, ritroviamo una scena singolare nel libro segreto di Giovanni allorché Giovanni stesso, in un momento di particolare estasi, udì la voce di Gesù: “Io sono il Padre, io sono la Madre e io sono il Figlio (in ebraico la parola ruah, che indica lo Spirito Santo, è femminile, e lo Spirito Santo si identifica con la Madre divina).

“Un discepolo di Valentino, Tolomeo, immaginò Dio, il logos e infine Gesù come onde di energia divina che dall’alto discendevano verso il basso”.

I valentiniani affermano che Dio supera immensamente la capacità umana di comprenderlo. In modo analogo si trova, nel Libro segreto di Giovanni, che Dio mandò ad Adamo “un’aiutante”: la luminosa “epinoia” (coscienza immaginativa o creativa) che proviene dalla sua interiorità e si chiama Vita (Eva) che “coadiuva” all’intera creazione (apocrifo di Giovanni, 20, 15-25, in NHL 110).

“Eva simboleggia dunque il dono della comprensione spirituale”. Con riferimento a un altro libro scoperto a Nag Hammadi, intitolato “L’Origine del Mondo”, si viene a sapere che il primo uomo e la prima donna si accorsero della propria nudità e capirono di essere privi di comprensione spirituale (gnosi). Ma ecco “apparire, sfolgorante di luce”, la radiosa epinoia, che ne “risvegliò la coscienza. Questo fatto sta a significare che nella nostra mente e nei nostri cuori esiste una capacità latente che sta in attesa di connettersi con il divino. I modi della coscienza capaci di condurre alla rivelazione sono derivati dal verbo greco noein, che significa “percepire”, “pensare”, “essere consapevoli”, come la luminosa epinoia, il cui significato si accosta a quello di “immaginazione”.

Nel Concilio di Nicea (325), Costantino convocò tutti i vescovi, nel numero di 142. Fu qui che nel Credo fu introdotta la parola “consustanziale” per indicare che Gesù era Dio vero. Ario si staccò da questa dichiarazione, e fu dichiarato eretico. “Il Credo niceno, approvato dai vescovi e sottoscritto da Costantino, divenne la dottrina ufficiale di tutti i cristiani”.  

Atanasio condannò l’epinoia a cui sostituì la dianoia (capacità di discernere il significato o l’intenzione impliciti nel testo), il parametro interpretativo riservato alla Chiesa, ancora oggi in vigore.

Il Vangelo di Verità.

Fu ritrovato nelle grotte di Nag Hammadi nel 1945. La sua impostazione letteraria-religiosa è di carattere gnostico. Ireneo da Lione lo attribuì a Valentino, gnostico di probabile origine egiziana. La sua dottrina è imperniata sul panteismo emanentistico, con reminiscenze di teorie platoniche e di tradizioni giudaiche, di dogmi cristiani e di dualismo persiano.

Il Vangelo di Verità è redatto in lingua copta e risale al II secolo d.C. È dedicato a coloro che hanno conosciuto il Padre per mezzo della potenza del Logos, in questa sede identificabile con la seconda Persona della SS. Trinità, che promana dall’insieme di tutti gli Spiriti o eoni posti a complemento della distanza fra Dio e il mondo materiale e per designare la divinità in quanto “pienezza”. Il Logos è pertanto immanente nel Pensiero e nella Mente del Padre, prendendo il nome di “Salvatore”. 

Il Vangelo di Verità, ovverossia Valentino, esordisce affermando che la non conoscenza del Padre, dimostrata dagli uomini, è l’origine dell’angoscia e del terrore, un’angoscia che si rivela come fitta nebbia, ostacolo al poter vedere. Se ne giovò l’Errore che regnò sul vuoto nel disconoscimento completo della Verità. L’Errore, privo di radice, si trovò nel fitto della nebbia dandosi a preparare inganni per prevalere sugli esistenti. Fra questi inganni emerse l’oblio che non poté entrare nell’esistenza, al contrario della conoscenza. Per questo, al momento in cui il Padre sarà conosciuto, scomparirà l’oblio. 

È stato Gesù Cristo a illuminare coloro che erano trattenuti dall’oblio nelle tenebre. Il Vangelo passa poi a interessarsi della persona del Padre, perfezione assoluta, principio assoluto del Tutto, ma che ha trattenuto per sé la perfezione che, pertanto, non appartiene al Tutto, benché il Tutto avesse bisogno di conoscere il Padre. La conoscenza del Padre è stata data ai piccoli, attraverso la Parola del Maestro. Il loro cuore è stato colmato dal Libro della vita dei vivi, scritto nel Pensiero e nella Mente del Padre, l’invisibile, l’unico, colui che esiste per se stesso e dal quale tutto ha preso origine. Soltanto nel Padre si trova la perfezione del Tutto. 

Ognuno di noi, se entra nella conoscenza, è perché il Padre ha pronunciato il suo nome e lo ha tratto dall’ignoranza. Per coloro che persisteranno deliberatamente nell’ignoranza sarà riservata la sorte degna delle creature dell’oblio e insieme all’oblio finiranno distrutti. Il Padre mette a disposizione una conoscenza che è quella del libro vivo, rivelata agli eoni. Ogni singola lettera di questo libro è verità assoluta, in quanto rivestita di perfezione, perché corrisponde a segni scritti dall’Uno, affinché gli eoni potessero conoscere il Padre (dal Libro Segreto di Giovanni: l’Uno non ha alcuno sopra di sé, è uno Spirito grande, invisibile; neppure gli angeli possono vederlo, nessuno può comprenderlo, e non ha un nome. È illimitabile, innominabile; è la luce incommensurabile, pura, santa, immacolata; è perfetto nell’incorruttibilità; non è corporeo e non è incorporeo; nessuno lo può comprendere).

Non vi è nome che possa essere adeguato a contraddistinguere il Padre. “Il nome del Padre è il Figlio”: è un nome invisibile, non è possibile pronunciarlo, la sua rivelazione passa attraverso le parole del Figlio. Il Padre ha affidato un nome a se stesso, perché egli solo può fare questo. Il nome, dunque, è quello del Padre e il nome del Padre è il Figlio, sua misericordia. È il Padre il padrone del proprio nome e solo lui lo può pronunciare e vedere. Allorché per il Padre era giunto il momento che il Figlio diventasse il suo nome, così fece, consentendogli di parlare dei suoi segreti. Lo ha inviato fra le genti perché potesse comunicare il luogo dal quale il Figlio era pervenuto, chiamato il luogo del Riposo, che è anche la sua pienezza. E pienezze sono tutte le emanazioni del Padre, nel quale hanno le proprie radici. 

Il Padre conosce ogni essere, prima ancora che se ne manifesti l’esistenza. Per coloro che possiedono qualche requisito divino non c’è l’inferno perché essi vivono la comunanza con l’Uno e neppure hanno necessità di cercare la verità, in quanto sono essi stessi portatori di verità. Il Padre è in loro ed essi sono nel Padre, nella luce perfetta, “ripiena del seme del Padre”, immersi nella sua perfezione.

Così Gesù, il Verbo del Padre, penetra nel Tutto partendosi dal cuore del Padre e facendo la sua volontà, per purificare il Tutto e consentirgli di tornare al Padre e alla Madre. Nel mondo, dove allignano invidia e disaccordo, cresce la deficienza, ma ove si trova unità, allora lì vi si incontra la perfezione. La deficienza è la conseguenza della non conoscenza del Padre. Essa svanisce allorquando si inizia a conoscere il Padre, così come, all’avvento della luce, sparisce nella realtà quotidiana il buio. È la perfezione che annulla la deficienza. 

Chi ama la verità è colui che sa essere la verità la bocca del Padre, come la sua lingua è lo Spirito Santo che ha come scopo di portare i singoli alla verità. Tutto ciò che esiste è emanazione del Padre, da lui proviene, perché il Padre è perfetto e possiede la conoscenza di tutto ciò che in se stesso è compreso. Ogni cosa che il Padre ha disposto che esistesse dal nulla è presente già nel Padre anche prima di esistere. Sarà il Padre a decretarne l’esistenza, quando lo riterrà giusto. Di converso, tutto ciò che non esiste, non esisterà mai. 

Noi siamo come ombre e fantasmi che si aggirano nelle ore notturne, compagni di terrore, ma appena appare la luce, il terrore si dissolve. Così accade per la conoscenza del Padre che è al di fuori della nostra percezione e a noi non lascia altro che spavento, confusione, instabilità, dubbio e incertezza. Quelli che, invece, sono riusciti a vincere l’ignoranza abbracceranno la conoscenza del Padre quando si fa luce e le tenebre soccombono. Si tratta di qualcosa che può essere paragonata al risveglio da un lungo sonno, allorché lo Spirito gli si avvicina. Così le parole di Gesù Maestro sono come la luce e la sua voce è generatrice di vita, profondendo negli uomini pensiero e intelletto, misericordia e salvezza, insieme a un potere arcano di uno spirito emanato dall’infinità e dalla bontà del Padre. 

Nella sua missione il Maestro ha assunto la forma di “via”, di conoscenza, di scoperta, di sostegno e di purezza. La missione affidata agli uomini è quella di parlare, con la voce del cuore, liberando la luce che trattengono in sé, aprendo gli occhi di tutti alla volontà e alla conoscenza, perché questa è la volontà del Padre che è amorevole e che dispensa soltanto cose buone. 

Diventiamo così figli del Padre ossia siamo la sua fragranza che, unendosi alla materia, viene affidata alla luce che la porta in alto nel suo Silenzio, dove non si vedono forme né si odono rumori. 

Un accenno alla Volontà, intesa nel Vangelo di Verità come la sede “in cui il Padre si riposa e di cui si compiace”. Al di fuori della Volontà del Padre nulla si può avverare, perché la Volontà è la sua orma, del tutto sconosciuta agli uomini. 

Immagine di Copertina tratta da Wikipedia.

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