Libri da leggere
Metodologia della ricerca storica
Relazione sintetica sullo sviluppo di alcuni concetti, dagli scritti di:
F. Braudel – C. Klapisch-Zuber – C. Ginzburg – J. Scott – E.P. Thompson – J. Walkowitz
Parte III di 4
I SOGGETTI
Per lo storico, afferma Fernand Braudel, l’ideale sarebbe poter contemplare a suo piacimento il personaggio del libro, senza perderlo di vista nemmeno per un attimo e poterne, in ogni momento, richiamare la presenza con lo scorrere delle pagine. Un soggetto ampiamente trattato da F. Braudel (Civiltà e Imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, 1986) è il mare, inteso come il più grande documento sulla vita trascorsa.
Braudel guarda al Mediterraneo del Cinquecento come ad un’estensione geografica molto più vasta di quanto possa apparire ai giorni nostri, come a un personaggio complesso, ingombrante, sfuggente ai nostri abituali criteri di misurazione. Il Mediterraneo non è neppure un mare, ma piuttosto un “complesso di mari” disseminato di isole, tagliato da penisole, disegnato da contorni frastagliati, con una vita intimamente legata alla terra con la quale condivide la propria storia.
L’oceanografo, il geologo, il geografo definiscono il Mediterraneo con etichette ben precise, ma tutto ciò non rende verità alla vera identità del personaggio storico esatto quale può essere il Mediterraneo.
F. Braudel crede che i problemi che scaturiscono dagli studi sul Mediterraneo racchiudano in sé eccezionali ricchezze umane e siano contemporaneamente capaci di gettare luce anche sul presente.
Estesamente legata a questo mare, la politica mediterranea di Filippo II fu, per F. Braudel, un soggetto storico di grande interesse. Cogliere la storia del Mediterraneo nella sua massa complessa ebbe, per F. Braudel, lo stesso significato del combattere per una nuova forma di storia, ripensata, elaborata. Impadronendosi di un personaggio fuori serie, come il Mediterraneo, approfittando della sua massa, delle sue esigenze, delle sue resistenze e delle sue insidie, ma anche del suo slancio, Braudel concretizzò il tentativo di costruire la storia diversamente da come fino allora era stata insegnata. Stava in questo la forza di una svolta innovativa: se il Mediterraneo fosse stata l’occasione propizia per uscire dalle abitudini trascorse di fare storia, già avrebbe reso un grande servizio.
Il personaggio “Mediterraneo” viene osservato da Braudel sotto tre profili:
1) la storia dell’uomo nei suoi rapporti con l’ambiente, una storia lenta, fatta di cicli ricorrenti;
2) una storia lentamente ritmata, quella dei gruppi e degli aggruppamenti;
3) la storia tradizionale, la storia événementielle, quella fatta di oscillazioni rapide, brevi, nervose: i movimenti di superficie.
Visto in queste dimensioni, il lavoro dello storico che legga le carte di Filippo II si sprofonda in un mondo bizzarro, privo di una dimensione perché incurante delle storie di profondità, quelle che sono trasportate da acque vive. Un mondo bizzarro, ma anche pericoloso se non si guarda a quelle grandi correnti sotterranee, spesso silenziose, dalle quali promana un senso soltanto quando si giunga ad abbracciare larghi periodi di tempo. Perché, precisa Braudel, gli avvenimenti risonanti non sono altro, molto spesso, che attimi, manifestazioni di ampi destini in assenza dei quali non possono trovare spiegazione. Così procedendo, Braudel è riuscito a scomporre la storia in piani sovrapposti, nel momento in cui ha operato una distinzione, nel tempo della storia, fra tempo geografico, tempo sociale e tempo individuale, con la precisazione che tale scomposizione in piani assume la funzione di mezzi di esposizione.
Un soggetto di particolare interesse storico è quello che si riferisce alla “classe”.
Per “classe” Edward P. Thompson intende un fenomeno storico che ingloba una varietà di fatti disparati e all’apparenza sconnessi, nella materia prima dell’esperienza vissuta come nella coscienza. La classe è un fenomeno storico che non cade sotto la denominazione di “categoria”, ma che corrisponde a qualcosa che accade nella realtà dei rapporti umani e implicante la nozione di rapporto storico. Come tale la classe appare nella forma di un fluido che sfugge all’analisi nel momento in cui si cerchi di fissarlo e di sezionarne la struttura priva di vita.
Thompson rifiuta il concetto di classe operaia inglese come “corporativa” e prigioniera di un sistema di “falsa coscienza” per via del mancato incontro con la teoria marxista, mentre rivolge la propria critica sia all’approccio in senso lato leninista che prevede l’introduzione della coscienza dall’esterno sia all’approccio storico-sociologico nella sua versione gauchiste secondo la quale, una volta “demistificata” la coscienza, ne emergerebbe una coscienza vera.
Le novità della ricostruzione operata da Thompson consistevano, in polemica con le teorie sociologiche funzionaliste e con il marxismo economicistico, nella analisi portata sul processo di formazione della classe operaia inglese non soltanto nell’ambito della produzione e degli effetti economici e materiali, ma nel senso di un cambiamento complessivo dell’intera vita sociale nella quale si univano gli aspetti culturali, le tradizioni di lavoro e di vita, le ideologie religiose e politiche. Fu questo un contributo essenziale di Thompson alla nascita della “nuova storia sociale”.
Gli uomini del XVIII secolo, dice Thompson, non pensavano a se stessi in termini di classe, ma di interessi, di stati, di ordine. Il concetto di classe, in questo frangente, può ugualmente essere usato, continua Thompson, perché è il migliore a cui poter fare ricorso. E’ solo con l’avvento della società industriale e del capitalismo industriale che la gente perviene a pensare a se stessa in termini di classe. Se, allora, la classe è una formazione sociale emergente dalla lotta di classe, è quest’ultima che prende forma di concetto principale. Oggi la gente definisce la coscienza di classe su un terreno conflittuale: da una parte i media, dall’altra i socialisti, i comunisti e il movimento operaio si muovono per attribuirle alterni significati. Classe è un concetto di frontiera, per questo esso viene dibattuto su uno scenario di lotta: da una parte il capitalismo, dall’altra le lotte che portano con sé tradizioni popolari, culturali. Thompson è dell’avviso che una nuova coscienza di classe possa non prendere forma dalle grandi lotte di fine ’800 e inizio ’900 che assistettero allo scontro frontale tra classe operaia e classe capitalistica. La classe operaia in quella forma, oggi, ha cessato di esistere. Ma non è la lotta a cessare di esistere, in quanto, sempre nella valutazione di Thompson, la gente è mossa da una radicata ricerca di giustizia e di soddisfacimento di bisogni non solo materiali, una ricerca nella quale c’è qualcosa di indomabile.
La classe nasce quando un gruppo di uomini, per effetto di esperienze comuni, sentono ed esprimono un’identità di interessi sia al loro interno sia nei rapporti con altri gruppi di diverso indirizzo. L’esperienza di classe, sottolinea Thompson, è ampiamente determinata dai rapporti di produzione che si intrecciano nel contesto di appartenenza. La coscienza di classe, parallelamente, è data dal modo in cui queste esperienze sono vissute e rielaborate in termini culturali: le tradizioni, i sistemi di valori, le idee, gli istituti caratteristici. L’esperienza è di per sé rigorosamente determinata, mentre ciò non accade per la coscienza di classe in quanto questa nasce allo stesso modo in tempi e luoghi diversi, ma mai esattamente nella stessa forma.
La classe non è da considerarsi una cosa, un fatto con un’esistenza oggettiva e definibile in termini numerici. Essa è piuttosto da considerarsi un rapporto. Se, infatti, si porta l’osservazione sulla moltitudine degli individui per un periodo sufficiente di evoluzione sociale, è possibile scoprire particolari tipi di rapporti, di idee, di istituzioni nei quali gli individui sono immersi. La classe, dunque, è definita dagli uomini così come essi vivono la loro storia. Essa può essere bene intesa soltanto se la si vede come una formazione sociale e culturale, emergente da processi che è possibile studiare esclusivamente se studiati nell’arco di un periodo storico di notevole estensione.
L’argomento trattato da E.P. Thompson (Rivoluzione industriale e classe operaia in Inghilterra, 1963) fa perno sulla presenza della classe operaia nel periodo di transizione fra i secoli XVIII e XIX all’interno della vita politica britannica. E’ un argomento che si sviluppa in tre momenti: 1) lo studio delle tradizioni popolari del secolo XVIII; 2) le influenze di gruppi di lavoratori durante la rivoluzione industriale; 3) l’aspetto legato al radicalismo plebeo. Un argomento degno della massima attenzione, secondo Thompson, sia perché tratta di un’epoca nella quale il movimento plebeo attribuì un’importanza eccezionale ai valori egualitari e democratici, sia perché oggi stesso abbiamo a che vedere con problemi di industrializzazione e di formazione di istituti democratici in forte analogia con la nostra esperienza della rivoluzione industriale.
In un’intervista per un dibattito sulla storia sociale del movimento operaio, Thompson afferma che lo sforzo di affrontare i problemi estremamente complessi e oggettivi del processo storico richiede un metodo rigoroso che impone distacco, obiettività.
In una posizione molto vicina a Thompson, Raymond Williams riferisce, nel corso di un’intervista, trattando dei meccanismi di organizzazione della cultura, della esperienza dei soggetti e dei gruppi sociali come produttori della propria coscienza e ideologia, che il dato centrale è forse costituito dalla scoperta che il momento storico, lo specifico da sottoporre ad analisi, non equivale al risultato di una serie di coincidenze, ma si carica di una forma e di una struttura particolari che può essere ricostruita in presenza e in considerazione di tutte le tensioni vissute all’epoca, dei conflitti e delle contraddizioni tra le varie ideologie dei gruppi sociali esistenti.
Un soggetto che, in particolare, ha attratto l’attenzione di Thompson è quello che riguarda la presenza della donna nella storia, in stretta attinenza al concetto di egemonia. Il concetto di dominio ideologico o di egemonia appare di fondamentale importanza, ma purtuttavia è stato sovrautilizzato, anche nel movimento delle donne: è stato fatto uso del concetto del dominio patriarcale maschile nella storia delle donne, talvolta per privare proprio le donne della loro storia effettiva. Si sostiene, infatti, che fino agli anni ’60 nessuna donna avesse mai pensato di poter avere dei diritti. Ma, guardando meglio alla storia, si riscoprono innumerevoli esempi di una partecipazione attiva delle donne. E’, questa, una descrizione intellettualistica di un sistema di dominio che mira a sottrarre alle donne la loro identità e intelligenza.
Raymond Williams, a proposito del femminismo, riferisce che i problemi non nascevano soltanto da una crisi della donna nella società sotto il profilo economico, giuridico e politico, ma anche da una crisi che aveva molto a che vedere con il modo in cui le donne percepivano se stesse. Le immagini correnti imponevano di superare i limiti imposti dall’analisi di un settore ristretto come quello della letteratura, inserendosi in una corrente più ampia di analisi, quella degli “studi culturali”.
La donna lavoratrice, fa osservare Joan W. Scott, ha acquisito un rilievo profondo nel corso del XIX secolo, allorquando fu osservata, descritta e documentata con un’attenzione del tutto particolare. Ella fu un prodotto della rivoluzione industriale, soprattutto per il fatto che diventò una figura tormentata e ben visibile. La donna lavoratrice era percepita come un problema che richiedeva una soluzione urgente, coinvolgendo il significato stesso della femminilità. Ci si domandava: “Una donna dovrebbe lavorare per un salario? Quale l’impatto del lavoro sul suo ruolo familiare? Quale tipo di lavoro le si addice?”.
Joan W. Scott pone in luce il discorso sul genere, che diede fisionomia alla donna lavoratrice intesa come un oggetto di ricerca e un soggetto storico. Già nel periodo precedente l’industrializzazione le donne lavoravano regolarmente fuori casa. Fu soprattutto nel periodo di industrializzazione del XIX secolo che le donne prestarono la loro opera nel settore dei servizi domestici e nell’emergente manifattura tessile. La domanda di lavoro femminile era molto alta, mentre scarseggiavano le occupazioni maschili nelle città a economia tessile. Il luogo di lavoro poteva essere vario, anche per ogni singola donna. Nel settore dell’abbigliamento si verificò una notevole continuità con il passato: le lavoranti erano di solito pagate a cottimo, con salari estremamente bassi e ritmi e tempi di lavoro assai intensi, a detrimento del tempo rimasto disponibile per i lavori domestici.
Le occupazioni da “colletto bianco” erano riservate, per lo più, a donne al di sotto di un certo limite di età e non sposate. Questo fatto comportò l’aprirsi di opportunità professionali per le donne della classe media. Fu forse questa minoranza, sostiene Joan W. Scott, a veicolare l’affermazione che il venir meno del lavoro casalingo avrebbe compromesso le capacità domestiche delle donne e le loro responsabilità riproduttive. Venne anche incoraggiata la tesi secondo la quale l’industrializzazione avrebbe causato una separazione tra la famiglia e il lavoro, nella costrizione a cui sarebbero state sottoposte le donne di scegliere tra l’occupazione domestica e il salario.
L’inserimento delle donne significava, in ogni caso, che i datori di lavoro avevano deciso di risparmiare sul costo del lavoro.
La divisione del lavoro secondo il sesso rafforzò l’idea che il salario di un uomo dovesse essere sufficiente non solo per il suo mantenimento, ma anche per sostenere la propria famiglia, mentre il salario della moglie, in considerazione dei suoi impegni verso i figli, doveva essere appena sufficiente al suo mantenimento. Ne derivava che le donne sole e lontane dal contesto familiare e quelle che badavano da sole al sostentamento della famiglia dovevano essere povere per forza. Ma conseguiva anche il fatto che né l’attività domestica né la paga della madre fossero elementi visibili o rilevanti. Le donne, pertanto, non producevano valore economico significativo. Tale situazione era aggravata dal comportamento dei datori di lavoro i quali accordavano netta preferenza alla assunzione di manodopera maschile.
Insieme alla scala dei salari, anche la stessa organizzazione spaziale del lavoro, la distinzione delle promozioni e dello status, la concentrazione delle donne in particolari mansioni contribuirono a creare ulteriore discriminazione all’interno della forza-lavoro in base al sesso. Nel corso del XIX secolo le donne non godettero neppure dell’appoggio dei sindacati sulla questione della divisione del lavoro: alle donne era comunque sempre riservato un ruolo subordinato. Si guardava alla moglie casalinga come all’ideale di rispettabilità della classe lavoratrice. La “donna lavoratrice” diventò una categoria a parte e la situazione delle donne finì per essere istituzionalizzata attraverso la retorica, le scelte politiche e le pratiche dei sindacati operai alla luce interpretativa di una divisione sessuale del lavoro che opponeva produzione a riproduzione e uomini a donne. Molto parlare si fece, in questa direzione, attorno alla vulnerabilità delle donne e al loro estremo bisogno di protezione. Da qui prese corpo un uso paradossale dei provvedimenti pensati a favore delle donne: questi provvedimenti vennero applicati, in molti casi, ma nei settori lavorativi con prevalenza di presenza maschile. Dopo il 1881, lavoro domestico e produttività furono visti come significati antitetici.
Immagine di Copertina tratta da Wikipedia.

