Sprazzi di luce sulla Grande Guerra
Analisi e riduzione di Mario Bruno – dalla Collana
Frat.i Treves Editori, Milano 1932
Il testo, composto da tre corposi volumi e articolato in quindici capitoli, fu donato a Mario Bruno dal collega del XXIII Corso A.U.C. 1959, Generale Antonio Laruccia, e dal ricevente consegnato al Gruppo Alpini di Paularo (UD), Sezione Carnica, il mese di Agosto 2025 per essere inserito nella Biblioteca del Gruppo A.N.A. di Paularo.
La descrizione dei fatti di guerra risente in modo particolare dell’enfasi con la quale nel momento storico, quello del Ventennio italiano, era d’uso rivestire di significati e con evidenti sottolineature gli atti di eroismo dimostrati dai nostri soldati. Nel complesso, dalla lettura si possono ricavare informazioni talvolta inedite, ma molto dettagliate e approfondite, con il ricorso alla citazione dei Bollettini di guerra e ad articoli di testate giornalistiche in voga al tempo, pertanto molto indicato per gli appassionati della Storia italiana del ’900.
Parte II di 20
In quanto all’Italia si levava la voce del prof. Hoetzsch sul periodico “Kreuzzeitung” nel quale si parlava di un accordo con l’Austria e di una correzione del confine trentino e sull’Isonzo, cosa ritenuta possibile soltanto se l’Austria si fosse potuta ritenere sicura che all’Italia tale provvedimento risultasse sufficiente, restando pertanto neutrale fino alla conclusione del conflitto, anche con la mediazione della Germania. Continuarono a spingere la causa interventista giornali come il “Messaggero”, il “Secolo”, l’“Idea Democratica”, il “Popolo d’Italia”, l’“Idea Nazionale”, il “Corriere della Sera” e altri ancora.
Il 26 febbraio 1915 il Governo vietava riunioni e comizi anche non pubblici per ragioni emergenti dalla situazione internazionale. Intanto il malcontento generava disordini: ad Arezzo il 19 febbraio 1915, in seguito a una dimostrazione di donne contro il Municipio a causa del caro vivere, come anche a Napoli il 24 febbraio e a Milano il 25, si avverarono scontri anche furiosi fra interventisti e neutralisti.
Il 28 febbraio 1915 il giornale “Zeit” scriveva: “Da un lato stanno schierati i radicali e i repubblicani che domandano l’intervento nella guerra a fianco della Triplice Intesa… Di fronte a essi sta un forte gruppo di clericali e di socialisti che vogliono mantenuta incondizionatamente la neutralità, e che combattono ogni rischiusa politica di avventura”.
Allorché esplose l’attacco franco-britannico ai Dardanelli, questo assalto toccava da vicino gli interessi sia della Grecia sia dell’Italia, tali che il “Giornale d’Italia” scriveva: “È impossibile, a nostro avviso, che l’Italia si disinteressi di tali problemi (si trattava dell’equilibrio nel Mediterraneo orientale) se non vuole lasciarsi scavalcare non soltanto dalle grandi Potenze della Triplice Intesa, ma anche da una piccola ma audace e risoluta Nazione: la Grecia… I combattimenti gravissimi che si svolgono sui Dardanelli e nell’Impero Ottomano hanno importanza soprattutto per l’influenza che esercitano sulle decisioni degli Stati neutrali mediterranei, alcuni dei quali dovranno intervenire nel conflitto se non vogliono rassegnarsi a rinunciare, forse per sempre, alla attuazione del programma di espansione che ciascuno di essi persegue da lunghi anni”.
In Italia veniva intensificata la soppressione di numerosi treni viaggiatori “per rendere agevole il movimento degli uomini e dei materiali da guerra, mentre alla Camera veniva presentato l’atteso disegno di legge eccezionale «per la difesa economica e militare dello Stato»”. Intanto anche alla Camera il 2 marzo 1915 si tenne una seduta per discutere uno speciale disegno di legge per il “richiamo in servizio d’autorità degli ufficiali di complemento”.
In Grecia, anch’essa nel dubbio se decidersi a intervenire contro gli Imperi Centrali, improvvisamente il primo ministro Venizelos, ritenuto interventista convinto, aveva rassegnato le dimissioni per disaccordo con il re Costantino sull’indirizzo della politica estera.
In Italia un regio decreto del 7 marzo 1915, con effetto dal 22 marzo, vietava la confezione di pane con meno dell’80% di resa in farina. Fu un provvedimento interpretato dagli interventisti come ulteriore indizio che l’ora dell’intervento per l’Italia si stava avvicinando. Il 10 marzo 1915 il presidente del Consiglio, Salandra, si intratteneva a colloquio per quasi un’ora e mezzo con il capo dello SME, generale Cadorna e con il ministro della Guerra, generale Zupelli. Negli ambienti politici italiani si sperava che gli accordi ripresi dal principe von Bülow e Salandra potessero in qualche modo essere di forte stimolo per regolare i rapporti dell’Italia con i suoi due alleati, mediante un’intesa. E nello stesso tempo l’imperatore Francesco Giuseppe prendeva accordi con il ministro degli Esteri austro-ungarico, barone Burian. Un po’ dappertutto si pensava che l’Austria sarebbe stata disposta a cedere all’Italia il Trentino in cambio della neutralità assoluta da parte italiana.
Il giornale “Dien” sottolineava le conseguenze del bombardamento dei Dardanelli per l’Italia, per i suoi interessi politici e commerciali, dal momento che l’Italia “riceve dai porti del Mar Nero i tre quarti del pane che le è necessario”. E, in quanto alla questione degli Stretti, rivestivano particolare importanza le isole dell’Egeo, punti avanzati degli itinerari orientali percorsi dall’Italia nel Mediterraneo. Alla Camera, il 13 marzo 1915, si discuteva sul progetto di legge per la “difesa militare ed economica dello Stato”. Il giorno seguente il disegno di legge veniva approvato con 334 voti favorevoli su 367, conto 33 contrari. La legge per la difesa economica e militare dello Stato fu approvata dalla Camera con 234 voti a favore, contro 25 contrari. Il 20 marzo il Senato approvava il disegno di legge anche a scrutinio segreto, con 145 voti favorevoli e due soli per il NO. Firmato dal re e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, il 22 marzo diventava immediatamente esecutivo. Su questa legge e sulle trattative con le quali l’Austria avrebbe fatto concessioni territoriali all’Italia si scatenarono tafferugli fra interventisti e neutralisti, al punto da richiedere l’intervento della forza pubblica. Non tutti, e questo traspariva dagli interventi sui giornali, erano convinti della fattibilità di tale accordo fra Austria e Italia. Secondo l’“Echo de Paris” si diceva che il principe von Bülow avrebbe comunicato le offerte del Governo austriaco: l’alta vallata dell’Adige con Merano e la vallata dell’Isargo (sic, ossia Isarco) fin nei pressi di Bressanone; la regione dell’Isonzo con Gorizia e Monfalcone nelle immediate vicinanze di Trieste. L’offerta sarebbe stata avallata anche dal capo si Stato Maggiore austriaco, generale Conrad von Hötzendorf, timoroso nella constatazione che l’Austria non avrebbe potuto sostenere l’ampliarsi del conflitto su un nuovo fronte, in caso dell’inimicizia dell’Italia. Ma da parte italiana, come scriveva il “Giornale d’Italia”, non se ne sapeva nulla. Per di più sarebbero rimasti fuori dall’accordo l’Adriatico, Trieste, l’Istria, Fiume, l’arcipelago dalmato e la Dalmazia.
Mentre in Italia si richiamavano alle armi molte migliaia di ufficiali di complemento, dalla classe 1880 al 1888, in Austria l’indignazione contro l’Italia aumentava di giorno in giorno. Persino il Comitato Lombardo per la Pace manifestava in favore dell’intervento in guerra dell’Italia. Il Corriere della Sera era il giornale più autorevole che fin dal 6 agosto 1914 si dichiarava per l’intervento italiano contro gli Imperi Centrali.
Chi si interessò dell’attuazione dell’art. 7 del Trattato della Triplice Alleanza fu il barone Burian che il 2 aprile avanzava la seguente proposta: “I territori che l’Austria-Ungheria sarebbe disposta a cedere all’Italia alle condizioni indicate comprenderebbero i distretti di Trento, Rovereto, Riva, Tione (ad eccezione di Madonna di Campiglio e dei suoi dintorni) nonché il distretto di Borgo. Nella vallata dell’Adige il confine rimonterebbe fino a Lavis, località che resterebbe all’Italia”. Il ministro italiano degli Affari Esteri (Sonnino) l’8 aprile mandava a Burian le sue controproposte che Burian non volle condividere.
Il 9 aprile 1915 fu nominato sottocapo dello Stato Maggiore Generale il tenente generale Carlo Porro dei conti di Santa Maria della Bicocca, nato a Milano il 3 ottobre 1854, nominato tenente generale il 4 maggio 1911.
Il giornale svizzero “Basler Nachrichten” commentava sostenendo che l’attacco dell’Austria alla Serbia avesse costituito, per non essere stati presi accordi con il Governo di Roma, una vera e propria lacerazione del Trattato della Triplice Alleanza, aggiungendovi il malumore italiano per la mancata restituzione al re d’Italia della visita da questi fatta a Vienna.
Il “Times” di Londra il 10 aprile 1915 pubblicava notizie secondo le quali l’imperatore di Germania aveva fatto visita all’imperatore Francesco Giuseppe a Vienna per persuaderlo ad accettare un accordo con l’Italia concernente le concessioni territoriali offerte al Governo italiano dall’ambasciatore tedesco presso il Quirinale, principe von Bülow, a condizione della neutralità italiana fino alla conclusione della guerra.
A partire dalla commemorazione, a Brescia l’11 aprile 1915, dei “dieci giorni” dell’aprile 1849, in tutta Italia si scatenarono scontri e disordini fra neutralisti e interventisti. La sera del 13 aprile nel salone della Federazione degli esercenti in piazza San Sepolcro a Milano si tenne una numerosa assemblea dei partiti interventisti milanesi, che si concluse con il seguente ordine del giorno: “I soci aderenti delle Società e Gruppi: Democratica Lombarda, Lega nazionale italiana, Partito socialista riformista, Unione liberale democratica, Segretariato radicale lombardo, Gruppo liberale nazionale, Società Patria pro Trento e Trieste, Comitato lombardo per l’azione dell’Italia nel conflitto europeo; riuniti in assemblea comune il 13 aprile 1915, riaffermano la imprescindibile necessità dell’intervento dell’Italia nel conflitto europeo”.
In un clima di ansie quale si rivelava in ambito italiano, si parlò persino di uno sconfinamento delle forze austriache, una quindicina di guardie di Finanza al Passo della Lora, quota 1717 o Passo delle Tre Croci. L’episodio trascorse senza scontri né colpi d’arma da fuoco. Il giornale francese “Petit Journal” annunciava che i Italia fosse tutto pronto per l’entrata in guerra e parlava di voci in previsione che con l’intervento dell’Italia la Grande Guerra sarebbe stata conclusa entro la fine dell’autunno. Nel contempo, a detta della “Echo de Paris”, Francesco Giuseppe si sarebbe rivolto alla Santa Sede perché fosse evitata una guerra italo-austriaca, ma senza aver avuto risposta positiva. C’era anche chi, come il periodico “Matin”, sospettava la preoccupazione del Governo italiano per il caso che l’Austria avesse deciso di stipulare una pace separata con la Russia, che sarebbe stato un duro colpo per l’Italia e per la Romania.
Il 16 aprile 1915 si svolse un colloquio fra il re e Peppino (figlio di Ricciotti) Garibaldi con il quale fu decisa la formazione di un corpo di volontari. Anche fra gli studenti italiani ferveva grande agitazione, con lo sciopero partito dall’Istituto Tecnico Superiore di Milano. “Era un’atmosfera di sospetti, di risentimenti, di eccitamenti che si andava sempre più addensando sui cervelli italiani”.
Nella notte tra il 26 e il 27 aprile 1915 la Marina austriaca silurava e affondava, al largo di Otranto, il grande incrociatore francese “Gambetta”. Il 5 maggio a Quarto si svolse la solenne inaugurazione del Monumento ai Mille, richiesta la presenza del re. Erano tutti segnali dell’imminente entrata in guerra dell’Italia. Nella seduta del 20 maggio alla Camera, dopo il voto dato da una maggioranza assoluta per i pieni poteri al Governo si innalzarono ovazioni di esultanza da parte dei presenti. Ma il giorno 3 maggio da Roma si diffuse un comunicato secondo il quale “nessun membro del Governo si recherà a Quarto. Anche il Re ha deciso di non presenziale alla cerimonia”.
Il 2 maggio Gabriele d’Annunzio ripartiva da Parigi, dopo cinque anni di esilio volontario, per tornare in Italia. Il 5 maggio, giorno dell’inaugurazione del Monumento, si formò un corteo ininterrotto per oltre i cinque chilometri che separano Genova da Quarto. Un segno dell’aggravarsi della situazione era anche la partenza da molte città italiane di famiglie austriache e tedesche, già residenti da anni in Italia.
La sera dell’8 maggio, con il treno che partiva da Torino, Giolitti intraprese il viaggio alla volta di Roma; fu fatto segno a fischi e grida di “abbasso” sia a Torino sia a Roma. Il mattino del 10 maggio si svolse un colloquio di 50 minuti fra il re e Giolitti a Villa Ada, nei sobborghi di Roma, seguito da un ulteriore colloquio di mezz’ora fra Salandra e il re.
Il giornale “Lombardia” di Milano, giolittiano e democratico-massonico, il 9 maggio 1915 informava che “noi potremmo fin d’ora ottenere: Tutto il Trentino fino all’estremo limite etnico; Tutto il Friuli, fino all’Isonzo; Una larga autonomia municipale di Trieste; Università italiana a Trieste; Garanzie per tutti gli italiani; Assoluta libertà d’azione in Albania; la Germania garantirebbe l’esecuzione e il mantenimento di questi patti”. E aggiunse: “Oltre a quanto abbiamo riferito più sopra, questo ancora si potrebbe ottenere: Trieste città libera; cessione di gran parte della Gorizia; Speciali garanzie per gli italiani dell’Istria e della Dalmazia; Prestito all’Italia di un miliardo al saggio del 4 per cento, da parte della Germania, a garanzia del mantenimento del patto”.
A tutto l’11 maggio il Governo italiano non aveva creduto di dover informare sulle offerte dell’Austria all’Italia e che l’Italia non aveva potuto accettare. Il 13 maggio 1915 Salandra tenne un Consiglio dei ministri a Palazzo Braschi; alle 19,30 si recò dal re al quale rassegnò le dimissioni dell’intero Gabinetto. Scoppiarono tumulti con esiti anche sanguinosi, come quello di Milano la sera del 13 maggio, con un morto, l’operaio Gadda, e circa 20 feriti. E da “Roma vendicatrice” fioccavano su tutta Italia gli ordini della guerra, i voti per il Ministero Salandra-Sonnino, per la gran guerra, e contro il “traditore Giolitti”. Iniziarono a circolare volantini lanciati dai Fasci Interventisti, con la scritta “Il Re e il suo Gabinetto, presieduto dall’on. Salandra, hanno disdetto il giorno 4 maggio a Vienna il Trattato della Triplice Alleanza; il Re e il suo Gabinetto, presieduto dall’on. Salandra, hanno conchiuso il 15 aprile con le Potenze della Triplice Intesa un patto di guerra, per il quale l’Italia si è obbligata ad attaccare l’Austria entro il giorno 24 maggio”.
Il 16 maggio il re respingeva le dimissioni del Ministero Salandra.
Il 20 maggio in Parlamento si radunavano la Camera dei deputati con il presidente Marcora e la Camera del Senato. Alla Camera dei deputati Salandra presentò il disegno di legge per il conferimento di poteri straordinari al Governo in caso di guerra. Il disegno di legge fu approvato dalla Camera con 367 Sì su 421 votanti. Sarebbero stati sufficienti 315 voti favorevoli per raggiungere il quorum dei tre quarti. Filippo Turati, per i socialisti ufficiali, dichiarava opposizione alla guerra, sostenendo non esservi ragione alcuna perché l’Italia volesse la guerra, chiamata piuttosto a “volgere tutte le se cure al suo miglioramento interno”. Presente Gabriele D’Annunzio che si unì ai presenti gridando “Viva l’Italia! Viva il Re! Viva la guerra!”.
Il 21 maggio si riuniva il Senato. Il senatore principe Prospero Colonna, sindaco di Roma, prese la parola; il suo discorso venne affisso in tutti i Comuni del Regno. Subito dopo, il generale Francesco Mazza dichiarava sullo stato dell’Esercito “che non è mai stato così forte, così ben provvisto di tutto e così ben comandato come adesso: una flotta ben preparata, ben munita sotto l’ordine di un Principe di Casa Savoia”. Si procedette quindi all’appello nominale da cui risultò che tutti i 281 senatori presenti avevano dato voto favorevole. Si passò poi alla votazione a scrutinio segreto, con il seguente esito: 262 voti favorevoli su 264 presenti e votanti. Il Governo aveva ottenuto i poteri straordinari per la guerra.
In tutte le città d’Italia proruppe l’entusiasmo. A Roma oltre cento mila persone si recarono in corteo verso il Quirinale per porgere gli onori al re. Poi la fiumana dei partecipanti si spostò verso la sede del Ministero della Guerra, acclamando senza sosta; proseguì quindi sino la Palazzo Margherita, per porgere omaggi alla Regina Madre, poi verso la residenza del primo ministro Salandra, oltre ancora all’Ambasciata inglese, per sciogliersi infine di fronte alla breccia di Porta Pia.
La mattina del 22 maggio veniva indetta la mobilitazione generale per tutti i corpi regolari dell’Esercito regio. Fino dal 21 maggio erano stati interrotti i rapporti e ostruite le vie di comunicazione fra gli Imperi Centrali e l’Italia. La dichiarazione di guerra dell’Italia all’Impero austro-ungarico era stata inviata per telegrafo nel pomeriggio del 22 maggio dal ministro Sonnino al duca d’Averna, ambasciatore d’Italia a Vienna, per la presentazione al ministro degli Esteri austro-ungarico, barone Burian, ma il testo non arrivava a causa delle interruzioni delle vie di comunicazione; si ottenne conferma dell’arrivo soltanto la sera del 23. E lo stesso giorno 23 il ministro Sonnino aveva fatto comunicare al barone Macchio, ambasciatore d’Austria presso l’Italia, la dichiarazione di guerra. Nell’ampio panorama che si andava definendo si trattava della ventesima dichiarazione di guerra a partire dal 2 agosto 1914 nel cumulo delle dichiarazioni fatte dalle Potenze europee. La sera del 24 maggio gli ambasciatori d’Austria e di Germania lasciavano Roma. Mentre giornali tedeschi, parlando della situazione italiana, accennavano ai “miliardi mancanti” e al “talento venuto meno a Sonnino e a Salandra nell’escogitare un plausibile motivo di guerra dopo che l’Austria si ostinava a non offrire pretesti”, anche papa Benedetto XV esprimeva le proprie idee in una lettera rivolta al Sacro Collegio dei cardinali: “Nella nostra prima enciclica, mossi dal desiderio supremo di veder cessata l’orrenda carneficina che disonora l’Europa. Noi esortavamo i Governi delle Nazioni belligeranti affinché, considerando quante mai lagrime, quanto sangue già erano stati sparsi, si affrettassero a ridare ai loro popoli i vitali benefici della pace. La nostra voce di amico e di padre non venne ascoltata. La guerra continua a insanguinare l’Europa”.
Immagine di Copertina tratta da Il Riformista.

