- Sirrah. Potrebbe venire in soccorso alle riserve che hai appena fatto, Mirach, il buon Pareyson[1] che si esprime in termini direi adeguati per quel che concerne il nostro argomentare. Il filosofo muove dal concetto di libertà, dipingendo il Creatore come un “abisso di libertà”, detentore di una libertà pura e improvvisa che irrompe dal nulla, nasce e prende forma dal non-essere. Essa ha la facoltà di emergere dal nulla, ma può anche restarvici, può spingersi verso la propria affermazione o anche ripiombare nel nulla. Nel caso positivo, quello cioè della sua affermazione nell’atto della “autooriginazione” divina che sta al di fuori di ogni tentativo di collocazione nei parametri umani di tempo e spazio, ecco che lo stesso momento dell’autoaffermazione pone in essere la possibilità che anche la negazione assuma una propria fisionomia. Ma si tratta di una negazione incapace di esplodere, costretta a starsene in catene, sconfitta dalla vera positività, la quale gode dell’essere stata prescelta per un atto di libertà. Ora, la positività di cui ho detto ha, sì, vinto la negatività, ma con questo non l’ha eliminata dalla scena dell’essere: dopo averla costretta in catene continua a custodirla in sé, alla stregua di una possibilità che ha ormai avuto il proprio passato e che ora è inibita nel far sentire il proprio peso.
- Mirach. Come al solito i filosofi la sanno tirare in lungo e in largo e, come certi teologi, trovano sempre la soluzione e la spiegazione a tutto, anche alle cose meno comprensibili. Ma sono io che non capisco; hai parlato, Sirrah, di un emergere dal nulla: mi dici per cortesia che cos’è il nulla? Hai detto di una libertà che viene partorita dal non-essere: perché proprio dal non-essere prende origine? Chi l’ha stabilito? Poteva essere altrimenti? Che cos’è il non-essere? Dobbiamo credere che esista qualche affinità con l’intuizione di “buco nero” sul piano cosmologico? È tutto un “se…se…”, e poi quel termine così spudoratamente tautologico e astratto di “autooriginazione” divina. S’è mai sentito qualcosa di simile?
- Sirrah. Ti confesso, Mirach, che la mia comprensione non va un palmo più in là della tua. Io non saprei rispondere alle tue obiezioni, preferisco andare per intuizione, e in questo mi è di aiuto il pensiero di Pareyson, perché stimola la mia immaginazione, apre il mio pensiero e lo spinge verso lidi ignoti. Le cose che ho riferito servirebbero a parlare di una possibilità, non di una necessità, ed è nella possibilità che va riposto il senso nel quale si può riferirsi al male che è contenuto in Dio stesso. E questo significa che si allude a un male soltanto possibile, non reale o attuale. È l’uomo il motore che spinge il male a trasformarsi da possibilità in atto, sia pur sempre mediante un’azione libera.
- Tosco. La solita bestiaccia maledetta, il cattivone, il responsabile di tutte le sventure, messo lì solo per mordere e distruggere! Ma Dio, nel suo atto creativo, doveva anche caricare il pover’uomo di queste responsabilità?
- Sirrah. Diciamo meglio, come suggerisce Pareyson, che l’uomo non confeziona il male dal nulla e non lo diffonde nel mondo perché questo sia il suo mestiere. Egli semplicemente lo incontra, più o meno casualmente, durante il proprio tragitto esistenziale e, nell’incontrarlo, talvolta lo risveglia dal sonno in cui la lunga prigionia l’aveva indotto.
- Mirach. Dunque in Dio il male c’é. In qualche modo la divinità coabita con il demonio!
- Tosco. E noi, poveri tapini, paghiamo la pigione!
- Mirach. Ora i casi sono due: o la presenza del male è segno di imperfezione, e allora Dio è imperfetto e quindi non è più una divinità assoluta; oppure il male porta con sé il segno della perfezione, e la cosa mi suona contraddittoria assai.
- Sirrah. In Dio il male c’è, ma vi risiede come interlocutore sconfitto e la sua sconfitta è eterna, esso non potrà mai più prevalere. Ha una sola scappatoia, quella che lo conduce a introdursi nella storia del tempo umano, della realtà umana e, qui instauratosi, può riprendere in mano le proprie armi e accendere battaglie dalle quali, tuttavia, gli è impossibile uscire vincitore.
- Tosco. E intanto semina sofferenza. Che razza di detenzione! Tanto ben sconfitto, tanto ben legato in catene che, bel bello, un giorno che gli salta il ghiribizzo s’infila nel cunicolo e torna a sfoggiare le sue arti marziali. E sempre l’uomo di mezzo, c’era da aspettarselo!
- Mirach. Mi sembra di aver capito qualcosa: non è il bene che vince in questa tenzone manicheistica, alla fine di tutto, e neppure il male; chi vince è la possibilità. Qualcosa che somiglia al nostro pianeta ben guarnito di una miriade di arsenali atomici che, se fossero indotti in una reazione a catena, lo farebbero andare in pezzi in pochi istanti.
- Sirrah. Sei vicinissima al vero, Mirach, ma dobbiamo anche considerare che è la volontà a dire l’ultima parola, è la volontà la forza che dirige la possibilità in un senso o nell’altro. Pareyson pone in Dio il farsi di una scelta indiscussa per il bene ed è proprio grazie a questa scelta che il male è mantenuto a puro livello di possibilità. In modo simile e contrario l’uomo, operando una scelta negativa e aprendo la stura al male, mantiene con questo la possibilità che il bene si manifesti e ne scongiura l’annientamento. È tutta questione di libertà. Se eliminiamo la presenza del male a fronte del bene togliamo di mezzo anche la possibilità di scelta e quindi neghiamo la libertà. La sofferenza scaturisce nel momento in cui il negativo riesce a sopraffare la capacità che gli uomini possiedono di sopportarlo.
- Tosco. E qui abbiamo la spiegazione definitiva del male che c’è nel mondo. Con la piccola distinzione che la gran massa della gente vive attraversando sofferenze di ogni genere, mentre qualcuno se la gode fin che campa. Già, facile a capirsi: l’abbiamo voluto noi! Oh, che razza dannata!
- Sirrah. Tuttavia, Tosco caro, la sofferenza non è del tutto negativa, essa è l’unico rimedio che ci sia offerto per fronteggiare il male; un’arma negativa, ma pur sempre un’arma.
- Mirach. Continuo a tenermi alcuni pesanti dubbi. Dico: che senso ha l’accanirsi della sofferenza su una larghissima fascia di popolazione e il suo essere estranea a una piccola minoranza fortunata? Saranno i primi soltanto a vincere il male, mentre i secondi andranno all’inferno? Anche questa è libertà di scelta? E chi ha operato questa scelta? Per quale scopo che a noi ha creduto opportuno non rivelare?
- Sirrah. Se avessimo sempre ventiquattro ore di luce non conosceremmo il buio, non potremmo apprezzare la luce quando questa ci manca, non ci sarebbe neppure facile darle un nome perché essa rappresenterebbe il “sempre”. Così, se regnasse una perenne primavera, non avremmo mai l’opportunità di veder scorrere stagioni diverse, veder maturare frutti differenti, assistere a fenomeni meteorologici e a condizioni climatiche mutevoli. La primavera è una cosa meravigliosa perché, quando accenna a iniziare, noi stiamo uscendo da un tedioso e rigido inverno e i nostri sentimenti più belli si risvegliano al rifiorire di luminosità e colori. Alcune religioni prefigurano una vita successiva beata in un Paradiso promesso, che è paragonato alla luce dopo le tenebre, alla primavera dopo il gelo. Tenebre e gelo sono il correlato della sofferenza che noi incontriamo nella nostra vita terrena. Ma c’è sempre qualcuno che preferisce immergersi nelle tenebre, che antepone la certezza di un inverno lungo e freddo alla speranza di una primavera di vita. E questa è una scelta, che presuppone volontà decisionale ed è sorretta dalla condizione di libertà di cui l’uomo gode. Ecco, io penso di poter credere che, quando Dio creò l’uomo, coniugò insieme queste tre istanze – opportunità di scelta, volontà, libertà – e sulla loro unione scrisse la parola “uomo”.
- Almach. Altrimenti si sarebbe accontentato delle forme animali e vegetali.
- Tosco. E avrebbe fatto meglio. Perché risulta che Dio abbia profuso la medesima cura nella creazione sia delle formiche che dell’uomo, ma, da come avevi citato tu, Tiziano, sembra, da alcuni grossolani indizi, che abbia trattato meglio le formichine. Queste, almeno, svolgono la propria funzione con un minimo forse di partecipazione riflessa, ma senza essere torturate dai morsi dell’angoscia.
- Almach. Ma forse aveva bisogno di una creatura a un grado più alto di consapevolezza, una creatura che potesse operare un confronto cosciente fra bene e male e imparasse, dopo ripetuti tentativi, a fare la massima chiarezza sulle differenze fra le due istanze e sulle implicazioni esistenziali e morali che il prevalere dell’una sull’altra avrebbe comportato. Creò l’uomo, dunque, perché esso era il mezzo più raffinato per poter realizzare la propria autorappresentazione, per alienarsi nella sua natura fallibile, per affrontare percorsi di sofferenza e di pensiero incerto, verso una finalità ultima di conoscenza di sé che sarebbe un presupposto essenziale per raggiungere la perfezione. Creò infatti un uomo rozzo, primitivo, profondamente influenzabile, un ente poco più che materiale, e da esso trasse l’intelligenza, l’anima, il pensiero speculativo, un processo creativo e generativo che doveva durare millenni. Lasciò tuttavia, nell’uomo, un senso di solitudine, di incompletezza, di vuoto che generava angoscia e spingeva a porsi domande, alle quali era sempre arduo trovare una risposta soddisfacente.
- Tiziano. È forse anche per queste ragioni che gli uomini hanno inventato le religioni. Volgendo lo sguardo al passato vediamo che, in un primo tempo, hanno inventato Dio per dare una spiegazione a ciò che esiste nella misura in cui è da noi esperibile. Poi hanno inventato le religioni per dirci ben bene in quale modo dobbiamo pensare a questo Dio e in quale modo dobbiamo temerlo o essergli grati. Sì, perché Dio non ci dà altro che ciò che è buono, positivo per la nostra salvezza. Ma, se poi ci sono le malattie, se poi ci sono le guerre, la violenza, la sopraffazione, l’odio, l’ingiustizia sociale, se poi ci sono le calamità naturali e disgrazie di ogni sorta, se poi calpestiamo la superficie di un pianeta che ospita centinaia di milioni di persone affamate, malate, miserabili, venute al mondo, lì, soltanto per mantenere il benessere di alcuni milioni di persone e il lusso da favola di poche decine o centinaia di esseri umani, ecco allora che arriva puntualissimo qualcuno a dirci che tutto ciò avviene perché il mondo è regno del demonio, o perché siamo stati malvagi o irriverenti nei confronti della divinità, o perché nella nostra famiglia qualcuno s’è macchiato di una colpa che chiama a gran voce espiazione, vendetta. La visione cristiana del rapporto Dio/uomo è partita da questo tipo di concetti: la colpa discesa dalla ribellione dei progenitori, che non termina mai di essere sottoposta a espiazione. Ma, poi, perché questa donna lapidata in quanto accusata di adulterio e quell’altra coperta d’oro perché elargitrice di favori erotici a qualche uomo di nome? E senza sentimento, per giunta, quest’ultima. E Dio sta a guardare? Segue una partita, una disputa, un combattimento di galli infuriati che si beccano a morte, si diverte, che fa? Oppure semplicemente non si dà pena di questo materiale da galera e si dedica ad altro? In tutte le guerre Dio è stato chiamato a benedire i combattenti: perché ammazzassero le altre creature di Dio? Forse che questo a Dio procura piacere? Dobbiamo immaginare un Dio che si esalta al profumo del sangue schizzato fuori dalle vene di centinaia di milioni di persone nella storia del pianeta del dolore, così come, a memoria di Bibbia, si placava e si disponeva a concedere i propri favori quando alle sue narici giungeva il “soavissimo” profumo delle carcasse bruciate sugli altari? E, poi, chi era quel Dio schizofrenico che, chiamato con gran pompa da vescovi cattolici, doveva far discendere la propria divina benedizione, contemporaneamente, sui cannoni di due Nazioni confinanti e in conflitto e che, a battaglia finita, dopo aver visto volare, colpire, esplodere migliaia di tonnellate di bombe inzuppate di tritolo ad alto potenziale dirompente, veniva nuovamente chiamato dai suoi vescovi a consolare le mamme, le spose, i figli dei soldati massacrati, contemporaneamente e con la stessa faccia – e quale faccia? – di qua e di là della linea di demarcazione bellica?
- Mirach. Senza contare, se mi è concesso aggiungerne un altro po’, che questo Dio-metafora veniva vestito e raffigurato a misura d’uomo, adeguandosi egli stesso, per volontà delle sue creature più perfezionate, alle esigenze delle circostanze mutevoli. C’era una preghiera, prima dell’avvento del nazismo e del fascismo, che le mamme e i catechisti insegnavano ai pargoli. Diceva: “Ti adoro, mio Dio, e ti amo con tutto il cuore, ti ringrazio di avermi creato…”. Si dava del tu a Dio, alla moda dei romani antichi, in tono familiare e confidenziale. Poi venne l’era fascista, in Italia, e allora le mamme e i catechisti furono costretti a modificare l’impostazione grammaticale dell’implorazione divina: “Vi adoro, mio Dio, e vi amo con tutto il cuore, vi ringrazio di avermi creato…”. L’ordine nuovo imponeva di dare del voi a Dio: Dio come Gerarca. Ma il ventennio durò quel che durò e, con la successiva restaurazione politica, fu restaurato pure il tu. Chissà come l’avrà presa, povero vecchio Dio, a quali sforzi non si sarà dovuto sottoporre per adattarsi e riadattarsi al sentirsi invocare a quei modi!
- Ottero. Nel corso dei millenni l’uomo, per sopravvivere, ha sentito impellente il bisogno di costruirsi questa metafora trascendentale.
- Tosco. Per sopravvivere? A che?
- Ottero. Alle sue angosce, poverino! Non pensiamo tutti, forse, che sia l’uomo l’unica creatura a provare l’angoscia dell’esistenza? La vita funziona come una bilancia: su un piatto c’è il proliferare e il gravare delle angosce, sull’altro piatto posiamo qualcosa che faccia da contrappeso e ristabilisca un equilibrio accettabile, la metafora di un Dio che trascende ogni nostra possibilità e ogni nostra limitatezza. Noi ne siamo il fulcro e in tale posizione sopportiamo il peso dell’una e dell’altra forza e sotto questo giogo ci logoriamo, soffriamo, e infine ci spezziamo.
[1] Luigi Pareyson, filosofo, studioso di Filosofia delle Religioni, nato a Piasco (Cuneo), 1918, deceduto nel 1991.
Immagine di Copertina tratta da Kaire.

