IV
L’ “Octavia” nel suo tempo.
Dal procedimento per negazioni ora l’Autore va cercando un risultato positivo, osservando se nella tragedia esistano elementi o aspetti che specificamente rimandino a un determinato momento storico. Sappiamo per ora che essa può essere stata composta prima degli Annali di Tacito, nel I secolo d.C. Ma questa possibilità non è sufficiente.
L’assegnazione dell’Octavia a un’età tarda è priva di qualsiasi sostegno: essa si appoggia unicamente alla presenza di errori. I versi 887-889 parlano di ‘fasci’ attribuiti a Livio, tribuno della plebe, mentre i fasci non erano insegna di questa carica. Ma si può anche pensare che l’autore dell’Octavia abbia voluto assegnare a Livio i fasci come generico simbolo della sua autorità di magistrato: un’espressione figurata, dunque. L’autore dell’Octavia, pertanto, avrebbe commesso una lieve licenza usando fasces in senso figurato, senza per questo essere per forza assegnato a un’età più tarda di quella a cui appartiene Seneca. Su questa linea si pongono il Farnabio, il Ladek e il Santoro. Il Nordmeyer fa propria l’opinione di Bücheler, concludendo che poco dopo la morte di Nerone i tribuni della plebe fossero stati insigniti di fasci.
Tacito narra che Agrippina, appena fu certa che Claudio l’avrebbe sposata, si mise a preparare le nozze di Nerone con Ottavia la quale era già fidanzata a Lucio Silano. Quest’ultimo fu ingiustamente accusato di incesto con la propria sorella, dal censore Vitellio, e finì suicida il giorno delle nozze fra Claudio e Agrippina. Il verso 145 dell’Octavia che riporta la parola thalamis può ingenerare alcune confusioni che possono essere dissipate se alla parola, invece che il significato di letto o camera da letto, si dà in significato di condizione civile.
Nei versi 294-309, con l’episodio di Virginia, pare ci sia confusione fra re e decemviri, quando si può invece ritenere possibile che la parola reges sia usata in senso lato e comprenda anche i decemviri (opinione del Farnabio).
In mancanza di particolari errori storici, R. Helm si richiama alle divergenze dalla realtà e sostiene che esse presuppongono che tra i fatti e la tragedia sia passato molto tempo che ha consentito all’autore dell’Octavia di allontanarsi dalla realtà storica. Il Baehrens, il Nordmeyer e il Chickering, d’altra parte, riconoscono la presenza di un testimone oculare.
L’argomento di R. Helm, peraltro, presenta carattere di ritorcibilità. Si dà per certa l’avversione dell’autore per Nerone: questo è il fulcro della tragedia, ma anche la base della sua impostazione oratoria. Quando R. Helm sostiene che un contemporaneo non può mancare di esattezza, dimentica che è propria dei contemporanei la trasfigurazione oratoria e polemica. Con l’illazione di Helm cade anche la pretesa e conseguente dimostrazione che l’autore della tragedia abbia imitato Stazio (secondo tale illazione l’Octavia sarebbe stata composta intorno al 90 d.C., sotto Domiziano, da un uomo che aveva avuto modo di conoscere le poesie di Stazio.
Anche l’ipotesi di F. Ritter si rifà al tempo di Domiziano, attribuendo l’Octavia a Curiazio Materno. Il Vater trova acuto ciò che il Ritter dice circa l’applicabilità del divorzio di Nerone da Ottavia e delle nozze con Poppea alle vicende coniugali di Domiziano il quale, ripudiata Domizia, sposò la figlia di suo fratello Tito. Il Vater ha ragione quando nota che l’ipotesi del Ritter offre un esempio della facilità di colorire una vana congettura.
L’Enk, partendo dal medesimo erroneo preconcetto, arguisce che l’autore dell’Octavia sia da cercare nei tempi di Materno, senza peraltro accettare costui come autore.
Il Nordmeyer concorda con il Ritter, reputando che le declamazioni di Ottavia, di Seneca e del coro contro il tiranno si riferiscano a un determinato personaggio del tempo in cui scrisse l’autore, vale a dire Domiziano che tiranneggiò il senato e il popolo di Roma.
Il Valmaggi, da alcuni indizi, identifica l’età di Vespasiano, fondando la sua critica all’eterno preconcetto della posteriorità dell’Octavia alla morte di Nerone. Allo stesso modo il Chickering assegna l’Octavia all’età dei Flavi.
Per la soluzione del problema cronologico dell’Octavia non servono le argomentazioni che il Ladek, il Nordmeyer e lo Herrmann basano sulle note espressioni di Quintiliano (Institutio oratoria) contro Seneca.
Nemmeno giova il confronto con il quale O. Gross argomenta che l’Octavia sia imitata dall’Aetna e sia perciò anteriore alla grande eruzione del Vesuvio del 79 d.C., ignorata dal poemetto imitatore (R. Helm crede che il Gross si sarebbe accorto che i riscontri fra l’Octavia e l’Aetna da lui addotti non sono esclusivi delle due opere o sono affatto illusori, se avesse avuto a disposizione il materiale poi raccolto nell’edizione di C. Hosius). Anche L. Herrmann, dato un elenco di riscontri, conclude che nessuno di essi è in effetti decisivo.
T. Birt indica come possibile autore dell’Octavia Lucilio, l’amico di Seneca ed esprime l’opinione che Lucilio non sia anche l’autore dell’Aetna, tanto lo stile di questa è diverso da quello della tragedia. L’ipotesi di Birt sarebbe sostenuta dal solito preconcetto che l’autore dell’Octavia sarebbe dovuto sopravvivere a Nerone.
Il Ciaffi congettura l’assegnazione della tragedia ad Anneo Cornuto, pensando che la tragedia sia stata composta durante il regno di Otone. Va però valutato che nell’Octavia manca ogni cenno o allusione a Otone. Se l’illazione fosse giusta, l’Octavia dovrebbe essere datata al 69, anno in cui il regno di Otone ebbe inizio e fine.
Il Gercke crede che il silenzio su Otone non sia dovuto a un motivo di prudenza, ma alla estraneità o insensibilità di un autore personalmente lontano dai turbinosi eventi del 69. Servendosi dell’ipotesi del Nordmeyer, secondo cui Otone non fu marito di Poppea, il Gercke prospetta la possibilità che il silenzio dell’Octavia su Otone sia dovuto a fedeltà alla fonte primaria di quella prima versione, ossia a Plinio.
Il Santoro, per converso, ritenendo per certo che Otone sia stato marito di Poppea, prima che questa conoscesse Nerone, conclude che l’autore dell’Octavia ha scelto delle due versioni scritte la falsa e perciò non può essere vissuto che in età lontana dagli avvenimenti.
Ma il silenzio sugli eventi del 69, come sostiene il Pease, potrebbe essere indizio che la tragedia fu composta prima di quell’anno. Gli muove obiezione lo Herrmann, riportando il fatto che la tragedia termina con un verso che forse è un’allusione alle guerre civili (del 69): si tratta di un’obiezione giusta, ma l’ipotesi di un’allusione alle guerre civili è incauta e ingiustificata. Anche per gli anni prima del 69 il silenzio su Otone non può offrire alcuna indicazione cronologica sicura e nemmeno plausibile, perché egli non partecipò ai fatti narrati nella tragedia, trovandosi in Lusitania. Anche Crispino, d’altra parte, partecipa alle vicende dell’Octavia, ma la cosa è diversa: il Ladek ha finemente colto il senso fondamentale dell’apparizione di Crispino, in virtù della quale il sogno di Poppea è un ricordo del suo passato di moglie rispettabile e una condanna della corruzione che lei ha rifiutato. La presenza del figlio di Crispino, poi, assume particolare importanza, in quanto dà all’apparizione del padre un valore sentimentale che altrimenti non avrebbe avuto.
C. Hosius crede che il confronto dell’Octavia con la Pharsalia consenta di datare la tragedia con qualche precisione. Egli trova nella tragedia imitazioni dei primi libri (non oltre il VII) del poema di Lucano, concludendo che l’Octavia deve essere stata scritta da un contemporaneo di Lucano, subito dopo la morte di Nerone. In complesso concordano con questa ipotesi lo Hosius e L. Herrmann, ma si tratta anche qui di un’ipotesi fragilissima, affatto congetturale. È inoltre incerto che esistano tali imitazioni nell’Octavia: certi riscontri si riducono a modi di dire diffusi, a clichés linguistici. Al dubbio e alle obiezioni ci invita lo stesso Hosius, con alcuni paralleli aggiunti ai riscontri fra Lucano e l’Octavia.
A proposito dei rapporti fra Seneca, l’Octavia e Lucano, il Richter trova che quest’ultimo imita tutte le tragedie senechiane, ma non l’Octavia. Ciò è sostanzialmente contrario alla tesi dello Hosius: se fra Lucano e l’Octavia non esistono rapporti tali da poter affermare che quegli imita questa, non si vede come possano esistere rapporti che autorizzino ad affermare che questa imita quello. La presenza nell’Octavia di indizi di imitazione anche di tutti i libri di Lucano non pregiudicherebbe l’autenticità senechiana: si tenga presente che Seneca e Lucano morirono entrambi nel 65 (congiura di Pisone); Seneca avrebbe potuto ben conoscere tutta l’opera del nipote e riecheggiarla in una tragedia che non pubblicò mai e che poté dunque continuare a comporre o ritoccare fino agli ultimi giorni della propria vita.
H. Bardon (1939) crede che l’attribuzione a Lucano sia la più plausibile. Essa spiegherebbe come mai l’Octavia sia stata trasmessa insieme alle tragedie senechiane. E sarebbe suggerita da Stazio il quale, tuttavia, finisce con il riconoscere le difficoltà e la discutibilità della sua ipotesi, a motivo delle vaghe notizie ricavate dai testi disponibili. L’interpretazione dei versi di Stazio è puramente congetturale; tuttavia, l’ipotesi del Bardon segna un passo avanti rispetto alle ipotesi che si arenano nel preconcetto dell’anacronismo della morte di Nerone.
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La ricerca entra dunque in epoca neroniana, non presentandosi buone ragioni per assegnare l’Octavia a un’epoca diversa.
Il Desprez non è convinto che Seneca abbia scritto, contro Nerone, un’opera che non avrebbe potuto dare alla pubblicazione. Ricorda, a proposito, che Materno pagò con la vita la lettura del suo Catone. Su questo motivo insiste R. Helm, sostenendo che il ritiro di Seneca dopo il colloquio con Nerone sarebbe apparso in contrasto con il temerario ardire della composizione dell’Octavia. Ma il Pantzerhielm Thomas obietta, allo Helm, che presso i Romani potevano essere possibili chiare testimonianze di sfida alla tirannide. L’argomentazione dello Helm e del Desprez rimare sul piano del più fragile e discutibile psicologismo ed è ritorcibile contro chi, come lo Helm, assegna l’Octavia all’età di Domiziano. Come asserisce il Gercke, nell’età di Domiziano era pericoloso pubblicare simili opere, per via dei molti delatori. L’argomentazione è ritorcibile, anche, contro l’Amaury-Duval (Paris, 1832) quando egli colloca l’Octavia parecchi secoli dopo la morte del personaggio principale. Un’opera di opposizione, infatti, non si può concepire sradicata dal contesto caotico della lotta politica. L’Octavia è, infatti, un’opera di lotta politica. Ed è da credere che l’atmosfera di terrore che preluse alla congiura di Pisone, piuttosto che un impedimento, sia stata per essa una situazione condizionante.
Il Desprez e gli altri considerano gli uomini soggiogati da un calcolo di sicurezza o tornaconto personale, escludendo che i sogni e gli imperativi morali avessero in essi una parte considerevole. Non riconoscono, inoltre, il coraggio e la forza morale a colui che, con il suo stesso ritiro, espresse un coraggioso atto di accusa, che non temette la morte, che lasciò come ricordo agli uomini un gesto significante di libertà. In linea generale, dunque, non si possono ritenere sussistenti i pretesi impedimenti alla composizione dell’Octavia sotto Nerone. È necessario trovare nell’accenno alla forza morale del filosofo la riprova ineluttabile dell’insussistenza degli impedimenti immaginati.
Ha ragione lo Scaligero nell’interpretare i versi 231 e segg., dove Ottavia accenna a prodigi verificatisi dopo il matricidio di Nerone: una cometa (presso la stella Arturo, della costellazione del Bifolco), segno che il cielo stesso è contaminato e turbato dal respiro del tiranno. Lo Scaligero sostiene che l’autore dell’Octavia afferma di aver visto egli stesso la cometa, e il Ritter aggiunge che la descrizione è tanto precisa da potersi credere che l’autore abbia assistito al fenomeno.
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Consideriamo ora gli aspetti e i passi che rivelano nell’autore la buona informazione del contemporaneo.
Il Nordmeyer osserva che gli appellativi usati nell’Octavia per i personaggi della famiglia imperiale sono quelli medesimi che troviamo nei monumenti epigrafici e numismatici dell’età di Claudio e di Nerone.
Abbiamo già parlato dell’informazione, che solo il nostro autore ci fornisce, circa la morte di Giulia figlia di Druso. Nella semplicità con cui è nominata Giulia, il Ladek scorge una riprova della contemporaneità dell’autore il quale tralascia certe determinazioni (l’indicazione dei genitori di Giulia) che sarebbero state invece indispensabili in un’età lontana da quella rievocata. Il Flinck nota che l’autore presuppone nei suoi lettori una buona conoscenza di persone, cose e luoghi e sorvola pertanto su alcune descrizioni sovrabbondanti che, se fosse stata scritta in età posteriore, anche l’Octavia non mancherebbe di fornire.
Nei versi 170-173 la tragedia descrive i funerali di Britannico e la nutrice Ottavia che compiange l’infelice adolescente. Che l’uccisione di Britannico fu per Agrippina un gravissimo colpo, è riportato da Tacito il quale però non dice che fu la matrigna a comporre sul rogo il cadavere dell’adolescente. Qui è la peculiarità dell’Octavia. Il Bücheler trasforma la parola dedit (diede) in dedi (io diedi): questo è considerato come una vera e propria correzione dal Leo e dal Santoro. Il Nordmeyer vede invece nel dedit dei codici una prova dell’indipendenza del nostro autore da Tacito; così anche il Moricca, lo Hosius, lo Sluiter. Persino lo Helm riconosce qui l’originalità dell’Octavia rispetto a Tacito. Giuste critiche alla congetturale modificazione (che sostituisce ad Agrippina, nel pietoso gesto, la nutrice di Ottavia, un personaggio oscuro o affatto fittizio) del Bücheler muove l’Ageno. A quanto dice l’Ageno, un’inesattezza sarebbe anzi introdotta nel testo dal dedi del Bücheler, dato che la cura e la direzione dei funerali spettava ai parenti più stretti.
Si può obiettare che il particolare in questione possa derivare da una fonte ignota: questo è possibile, ma che esso sia registrato solo nell’Octavia è vero, e noi dobbiamo attenerci alla certezza. Ma, finché manca una prova o un indizio che trasformi la possibilità in certezza o probabilità, conviene giudicare il particolare offertoci soltanto dall’Octavia ritenendolo storico perché, mentre nulla lo smentisce, esso è del tutto consono alla reale situazione in cui Agrippina venne a trovarsi in seguito all’uccisione di Britannico: ai funerali di Britannico ella partecipò con la parte più viva e ardente di se stessa, che nel rogo del figliastro ella gettò tante sue speranze di rivalsa sul figlio ribelle nel duello per il predominio.
Altra peculiarità che la differenzia dai testi storiografici a nostra disposizione, l’Octavia offre con i versi 196 e seg. dove è descritta la disgrazia della liberta Atte, già favorita di Nerone e dove viene usata la parola monumenta che Atte costruisce dando un volto al proprio dolore.
Il Vater pensa si tratti di monumenti sepolcrali: Atte pre-sente la propria morte.
Il Ladek, in base a un’iscrizione (‘C’ ERERI SACRUM ‘CLAUDIA’ AUG. LIB. ACTE) dedicata a Cerere e scoperta a Pisa, pensa che i monumenta siano dedicati da Atte a Cerere per ottenere dalla dea un intervento contro il legame fra Nerone e Poppea. I monumenta furono ricordati dall’autore dell’Octavia perché egli era un contemporaneo bene informato sull’ambiente ciceroniano. Su questo concordano, in linea generale, G. Nordmeyer, E.C. Chickering, L. Herrmann.
Il Gercke è pure favorevole al significato dell’iscrizione pisana, ma non accetta che l’autore sia stato testimone dei monumenta.
Il Cima si oppone al nesso tra i monumenta e l’iscrizione pisana. Il Nordmeyer è del parere che sia dubbio se l’autore abbia visto proprio quel monumento pisano.
Una seconda iscrizione fu vista dal Marangoni nelle catacombe di S. Callisto, poi scomparsa (AUG ‘USTI’ L ‘IBERTA’ ACTE (AD) MARTIS).
Anche il Santoro nega che i versi 196 e seg. siano stati scritti da un uomo contemporaneo a Nerone: la notizia dei monumenti può essere stata attinta da una fonte storica perduta.
Sull’interpretazione del Ladek torna G. Herzog-Hauser: Atte vuole propiziarsi Cerere per ottenere fecondità e soppiantare così la sterile Ottavia. Poppea viene temuta da Atte, per la sua capacità di procreare.
Giancotti valuta che si debbano lasciare da parte le congetture del Vater, del Gercke, del Cima, del Santoro, in quanto esse sopravvivono soltanto in funzione dei preconcetti relativi agli anacronismi e alle fonti storiche.
Il Ladek, d’altra parte, non s’è accorto che la provenienza dell’iscrizione pisana dalla Sardegna (dove Atte aveva un podere) rafforza il riferimento dei versi citati all’iscrizione stessa. Spiegazione: il timore di Atte deriva dall’essere stata soppiantata da Poppea nei favori di Nerone, e si aggrava al pensiero che Nerone sposi Poppea; i monumenta, dunque, sarebbero dedicati a qualcuno che ha il potere di impedire il temuto matrimonio, cioè a una divinità contraria alle nozze, vale a dire Cerere, che si credeva presiedesse ai divorzi.
Lo Herzog-Hauser è in errore quando crede che i versi dell’Octavia si riferiscano all’anno 59: allora Atte poteva ancora sperare di diventare moglie di Nerone e madre dell’erede al trono. Ma l’azione dell’Octavia si svolge nel 62.
Il fatto che l’iscrizione provenga dalla Sardegna ha due requisiti fondamentali: a) è dedicata a una divinità avversa alle nozze; b) proviene da un luogo la cui consacrazione difficilmente avrebbe potuto dare nell’occhio a Poppea.
Viene da obiettare se, trovandosi l’iscrizione in Sardegna, l’autore dell’Octavia l’abbia proprio vista. Il Ladek crede che la visione diretta sia necessaria per poter affermare che l’autore fu contemporaneo di Atte. Ma è vero il contrario: solo un contemporaneo vicino ad Atte e ben informato avrebbe potuto parlare di monumenta edificati in luoghi lontani e con intenzioni così gelosamente segrete. Da tutto ciò è da poter ritenere che l’autore dell’Octavia visse nell’ambiente neroniano e di esso era ben informato.
Seneca fu il più favorevole sostenitore degli amori di Nerone con Atte, contro l’opposizione di Agrippina. Narrava Cluvio Rufo che ad Atte era ricorso Seneca contro il disperato tentativo di Agrippina di rimpadronirsi di Nerone, e in lui dell’impero, con l’incesto. Atte, come si sentì in pericolo al profilarsi di un più forte nefando legame di Nerone con Agrippina, così ebbe paura al profilarsi del matrimonio di Nerone con Poppea: c’era sempre da temere una donna che in Nerone voleva conquistare la potenza, a ogni costo.
Sull’osservazione (Ranke) circa il silenzio dell’autore su persone, cose e avvenimenti successivamente alla morte di Nerone, ci si può chiedere: un autore che tanto compiange Ottavia, se avesse scritto dopo il crollo di Nerone, avrebbe potuto trascurare l’intervento di una némesi (giustizia storica) nella delusione di Nerone circa la possibilità di avere un figlio e una dinastia? Il motivo dinastico ha una parte preponderante nella tragedia, per cui il silenzio del quale si fa cenno è significativo. Il motivo genealogico o dinastico, animato dalla simpatia per la casa augustea, pressoché annientata con l’uccisione di Ottavia, poteva essere sentito, in tutto lo spessore che assume nella tragedia, soltanto da un contemporaneo.
Immagine di Copertina tratta da Wikipedia.

