Nei tuoi silenzi la tua voce. Quale anima? Dove vai pensiero? Parte 1 di 12

“… onde gli più profondi e divini teologi
dicono che più si onora ed ama Dio
per silenzio che per parola,
come si vede più per chiuder gli occhi
alle specie representate che per aprirli…”

  • Tosco. Questo, la mia cara Sirrah, non dirmi che è ancora il tuo Lucrezio, poiché un secolo prima di Cristo non poteva scrivere in lingua italiana…
  • Sirrah. Infatti, mio stimato compagno di viaggio, qui è Giordano Bruno che parla, il famosissimo filosofo nolano o, meglio, fa parlare uno dei suoi interlocutori, un certo Severino, che così si esprime nel Dialogo quarto “Degli Eroici Furori”.
  • Tosco. Meno male, siamo più in famiglia, ora. Però mi rattrista il pensiero di come finì, il poveretto, arso vivo per aver dimostrato il coraggio di sostenere le proprie convinzioni. Ma… non eri tu, Ottero, che parlavi di mare, spiagge variopinte, giardini in fiore? E chiamala “tiepida brezza marina!”. E chiamala “vegetazione lussureggiante!”. Ma ci poteva capitare qualcosa di peggio!? Oh, non possiamo lamentarci davvero: il mare c’è, eccolo là in fondo, dove va a perdersi quell’altro deserto di ghiaccio. Ma qui fa un freddo bestia!
  • Ottero. Così è. La nostra destinazione era quella che vediamo, il ghiacciaio di Jakobshavn[1]. Non ci resta che fare buon viso a cattiva sorte. Molto freddo, qui, a poco più di venti gradi dal Polo, e uno splendido biancore. Solo un briciolo di terra affiorante laggiù, fra quei fiordi strapiombanti in un mare sfavillante di una luminosità adamantina, e tutto il resto avvolto da interminabile candore.
  • Sirrah. Là nell’Atacama abbiamo cercato di penetrare gli arcani dell’Universo. Ogni passo avanti della nostra conversazione a me era parso come uno stimolo, come un incoraggiamento a intraprendere una via di ricerca nuova, a esplorare inusitati tentativi di spiegazione. Noi tutti sapevamo benissimo, in ogni momento in cui stavamo elaborando pensieri, teorie, ipotesi, congetture, prove, confutazioni, dubbi, incertezze, sapevamo che, in fondo in fondo, tutti stavamo procedendo alla ricerca della stessa cosa. Cercavamo Dio. Dio in tutta la confusione che si andava accumulando nella nostra mente, Dio nella inesplicabilità dei nostri tormenti concettuali, Dio nella irreperibilità di risposte ai nostri interrogativi, Dio nel Vuoto, Dio nel Cosmo, Dio nella negazione, nell’assenza di pensiero, nella profondità della nostra coscienza. Il pensiero di Dio è un pensiero che raggela il nostro stesso potere di pensare. Le sconfinate distese di ghiaccio che ammiriamo intorno a noi non fanno che ripetercelo. Eppure è un pensiero che non ci abbandona, mai, neppure quando ci convinciamo di essercene liberati e crediamo di non avere più motivo per tornarvi sopra.
  • Ottero. Che si possa pensare in qualche modo a chi, che cosa, come e quando possa essere Dio è una cosa ammissibile. Che si possegga il pensiero di Dio, no!
  • Almach. Pare che tutti gli uomini, e da sempre, abbiano forgiato una qualche idea di Dio, associandola a quel che di stupefacente colpiva i loro sensi, le loro emozioni e la loro immaginazione.
  • Sirrah. Questo va bene, ma su scala universale l’idea di Dio ha finito poi per diventare tutt’uno con il più sublime dei sentimenti, l’amore.
  • Tosco. Uff, l’amore, di nuovo! Avevi ragione, Tiziano, quando al palazzo del Parlamento ti sei scagliato contro l’uso che si fa di questa parola inflazionata, sciorinata nelle occasioni più disparate. Quando sento parlare di amore mi montano i fumi. Hanno preso un sentimento fra i più nobili e ne hanno fatto l’additivo numero uno dei prodotti commerciali… Scusate, sono andato un tantino fuori tema; meglio è che torniamo a noi.
  • Mirach. Non ti si può dare torto… visto il panorama da quell’ottica. Anzi, hai centrato il problema, direi, proprio in quanto hai portato all’evidenza la misura in cui l’amore viene oggi prepotentemente trasformato in un oggetto, un oggetto di consumo per l’appunto.
  • Sirrah. Purtroppo. Perché l’amore non ha oggetto. Esso è, per sua propria sostanza e natura. Dio, se vogliamo considerarlo in quanto amore, è un flusso di sensibilità, di affetto smisurato che nulla vuole o chiede in cambio di ciò che dà. Questo flusso stesso è la felicità e questa felicità è Dio. È su un terreno siffatto, io penso di poter credere, che si deve cercare la realtà ultima di tutte le cose. Ed è in questa direzione che si devono spingere la mente umana e l’energia che dalla natura umana si sprigiona: lo scopo ultimo e primo è quello di svelare la verità, di trovare Dio.
  • Ottero. Ma ci sono le religioni per questo. Non è forse vero che tutte le religioni, senza distinzione, anelano a qualcosa di soprannaturale, di trascendentale e si impegnano per insegnarci la via che ci condurrà verso quella dimensione di beatitudine perenne?
  • Tiziano. Testimonianze, testimonianze voglio. Non promesse, blandizie, conforto pietoso e quant’altro. Qualcuno forse è mai tornato, se pur ammettessimo che c’è un luogo “altro” da cui tornare, a dirci qualcosa di Dio, dell’eternità?
  • Almach. Sì, nei sogni, nelle testimonianze riportate da una vasta letteratura.
  • Tiziano. A proposito di letteratura… hai mai letto quel mare di libri e di articoli dove qualcuno è sempre pronto a raccontarti le belle cose, e terribili, di cui è stato testimone? Il solito lungo tunnel, la solita vivissima luce in fondo a quel tunnel, e tutte le altre fandonie di fantacredenza, o fantacredulità per essere più precisi. In quanto ai sogni, poi, sai benissimo che sono semplicemente creazioni, i sogni che fai tu, della tua mente; ci ficchi dentro quello che vuoi, più esattamente quello che la tua dimensione inconscia ha accumulato e che mette in regia al momento opportuno. Ed è su queste cose che ci giocano gli architetti della consolazione: giocano sulle tue paure, sulla cultura con le sue etichette, sui tabù, sulla disperazione, sulle illusioni e ti sfornano, come una ricetta pronta all’uso e di sicuro effetto, le loro religioni… “vai dritto come ti diciamo noi, non obiettare mai, e raggiungerai la pace, conoscerai Dio”. Semplice, vero? Economico anche, e perverso!
  • Sirrah. Sicuro, è vero ciò che dici. La religione nella sua essenza di ricerca del trascendente ha proprio nulla a che fare con i paramenti, i riti, le verità rivelate. Certo, le religioni così come possono essere osservate, sparse per il mondo, non sono altro che grandi, complessi e ingegnosi schemi culturali raffinatamente congegnati per ingabbiare e prevaricare nella sua volontà e nelle sue decisioni l’uomo facendo facile leva sulla sua naturale tendenza a provare paura, a sprofondarsi nella più spicciola credulità, ad aggrapparsi mani, piedi e denti a speranze evanescenti. Essere religiosi significa qualcos’altro, non pensi?
  • Ottero. Sì, qualcos’altro, qualcosa completamente opposta e distante da quel che s’è detto ora. È, dovrebbe essere, cercare la verità, che è la stessa cosa del cercare Dio. È su questo punto che dovrebbero convergere sia l’energia dell’uomo sia la sua intelligenza sia la sua capacità di riflettere e di porsi in stato di estrema attenzione.
  • Tiziano. Senza divagare in ricerche inconcludenti, ma pensando per miglior ventura alla raccomandazione che Wittgenstein rivolgeva al suo amico Drury: “Assicurati che la religione sia una questione tra te e Dio soli”[2]. Poco oltre, il filosofo preconizzava come sarà la religione del futuro: sarà una religione senza sacerdoti e senza ministri, una religione completamente ascetica.
  • Ottero. Mi piace ricordare il pensiero di Jaspers, a proposito, più precisamente quando il grande filosofo si scaglia contro la demonologia, uno dei tre esempi[3] di negazione filosofica della fede da lui analizzati. Tutto ciò a cui noi possiamo riferirci è compreso in un binomio: Dio e il mondo. Tra questi due termini null’altro si pone. Tutto ciò che appare ai nostri sensi è linguaggio, è messaggio di Dio: la difficoltà risiede nella nostra capacità di decifrazione. La cosa più importante, sostiene Jaspers, “è come io avverto il dito di Dio ai limiti del reale”. Non perché così mi dicono prelati o santoni, ma per il fatto che devo pormi di fronte a Dio senza l’intervento di intermediari, e attendere, nella consapevolezza di essere immerso nel vuoto del mondo, dove ogni giorno non riesco a intravedere Dio così come invece riesco a percepire gli oggetti reali. Il perdermi in questo vuoto è il modo di estraniarmi dalle cose che percepisco e di sostituirle con immagini e segni che mi consentano di trovare me stesso, passando attraverso l’idea di Dio. Nella sua dimensione esistenziale l’uomo raggiunge la consapevolezza di se stesso nel momento in cui comprende di essere stato dato in dono a se stesso a opera della Trascendenza: questo è il senso della sua libertà.
  • Tosco. Sarebbe meglio, allora, parlare di religiosità, anziché di religione o di religioni. Tanto, non arriveremo mai a Dio, per quanti siano i nostri sforzi. La nostra logica, le nostre acrobazie razionali non ci porteranno mai a lui. Lo stesso Jaspers, se non sbaglio, sostiene che sia inutile tentare di dimostrare l’esistenza di Dio, per il motivo che un Dio che fosse stato fatto oggetto di dimostrazione e a questa si fosse piegato non sarebbe più Dio. La razionalità sulla quale sovente ci soffermiamo funziona bene fin tanto che restiamo nel mondo delle pertinenze umane. Nell’accostarci all’idea di Dio la dobbiamo abbandonare.
  • Ottero. È così. Jaspers, infatti, consiglia di lasciare la presunzione di guidare la nostra ricerca di certezza sino a raggiungere Dio, cosa che egli reputa impossibile e perciò inutile; molto meglio partire decisamente da Dio e cercarlo, muovere dalla certezza del suo esserci, sebbene sia una certezza incomprensibile e pertanto paradossale, per iniziare il nostro viaggio speculativo[4]. D’altra parte, come anche sostiene Kierkegaard, il tentativo di voler dimostrare che Dio esiste si risolverebbe in un fallimento sicuro, il colmo del ridicolo secondo l’espressione di Thiede, perché se Dio esiste non è data anche la possibilità di provarlo oppure, se non esiste, non è neppure dimostrabile.[5]
  • Tosco. Le religioni l’avevano capito, ma ne fecero un uso che giudicherei per nulla appropriato o, almeno, appropriato agli interessi di casta. Basta sfogliare Bertrand Russel[6] per addentrarci in questa sorta di dinamica perversa e macchiata di atteggiamenti persecutori. Dice, il filosofo, che esisteva nel popolo ebreo la ferma convinzione che la loro fosse l’unica, la sola vera religione, ma che, ciò nonostante, gli ebrei non avevano di mira la realizzazione di un ecumenismo universale sotto l’egida del loro unico Dio. Non si scagliavano contro i popoli di altre fedi, non erigevano roghi; le loro velleità persecutorie le andavano comunque sfogando all’interno della propria comunità. Ma poi si fecero avanti i cristiani i quali si aggrapparono con una mano alla tradizione e alle leggi ebraiche, con l’altra allo spirito di dominio che i romani dell’epoca estendevano a tutti i lidi raggiungibili, mentre afferravano saldamente con i denti quello che, nelle parole di Bertrand Russel, era “il gusto greco per le sottigliezze metafisiche”[7]. Il risultato di tutte queste componenti ben mescolate fu l’insorgere di una religione che per intolleranza non conosceva l’eguale su tutta la faccia della terra. In quanto a perseguitare i poveri cristi, cito soltanto ciò che ricorda ancora Russel, le centomila streghe arse vive in un solo secolo sulle piazze della Germania rinascimentale, quasi tre al giorno per le statistiche. Ancora una volta avevano travisato la parola di Dio e il suo messaggio rivolto agli uomini di buona volontà!
  • Tiziano. Eh sì, credo proprio di sì. L’uomo che abbraccia una religione diventa un settario, un esclusivista, può diventare anche intollerante, fanatico, estremista, fazioso per così dire e, soprattutto, presuntuoso nella sua convinzione di possedere la verità. L’uomo religioso rifugge tutto ciò, non ha bisogno di intermediari, di mediatori, di interpreti, di guide: egli già sta avvicinandosi al Vero, perché cammina con passo deciso sulla via della ricerca, lui, solo con i propri dubbi, con le proprie incertezze, con la propria estenuante sensazione di limitatezza. Non si compiace di ciò che ha o di ciò che ha ottenuto, non si ferma a contemplare il proprio effimero giardino, ma continua a camminare, superando sempre nuovi confini, abbattendo limiti, stravolgendo senza timore il proprio essere in evoluzione.

[1] Ghiacciaio di Jakobshavn: Groenlandia occidentale, a fronte della Baia di Baffin.

[2] In Ludwig Wittgenstein, Conversazioni e ricordi, Vicenza, Neri Pozza Editore, 2005, op. cit.

[3] Gli altri due sono: la divinizzazione dell’uomo e il nichilismo (in Karl Jaspers, La fede filosofica, 1948).

[4] Karl Jaspers, La fede filosofica, 1948, pag, 91.

[5] Sören Kierkegaard, L’inquietudine della fede, Torino, Piero Gribaudi Ed., 1968, pag. 29.

[6] Bertrand Russel, Elogio dell’ozio, 1996, pag. 149.

[7] Vedi nota precedente.


Immagine di Copertina tratta da Audley.

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