- Mirach. Tutto questo bel teorizzare porta comunque sempre alla considerazione del punto o momento di passaggio, che è un punto di crisi: Chiamiamolo pure punto Alfa. Attorno ad Alfa ti sposti da un territorio di pura atemporalità a un’entità materiale in evoluzione. Come è possibile immaginare un “prima” di Alfa, se il concetto di “prima” trova giustificazione soltanto da Alfa in poi, con la nascita del tempo? Prima di Alfa non c’è un “prima”, c’è il nulla.
- Tosco. Ma dal nulla si genera solo nulla. Sappiamo bene che non c’è cosa che venga dal nulla o che si riduca al nulla, ma che tutto subisce una serie di trasformazioni nella forma o nella sostanza. Dunque Alfa non può esistere, non può essere concepito né rappresentato, non incontra giustificazioni all’essere di se stesso.
- Mirach. E allora non esistono neppure l’Universo, le epoche, gli sconvolgimenti cosmici, e nemmeno noi, povere creature malate di pensiero!
- Sirrah. Oppure hanno ragione quelli che credono in un Universo che esiste da sempre, che non ha mai avuto un inizio né avrà mai una fine.
- Tosco. Un modo elegante per esorcizzare il terrore del nulla. Ma è lo stesso Barbour a dare un taglio netto a questi dubbi: niente rappresentazione di un punto in uno spazio definito, poiché Alfa non appartiene allo spazio né al tempo, ma si definisce come “un enorme spazio di possibilità diverse”, lasciando alle potenzialità immaginative del lettore il compito di formarsi una qualche vaga idea di che cosa possano essere queste possibilità diverse e perché sono messe là, quelle e non altre, a opera di chi e nel contesto di quale intenzione e di quale astrusa progettualità. Per quanto mi riguarda, dirò soltanto questo: il resistere della dicotomia Io/Tutto è qualcosa che continua a lasciarmi estremamente perplesso. Perché di dicotomia si tratta, non mi si venga a dire. Ha un bell’affermare, Barbour, che ognuno di noi, in modo reciproco, fa parte anche di tutti gli altri nel momento stesso in cui è, egli stesso, la totalità delle cose che egli considera, comunque, a partire dal proprio personale punto di vista. Sì, fino a un certo punto mi sta bene, ma soltanto a livello di teoria. Che cosa succede se accendo la luce sul livello della consapevolezza soggettiva? In quest’ultima e soltanto in essa io credo, per il suo carattere tangibile, sensibile, esperibile nel concetto di identità che io ho di me stesso.
- Tiziano. Nulla da eccepire. Spazio, tempo, le forme a priori dell’intuizione così come le considera Kant, ma anche la molteplicità delle cose così come noi la percepiamo, appartengono al mondo fenomenico. Si tratta tuttavia sempre e comunque di una percezione apparente, perché mi rivolgo in questo momento alla molteplicità delle forme, e su questo filone speculativo mi richiamo proprio a Kant, addirittura ai testi Veda, molto prima di lui. Percezione apparente, dicevo, perché ciò che si manifesta, o di cui noi crediamo di percepire il manifestarsi, in ogni individuo è un solo, unico essere, sempre quello, indivisibile, presente e identico in tutte le creature.
- Ottero. Dunque, mettiamo un po’ d’ordine in queste idee. Prima c’era niente, niente e basta. Poi il Big Bang. L’universo si espande e ha bisogno di spazio che lo contenga; allora, a misura che si espande, crea spazio. Lo spazio, se segue parimenti le dimensioni progressive dell’universo, dev’essere anch’esso un qualcosa che si espande e allora ha bisogno, a sua volta, di un elemento che gli dia terreno per aumentare il proprio volume. E questo elemento è il vuoto. Finisce qui? Cioè, mi chiedo, il vuoto non è esso pure un’entità che abbisogna di espansione? E, no, perché allora la storia non avrebbe mai fine, ci vorrebbe un altro elemento che consentisse al vuoto… una “regressione all’infinito”, ancora!
- Almach. Ecco, il vuoto ha una natura diversa, io credo. Già c’era prima del Big Bang, è immobile, è impalpabile, è infinito, non ha limiti, oltre il vuoto c’è il vuoto, per sempre, è potenzialità di realizzazione.
- Mirach. Al contrario, io immagino che il vuoto possa esistere soltanto nello spazio. È quello che s’è appena detto citando le conquiste spaziali, non è così? Ne è un segno eloquente l’avvistamento, negli intervalli che separano l’uno dall’altro gli ammassi di Galassie, di enormi isole costituite da un vuoto assoluto. Isole che fanno parte della trama complessiva dello spazio e che nello spazio sono contenute. Gli avvistamenti, infatti, datati all’ultimo ventennio del secolo ventesimo, esordirono con la scoperta di una enorme bolla di vuoto, all’interno della costellazione del Bifolco, estesa su uno spazio di un miliardo di anni luce[1]. La materia galattica pare agitarsi all’infuori di simili bolle, a partire dalla loro superficie esterna si potrebbe dire[2]. Lo spazio, come lo immagino io, rispetto al vuoto è qualcosa di superordinato. Al di là, al di fuori dello spazio, a mio vedere non esiste neppure il vuoto, perché il vuoto è contenuto nello spazio, non viceversa, e la nostra esperienza interplanetaria dà conferma alla mia versione. Oltre lo spazio c’è il nulla.
- Sirrah. Ancora vorrei dire qualcosa sulla scia del pensiero di Giordano Bruno il quale non mi sembra molto lontano dall’aver preso a cuore questi stessi concetti attorno ai quali andiamo dissertando. Filoteo, il suo interlocutore in odore di filosofia, nel Dialogo quinto del “De l’Infinito, Universo e Mondi”, sentenzia che è inutile cercare il vuoto, lo spazio o la presenza del tempo al di là del cielo, poiché tutto si riduce all’uno, che è spazio immenso a cui possiamo liberamente attribuire la qualità di vuoto, di per sé infinito e dimora di infiniti e innumerevoli corpi celesti. La prospettiva, evidentemente, si discosta del tutto dal modo in cui Aristotele considerava l’Universo. Qui era un primo motore che muoveva immediatamente il primo mobile, e solo quello; tutti gli altri mobili ne ricevevano l’impulso in forma soltanto mediata. Secondo Giordano Bruno, per altro verso, l’infinità del mondo esclude tutta la fantastica serie numerale eretta dai peripatetici, con tutto il suo insieme gerarchico di gradi superiori e inferiori, perché tutto ciò che esiste è mosso immediatamente dal principio primo, nel senso, tuttavia, che il Creato riceve la potenza di muoversi da se stesso. Dice Filoteo: “Sono, dunque, infiniti motori, così come sono anime infinite di queste infinite sfere”. Sarebbe dunque, nel pensiero di Giordano Bruno, una prima potenza a trasmettere la virtù del movimento agli spiriti, alle anime, agli dèi, ai numeri, ai motori, quindi a tutta la materia, ai corpi, all’animato, alla natura inferiore, al mobile. Ancora Filoteo proclama che a nulla si possa pensare che non si trovi in un certo luogo, sia esso finito o infinito. Dire luogo, poi, equivale a dire spazio e con il termine spazio intendiamo il vuoto. Qui Giordano Bruno fa dare da Filoteo una definizione del vuoto: se vogliamo intenderlo come cosa che sta per sé, allora “diciamo essere l’etereo campo che contiene gli mondi”, ma se lo vogliamo raffigurare nel senso di cosa che coesiste dobbiamo definirlo come lo spazio nel quale si trovano “l’etereo campo e mondi, e che non si può intendere essere un altro.”
- Tiziano. Torniamo pure al nulla; quello, tanto, non manca di balzare alla ribalta in ogni occasione, non cesserà di perseguitarci. Ma, di grazia, che cos’è questo benedetto nulla, se non la rappresentazione mentale di tutto ciò che non c’è, che non è possibile neppure immaginare, in definitiva soltanto un prodotto della nostra rappresentazione che assume corpo come non-rappresentazione? È possibile rappresentarsi la possibilità di una non-rappresentazione? C’è dunque qualcosa che autorizza la nostra mente a travalicare la dimensione spazio-vuoto-universo?
- Ottero. È possibile, in quanto non possiamo avere esperienza mentale di una cosa se non la poniamo a confronto con il suo opposto. Ricordate? Mi rappresento la luce perché possiedo anche la rappresentazione mentale del buio, e viceversa, e così per tutti gli opposti. Ora, dunque, se devo ammettere che conosco attraverso l’elaborazione di informazioni a livello di rappresentazioni mentali, questa affermazione può aver valore soltanto nel postulare, contemporaneamente, la possibilità del loro opposto, cioè di non-rappresentazioni.
- Almach. Noi stiamo ragionando con il rigore di una logica lineare: è questo il tipo di logica che ci induce a insabbiare le nostre speculazioni nella palude delle parole. Suggerirei piuttosto di cambiare registro e tornare ancora una volta a un sistema ciclico nel modo di considerare questi problemi.
- Tosco. L’universo a fisarmonica?

- Almach. Anche, se vuoi. Sto pensando a una galassia qualsiasi. Al suo centro si trova un buco nero. In quel punto accade il contrario di quanto si è verificato con il Big Bang. Tutto rifluisce, nulla sfugge al risucchio, non fa eccezione neppure la luce. Tutto ritorna alle proprie radici, tutto si riporta là dove ha avuto origine. Come nei disegni che vi propongo: i buchi neri al centro delle galassie, la rotazione della galassia su se stessa, la mente universale e l’io pensante, le basi azotate sull’elica del DNA. È tutto un continuo rimescolamento, l’eterno ritorno di stoica memoria. Chiamiamo in scena l’energia gravitazionale. Se escludiamo dal gioco universale la gravità otteniamo lo spazio e il tempo come entità ben distinte fra loro. Rimettiamo in campo la gravità, ed ecco che spazio e tempo si intersecano come l’elica del DNA o come due serpenti in amore. La gravità è simile a un forte vento precipitato su un mare in bonaccia. Non solo fa cadere al suolo gli oggetti sospesi, ma, su scala cosmica, è altresì capace di alterare la struttura dello spazio e del tempo. In presenza della sua influenza persino la direttissima luce subisce una curvatura. Se, poi, facciamo la somma di tutte le forze gravitazionali che agiscono nell’universo intero, andiamo allora a scoprire che la gravità esercita un influsso notevole persino sul modo in cui si sta esprimendo l’evoluzione dell’universo.
[1] Si parla di una porzione di spazio con un diametro pari alla distanza che la luce coprirebbe nel giro di un miliardo di anni, viaggiando incessantemente alla velocità di 300.000 chilometri al secondo.
[2] Da “L’Universo delle Galassie” di Vincenzo Croce, in Diego Azzaro, Giancarlo Battisti, Claudio Del Sole, Atlante Grafico delle Galassie – I libri di “Astronomia”, Editrice Unione Astrofili Italiani, Rasai di Seren del Grappa (BL), n°1, Febbraio 2007.
Immagine di Copertina tratta da EveryEye.

