Oltre Andromeda. Dove vai pensiero? Parte 12 di 14

  • Tosco. Se c’è una cosa che mi turba profondamente è questa: se ci accostiamo alla teoria che dipinge l’universo come qualcosa capace di contenere, in un solo istante, tutto ciò che è probabile, come sostiene in più punti Barbour – ma non dimentichiamo Schopenhauer che al proposito la dice lunga, ci arriveremo anche lì – e se di tutto questo, io, nel corso della mia esperienza, vedo soltanto alcuni istanti, ammettendo che le cose stiano proprio a questo modo, voglio chiedermi: chi ha deciso che sia così e, se questa decisione è qualcosa di effettivo e può essere imputata a una qualche entità sconosciuta, perché c’è e dove vuole condurre le sorti della grande farsa?
  • Tiziano. Come possiamo saperlo! Ma può essere interessante ciò che Barbour stesso dice, a un certo punto, a proposito della “funzione d’onda”, come la denominò Schrödinger. La descrive come qualcosa di incorporeo, dotata di uno status controverso, gravata del compito di descrivere il comportamento di una particella fin tanto che questa non si imbatta nella necessità di operare una scelta.
  • Ottero. Descrivere il comportamento di una particella… Sappiamo quale dibattito è scaturito nel mondo scientifico attorno all’enigma del conoscere, in unica soluzione, qualcosa delle caratteristiche fisiche di una particella e la sua posizione nel corso del suo vorticoso movimento. Un enigma che era oggetto di preoccupazione già all’epoca dell’Illuminismo. Fu appunto Pierre-Simon Laplace[1] ad affermare che, se a noi fosse dato conoscere la posizione e la quantità di moto non solo di una, ma di ciascuna delle particelle che costituiscono l’Universo, così, d’un colpo, in un solo istante, avremmo anche acquisito la capacità sia di prevedere il futuro del nostro Universo sia di ricostruire tutto il suo passato.
  • Tosco. Io scommetterei, la mia buona Sirrah, che il tuo filosofo ci saprebbe illuminare anche su questo punto.
  • Sirrah. Se mi è concesso…
  • Ottero. Vai pure tranquilla, Sirrah.
  • Sirrah. Ebbene, Giordano Bruno non è nuovo a certe intuizioni che poi si dimostreranno fondate nelle ricerche portate avanti dagli scienziati tre secoli più tardi. Ha infatti un’intuizione immediata di ciò che accade in dimensione subatomica, là dove si dice che una particella è nello stesso istante in uno e in tutti i luoghi del proprio percorso – ricordate il vuoto interatomico che è pieno al tatto? Filoteo, in “De l’Infinito, Universi e Mondi”, pone la situazione assurda del nostro pianeta che, qualora venisse mosso da una volontà superiore a compiere una semirotazione in un senso e, subito, nel senso opposto per tornare al punto iniziale, nel tempo di un istante impercettibile, parrebbe a noi non essersi mosso. Giordano Bruno dice, a questo proposito, che le cose del mondo sono mosse da due principi attivi: il primo è finito e si produce attraverso lo scorrere del tempo; il secondo, per converso, è infinito e segue una logica diversa, quella dettata dall’anima del mondo, derivante dalla volontà divina che si pone come l’anima dell’anima del mondo, il cui moto, appunto, si verifica nel giro di un istante incoglibile dai nostri sensi.
  • Ottero. Siamo ancora, oggi, nella fase infantile del nostro potere di comprensione, come il bambino di quattro anni, incapace di invertire la sequenza delle azioni[2]. Ma torniamo alle funzioni d’onda che, indubbiamente, hanno qualcosa di speciale: da quanto ne dice Barbour, esse hanno la capacità addirittura di “creare” molecole complesse, possono cioè dare origine a strutture già piuttosto sofisticate, come proteine e il DNA. È il caso di pensare che siano dotate – oppure siano strumenti – di una volontà creatrice?
  • Tiziano. Ma Barbour, come ho appena ricordato, oltre della funzione d’onda parla anche della famosa equazione di Wheeler – De Witt, conosciuta sia per l’ambizione di offrire una descrizione unificata di tutto l’Universo, micro e macrocosmo compresi, sia per aver concepito l’Universo al completo come una molecola enorme che giace in uno stato stazionario, là dove si danno molte possibili configurazioni della molecola stessa, corrispondenti agli istanti di tempo.
  • Sirrah. Mi torna in mente il mio filosofo il quale, con fortissimo anticipo sulla formazione di queste teorie, senza l’uso di strumenti che non fossero quelli della propria speculazione mentale, si spinse ugualmente nel profondo dell’argomento. Nel Dialogo quinto del “De l’Infinito, Universo e Mondi” Giordano Bruno, per bocca di Filoteo, giunge alla conclusione che “l’infinito numero e l’unità” coincidono in uno, come accade anche per il sommo Agente che può fare ogni cosa e il “possibile esser fatto il tutto”.
  • Almach. Tutto questo è abbastanza sconcertante e mi fa pensare ad altro. Il ragionamento è questo: se, come sostiene Barbour, la funzione d’onda dell’Universo è statica, se vogliamo dare credito all’equazione di Wheeler – De Witt con tutti i suoi requisiti, se vogliamo finalmente convincerci che ciò che crediamo come “realtà” altro non è che un’impressione con la quale noi dipingiamo la nostra esistenza e il nostro convivere con il movimento e con il mutamento, se proprio finiamo per ammettere, con fede più o meno ferma, che tempo e spazio non esistono in quanto ci è dato un Universo statico, allora, come conclusione, quale significato possiamo ancora attribuire alla questione morale? Mi spiego… I molti, innumerevoli istanti – nella teorizzazione di Barbour – sono tutti lì e subito, come riuniti in una sorta di contenitore che potremmo raffigurarci nei termini di una configurazione complessiva infinita. In uno scenario di questo genere non c’è posto per l’evoluzione né per il progresso, non si parla di cambiamento, quindi non c’è storia. Eppure, so di un buon numero di persone – porto il riferimento a una sola, come esempio per tutte, Madre Teresa di Calcutta – che si sono date e si danno un gran da fare per cambiare qualcosa nel mondo. Era tutto già “presente”? Tutto predefinito? Tutto invariabilmente preprogrammato? Gli episodi di bontà, di altruismo, di abnegazione, di dono di sé sono solo alcune fra una serie grandissima di possibilità? Allora grido anch’io con Tosco: perché quelle e non altre? Ha ancora una collocazione, in questo sistema statico di possibilità selezionate, il libero arbitrio? Perché la divaricazione manicheistica fra guerre da una parte e lotta alle malattie dall’altra, e non soltanto l’una o l’altra delle due soluzioni? Predestinazione… Ma, d’altra parte, ci diamo tutti, anche noi, un gran bel da fare, per uno scopo o per un altro, per fini più o meno altruistici, per il bene nostro o di altri. Voi ci vedete un senso in tutto questo? Che io, oggi, abbia suggerito alcuni buoni consigli a uno studente del mio corso di psicologia applicata servirà infine a qualcosa? Se, invece di spendere un po’ del mio tempo per stare ad ascoltare quello studente mentre mi esponeva i suoi problemi, avessi deciso di bastonarlo a sangue, credete che questo sarebbe stato possibile? Oh, no – direte subito – sarebbe questione di un raptus, a te non potrebbe mai accadere! Che ne sappiamo… dovremmo piuttosto dire che l’una o l’altra soluzione comportamentale risiedeva già nel mucchio delle “possibilità”, ma dobbiamo anche constatare che, fra tutte, noi abbiamo lasciato cadere la nostra scelta su una delle innumerevoli probabili eventualità. Se era necessario che così accadesse, e non altrimenti, se quelle famose configurazioni di cui s’è detto sono anche, nel loro essere statiche, definite e congelate, dove mettiamo allora la nostra idea di libertà? Agisco su A: era scritto che avrei agito su A. No, lo penso solo, ma poi agisco su B: ho ingannato qualcuno? Ma che diamine, era scritto che avrei agito su B. Comunque io faccia, è sempre quella la scelta che avrei dovuto di necessità abbracciare. Finiamo sempre per scegliere, tirate le conclusioni, quel che è già stato scelto.
  • Tosco. Non molto dissimile dalla vecchia storia dei due sposi anziani intervistati. La sapete? Ebbene, dopo che i due avevano dichiarato di aver sempre trovato un accordo sulle scelte fatte, per tutto il tempo dei settant’anni vissuti insieme, fu loro chiesto come ci fossero riusciti. “Semplice e chiaro – aveva risposto il vegliardo – appena sposati, dissi a mia moglie: andremo d’accordo se sulle cose importanti sarò io a decidere, mentre tue saranno le decisioni sulle cose di poca importanza” “Lei accettò?” “Sì, con entusiasmo” “E com’è che l’accordo ha funzionato così a lungo?” “Non ci sono mai state cose importanti”, concluse il vecchietto.
  • Almach. Mi rendo conto, a parte le facezie intermedie di Tosco, del vizio di ragionamento, ma è come avere un miscuglio di materiali ridotti a pezzatura fine: sabbia, fermagli in ferro, zollette di zucchero, trucioli di legno. Soltanto alcune di queste parti sono asportate da una calamita, altre formano una soluzione e scompaiono alla vista se interviene l’acqua, altre ancora vengono consunte e trasformate dal fuoco, altre si separano con l’impiego di setacci calibrati. Con la calamita, sembra evidente, attirerò e riuscirò a selezionare soltanto i fermagli, non gli altri materiali: la calamita può scegliere, ma la proprietà di cui essa gode, il magnetismo, le consente di operare una e una sola scelta fra le molte possibili. Chissà. Forse nel caso di noi umani accade qualcosa di simile…
  • Mirach. Con tutto ciò sembra che qualcuno si sia divertito a creare un insieme di configurazioni e poi abbia sistemato ogni cosa in una specie di ibernazione, lasciando a noi la facoltà conclusiva di vivere un’impressione.
  • Sirrah. Come nei sogni: in un attimo d’orologio riesci a sognare una sequenza di eventi che, nella realtà, richiederebbero un arco di tempo considerevole.
  • Tosco. Un sogno come una serie di rappresentazioni zippate!
  • Sirrah. Non male, come paragone! Una scintilla che scocca sviluppando in un solo attimo tutto il proprio contenuto al quale attribuisce la dimensione di un episodio nella sua completa evoluzione.
  • Tiziano. Ora che hai detto scintilla mi fai pensare a quella scintilla che Barbour pone, direi quasi, come interfaccia fra l’atemporalità e qualcosa che nasce e fluisce nel senso dell’evoluzione. E questa scintilla scocca in un punto che egli chiama “Alfa”. Ma è qui che io trovo le contraddizioni o, se volete definirle con altro termine, i “vuoti esplicativi” sui quali finisce per appoggiarsi la sua teoria e allora, ecco, riprendo un appunto fatto poco fa da Tosco, questa volta parteggio volentieri con te, il mio bravo Tosco. Andiamo per ordine… Barbour fa uso di termini che a me sembrano da subito alquanto equivoci: parla di creazione quantistica di per sé già molto enigmatica, poi di gravitazione quantistica che è retta da leggi al momento ancora sconosciute le quali darebbero origine – in qualche modo misterioso, come usa esprimersi Barbour – alle condizioni che hanno consentito la nascita dell’Universo, da quella che è considerata una “scintilla nella assoluta atemporalità” nel suddetto punto Alfa. È da questa scintilla che vengono generate le condizioni iniziali dell’Universo, in concomitanza con l’apparire del tempo. C’è molto di diverso dal collaudato concetto di “Big-Bang” a cui siamo tanto affezionati? Poi tutto il resto: dal brodo di elettroni, positroni, protoni, neutroni e neutrini, barioni e quark sino a noi. Eccola qua la domanda: Perché si continua a far uso del termine “creazione”? Si fa qualche tentativo per spiegare il significato e l’adattabilità di questa parola? Se la risposta è sì, allora si apre nuovo spazio a tutto il discorso. Poi vengono tirate in ballo le leggi, di cui non si intravede l’origine e alle quali sono coniugati attributi come “ignoto”, “misterioso”, “generato”, quasi si dia per scontato che ci sia qualcuno o qualcosa di nascosto, di inafferrabile e di indescrivibile che ha la facoltà di trarre dal nulla tutto l’esperibile e di occultarne i motivi esistenziali ai nostri occhi. Ancora: il punto, la scintilla. Se Alfa è un punto o in un punto, che dobbiamo dire? Un punto esiste soltanto nello spazio, senza spazio non ha alcuna possibilità di essere. Capisco, ce lo rappresentiamo soltanto, ma forse neppure; ce lo immaginiamo, lo creiamo noi, perché è indispensabile alla struttura conoscitiva del nostro intelletto. La scintilla: e va bene, se scintilla c’è stata, ma vogliamo infine darle una definizione, una determinazione, un’identità, un qualsiasi criterio o fattore di riconoscimento? Altrimenti finiamo per ricadere nell’atto di fede: o credi e non vedi oppure lascia perdere, non se ne fa nulla. Vedo, Tosco, che annuisci, e questo mi è di grande consolazione!
  • Tosco. Aggiungerei… Qui sulla nostra Terra un chilo pesa un chilo, vero? La stessa massa, sulla luna, pesa di meno; su Giove molto di più. C’è da dire: più i corpi sono grandi, più forza gravitazionale contengono. Non solo, ma insieme vanno considerate la concentrazione e la velocità di spostamento. Prendi le quasar, le stelle di neutroni o pulsar come diamine le vanno a chiamare: sulla loro pelle pesa una gravità immensa, sebbene concentrata in una massa assai ridotta. Il disco di trecento metri di Arecibo a Portorico scoprì[3] un asteroide – battezzato con il nome di Kastaja – formato da due enormi blocchi di pietra ruotanti e tenuti insieme da una debole gravità. Eppure quel “coso”, se ci cadesse addosso, non so quali catastrofi causerebbe. Ho accennato a queste cose perché ho in mente di fare un’inferenza, ed eccola qua: più si va a concentrare la massa, da quanto si è detto, più aumenta la gravità; se portiamo a ritroso il Big-bang – tenendo per fermo che in questo stesso istante la forza di gravità è sempre più frammentata e diffusa – sino a ricompattare i corpi, torniamo ad avere un’unica massa la cui gravità dovrebbe essere pari alla somma delle gravità di tutti i corpi e la cui massa diminuirebbe in proporzione inversa: alla fine avremmo una gravità infinita e una massa zero – il Big-crunch – dove zero e infinito si equivalgono. Problema: in che cosa consiste il passaggio attraverso il quale la massa, divenuta ormai infinitamente piccola, si riduce a zero e la gravitazione prende il suo posto con un’estensione infinita? È la prova della bontà scientifica che risiede nella solita equazione E=mc2?

[1] P.S. Laplace, 1749-1827.

[2] Jean Piaget parla, a proposito, di reversibilità delle operazioni mentali quando, all’incirca verso i sette o sette anni e mezzo, il bambino è finalmente in grado di considerare contemporaneamente il tutto e le sue parti di un contenuto concettuale e, di questo passo, fa il proprio ingresso nella logica operatoria del pensiero concreto e astratto.

[3] Dalla trasmissione Geo & Geo di RAI3 del 13 ottobre 2005.


Immagine di Copertina tratta da AARP.

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