Oltre Andromeda. Dove vai pensiero? Parte 11 di 14

  • Tosco. Questi istanti che sarebbero come dei fotogrammi privi di movimento proprio non riesco a immaginarmeli. Se, per esempio, un aereo parte da Nizza e si dirige a Londra, quando sorvola l’area di Parigi si trova a un determinato punto della rotta da percorrere. Poniamo di scattare una foto e che, con questo atto, congeliamo l’istante in cui l’aereo si trova in un punto che chiameremo A. Guardando dal punto A possiamo ora denominare con P l’aeroporto di Nizza che, rispetto a A, corrisponde al passato, e possiamo indicare con F lo scalo londinese considerandolo come il momento futuro del volo. Dunque, cosa possiamo dire di A? Che esso rappresenta un punto di transizione dal passato al futuro, come no! Ma se voglio definire A sul piano fisico, attribuendogli un valore quantitativo (distanza, tempo, quota) soggetto a misura, mi pare che la cosa sia di per sé impossibile. Lasciamo a parte il paradosso di Zenone[1], ma, dov’è A? Se ora gli restituiamo il movimento, e A si allontana da P per avvicinarsi a F, dove posso dire che P abbia termine e dove posso dire che F abbia inizio? Sto evidentemente riferendomi a una transizione che si sposta e che non ha un suo luogo geometrico-fisico. Allora devo concludere e non vedo che un’alternativa: o il momento A non esiste affatto oppure esiste soltanto A, ma non esistono P e F. D’altra parte puoi anche accettare l’impostazione che nega esistenza sia al tempo sia allo spazio, attribuendo a queste due forme a priori dell’esperienza il carattere di pura illusione. Puoi anche ammettere che nulla, in definitiva, si muova e che nulla cambi, condividendo l’idea che quella di convivere con il movimento e con il cambiamento sia soltanto un’impressione. Però, che bella idea! Ma, sentite un po’, dove ci porterà questa fede in una dimensione atemporale del creato? Perché di fede si tratta, non altro. Tu vedi una cosa, fai esperienza di certi eventi, elabori un patrimonio di memorie, poi ti vengono a dire che quella cosa che hai visto non l’hai vista proprio, ne hai soltanto provato l’impressione; che gli eventi della tua cosiddetta esperienza sono totalmente illusori e, di conseguenza, la tua esperienza si svuota; che, infine, non hai visto proprio un bel niente, ma hai vissuto e provato soltanto un’impressione. Bene, vi dico io, se prendo un cazzotto in faccia ci vuol del buono a convincermi che si tratta soltanto di un’impressione! Ci vuole del fegato a digerire certe affermazioni! Ricordate il giorno di Santo Stefano del 2004, vero? Infausto giorno! S’era detto di oltre 150 mila vittime in conseguenza dello Tsunami scatenatosi nel Golfo del Bengala. Ascoltate: se scatto una foto nel preciso istante in cui l’onda anomala colpisce posso ammettere di ottenere un’immagine statica che vado a interpretare come un attimo appartenente a un arco evolutivo temporale. E allora ditemi: dove la vedete la situazione di atemporalità? La fotografia mi parla di ciò che è accaduto in quell’attimo, non anche di tutto quel che ne è seguìto, né può riportarmi indietro alle cause tettoniche – qualora io le ignori – che hanno sprigionato l’onda anomala. Ma io so che una triste evoluzione temporale della tragedia c’è stata, e che un gran numero di persone vi ha perso la vita, ha attraversato atroci sofferenze mentre io stavo al sicuro in casa mia, benché, come ho sentito affermare, partecipassi dell’Universo intero.
  • Tiziano. Barbour ammette che esistano solo istanti, non uno scorrere del tempo, al punto da affermare che non sono i singoli istanti a situarsi nel tempo, ma che è il tempo stesso, comunque lo si voglia concepire, a trovarsi nell’istante. Noi non riusciamo, ovviamente, a vedere l’Universo, ne scorgiamo qualche breve stralcio, neppure tanto rappresentativo. Se potessimo vedere l’Universo come realmente esso è, dice Barbour, ci accorgeremmo che nulla si muove, che nulla è suscettibile di cambiamento.
  • Tosco. È quel che si pensava prima di Copernico; meglio dire che allora si credeva che tutto ruotasse attorno alla Terra, ma non c’era dubbio che tutto fosse fisso e immutabile. Ora sappiamo di rotazioni, di rivoluzioni, di orbite ellittiche, di nascita e morte di stelle, di fuga delle galassie, e dovremmo dire che tutto questo po’ di movimento proprio non c’è? E, allora, che cosa abbiamo scoperto con le nostre osservazioni più avanzate?
  • Ottero. Ciò che noi vediamo muoversi e mutare potrebbe tuttavia far parte di una grande impressione.
  • Mirach. Un appunto a Barbour lo voglio fare anch’io. Barbour parla di leggi, di regole, di infinito, ma non ne dà una definizione in termini di causalità: chi ha posto le regole del gioco, perché le ha poste, che cos’è l’infinito?
  • Tosco. Brava, è vero! Anche Barbour, fatti i debiti confronti, è prigioniero dei limiti del proprio argomentare. Anch’egli, spesso, cade nella trappola degli attributi utilizzati: quante volte abbiamo sentito fare ricorso a termini quali leggi, regole, creazione! Anch’egli affronta il “perché” dell’esistenza delle cose, e lì si ferma come di fronte alla sfinge che rimane muta, che rappresenta ciò che per lui è il “mistero supremo”. La stessa parola “mistero” diventa un termine ricorrente quando lo Studioso, ipotizzando una realtà costellata da numerosi percorsi, si riduce ad ammettere che per noi, poveri mortali, non è dato conoscere che uno solo fra questi percorsi. Tanto per riprendere il concetto di mutamento: tempo fa avevo preso gusto ad assistere al tramonto di Vega, la stella Alfa della Lira. Osservata da dicembre a febbraio, Vega tramontava in una sella montana che, dalle parti in cui risiedevo allora, era nota con il nome di “La Vaccera”. Ebbene, nel giro di questi due mesi invernali potevi assistere a un orario variabile al tramonto della luminosa stella: verso le 22.30 a dicembre sin verso le 19 ai primi di febbraio. Fatti i dovuti calcoli, venivo a scoprire che Vega ritardava ogni giorno il momento del tramonto di poco meno di quattro minuti: infatti, calcolatore alla mano, è facile trovare che i 1440 minuti, di cui si compone un giorno terrestre, diviso 365, che sono mediamente i giorni compresi in un anno, dà un quoziente pari a 3,9452 che corrisponde al ritardo con cui ogni giorno Vega si occulta oltre La Vaccera. Che c’entra questo? Ditemi che non è movimento, Ditemi che non è cambiamento. Senza contare che il fenomeno si ripete, puntuale, ogni anno.
  • Sirrah. Non c’è dubbio, stai parlando della disparità tra giorno solare e giorno siderale.
  • Mirach. Vorrei, se mi permettete, rincarare un po’ la dose. Barbour, oltre tutto, usa un ossimoro quando si riferisce al “movimento inerziale”, e questo in un certo senso mi mette in crisi. Se, come egli sostiene, l’universo è fondato su una base quantistica ed è statico e se, all’interno di questo universo ci siamo noi che abbiamo le nostre belle percezioni di dinamismo e di flusso storico, esiste allora un motivo per cui le cose debbano stare così? Barbour la trova la risposta o, meglio, secondo me si appiglia a una teoria che diventa per così dire il suo credo e gli consente di aggirare con una certa agilità l’incombenza di formulare una risposta che sia una risposta. Come fa? Non fa che richiamare l’equazione stazionaria di Schrödinger per concludere che nel mondo che noi ci rappresentiamo esiste, sì, una manifestazione dinamica delle cose, ma che in realtà si tratta soltanto di ciò che noi crediamo di sperimentare, perché di dinamismo manco se ne parla. In questo modo aggiusta ogni aspetto della questione: il tempo non esiste, ma esso può fare la propria comparsa se concepito in un’equazione di Schrödinger; e questa consentirebbe sia al tempo sia ai mutamenti epocali di manifestarsi in una situazione di per se stessa atemporale. Ancora una definizione ossimorica. Giuro, non ce la faccio ad assimilare, mi lascia del tutto sconcertata, Barbour vorrebbe convincermi che l’atemporalità ha la facoltà di partorire il tempo. Incredibile!
  • Almach. Come siete tremendamente sofistici! Io sarei meno complicata, anzi, per dirla tutta, nella gran disputa se esista o no lo spazio, se esistano o no il tempo e il movimento, io da tutta questa confusione ricavo una stupenda sinfonia cosmica. Le galassie si allontanano; al loro interno si agitano milioni e miliardi di sistemi solari; una miriade di pianeti che si contendono l’esclusività della vita, ruotando come trottole, presentando inclinazioni variabilissime del proprio asse, ma poi compiono ampi giri di rivoluzione toccando in alternanza un afelio e un perielio; si creano orbite ellittiche percorse da un moto relativamente lento, dove più, dove meno, anche a causa dell’influenza gravitazionale di altri pianeti; questi, poi, possono essere uno, pochi, molti, vicini o distanti dal centro di attrazione, grandi o piccoli, formati da materia diversa, e compattati a diversa densità; anche le loro velocità di rotazione e di rivoluzione sono variabili. Orbene, arrivo a concludere: se a ognuna di queste caratteristiche, e altre che non ho elencato per non dilungarmi eccessivamente, vogliamo dare un’intonazione strumentale, ne uscirà un’orchestra capace di creare una sinfonia astrale.
  • Tosco. Sempre che non intervenga qualcuno a rompere l’incantesimo, dicendoti che è tutto soltanto un’impressione. Non avermene, Almach, era solo una battutaccia! Tornando al sodo ritengo tutto molto interessante, ma io sono fermo alla mia ossessione: a me interessa ancora quel “prima”. Prima del Big Bang, voglio dire, se stiamo parlando di raffreddamento, si può sapere a quanti miliardi di gradi arrivava la temperatura?
  • Tiziano. È come se tu mi chiedessi di descriverti che faccia ha Dio. Lasciami terminare questa considerazione; poi, se vorrai, ci tufferemo là dove tutto scompare… Allora, il tempo di espansione si è decuplicato, siamo a un decimo di secondo dallo scoppio iniziale e la temperatura è scesa a trenta miliardi di gradi. La brodaglia, a mano a mano che occupa successivo spazio, continua a raffreddarsi. Trascorsi tre minuti siamo a solo un miliardo di gradi[2]. La freccia, le frecce, intanto, si espandono, in ogni direzione, e più si espandono più creano nuovo spazio.
  • Tosco. Sicché lo spazio è come la scia di un aviogetto. Prima non c’era, poi si genera in proporzione all’aumentare delle dimensioni dell’universo. Dunque, se ho ben capito, è uno spazio elastico che si forma, si sviluppa. Ma dentro quale elemento che gli sia contenitore si sviluppa? Sì, capisco, è lo spazio a essere contenitore dell’universo, ma il suo crearsi attorno a quei cerchi concentrici sempre più grandi presuppone che anch’esso subisca un processo di dilatazione. Dentro il nulla, per caso? Allora il nulla è qualcosa di reale, accidentaccio! Forse il filosofo di Sirrah non aveva poi tutti i torti!
  • Tiziano. Su, su, stai bravo, finirai per confondermi, la mia logica andrà presto in crisi se continui di questo passo… Bene, passiamo allora a una seconda ipotesi. Poniamo che la nostra espansione, a un certo punto, si arresti, all’ultimo e più grande dei cerchi disegnati per esempio. Di lì in poi, proviamo a immaginare che cosa succede in un punto ancora più esterno, quello che ho indicato con l’apice della freccia. C’è un punto? E, in quel punto, c’è ancora spazio oppure no? Dico così perché abbiamo ammesso che l’esistenza dello spazio ulteriore è subordinata all’espandersi dell’universo. In altre parole, oltre i suoi confini, se l’universo ha confini, esiste spazio? Per quanto mi riguarda, potrei avere quasi certezza che noi possediamo una qualche idea del vuoto. Gli astronauti che veleggiano verso altri pianeti procedono nel vuoto cosmico, non è vero? Ma anche per il vuoto è difficile trovare una definizione. Meno difficile che per il nulla, perché il nulla può avere sede soltanto in una dimensione fantastica. Il vuoto, peraltro, abbiamo visto che esiste, anche se è soltanto assenza di sostanza fra un corpo e l’altro, una dimensione percorribile e, dunque, misurabile. Secondo il mio punto di vista il vuoto è lo spazio creato e riempito di luce invisibile perché privo di oggetti materiali.
  • Tosco. Creato? Proprio tu ti esprimi in questi termini?
  • Tiziano. Ebbene, sì, ma per eufemismo, voi tutti mi comprenderete. Però, lasciamo andare le minuzie lessicali e andiamo piuttosto avanti e, allora, se vogliamo metterci da una prospettiva del tutto originale vediamo che cosa ne pensa Barbour. Egli avanza un’ipotesi assai ardita: quella secondo la quale non sarebbe stato un Big Bang iniziale a dare origine al tutto, ma l’universo stesso sarebbe da sempre soggetto a un ciclo perenne di creazione che si identificherebbe in ciascuno degli istanti, tutti diversi l’uno dall’altro, dei quali noi abbiamo esperienza cosciente. Si spinge oltre, il buon Julian, attribuendo dignità scientifica alla storica equazione di Schrödinger, un’equazione stazionaria che ha diretto riferimento con l’energia dell’universo e che detiene un corrispettivo teorico nell’altra equazione, quella di Wheeler – De Witt che rappresenta l’intero universo nella forma di una gigantesca molecola in stato stazionario, costellata per tutta la sua estensione da istanti di tempo o configurazioni. Con questa visione d’insieme egli elimina anche la pletora delle leggi naturali e risolve la questione sostenendo che, dal momento che si dà un’unica equazione statica, che egli chiama equazione universale, in modo simile deve essere concepita l’esistenza di un’unica legge dell’Universo. All’interno di questa configurazione totale c’è il tutto.
  • Ottero. Barbour, comunque, detiene il grande merito di non fermarsi alle proprie supposizioni e ipotesi. Dà sempre per certo che altri sviluppi nella ricerca ci saranno e si susseguiranno senza sosta. Tuttavia, ricerca dopo ricerca, sì, è vero, totalizziamo una grande varietà di conquiste. Ma sono conquiste parziali, piccole tessere sparute in un grande mosaico la cui fisionomia non si riesce lontanamente a intravedere. C’è qualcosa che sfugge, è qualcosa che rincorriamo e che ci affascina, senza che ne conosciamo l’identità, ed è l’essenziale.

[1] Paradosso che spiega come una freccia nella propria traiettoria, avanzando sempre di una metà del tragitto che le resta da percorrere, non terminerà mai quel tragitto.

[2] da: Steven Weinberg, 1977


Immagine di Copertina tratta da MountainBlog.

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