- Ottero. Mi prefiguro l’orizzonte dell’infinito, dove mistero e realtà si congiungono, dove il grande sprazzo di luce si spegnerà per sempre. Forse per tornare allo stato di energia pura. Forse inghiottito dal Nulla.
- Tosco. Qui ti aspettavo, Ottero! Ricordi quando hai detto dell’antimateria e del suo annichilirsi con la materia, cosa che non avviene interamente solo perché esiste una sproporzione, così vogliamo pensare, fra particelle e antiparticelle? Ora credo di aver capito. Sai cosa succede? Succede che è là, proprio ai confini dell’universo, che si è andata ad accumulare l’antimateria mancante nel nostro Cosmo. È là che ci aspetta. Tanto l’ha detto anche Tiziano: tutto il Cosmo è proiettato in una corsa verso un punto definito e quel punto, ve lo dico io, è la pellicola esterna sferica del “tuttoquellochec’è”, e quel punto ospita l’antimateria complementare che ci attende per incontrarsi con noi e dare infine luogo a una immensa, inimmaginabile scintilla di energia, simile a un centro che si trovi dappertutto e in nessun luogo. Ritorno al futuro!
- Almach. Bella idea, la tua, Tosco, la pellicola esterna. Io, tuttavia, sono ancora ferma al concetto di infinito. Non è possibile pensare a qualcosa che si identifichi con l’infinito? I pitagorici credevano che i numeri fossero forme celesti delle cose. Qual è il numero più grande? Proviamo a fantasticare per trovare il numero più grande, riferendolo a quel che si vuole… posso sempre fare “+1”, aggiungere uno, e il processo non avrà fine. Non perverrò mai a un numero così grande da farmi dire “basta”, un numero al quale io non possa più aggiungere uno. Questa è l’idea più rozza e più semplice dell’essere dell’infinito, non già della conoscenza dell’infinito. Io posso avere coscienza dell’infinito, lo creo intanto che lo penso, lo avverto in me, attorno a me, ne ho sentore e mi sforzo di conoscerlo, in un’impresa anch’essa infinita nella sua espansione. Ma nei limiti della coscienza dell’infinito che, dentro la mia mente, mi sono formata, in questi limiti posso affermare di conoscerlo. Ammesso che ciò si riduca all’avere coscienza del conoscere le immagini che dentro di me ho creato relativamente all’infinito. Ma ogni immagine così prodotta si trova a essere costretta nei limiti dettati dalla nostra umana natura. Tanto per dire, sapete degli sforzi che in ambito accademico si stanno profondendo per trovare quale sia il numero primo[1] più grande? Si tratta di una sfida che dura da molto tempo e che vede impegnati scienziati matematici di tutto il mondo. Oggi, poi, con l’ausilio dei calcolatori elettronici, hanno fatto balzi da gigante. Sono riusciti a creare catene di elaboratori con una potenza d’uscita impressionante e le conquiste a cui sono pervenuti si può dire non conoscano un punto d’arresto, anche per il fatto che i computers, per ogni stagione astronomica che passa, maturano una generazione crescendo in complessità e velocità di calcolo a un ritmo che la mente umana non riuscirebbe a cogliere neppure con l’immaginazione. Ebbene, so della vostra curiosità, volete sapere dove si è arrivati. Si è arrivati a trovare, grazie alle tecnologie informatiche oggi disponibili, come dicevo, il numero primo più grande che sia dato conoscere a incipiente anno solare 2006, eccolo qua[2], è pari al risultato dell’operazione (230.402.457-1).
- Tosco. A me piace pensare all’infinito come a un punto primordiale che esplode riempiendo a poco a poco un volume con illimitata capacità di contenimento. Mi piace, e mi sembra addirittura necessario abbandonarmi ai paradossi, quindi congetturare il vagare anonimo di un nulla all’interno di un tutto, l’attestarsi di un qui e ora nel dovunque e nel comunque.
- Almach. È ammissibile. Noi tutti, infatti, ci perdiamo in questo vagare deliziosamente insignificante fra una visione soggettiva e una visione oggettiva del mondo. Ci attrae l’idea di crogiolarci in un dilemma che è una condanna, un dilemma che segna fortemente la stessa nostra natura umana. Non vediamo gli scopi, le finalità dell’evolversi dell’esistente. Sembra che le cose oggetto dei nostri sensi vadano alla deriva come un’esile imbarcazione su un immenso mare di possibilità. Da questo mare di possibilità tutto ciò che c’è, che crediamo di constatare che c’è, fu tratto per una scelta che non rientra nello spazio della nostra comprensione. Non sappiamo, ma “in qualche luogo” queste possibilità hanno dimora e si pongono come elementi probanti della verità. Certi saggi dell’antica Cina coltivavano l’idea dell’esistenza di infinite serie di tempo cronologico, intrecciate mirabilmente in una rete di complessità crescente di tempi che, con rapidità vertiginosa, vanno ora divergendo, ora convergendo, ora procedendo paralleli. Sarebbe questa inspiegabile trama di tempi sfreccianti, in reciproca attrazione o repulsione, in continua intersecazione a comprendere l’insieme di tutte le possibilità.
- Ottero. Sono davvero innumerevoli le congetture formulate attorno al concetto di Universo. Ci fu persino chi[3] elaborò l’idea che tutti gli elettroni componenti la materia siano uguali fra di loro, per ipotizzare l’esistenza sostanziale di un unico elettrone che svolge un compito simile a quello di un ragno intento a tessere la propria tela. Questo elettrone, unico e solitario, viaggia in ogni senso, all’interno delle coordinate spazio-temporali, costruendo a poco a poco il tessuto dell’universo che noi diciamo di conoscere. Il suo percorso sarebbe intricatissimo, come quando la nostra mano, sospinta dall’ardore per un gioco bizzarro, si lascia andare a tracciare scarabocchi senza fine su una pagina bianca. Così l’elettrone solitario va e ritorna, cambia rotta, riattraversa quante e quante volte il primitivo tracciato.
- Tosco. È probabile che avesse ragione Parmenide, se vale quest’ottica: esiste una sola cosa! Immutabile, per giunta, vero Mirach?
- Tiziano. La fisica moderna, tuttavia, ha percorso una lunga strada e può a buon diritto suggerirci qualche brillante idea nel contesto che stiamo considerando. Lo spazio, ci istruisce, non è qualcosa che possa esistere indipendentemente dagli oggetti che vi sono immersi. Non è come una scatola vuota, o come una testa senza idee. L’esistenza stessa dello spazio vuole una condizione fondamentale, che esso contenga corpi, masse materiali. Senza questi, non c’è neppure spazio. Se potessimo risucchiare ogni corpo materiale dallo spazio, anche lo spazio subirebbe un processo di de-creazione e scomparirebbe. Proviamo a materializzare questo concetto astruso con un disegno che ci riporti alla situazione iniziale della vita del nostro universo, quella del grande scoppio, come si usa dire.

- Nel disegno si vede una serie di cerchi concentrici attorno a un punto centrale comune dal quale si diparte una semiretta, immaginiamo, come un raggio che solca lo spazio di tutti i cerchi. Ipotizziamo che il punto centrale rappresenti il Big Bang e ammettiamo che tale tipo di terminologia sia usato per indicare una esplosione di catastrofica potenza e portata che, tuttavia, non ebbe origine da un punto determinato, come sarebbe invece il caso di un ordigno nucleare, ma si verificò simultaneamente ovunque, riempiendo, già dal primissimo atto del suo verificarsi, lo spazio intero. Nel nostro linguaggio, dunque, l’universo esplode, hanno origine il tempo e lo spazio, e questo è accaduto, secondo le nostre formule di categorizzazione, forse quindici o venti miliardi di anni fa. Eccoci al dilemma: che cosa c’era, prima? A cui ne segue un altro: se potessi risucchiare tutto l’esistente e lo spazio, di conseguenza, si riducesse a zero, che cosa rimarrebbe al suo posto?
- Tosco. Be’, proprio nulla.
- Tiziano. Già, nulla. Che cos’è nulla?
- Tosco. È tutto quello che non si può immaginare.
- Tiziano. Splendida tautologia la tua. Ma sai descrivere o anche soltanto immaginare qualcosa che risponda a una definizione del genere?
- Tosco. Veramente, a dirla con il buon Renato[4], se io penso al nulla allora il nulla esiste. Non posso pensare a una cosa che non c’è. Quanto all’immaginarmelo non credo sia possibile. Il nulla non ha forma né materia né categorie a priori[5], neppure un qualche genere di sostanza spirituale. È nulla e basta. Ecco come lo posso immaginare e, di conseguenza, descrivere. Non c’è altro.
- Tiziano. Non mi basta. Io credo a ciò che vedo, che posso misurare, descrivere. Tutto il resto è un’accozzaglia di fantasticherie senza propria esistenza o consistenza. Piuttosto, anziché nulla, sto pensando che prima esistesse soltanto un “quanto” di energia assoluta, “E=mc2”, questo non spiega abbastanza? Luce e materia fusi insieme in un punto senza dimensioni, di valore infinito, un valore equivalente a quel numero al quale, in termini aritmetici, posso sempre aggiungere uno.
- Almach. Qualcosa che risponde al concetto di infinito, dunque, e per se stesso incoglibile, impensabile.
- Ottero. A meno che non ricorriamo alle nostre categorie a priori. In quel punto, fra l’altro, nasce Cronos. E allora, sulle ali del tempo, mi è possibile azzardare alcune concettualizzazioni.
- Almach. Diciamo spazio e tempo, dunque, se questo ci aiuta a capirne qualcosa in più.
- Tiziano. Bene, possiamo partire. Ecco il Big Bang. È appena trascorso un centesimo di secondo dal suo manifestarsi e l’universo in embrione è avviluppato in un brodo di energia che sta liberando una temperatura fantastica, qualcosa come cento miliardi di gradi centigradi. Inizia l’espansione e un’onda smisurata di elettroni si sviluppa in ogni direzione. Con gli elettroni fanno la loro prima comparsa i neutrini[6], i positoni, i fotoni: la grande luce che si sprigiona invadendo lo spazio. Questa espansione è rappresentata, nel disegno, dalla freccia che si protende verso la direzione indicata come esterna ai cerchi concentrici. Ma è un’infinità di frecce; e le onde si dilatano a guisa di cerchi, come quelli generati da una pietra buttata nelle acque di uno stagno. E intanto ha avuto anche inizio, insieme alla sua espansione, il processo di raffreddamento dell’universo. – Ma c’è qualcosa che mi turba in tutto questo volgere di tempo cosmico, come se qualcuno fosse stato là a cronometrare e quindi a farcene un resoconto preciso e dettagliato. Io propongo un salto a lato dell’argomento fin qui trattato. E questo salto è giustificato da un’ipotesi fantastica, quella secondo la quale il tempo non è mai stato. Tanto per dirne una, ecco cosa ne pensa Barbour[7]. Julian Barbour è convinto che il tempo non esista e che il movimento sia pura illusione.
- Tosco. Ce ne vorrà per convincermi: non faccio altro che avere esperienze del tempo che se ne va e di un mondo che fa a gara a correre sempre più freneticamente. Mi guardo allo specchio e tengo in mano la mia foto della prima elementare: proprio nulla è cambiato da allora?
- Tiziano. Però, se tu prendi una pellicola cinematografica e guardi fotogramma per fotogramma hai solamente delle configurazioni statiche. È la loro successione rapida sullo schermo che, percepita dal nostro apparato visivo, ci dà l’illusione del movimento, ma sempre illusione è e tale rimane.
[1] Si definiscono numeri primi tutti i numeri che sono divisibili esclusivamente per se stessi e per uno, privi dunque di sottomultipli.
[2] Da Leonardo, Telegiornale delle Scienze e della Tecnologia, RAI3, 04/01/2006.
[3] Il fisico John Arcibald Wheeler
[4] Renato Cartesio
[5] Spazio e tempo, per Immanuel Kant
[6] Da sempre il nostro Sole rilascia incessantemente una quantità enorme di queste particelle, stimabile nell’ordine di 60 miliardi di neutrini che ogni secondo vanno a colpire e oltrepassare una superficie pari a quella di un’unghia della mano umana (“Leonardo”, Giornale della Scienza e della Tecnica di RAI3, 11 ottobre 2010).
[7] Julian Barbour, La fine del tempo, Torino, G. Einaudi Ed., 2003.
Immagine di Copertina tratta da Skuola.net.

