Oltre Andromeda. Dove vai pensiero? Parte 8 di 14

  • Tosco.A me piace rappresentarmi gli eventi alla moviola, farli tornare indietro. Il movimento di una deflagrazione pirotecnica potrebbe apparire come il ritrarsi dei tentacoli di una medusa di mare, un rinserrarsi in sé con rapidità crescente, fulminea. Ma, per l’universo, come potrebbe essere? Probabilmente una contrazione di tutto il sistema intergalattico in sé, a una velocità iniziale enorme seguita da un’involuzione sempre più lenta sino alla scomparsa del movimento.
  • Mirach. Scomparsa del movimento; questo è un punto comune ai due fenomeni: il fuoco d’artificio prima dell’accensione, l’universo in quiete prima del Big Bang.
  • Tosco. Per il fuoco, tuttavia, possiamo parlare di “prima” e di un “punto di accensione”. Ma, quando ci riferiamo all’universo, sappiamo che dire “punto zero” equivale a dire assenza di spazio e di tempo, quindi del tutto inconsistente parlare di “prima”. Per di più, se la moviola a ritroso ci consente di assistere all’implosione che rientra, spegnendosi, nel cartoccio originario che conteneva il materiale pirico, per quanto riguarda l’universo sappiamo anche che non c’è stato un centro dal quale sia partito il grande scoppio; pensiamo soltanto di sapere che il centro dell’universo sia dappertutto e in nessun luogo contemporaneamente. A proposito, avete mai pensato al paradosso dell’ubiquità spaziale?
  • Sirrah. Vuoi giocare di fantascienza ora, vero?
  • Tosco. Calmi, calmi, non agitatevi, ora mi spiegherò meglio. Dunque, si dice o no che il nostro Universo è vecchio di dieci, venti o venticinque miliardi di anni? Si dice o no che più indietro nel tempo della sua data di nascita, la famosa data del Big-Bang cosmico, nulla esisteva e neppure il tempo? Ebbene, ammettiamo di arrivare a perfezionare a tal punto i nostri mezzi tecnologici di osservazione a distanza, da disporre di un telescopio che ci consenta finalmente di raggiungere quel fantomatico punto; ci accorgiamo di vedere qualcosa, è una quasar, subito affermiamo compiaciuti, e si trova, calcoli alla mano, a venticinque miliardi di anni luce da noi. Ecco qua, ce n’abbiamo messa di ostinazione, ma alla fine ci siamo arrivati. Dove? Ai confini dell’Universo, ovvia! Più in là non si va… Ma la cosa non finisce qui… anzi, da qui ha inizio la vicenda paradossale. Raccogliendo, con il mio super telescopio spaziale, un segnale che dista venticinque miliardi di anni luce, vedo anche ciò che sta dietro a quel segnale, e cioè la realtà come si presentava esattamente venticinque miliardi di anni fa. Capite?… Sto assistendo alla nascita dell’Universo. La mia scoperta si è realizzata da un punto di osservazione che ha stimato trovarsi quella quasar allo zenit di Vienna. Ma poi, guarda come vanno le cose in fatto di coincidenze, due giorni appresso vengo a sapere che un mio collega ha fatto, nello stesso giorno, nella stessa ora e nello stesso minuto, una scoperta analoga, ma la quasar da lui scoperta, sempre alla distanza di venticinque miliardi di anni, stava pure allo zenit, ma nel cielo di Brisbane, dalla parte opposta, accidentaccio! Che cosa si può pensare?! Quello che dicevo poc’anzi, non vedo altra alternativa; e cioè che la mia quasar e quella del mio amico in trasferta in terre australiane non sono due delle innumerevoli parti dell’Universo che noi siamo soliti catalogare all’interno di una mappa stellare, ma sono l’Universo stesso nel momento della sua nascita, sono il Big-Bang appena avvenuto. Ma, direte voi, quella quasar che io vedo è lì, proprio lì, e così quella che vede il mio amico è dalla parte opposta; dove è nato allora l’Universo, da quella parte o da questa? Ma, ditemi, quale significato è possibile attribuire a termini come “lì” e “dalla parte opposta” in una dimensione di cui non sappiamo le dimensioni? Come quelle due che ci hanno fatto pervenire segnali della loro esistenza, nell’Universo che conosciamo, ci potrebbero essere miliardi di altre quasar distribuite in ogni angolo dello spazio, all’interno di una immaginaria sfera con un raggio pari a venticinque miliardi di anni luce, salva l’ipotesi assurda che noi ci troviamo al suo centro in qualità di osservatori privilegiati. Se, prolungando la mia ipotesi, avessi la possibilità di vedere tutte quelle quasar che si trovano ai confini dell’Universo, dovrei anche supporre che l’Universo stesso abbia avuto origine sulla pelle di quell’immensa sfera? Mi pare più realistico pensare che nel momento stesso in cui si avverò il Big-Bang, e con esso apparve il tormentoso binomio “spazio-tempo”, l’esplosione si sia verificata dappertutto, senza che ci sia stato un punto prescelto o predeterminato, senza che sia stato dato un centro dal quale il grande botto abbia avuto sviluppo.
  • Tiziano. Ma vedi che ti stai inciampando sui tuoi stessi passi! Come puoi dire che l’esplosione si sia verificata dappertutto, se la locuzione “dappertutto” già implica di per sé l’esistenza di luoghi, di spazio quindi, quello proprio che non c’era!? Allora, prima l’esplosione o prima lo spazio? Oppure una concomitanza di apparizione sulla scena dell’Universo?
  • Tosco. Fammi pensare, è vero, non hai torto del tutto. D’altra parte, quella dell’“essere al centro” è un’idea che è sempre stata cara agli osservatori, dai tempi antichissimi sino alla rivoluzione copernicana. Oggi come oggi non sapremmo neanche più a cosa riferirci quando parlassimo di centro su scala cosmica. Ma, allora, dovrei anche ammettere che, al momento del Big-Bang, nello stesso istante, si sia formato un “dappertutto”, con il valore immaginario che si potrebbe attribuire a un’infinità di centri. Noi crediamo, coltiviamo la pura illusione di vedere, quando puntiamo gli occhi al cielo, l’Universo nel suo ultimo atto evolutivo. Tuttavia, più la crescente potenza dei nostri telescopi ci consente di guardare lontano, più andiamo regredendo nel tempo e più conosciamo un Universo nelle sue fasi giovanili. Certo è che quel limite di venticinque miliardi di anni luce è qualcosa che mi lascia sbalordito. So che oltre tale limite non potrò vedere, qualora anche sapessi di aver assistito al momento della nascita del nostro Universo. Se, poi, riprendo quell’altro concetto tanto astruso quanto dibattuto, quello dell’espansione, come posso essere sicuro che il limite ipotizzato di venticinque miliardi di anni luce coincida proprio con i confini dell’Universo? Devo credere soltanto ai dati empirici a cui la mia vista miope e offuscata mi consente di accedere? Il paradosso non avrà mai fine.
  • Tiziano. Quel che si crede di poter ipotizzare di tanto straordinario nell’espansione dell’universo è che alla base di questa accelerazione progressiva dell’espansione starebbe una forza sconosciuta, una forza che pervade tutto il gran vuoto attorno a noi, come se l’allontanamento fra galassie fosse allo stesso tempo un avvicinamento a qualcosa che sta oltre, che attira, e che attira con maggior vigore quanto più diminuisce la distanza che la separa dalla materia interstellare.
  • Mirach. Una specie di magnetismo esterno, quindi, oppure una curvatura infinita che riporta al momento originario, all’assenza della materia, del tempo, dello spazio?
  • Sirrah. Potremmo tentare, in via soltanto provvisoria, di fare il punto sulla situazione cercando di vedere da una prospettiva il più accuratamente scientifica possibile quanto siamo riusciti a sviluppare sin qui. Formiamoci dunque l’immagine di questo nostro Universo trapunto di miliardi di galassie ognuna delle quali serra in sé uno o qualche centinaio di miliardi di stelle. Nell’enorme estensione dello spazio occupato voglio collocare l’uomo come individuo, ben visibile nella sua identità. Un uomo che potrebbe forse sapere dell’esistenza di altri esseri viventi organici, in qualche modo a lui simili, se non ci fossero di mezzo quelle abissali distanze che sino a oggi hanno eluso qualsiasi possibilità di comunicazione. È stato detto e ricordato che soltanto la nostra Galassia, per non andare più lontano, potrebbe contare qualcosa come duecentomila stelle – a essere avari – capaci di ospitare la vita nel proprio sistema planetario. Figuriamoci in tutto l’Universo! Con tanti esseri raziocinanti che si pongono gli eterni interrogativi filosofici concernenti l’intimo significato dell’esistenza. C’è una corrente di pensiero che tenta di risalire alle cause, alla Causa mi pare di poter capire, dell’esistenza di tutto ciò che c’è.[1] Secondo tale linea di pensiero si potrebbe correlare la constatazione di una Legge Universale – poiché nell’Universo agisce un codice di leggi fisiche fedeli all’osservazione nel tempo – all’idea che l’uomo è arrivato a coltivare, nella propria mente, di un Ente Assoluto che risiede nella trascendenza del nostro potere di immaginazione e che imprime nell’Universo quel perfetto ordine che non cessa di stupire chi a lui volge gli occhi. Al momento del Big-bang, stando alle conseguenze speculative discendenti dall’equazione einsteiniana, a monte dell’energia originaria possiamo ipotizzare la mano di un Ente che emana un vento spirituale sull’Universo intero, pur non identificandosi con esso. – Ho messo l’uomo in questo scenario, uno scenario che non coincide minimamente con il caos. E nel bel mezzo un individuo nell’affannosa ricerca di un requisito di eternità da appuntare al proprio esserci. Sto riferendomi a un’eternità relativa, discendente dalla scia che egli ha lasciato sul proprio tracciato terreno, incontrando nel suo procedere miriadi di altre scie, ciascuna con un senso suo proprio. L’analogia con un mega-computer colossale potrebbe essermi qui di sostegno: un Universo capace di una memoria illimitata nella quale sono registrati tutti i tracciati dei singoli individui, le loro azioni, le loro conquiste, lo sviluppo del loro pensiero e il mondo dei sentimenti più profondi; un Universo, dunque, che si arricchisce a mano a mano che passano le generazioni e le menti sviluppano creatività, creazione: un Universo che non perde alcun dato ma che detiene la possibilità di accedervi in qualsiasi momento.
  • Tiziano. È un perdersi nell’infinito questo nostro dissertare. A me piace sostare dove vedo concretezza, dove mi è concesso dire “questo è così, quello è colà” e annotare in termini realistici le mie considerazioni. E allora, senza uscire di scena, limitiamoci almeno per un momento a guardare all’interno del nostro sistema stellare e a riflettere più da vicino su quel fenomeno particolare e del tutto originale che definiamo con l’appellativo di vita organica. In fin dei conti è ciò che ci consente di essere qui a tormentare i nostri cervelli. Dico questo perché mi viene in mente lo straordinario passo avanti compiuto da gruppi di ricercatori, fra i quali un’équipe di italiani, attorno all’origine della vita sul nostro pianeta e sulle possibilità di generalizzare tale evento a una infinità di mondi sparsi per questo misterioso e immenso universo. L’avventura ebbe inizio nel gennaio 2005 allorché fu lanciata la sonda “Stardust” – Polvere di stelle – alla ricerca di indizi cosmici sulla provenienza di ciò che si presume abbia dato inizio a una varietà di forme organiche. Un viaggio di quattro miliardi e sei milioni di chilometri per lo spazio, un girovagare per sette lunghi anni e, come risultato sperato e rincorso con passione, la captazione di alcuni grani sottratti alla chioma della cometa “Wild-2”. I minuscoli frammenti approdarono al nostro pianeta il 15 gennaio 2006; erano così piccoli da non raggiungere, ciascuno di loro, lo spessore di un millimetro. – Dicevo dei ricercatori italiani, per il motivo che, nel novero delle équipes internazionali alle quali fu affidato il compito di analizzare i sette grani che si avevano a disposizione, risaltavano i laboratori INAF attivi negli Osservatori di Napoli, di Catania, come pure l’Università Parthenope di Napoli. – Fu un’enorme sorpresa quella che gli spettrometri a radiazione infrarossa, i microscopi elettronici di Napoli e lo spettrometro Raman di Catania offrirono alla vista degli studiosi: all’interno dei grani di cometa sono state individuate, nel corso dei sei mesi di tentativi specialistici, tracce di ammine e interessantissime lunghe catene carboniose le quali costituiscono l’impalcatura primordiale per la formazione delle molecole organiche che stanno alla base della vita animale e vegetale così come noi la conosciamo[2]. Ma il nostro pensiero si spinge più in là, la voglia di conoscere ci porta oltre. E allora veniamo a sapere che gli interrogativi su che cosa c’è al di là di questo affannoso brulicare sul nostro piccolo pianeta si sono andati moltiplicando enormemente negli ultimi tempi. Non solo, ma, con il progredire del perfezionamento tecnologico, si è pensato di prolungare l’occhio dell’osservatore sino a scrutare all’interno delle stelle e a scoprire qualcosa che ci indichi con sufficiente chiarezza in cosa consistono e cosa ci stanno a fare quei puntini luminosi sperduti in un vuoto da capogiro. Ecco, dunque, l’ennesimo lancio in orbita di un osservatorio spaziale: è il “CoRoT”, partito dal cosmodromo di Baikonur in Kazakhstan il 27 dicembre 2006 alle 15,23 ora italiana. Con questa impresa è l’Europa ad avventurarsi, per la prima volta nella storia astronautica, a caccia di pianeti dotati di caratteristiche simili a quelle della nostra Terra e, comunque, tali da consentire con buone probabilità l’avvento di qualche forma di vita organica. Non che sia questo il primo tentativo in assoluto, giacché sappiamo ormai dell’esistenza di oltre duecento pianeti appartenenti ad altri sistemi stellari, ma si tratta per lo più di pianeti molto grandi, tipo il nostro Giove per intenderci, pertanto presumibilmente inospitali a misura nostra. Tuttavia, gli scienziati confidano che, affiancando i propri sforzi all’impiego dei mezzi di indagine ultrasofisticati oggi disponibili, nelle prossime fasi di ricerca sarà rilevata la presenza di alcune dozzine di pianeti parenti prossimi del nostro. Come? Semplicemente scoprendone il transito, in prospettiva, sul disco della stella madre, dato che il fenomeno, assimilabile in micro a una ridottissima eclisse stellare, ridurrebbe la luminosità della stella di una decimillesima parte: un’inezia, ma quanto basta per poter affermare che un corpo celeste sta ruotando attorno al proprio sole. Insieme a questo, il CoRoT ha un secondo compito, quello di indagare e conoscere la conformazione interna delle stelle adottando un procedimento tutto nuovo, cioè l’analisi delle oscillazioni, che significa porsi in ascolto, detto per parafrasi, della voce emessa dalle stelle e che ci consentirà, così credono gli studiosi, di apprendere molte più cose sia delle stelle in quanto corpi singoli sia dell’Universo in generale[3]. E tutto questo m’induce a pensare che forse, tirate le somme, è più produttivo partire da quel po’ che sappiamo di noi stessi, della nostra vita come singoli e come specie, del nostro esistere qui e ora e in queste forme e manifestazioni che ci sono peculiari.  Fermiamoci a noi stessi, dunque. Non c’è bisogno di spingerci chissà dove. Nella nostra stessa evoluzione ontogenetica abbiamo una copia fedele di quello che è e che fa l’universo. Il Big Bang, dopo tutto, non è che un’esplosione, una grande esplosione verificatasi sotto forma di energia e di pressioni incredibilmente intense, a una velocità che non riusciamo a immaginare. E questa velocità di fuga continua a dare manifestazione di sé, sino a sfiorare il primato che siamo soliti attribuire alla luce, il massimo che oggi conosciamo in tema di velocità di fuga. Eppure, per tutto il corso della nostra breve vita, l’universo ci appare fermo, immobile, fatta eccezione per il movimento che inferiamo dal mutamento progressivo di posizione degli astri più vicini sulla volta celeste e dall’effetto Doppler su scala smisuratamente più grande. Dentro di noi, che succede? Similmente all’espansione dell’universo, noi abbiamo iniziato la nostra esistenza individuale con un’esplosione. A partire dal concepimento si è susseguita una serie di esplosioni che ha portato al prodotto finale dell’organismo adulto. Eravamo una cellula invisibile, l’incontro di due gameti microscopici. Moltiplicazioni, replicazioni, specializzazioni successive hanno dato forma e funzione a ciascuna delle parti del corpo. Tutto, un giorno, tornerà come prima. Saremo materia inerte, una manciata di sali minerali e di composti chimici che torneranno ad amalgamarsi con il tutto. Galassie gigantesche come ovociti, qualcosa che obbedisce a una tendenza prepotente a espandersi, a riempire il vuoto, a creare spazio ulteriore.

[1] Informazioni tratte, di seguito, da “Principio antropico. Vita nell’Universo” di Cosimo Distratis, in Astronomia, Rasai di Seren del Grappa (BL), n° 2, marzo-aprile 2006, pag. 28.

[2] Notizia tratta dal sito web http://www.uai.it/index.php?tipo=A&id=1423

[3] Notizia tratta dal sito web http://www.uai.it/index.php?tipo=A&id=1424


Immagine di Copertina tratta da Hubblesite.

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