Oltre Andromeda. Dove vai pensiero? Parte 7 di 14

  • Ottero. Non siamo lontani da Hegel e dalla sua filosofia dello Spirito che raccoglie l’Idea in sé e per sé nella sua spinta ad alienarsi da sé per ritornare infine in sé, conquistando se stesso come interiorità suprema e assumendo le sembianze conclusive dell’Assoluto.
  • Mirach. Veramente, la comprensione di sé, il motivo dell’autoconsapevolezza è stato un terreno di duro lavoro per Hegel. È entusiasmante seguire lo svolgersi del processo, nella Fenomenologia hegeliana, che, a muovere dai primi passi della conoscenza nel dominio delle sensazioni, conduce alla formazione di un sapere assoluto, l’equivalente dello spirito che conosce se stesso come concetto. Questo processo, quando occupa l’esistenza di una persona, procede per opposizioni, per conflitti, impegnando la ragione in una battaglia sofferta. Al termine di ogni battaglia, però, si arriva sempre alla conquista di un livello più elevato di pensiero. Si verifica un arricchimento della ragione, mentre viene ricercata una unità ultima che proverrebbe proprio dalla opposizione delle determinazioni in precedenza poste in campo. È nel bel mezzo di queste battaglie che si vede impegnato lo Spirito il quale, a muovere dalla sua totalità, si è oggettivato nelle vicende del mondo e, su questo livello, si serve di noi uomini per completare la consapevolezza di sé.
  • Sirrah. Stiamo calcando una linea di pensiero che ha impegnato più di un filosofo nello sviluppo dell’idea di Assoluto. Ricordo come descriveva il dinamismo Goffried Herder[1], postulando la necessità che occorrerebbe a ogni sistema di seguire tre successivi momenti evolutivi prima di poter acquisire un definitivo stato di completa armonia e di equilibrio fra i vari elementi in gioco. Questi tre elementi Herder li definì con i termini di sussistenza, uscita da sé e ritorno in sé. Noi stessi siamo parte privilegiata del volgersi di tale processo e, nonostante la nostra esistenza terrena sia compresa entro limiti assai brevi, il nostro comportamento e le nostre esperienze maturate in vita si rivestono di un significato, ma anche il compimento di tutto ciò, ossia la morte organica, si trasforma da istanza di annientamento totale a presupposto imprescindibile per una nostra rinascita e per una nuova giovinezza.
  • Tosco. Questa sarà indubbiamente una affascinante logica filosofica, ma per conto mio è troppo in odore di idealismo. Credo che mi corra l’obbligo di riportare la compagnia con i piedi sulla terra… e il naso all’insù! E trovo subito un argomento da “mille e una notte”: quello delle radiazioni gamma, che si sono rivelate possedere una potenza strabiliante. Ma, insieme alle radiazioni gamma, siamo ormai a conoscenza di una moltitudine impressionante di fonti di energia pulsanti nel Cosmo.
  • Tiziano. Bravo Tosco! È infatti stato scoperto[2] che dalle galassie sparse nell’universo, nella loro così detta “fuga” e allontanamento reciproco, si sprigiona una quantità di energia formidabile. È una forza che può essere rapportata alla presenza di una massa enorme, di dimensioni incalcolabili.
  • Tosco. Di turno l’equazione einsteiniana “E=mc2, non è vero?
  • Tiziano. Parrebbe di sì, siamo all’interno delle ipotesi teoriche da Einstein in poi. Soltanto che quella massa, di cui dicevo, sarebbe più grande addirittura di tutta la massa stellare presente nell’universo da noi conosciuto, decine di volte più grande, a essere cauti con le stime.
  • Sirrah. Questo starebbe a dimostrare che conosciamo ben poco di quello che c’è.
  • Almach. Potrebbe essere più appropriato dire che conosciamo ben poco di ciò che è allo stato potenziale e che la nostra mente è sul punto di creare. E pensare che ci stiamo inoltrando in un ambito che dimostra tutta la sua stabilità e fedeltà di informazioni al nostro desiderio di sapere. Ultimamente, parlo dell’anno 2006, grazie alla perfezione delle osservazioni eseguite con i moderni sistemi che consentono di scrutare l’Universo sempre più lontano nello spazio e nel tempo, sono state analizzate le righe spettrali dell’idrogeno in una quasar, denominata, 3C 273, che si trova oltre due miliardi di anni-luce da noi. Ebbene, da questa osservazione è stato rilevato che anche più di due miliardi di anni fa le leggi naturali che regolano l’atomo dell’idrogeno erano le stesse di quelle che conosciamo oggi.
  • Sirrah. Mirabile armonia del Creato!
  • Almach. E questo grazie al fatto che noi, nel momento in cui osserviamo questa quasar a tale distanza, la vediamo come era allora, perché la luce che ci raggiunge ci porta la storia in atto così com’era due miliardi e più anni fa[3].
  • Tiziano. Non si può far altro che avanzare ipotesi, d’altra parte le ipotesi sono state i veicoli che abbiamo cavalcato a partire almeno dalla scuola di Elea sino a giungere al punto in cui ci troviamo. E, allora, un’ipotesi potrebbe essere quella della presenza di una “super materia”, qualcosa che prende sembianza nella nostra immaginazione, ben inteso, qualcosa di non conosciuto e di non definito, comunque. Sul filo di tale ipotesi questa materia potrebbe essere formata della sostanza di particelle neutre, completamente prive di carica elettrica, una sorta di liquido amniotico dell’universo, per eufemismo, un corpo etereo che occuperebbe la maggior parte di quel vuoto che l’universo riempie.
  • Ottero. Questa, di un’energia nuova nel suo genere, e a noi occultata, non è una notizia dell’ultima ora. Se ne parla da molto, ma non per questo l’ipotesi si fa meno affascinante. È da tempo che si fanno tentativi per saperne qualcosa di più. Le cose andarono meglio con l’impianto del telescopio di Monte Wilson datato al 1919 e con l’inaugurazione del gigante di Monte Palomar avvenuta nel 1948. Con l’Hubble Space Telescope, con il Chandra e con tutta la perfezionata generazione di strumenti per l’osservazione celeste che ne è seguita, a muovere dal 1995 in poi, il nostro occhio e il nostro cervello ne hanno fatta di strada! Ma anche da terra, mica si sta scherzando: in una zona desertica del Cile, a Cerro Paranal sulle Ande per la precisione, è stato installato un osservatorio che consta di un complesso di quattro enormi telescopi e che va sotto il nome di Southern European Telescope. Sono strumenti dotati ciascuno di uno specchio principale del diametro di otto metri e sono collegati per lavorare in serie. Intanto si pensa già a perfezionare l’ultima serie di osservatori spaziali con la progettazione di un nuovo strumento che doveva essere lanciato in orbita presumibilmente nel 2011. Si tratta del James Webb Space Telescope che può vantare la dotazione di uno specchio di sei metri e mezzo di diametro, un bel mostro se confrontato ai 2,4 metri del suo predecessore Hubble[4].
  • Tosco. C’è veramente da dire, ne vedremo delle belle!
  • Ottero. È stato proprio con la vista dello Hubble che si sono spezzati i puntelli che sorreggevano alcune convinzioni sulla genesi di questo nostro universo. È stato così che siamo venuti a sapere di una supernova, la più lontana che fosse dato conoscere, quindi anche la più vecchia in base all’equazione spazio/tempo. L’hanno chiamata “1997ff” e l’hanno localizzata a qualcosa come dieci miliardi di anni luce di distanza da noi[5].
  • Mirach. L’occhio umano, dunque, è arrivato ai confini dell’universo, o molto vicino, non credete?
  • Tiziano. Se sapessimo dove stanno questi confini! Ma, in ogni caso, è proprio questo che interviene a sollevare nuovi inquietanti interrogativi, anche e soprattutto alla luce di tutta una serie di studi elaborati attorno alla luminosità delle stelle e, nello specifico, di quella supernova lontanissima. Gli studi effettuati sulla banda dell’infrarosso lasciano a intendere che l’espansione dell’universo, di cui si fa un gran parlare, sia un fenomeno che si manifesta a velocità crescente: più aumenta la distanza, più aumenta, in proporzione geometrica, il tempo trascorso. Già l’olandese Wilhelm de Sitter nel 1917 aveva lanciato l’idea di un Universo in espansione, dopo aver notato lo spostamento verso il rosso – facendo eco al noto “effetto Doppler” risalente al 1842 e concernente le onde acustiche – delle galassie più lontane. Fu poi la “legge di Hubble”, coniata nel 1929, a perfezionare le intuizioni di de Sitter e a rivelarci che lo spostamento verso il rosso della luce di una galassia è tanto maggiore quanto più quella galassia si trova lontana da noi. Oggi ci è possibile udire l’eco del Big-bang: nel 1965, infatti, due scienziati, Arnold Penzias e Robert Wilson, scoprirono l’esistenza di microonde che sarebbero le testimoni della radiazione residuale della nascita dell’Universo.
  • Sirrah. Ebbene, qualcosa di più oggi sappiamo della nascita del nostro Universo, perché una fotografia venne finalmente scattata proprio all’Universo neonato. Un ritratto dell’Universo primigenio, raccontavano i mass media dell’incipiente primavera 2013, a soli 380.000 anni dopo il Big Bang è stata ottenuta dal satellite Planck dell’Agenzia Spaziale Europea (Esa), costruito per l’osservazione dei primi istanti che seguirono il Big Bang. Il ritratto ottenuto era di una qualità straordinaria e, a detta degli studiosi, capace di sfidare ciò che si sapeva sulla comprensione dell’Universo. A quell’epoca il giovane Universo era costituito da una zuppa densa e calda, circa 2.700 gradi centigradi, nella quale si confondevano protoni, elettroni e fotoni in forte interazione reciproca. Quando i protoni e gli elettroni si unirono a formare atomi di idrogeno, i fotoni poterono per la prima volta propagarsi liberamente. E la luce fu.   
  • Tosco. Sai, Tiziano, hai detto qualcosa che mi sembra il rovescio di ciò che succede con i fuochi pirotecnici. Allo scoppio del petardo si apre un meraviglioso ventaglio di scintille coloratissime e luminescenti, alla velocità di una deflagrazione nel momento iniziale, ma con una successiva rarefazione della rapidità di fuga in proporzione dell’aumento del tempo e della distanza dal punto dello scoppio.
  • Tiziano. Proprio così. Nel caso nostro diciamo che l’universo si sta espandendo, ora, sui parametri di un’accelerazione progressiva, mentre dieci miliardi di anni fa, al tempo della nostra supernova, da quanto ci è dato capire, si espandeva più lentamente.

[1] Dal Commentario, in Hölderlin, La morte di Empedocle, op. cit. (v. cap. 5°).

[2] Notizia diffusa dalla RAI 3 – Radiogiornale delle 18,45 – in data 23 aprile 1999.

[3] Dalla Rivista  Astronomia, n° 1, gennaio-febbraio 2006, Rasai di Seren del Grappa, Unione Astrofili Italiani Ed. 

[4] Da Astronomia, n° 1, gennaio-febbraio 2006, Rasai di Seren del Grappa, Unione

Astrofili Italiani Ed. 

[5] Notizia pubblicata su Televideo 575, in data 31 dicembre 2001


Immagine di Copertina tratta da Cosmo (via LinkedIn).

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