Oltre Andromeda. Dove vai pensiero? Parte 6 di 14

  • Almach. La luce, già, è solo per un puro caso che in quest’attimo mi venga da pensare che la luce, proprio lei, giochi un ruolo di primo piano in tutto questo delinearsi di dimensioni relativamente al “vuoto” di cui ci stiamo interessando?
  • Tiziano. Io vorrei poter credere che da quella zona di confine, dove massa ed energia si confondono come fuse e indifferenziate in una sorta di liquido amniotico che le alimenta – e mi riferisco alla luce – proprio da quella zona abbia origine e spiegazione l’idea del vuoto. Fermi restando a quel punto, andiamo brevemente a considerare come si svolgono le dinamiche relative all’unire e al disunire, al comporre e allo scomporre, all’analisi e alla sintesi, nei termini che ci sono familiari, come possiamo aver appreso dalle nostre esperienze. Un castello è composto di milioni di pietre e mattoni, non è vero? Ebbene, non ci sarebbe possibile smontare, pietra per pietra, mattone per mattone lo splendido castello di Pierrefonds[1] e, al posto suo, ottenere due grandiosi e informi ammassi, uno di pietre e uno di mattoni?
  • Mirach. Sarebbe possibile, sì, per quanto allucinante possa essere l’idea.
  • Tiziano. Nemmeno tanto, visto che la storia narra di un suo smantellamento agli inizi del secolo diciassettesimo e a una sua successiva ricostruzione nella seconda metà del diciannovesimo secolo. Bene, ammesso allora che abbiamo combinato due bei mucchi di pietre e mattoni, ora, da quelli, progetto alla mano, potremmo riedificare il castello così com’era prima della sua disintegrazione?
  • Mirach. Assurdo e allucinante ancora, ma, con alcuni accorgimenti e con tecniche adeguate, sarebbe possibile. Sto al gioco, voglio capire dove stai cercando di portarci.
  • Tiziano. Ottimo, allora lasciamo Pierrefonds là dov’è e rituffiamoci all’interno dello spazio atomico per sostare nuovamente in quella zona di confine di cui si diceva. È qui che le cose cambiano sostanzialmente. Se noi possiamo scomporre e ricomporre una struttura materiale che cade sotto i nostri sensi, nel mondo esperito, non altrettanto possiamo fare secondo i parametri del microcosmo.
  • Ottero. Stai dicendo che nel mondo conosciuto ci può essere reversibilità mentre questa è inesistente nel micro?
  • Tiziano. Non so se possiamo parlare di reversibilità o se è meglio ricorrere a termini come trasformazione, ritorno, reimpiego, riconfigurazione o altre espressioni del genere. Quel che so, meglio ancora quel che penso di sapere in questo preciso momento è che le particelle minime che siamo riusciti a ipotizzare al termine della scala della scissione da noi effettuata sull’elemento materiale non conservano la proprietà dei mattoni e delle pietre, elementi fondamentali del maniero. Non sappiamo neppure se tali particelle conservino alcunché dei requisiti propri al mondo materiale; esse si riducono a pure idealizzazioni. Considerate a una a una, ci si parano innanzi come alla maniera di semplici astrazioni, come se non esistessero per niente, in quanto di loro possiamo dire qualcosa soltanto alla condizione di osservarle quando interagiscono in un complesso intersistemico.
  • Mirach. Come dire che il castello di Pierrefonds, smontato e ridotto a singoli elementi, il tutto portato a dimensioni subatomiche, non ci sarebbe più del tutto! Intendo, non solo il castello nel senso della sua struttura architettonica, ma neppure le pietre e i mattoni ormai isolati e avulsi dall’interazione sistemica la quale, sorretta e guidata da precise leggi di staticità e disposizione spaziale, dava vita e aspetto sia all’unità globale sia ai singoli costituenti.
  • Tiziano. La conclusione, se è così, va da sé: se con i mattoni e le pietre, che sono entità percepibili, si può ricostruire il castello, altrettanto non è dato ottenere rimettendo insieme le particelle elementari se in esse, anziché materia, non troviamo altro che astrazioni.
  • Almach. Quella essenza assoluta, quel vuoto che il pensiero Mahayana ci propone, dunque, non potrebbe essere l’altra faccia di una realtà fondamentale che esiste in quanto c’è una totale interconnessione dell’universo intero?
  • Tiziano. Questa è un’idea che mi lusinga. Penso di poter azzardare un’ipotesi: quella che si associa all’idea di probabilità, una probabilità non tanto definita come il numero di casi possibili che il mucchio di pietre e mattoni, gettato per aria una quantità smisurata di volte, ricada in un ordine tale da ripresentare perfettamente ricomposto il castello originario, ma una probabilità riferita alla creazione di interconnessioni.
  • Ottero. Interconnessioni che abbiano un senso, una finalità. Dunque, interconnessioni mosse da un’intenzione e guidate da un piano.
  • Tiziano. Qui stiamo andando troppo oltre. Dovremmo chiamare in causa il motore primo. Ed è una direzione speculativa che ci porterebbe altrove. Io, allora, suggerirei piuttosto di lasciare il metafisico ad altra occasione e di proseguire il nostro viaggio, per ora, stretti stretti a questa realtà che percepiamo dentro e attorno a noi. L’universo: osservi il cielo in una notte limpida e vi scorgi una quantità immensa di oggetti. Tutti, o quasi tutti, hanno ricevuto un nome e una collocazione sul piano della mappa celeste. Ogni corpo ci appare là, isolato, morto, freddo o infuocato, inerte, lanciato in una fuga pazza, come se nulla importasse ai suoi vicini siderali. La prima immagine di un cielo stellato e senza luna è quella di buio e di freddo, di solitudine e di vuoto, di silenzio e di smarrimento. Questo è ciò che percepiamo nell’immediato. Ma, se andiamo a ben vedere, e se troviamo congeniali le asserzioni della meccanica quantistica, allora l’universo muta aspetto: cessa di apparirci come un manto trapuntato di stelle e sostituisce quell’immagine con un’altra che ricorda più da vicino una rete di relazioni tra un’infinità di componenti sia fra di loro sia con il tutto di cui sono parti. Si tratta di una rete di estrema complessità all’interno della quale, voglio pensare, circolano messaggi, informazioni, segnali le cui chiavi di decodificazione non sono alla nostra portata. Noi facciamo parte di questa rete, non siamo inutili, semplicemente non siamo abbastanza evoluti da avere coscienza della nostra utilità che potrei anche chiamare con un altro termine: indispensabilità.
  • Sirrah. È vero, e a proposito ricorderò la scoperta fatta dalla Nasa, quella che chiamarono “autostrada magnetica”, una sorta di connessione fra le linee del campo magnetico solare con quelle dello spazio interstellare, la regione scoperta dalla sonda americana Voyager 1. La direzione delle linee magnetiche disegnate dalle particelle ad alta energia che vi entrano fa supporre che questa autostrada si trovi ancora nel sistema solare. Ma sarebbe una sorta di ultimo casello oltre il quale si apre lo spazio interstellare[2].
  • Almach. È sorprendente come, su questo piano della speculazione, finiscono per incontrarsi addirittura certi punti di vista espressi ora dai fisici atomici ora dai mistici religiosi cultori della contemplazione orientale. Là e qui si supera l’idea dell’essere separato e ci si avvicina al concetto di soggetto, elemento, individuo come a qualcosa di indivisibile, qualcosa che in ogni modo rispecchia ed esprime l’unità totale, e ciò gli elementi singoli riescono a fare in quanto, e soltanto in quanto, sono in costante interazione, quand’anche non ne siano coscienti, gli uni con gli altri e con la totalità assoluta nel medesimo tempo.
  • Tiziano. La stessa particella elementare, in questa prospettiva, cessa di essere un “pezzo” di materia che ci induce a sforzarci nella ricerca ostinata di ulteriori scissioni; essa non ha esistenza propria o semplicemente propria; la potremmo meglio considerare come un campo di relazioni in stretta connessione con gli altri elementi. Dobbiamo probabilmente pensare a un mondo di connessioni, anche di specie diversa, che creano fra di loro forme più complesse di connessioni sino a configurare quella che possiamo ipotizzare come la struttura del tutto.
  • Almach. Queste connessioni ricordano molto da vicino il “filo” unificatore della rete cosmica nella concezione induista, un filo che costruisce tutto ciò che c’è secondo una complessa trama di tessitura. Ma sono anche molto prossime all’immagine di una rete come quella che ci suggerisce il buddhismo Mahayana, una rete costituita in modo perfetto dalla sinergia di relazioni che si svolgono al suo interno. Sotto questo punto di vista tutto ciò che accade nel mondo e che da noi è percepito sarebbe soltanto il modo di manifestarsi di una realtà ultima e unica, che è l’essenza stessa dell’universo, l’essenza unificatrice. Si parla di rete, ma in termini di movimento, poiché le intricatissime connessioni che la costituiscono sono fra di loro in stretta relazione dinamica. È una rete che vive perché il suo movimento è anche cambiamento, trasformazione, evoluzione, crescita.
  • Tiziano. È quello che si riscontra, secondo il linguaggio della meccanica quantistica, negli effetti derivanti dalla natura ondulatoria caratteristica delle particelle subatomiche e nella comprensibilità delle proprietà possedute da quelle particelle alla sola condizione che esse siano osservate nel loro muoversi, trasformarsi e interagire in un campo dinamico incommensurabile. Ciò che la teoria dei campi pone in una luce veramente molto interessante è che le interazioni presenti in questa rete si manifestano nella forma di scambio di particelle, come se si trattasse di una modalità di trasmissione di messaggi.
  • Almach. La cosa più sorprendente, credo, potrebbe risiedere nell’affinità di punti di vista tra la fisica attuale e il pensiero mistico orientale nei confronti dei fenomeni osservati e dello sconfinato Vuoto in cui essi si realizzano. Così per l’una e per l’altro esisterebbe, tra il Vuoto e tutta la materia sensibile che in esso e da esso è generata, una unità dinamica fortemente strutturata.
  • Tosco. Molto bello! Tuttavia, resto alquanto sconcertato nel sentire che il Vuoto sarebbe il responsabile della creazione della materia. Ho sempre amato pensare che tutto ciò che rientra nel nostro ambito percettivo è semplicemente un prodotto della nostra mente e del suo essere come costretta a misurare e a classificare ogni cosa. Vuoto e Mente, allora, coincidono?
  • Almach. Difficile a dirsi. Anche più difficile a pensarsi. Sta di fatto, è vero, che la corrente del pensiero buddhista non attribuisce una realtà a sé stante ai fenomeni e agli oggetti che noi percepiamo, ma considera queste cose semplicemente come manifestazioni illusorie partorite dalla nostra mente. Tutto è solo e nient’altro che mente. Ciò che noi percepiamo si riduce a una serie di proiezioni della nostra mente, e quelle accettiamo come realtà, perché la nostra natura ci costringe a comportarci in questo modo. Per il vero, noi vediamo una molteplicità di cose se ci volgiamo intorno. Crediamo di vedere una molteplicità di forme e manifestazioni distinte; in realtà non facciamo altro che osservare la nostra mente nella sua molteplicità.
  • Mirach. Questo è un discorso che ci riporta al motivo della consapevolezza, così caro alle nostre disquisizioni. Come può entrare la mia individuale distinta particolare consapevolezza in questo turbinoso intrico di maglie e di creazioni perenni?
  • Almach. Ce lo possiamo prefigurare soltanto se accettiamo l’idea non dualistica che fa, di ognuno di noi, parti di un tutto che non cogliamo ora e qui, ma un tutto di natura organica, intelligente, inscindibile.
  • Tiziano. Torniamo, perbacco, alla vecchia contraddizione: “parti” significa pezzi staccati e pertanto implica il concetto di separazione, mentre “tutto inscindibile” significa che puoi fare quello che vuoi, ma non otterrai mai parti. Bisogna aver fede, è vero? Non si capisce, non può essere spiegato, ma è necessario accettarlo.
  • Sirrah. Se ci può servire, muoviamoci allora con un pizzico di fede. Questo tutto, oltre essere inscindibile, sarebbe anche intelligente, in quanto annovera in sé esseri ed entità intelligenti.
  • Tosco. Intelligente come, intelligente quanto? È qualcosa che si può immaginare, qualcosa come mettere tante pile in serie per ottenere una differenza di potenziale finale altissima, pari alla somma delle differenze di potenziale possedute dalle singole pile?
  • Sirrah. Chissà. Potrebbe anche trattarsi di una buona metafora. Io sono propensa a credere che, se noi siamo intelligenti, come lo stiamo a dimostrare in questo stesso momento che ci vede impegnati ad arrotare e affilare opinioni e idee, potrei credere che ognuna di queste intelligenze singole non esista per puro caso, ma sia coinvolta in un piano con finalità ben determinate e scandite. Vorrei credere che proprio noi, persone mortali e agenti di intelligenza, proprio noi siamo la dimostrazione dell’esistenza di un universo intelligente. Sto guardando, con buona dose di fantasia naturalmente, a quell’intelligenza universale, perennemente imperscrutabile ai nostri occhi, che dalla sua dimensione remota crea continuamente forme sensibili nuove ma, soprattutto, crea nuove forme di pensiero servendosi di noi stessi. È attraverso tale atto di creazione transitante, necessariamente vorrei dire, attraverso noi stessi, che l’Universo acquisisce sempre maggiore consapevolezza di sé.
  • Ottero. Non siamo lontani da Hegel e dalla sua filosofia dello Spirito che raccoglie l’Idea in sé e per sé nella sua spinta ad alienarsi da sé per ritornare infine in sé, conquistando se stesso come interiorità suprema e assumendo le sembianze conclusive dell’Assoluto.
  • Mirach. Veramente, la comprensione di sé, il motivo dell’autoconsapevolezza è stato un terreno di duro lavoro per Hegel. È entusiasmante seguire lo svolgersi del processo, nella Fenomenologia hegeliana, che, a muovere dai primi passi della conoscenza nel dominio delle sensazioni, conduce alla formazione di un sapere assoluto, l’equivalente dello spirito che conosce se stesso come concetto. Questo processo, quando occupa l’esistenza di una persona, procede per opposizioni, per conflitti, impegnando la ragione in una battaglia sofferta. Al termine di ogni battaglia, però, si arriva sempre alla conquista di un livello più elevato di pensiero. Si verifica un arricchimento della ragione, mentre viene ricercata una unità ultima che proverrebbe proprio dalla opposizione delle determinazioni in precedenza poste in campo. È nel bel mezzo di queste battaglie che si vede impegnato lo Spirito il quale, a muovere dalla sua totalità, si è oggettivato nelle vicende del mondo e, su questo livello, si serve di noi uomini per completare la consapevolezza di sé.

[1] Pierrefonds, Francia, Dipartimento di Oise, Castello risalente al 14° secolo.

[2] Da Televideo del 04 dicembre 2012.

Immagine di Copertina tratta da Parispass.

Lascia un commento