- Tosco. E perché no!? Ce lo conferma la matematica: a sta a x come b sta a y, come dire che il nostro apparato percettivo-cognitivo scopre il vorticoso movimento di elettroni e nucleoni come un apparato meravigliosamente perfetto e immenso diventa consapevole dell’armoniosa danza degli astri nel firmamento.
- Ottero. Qualche volta sai anche essere poetico, Tosco. Già, a pensarci bene, equilibrio e compensazione: di qua la materia con i suoi elettroni, di là qualcosa di simmetricamente opposto.
- Tosco. Come sarebbe a dire? Starai mica accennando per caso al mito dell’antimateria!?
- Ottero. Non è un mito, da quando Paul Adrien Maurice Dirac, il fondatore della meccanica quantistica relativistica, aprì una breccia nella conoscenza delle antiparticelle, cioè degli elettroni gemelli e con carica avversa, dunque positiva, poi denominati positoni. Si era a cavallo fra gli anni ’20 e ’30 del secolo ventesimo. Nel 1932 Carl David Anderson, insieme a Patrick Blackett e a Giuseppe Occhialini, svelò, attraverso un’osservazione nei raggi cosmici, l’esistenza della prima antiparticella che prese il nome di antielettrone o positrone. Come ci ricorda F. Capra[1], ogni particella di cui si compone la materia è suscettibile di trasformazione in altre particelle e queste e quelle hanno la facoltà di scaturire dall’energia e di rituffarsi in essa per dissolvervisi.
- Tosco. Spiegati meglio, con parole più semplici, per favore.
- Ottero. Signorsì, mio capitano! Tu sai che, all’interno dell’atomo, gli elettroni che ruotano attorno al nucleo possiedono carica elettrica negativa. Ebbene, andiamo avanti: nel 1955 altri quattro ricercatori, Owen Chamberlain, Emilio Segrè, Clyde Wiegand e Tom Ypsilantis individuarono l’antiprotone, mentre l’anno successivo ancora quattro scienziati impegnati nella ricerca, Bruce Cork, Glen Lambertson, Oreste Piccioni e William Wentzel svelarono l’esistenza dell’antineutrone. Ciascuna di queste particelle è identica al proprio gemello tranne che nella carica che, ovviamente, è di segno opposto. Ma la prima vera dimostrazione sperimentale della presenza di antimateria nel Cosmo venne offerta nel 1965 da un’équipe di ricerca che operava sotto la guida del nostro Antonio Zichichi, con la scoperta del nucleo dell’antideuterio, composto da un antiprotone e da un antineutrone. Che cosa discende di meraviglioso da queste scoperte? Ne viene che, nel momento in cui vengono a contatto con la corrispondente particella di materia, gli anticorpuscoli si ennientano, si elidono reciprocamente, si annichiliscono dunque, scompaiono dalla scena e al loro posto lasciano un lampo di energia straordinariamente intensa. Pare che all’inizio, cioè quando si formò l’Universo, si fossero prodotte materia e antimateria nella medesima quantità. Noi conosciamo a mala pena pochissime cose inerenti alla materia, ma possiamo arguire che questa superi attualmente in quantità l’amtimateria, altrimenti ci sarebbe posto soltanto per energia purissima. Possiamo dunque parlare di sproporzione iniziale fra particelle e antiparticelle, ma la cosa è ancora molto incerta a livello delle conoscenze attuali[2].
- Tosco. Bene, ecco nuovamente svelato il mistero del Big-bang e del Big-crunch. D’altra parte, a quanto ho avuto modo di leggere, so che c’era una volta un certo Aleksandr Aleksandrovich Friedmann, uno scienziato russo che aveva supposto l’espandersi e il contrarsi dell’Universo. E, allora, se prendiamo le equazioni di Friedmann e le facciamo funzionare a ritroso, sino a tornare al momento iniziale del Big-bang, alla fine ci troviamo ad avere uno stato di energia infinita, quella che i fisici chiamano “singolarità”. Voi ve lo immaginate che cosa troveremmo se riuscissimo a tornare indietro nel tempo? Ebbene, ve lo dico io: vedremmo galassie e stelle dissolversi in un miscuglio enorme di gas, i suoi atomi disintegrarsi in ioni, questi ultimi scindersi in nucleoni che a loro volta, a un milionesimo di secondo appena dopo il Big-bang, si trovavano disciolti in una brodaglia che gli scienziati hanno voluto chiamare quagma, un composto elementare di quark e gluoni.[3]
- Almach. Magari, fosse così semplice! La realtà è che non sapremo mai di quali trame e orditi è intrecciato il tessuto dell’Universo. Tutto ciò che possiamo sperare di poter sapere è che siamo lanciati in un viaggio originalissimo e che lungo questo viaggio a ognuno di noi è data la facoltà di cercare e scoprire la propria via, quella che F. Capra traduce nel termine “Tao”[4], l’equivalente di un processo cosmico che ingloba ogni essere, vivente o non vivente[5], in una serie infinita di storie che si accavallano, si intersecano, si ripetono, si perfezionano, si distruggono e si autodistruggono, incessantemente, verso una meta comune. Dobbiamo smetterla di pensare a una Natura fatta di tante cose che vivono un’esistenza propria e basta. Noi stessi, benché crediamo di essere consapevoli esclusivamente, con un certo margine di sicurezza, di quanto accade in noi, non possiamo dirci del tutto soggetti indipendenti, assolutamente dotati di autonomia sia negli atti volontari sia in quelli involontari i quali ultimi, così pensiamo, accadono e possono accadere esclusivamente a noi. Se soltanto guardiamo con un occhio – non per niente abbiamo due occhi – all’Universo immenso e con quell’altro, un po’ camaleonticamente se vogliamo, all’infinitamente piccolo non possiamo fare a meno di ammettere che il mondo intero, tutto l’esistente, noi compresi, ci si riveli come un tutt’uno ingegnosamente assemblato di parti inseparabili, le quali si richiamano vicendevolmente e senza soluzione di continuità.
- Ottero. Il limite sta nella capacità di spiegarlo. Cioè, io posso anche tentare di rivolgere i miei occhi alla realtà in questo modo, come hai espresso tu, Almach, ma poi non trovo il mezzo per comunicare ciò che potrei scoprire, accettando che possa scoprire qualcosa di nuovo o, nelle ipotesi migliori, che si tratti di intuizioni.
- Almach. A meno che vogliamo imparare dai mistici orientali i quali sanno come trascendere la logica e il ragionamento che a noi sono così cari; imparare, cioè, a cambiare rotta nel modo di cercare per conoscere; imparare a guardare nella profondità del nostro essere. E, così facendo, riusciremmo finalmente a superare la storica e resistente frammentazione cartesiana fra l’Io e la Natura, fra osservatore-soggetto e oggetto-osservato. La formula è soltanto questa: tutto si riconduce al tutto. Ogni singolo fenomeno, ogni singola persona, ogni singolo oggetto sono altrettante manifestazioni di una unicità che è il principio e il fine di ogni cosa, ciò che ogni cosa comprende e spiega, e che noi, impaniati nelle acque melmose del dualismo che pervade l’intera nostra esperienza, non possiamo conoscere.
- Tosco. Brava, Almach, e penso che non stai nella pelle dalla voglia di citarne una delle tue a questo punto, anzi, del tuo Poeta!
- Almach. Leggi nella mente, Tosco. Ebbene, prima che tu m’interrompa come sei solito fare, ti dirò, e mi riferisco all’infinito. L’infinito, secondo Leopardi, non è altro che un parto della nostra immaginazione, della nostra piccolezza a un tempo e della nostra superbia. Pare che solamente ciò che non esiste, la negazione dell’essere, del niente, possa vantarsi di essere senza limiti e che l’infinito venga in sostanza a esser lo stesso che il nulla. L’eternità, il tempo, non sono altro che lo spazio. La materia sarebbe eterna e nulla perciò vi sarebbe di infinito. Il finito, peraltro, è sempre stato e sempre sarà. Di infinito non ci potrebbe essere che il tempo, il quale è nulla, cioè infinità che non esiste se non nell’immaginazione o nel linguaggio. Dove è nulla quivi è spazio, e il nulla senza spazio non si può dare. Fuori degli ultimissimi confini dell’Universo vi è spazio perché nulla vi è. Tempo e spazio non sono in sostanza altro che idee, anzi nomi. E quando poi l’Universo fosse infinito, l’infinità sarebbe già nell’Universo, non sarebbe più propria in esclusiva del Creatore. L’infinità dell’Universo non è altro che illusione naturale della fantasia. Si deve comunque credere che la mole intera dell’Universo abbia in effetti i suoi termini.[6]
- Tosco. Ora posso essere io a infiorare tutta la disquisizione fin qui trascinata? E allora vi voglio riportare tutti all’esempio dell’elica. Ditemi, se il motore dell’aereo si ferma e l’elica ritorna a essere immobile, tutto riprenderebbe l’aspetto precedente e io potrei infilare la mia mano tra una pala e l’altra dell’elica senza che accada qualcosa di strano, non è vero? Va bene, è tutta questione di velocità. A pieno regime del motore non vedo più le quattro pale dell’elica e il vuoto fra esse, ma un cerchio dall’aspetto di un disco pieno, che impedisce alla mia mano di passare oltre se non vuole uscirne affettata. E in presenza della velocità con cui si muovono le particelle subatomiche il vuoto viene apparentemente riempito da corpuscoli che si trovano in uno e in ogni luogo del loro infimo spazio in ogni istante. Ipotesi: fermiamo tutto, fermiamo il mondo. Il motore che genera le velocità di spostamento subatomiche si spegne, come se si scattasse un’istantanea all’ultramiliardesimo di secondo. Ecco, ora assistiamo a una scena che ci ricorda molto da vicino la conformazione del nostro sistema solare, così come possiamo osservarlo attraverso l’oculare di un telescopio. Elettroni immobili, nucleoni fermi, mesoni congelati. Non vedo più la pienezza di prima, ai miei occhi si svela un vuoto fantastico, pervasivo. La materia intorno a me scompare o, per meglio dire, viene privata della sua apparenza di pienezza. Al suo posto, un vuoto abissale. La mia mano la può penetrare, può spingersi ovunque, senza ostacoli, non afferrerà alcunché. Anzi, la stessa mia mano ha perso la sua primitiva consistenza di compattezza e solidità, direi che tutto si è ridotto quasi a pura astrazione e che, in assenza di input materiali come quelli di cui abbiamo solitamente esperienza, in assenza di afferenze sensoriali elaborate a opera di un sistema bio-psicologico edificato su una rete complessa di fibre nervose, tutto si compenetra di tutto e nel tutto, senza incontrare ostacoli di sorta. Non solo lo spazio, forse anche il tempo è stato coinvolto in questa metamorfosi irreale. – È soltanto un’ipotesi, ribadisco, può darsi anche balzana assai, ma per me può benissimo porsi come l’interfaccia fra il mondo della materia e il mondo dello spirito che a noi, come da molte parti si crede, si aprirebbe in tutta la sua meravigliosa potenzialità dopo la morte del corpo organico.
- Sirrah. Il vuoto immenso che si stende fra le stelle, le galassie… il vuoto altrettanto immenso che possiamo in certo qual modo prefigurarci nello spazio occupato da un atomo… Siamo circondati, immersi nel vuoto, su questa piccola briciola invisibile piantata in asso in qualche punto indefinibile di questo universo senza centro e senza confini. Andiamo oltre e trascuriamo per un momento il piano fisico: eccoci ancora di fronte al vuoto, a un vuoto di altro tipo, questa volta di natura concettuale.
- Mirach. Siamo sul punto di definire la tridimensionalità del vuoto, per caso?
- Almach. Sì e no, in ogni modo non per caso e, inoltre, da alcuni indizi abbastanza chiari, siamo autorizzati a ipotizzare che, con il progredire del nostro conoscere, il numero delle dimensioni del vuoto si rivelerà non arrestarsi a tre, ma andrà oltre.
- Mirach. Ci accontentiamo della terza, per ora?
- Almach. Certamente, e per far questo dobbiamo richiamarci al pensiero Mahayana perché proprio con esso è possibile mettere a nudo i limiti che riducono tutti i concetti nei quali la realtà da noi conosciuta trova definizione. Il pensiero Mahayana riconduce a questa realtà sostenendo l’impossibilità di categorizzarla, quindi di comprenderla e spiegarla, con il solo ricorso ai nostri mezzi comuni che sono il nostro equipaggiamento di concetti e di idee. Ecco, allora, che quella realtà già caduta sotto i nostri sensi, già posseduta dai nostri meccanismi di elaborazione concettuale, improvvisamente ci sfugge di mano, rivelando la sua genuina natura, quella di essenza assoluta, ossia di vuoto.
- Tiziano. Il riferimento alla dimensione fisica non è neppure tanto lontano. Voglio dire, non che le tre dimensioni del vuoto che abbiamo fin qui visto, quella intergalattica, quella subatomica e quella concettuale siano i tre momenti di un continuum con una sua precisa gerarchia di successione. Non questo! Il riferimento lo intravedo nella essenza alla quale ognuna di queste tre dimensioni intende riportare. Tornerei al mondo subatomico. Qui, a furia di ricercare, di spingerci nell’estremamente piccolo a partire da successive interminabili suddivisioni di una sostanza materiale, e in questo senso visibile e tangibile, siamo pervenuti a isolare certi tipi di particelle di cui, peraltro, sappiamo ben poco. A furia di spaccare in due la realtà fisica, come dicevo, siamo pervenuti a un punto talmente spinto, indefinito e indefinibile, generatore di disorientamento, che non possiamo più dire con certezza se ci troviamo di fronte a entità materiali, fisiche, esperibili e pertanto misurabili oppure di fronte a qualcosa di impalpabile, come la pura energia. Siamo probabilmente approdati a una zona di confine che è qualcosa di non raffigurabile, simile al momento in cui la veglia si trasforma in sonno o a quello in cui il dì emerge dalla notte o a questa lascia posto. Forse è questo il regno dove domina il significato dell’equazione einsteiniana E=mc2.
- Ottero. In qualsiasi luogo della nostra speculazione ci imbattiamo, tuttavia, finiamo sempre per ritrovare quel “c”, la luce nella sua corsa sfrenata.
[1] F. Capra, cit., pag. 96.
[2] Da Davide Valentinis, “Universo e antimateria”, in ASTRONOMIA, n° 4, luglio-agosto 2008, pagg. 34-40, Rasai di Seren del Grappa, Unione Astrofili Italiani Ed.
[3] Da Televideo del 13 novembre 2011.
[4] F. Capra, cit., pag. 123 e segg.
[5] Siamo sicuri di poter affermare che esista qualcosa di non vivente?
[6] Da Giacomo Leopardi “Zibaldone di Pensieri”, pagg. 4177, 4178, 4181, 4233, 4274, 4292.
Immagine di Copertina tratta da Spectra Mag.

