Il Pianeta delle contraddizioni

È veramente uno strano pianeta, questa nostra Terra, dove siamo capitati a nostra insaputa e al di fuori della nostra sfera di decisionalità. Siamo nati, in un fausto o infausto giorno, e la prima cosa che ci siamo apprestati a fare è stata quella di lagnarci rabbiosamente, furiosamente, perdendoci in un pianto disperato. Sì, perché eravamo stati scaraventati oltre i margini di un paradiso privo di ogni contrarietà, di ogni dolore, di ogni delusione. La realtà in cui sprofondammo aveva abbattuto l’intera impalcatura delle protezioni che ci avevano garantito una felicità con assenza di minacce coscienti. Ecco, il primo nemico apparso di fronte a noi: il dolore, accompagnato da un senso di esclusione, di perdita, di abbandono.

Poi qualcosa o qualcuno, che ancora non potevamo distinguere né riconoscere, si prese cura di noi, provando a consolarci dell’essere nati. Crescendo, andammo incontro a un universo di sensazioni: difficoltà nell’uniformarci a ciò che ci stava intorno, limiti da non doversi superare, proibizioni, restrizioni, ostacoli evolutivi di varia natura e foggia contro i quali dovemmo attrezzarci in fretta in fretta per affrontarli, vincerli, superarli. Qualora poi, raggiunta una certa età, ci fossimo voltati a scavare nel nostro passato, avremmo visto che il nostro esistere non era e non fu altro che un apprendere a muovere fra le spire di una lotta continua, irta di agguati e di imprevisti. Ci accorgemmo che le immagini prodotte dall’ambiente ospitante potevano proporsi nelle loro sembianze piacevoli, attraenti, benefiche per le sensazioni prodotte, foriere di piccole, effimere soddisfazioni, ma anche seguite, subito dopo, da uno stuolo pesante di messaggi portatori di disagio, insoddisfazione, pericolo, minacce perenni.

A scuola ci insegnavano, questo era il motivo di fondo che ne sorreggeva l’evoluzione in chiave culturale, che la Storia dell’umanità non era altro che un balzare da un conflitto all’altro, come il saltare da una pietra di guado all’altra sul greto di un torrente allo scopo di portarci rapidamente al di là delle sue sponde.

Un bel giorno ci accorgemmo, e non fu una scoperta fra le più fortunate, che eravamo stati gettati in piena lotta, su un campo disseminato di ordigni esplosivi e stranamente equipaggiato di agguati imprevedibili. Due erano le origini di tale incresciosa situazione.

La prima andava attribuita agli eventi legati alla natura del Pianeta che non tardava, appena dopo averci accordato la sua ospitalità, a farsi riconoscere per un mondo ampiamente scomodo, ostile e inospitale: terremoti, sconvolgimenti atmosferici, turbolenze marine, inondazioni, uragani, ma anche rinnovati pericoli derivanti da epidemie, da infezioni di massa, da virus patogeni autoreplicanti; quando non si fosse trattato ancora di carezze cosmiche, come quelle schiantatesi sul suolo terrestre per l’impatto di grossi bolidi votati a provocare sconvolgimenti epocali nell’atmosfera e nelle biomasse terrestri.

Con tutto ciò l’evoluzione dell’intero esistente avrebbe continuato a proseguire la propria corsa, forse incurante, forse incosciente delle ferite subite. Fu così che l’uomo non cessò di industriarsi per correre ai ripari, per controbattere le insidie e le violenze che la Natura serbava per la sua progenie; per continuare a esistere.

Ma poi fu proprio l’uomo, partorito da un impensabile assemblaggio di elementi e di fattori sfuggenti alla semplice immaginazione, a penetrare i misteri delle cose naturali e a scoprire attorno a sé certe possibilità di moltiplicare gli effetti derivati dalle pure azioni eseguite a mani nude: si armò di attrezzi, inventandoli, perfezionandoli, per creare un prolungamento alla forza sprigionata dalle sue mani nude, così nel volgere del tempo, sino a limiti divenuti incontrollabili.

Ma l’uomo godeva, se così si può dire, di una facoltà che era stata negata alle altre specie viventi: l’intenzione. Mentre animali di varie specie si muovevano spinti da un impulso a sua volta generato da un bisogno essenziale o da segnali istintuali, l’uomo aveva appreso a dirigere la propria volontà di azione sulle tracce di precise intenzioni affacciatesi alla soglia della sua mente. L’intenzione si materializzò ben presto in progetti di pianificazione del comportamento, nella previsione di usare gli attrezzi materiali che la stessa natura umana aveva posto a disposizione dei singoli.

Non soltanto, ma, ciò che è più terribile, è che l’insieme delle intenzioni a favore dell’impostazione di piani, di strategie, di tattiche con l’apprestamento di tecniche collaudate e afferenti agli scopi da raggiungere, veniva organizzandosi in un’atmosfera malsana per via di una sorta di germe malefico che albergava nella vita mentale, psicologica e affettivo-emozionale dell’uomo; ed era il germe del prevalere, del divenire “più” rispetto agli altri, quasi gli individui anelassero alla riconquista di quel benessere e di quei privilegi che alla nascita corporea erano stati loro strappati. E lo avrebbero riconquistato, quel senso di superiorità e di invulnerabilità; guardando più in alto, per diventare simili a Dio e, volendolo ammettere, per urtarsi con quel Dio conclamato dai più, sfidarlo nella certezza di spodestarlo e di occuparne il posto, appropriandosi dei suoi poteri.

Fu così che l’uomo si vestì di una serie di ornamenti andati a incancrenire nel profondo del suo spirito, fra i quali l’arroganza, l’avidità, la cupidigia, il disprezzo per ciò che fosse simile a un non-io, l’egoismo, la tendenza a emarginare il diverso da sé, la falsità degli atteggiamenti, l’ipocrisia nel manifestarsi agli altri, l’inganno nei rapporti umani, l’insofferenza, l’invidia, l’ira, la prepotenza, l’odio, la sete di potere, la presunzione, gli atteggiamenti di strafottenza, la sopraffazione, la superbia, la violenza, il falso senso di superiorità, la prevaricazione. Il tutto condensato in un semplice binomio: la stupidità senza limiti e una mente di bassa lega. E di questo il germe della vita, sogghignando malignamente, prendeva possesso su alcune persone simbolo e ne faceva il motore trainante per fomentare le discordie, l’odio sino all’esasperazione nelle masse che ne rimanevano come galvanizzate. Da qui le guerre. Ma come ebbe successo questo piano diabolico? In modo molto semplice: dotando quella creatura, accentratrice di tensioni e di consensi, di due requisiti: una voce possente e una statura gigantesca, poteri di fronte ai quali tutti gli animali provano timore e terrore. Della voce sappiamo bene: modulata in pose teatrali con gesticolazione e imposizione della persona in netta supremazia ed evidenza, grazie anche ai sistemi tecnici di amplificazione e diffusione di massa. In quanto alla statura, questa era resa visibile nel potere percepibile, nella sontuosità degli apparati a ornamento e supporto della persona trainante, circondata a sua volta quest’ultima da un muro intoccabile di elementi subalterni dotati di potere anch’essi, seppure meno accentuato. E il gioco era fatto.

Una gran brutta bestiaccia quel germe. Eppure, nessuno può venire al mondo scrollandoselo preventivamente di dosso. È come un timbro che si imprime nel nostro essere all’uscita dal legame simbiotico intra-uterino oppure infiltratosi inevitabilmente già nel DNA dei gameti destinati a trasmettere la vita al futuro nascituro. È un germe che galoppa veloce in groppa a un destriero instancabile che ha un nome preciso: egoismo, un’espressione dell’umana natura, e non solo umana. Capace di imprimere direzioni mirate ai percorsi seguiti dagli individui e dai gruppi di viventi. Non a caso spicca l’affermazione di Arthur Schopenhauer: “L’egoismo domina il mondo”. Lo si può verificare, nell’essere umano, addirittura prima della nascita, antecedente ancora allo stato fetale, allorché la morula, la blastula si avvinghiano alle pareti uterine per nutrirsi del sangue e degli umori indispensabili alla crescita, in un clima di aperta aggressività che si può ravvisare più concretamente nelle lotte fra animali per procacciarsi il cibo migliore, e delle piante per superare le vicine e reprimerne la crescita nel folto di una foresta, alla ricerca della vitale luce solare. L’egoismo, dunque, per l’uomo, nella caccia all’appropriazione di beni necessari e di beni superflui, pur di raggiungere quel senso di onnipotenza che potrebbe fare da contraltare, benché effimero, alla consapevolezza della caducità della natura umana, all’approssimarsi, giorno dopo giorno, dell’ineluttabile fine esistenziale.

L’intenzione, allora, di costruire piani di allargamento della propria presenza, di sopraffazione, di superamento, di appropriazione dei beni più ambiti, corroborata dall’egoismo e incentivata da una compresente spinta all’avidità, a non accontentarsi dei risultati raggiunti, ma a procedere comunque, lottando per continuare a tentare di superare ancora, a esclusione dei propri simili, considerati via via come strumenti per il conseguimento dello scopo ultimo del potere assoluto, perenne o meno che sia, sino a isolarsi in una solitudine assurda, inconcepibile, psicotica.

È a questo punto che mi incontro con la seconda di quelle due origini della lotta a esistere, di cui portavo cenno poco sopra. In tutto questo c’è da chiedersi il perché. Siamo alla ricorrente catena di interrogativi che si accompagna al nostro desiderio di sapere, di conoscere: da un iniziale “che cosa” sia da attribuirsi a un determinato fenomeno, al “come” esso si svolge e si propaga, al perché di tale verificarsi e alla causa del suo muoversi e apparire. Se al primo interrogativo fra quelli qui espressi riusciamo con un po’ di fatica a rispondere formulando una definizione comprensibile, già al secondo ci imbattiamo in forti difficoltà, responsabili del limite a cui pervengono e nel quale si arenano le nostre investigazioni; ma in quanto al “perché” usciamo dai tentativi e dalle lotte ingaggiate dichiarandoci sempre sconfitti e nulla ci sorregge nel pensare di fare chiarezza nella nostra mente. Tutto questo con difficoltà sempre più esasperate qualora volessimo capire la provenienza, la causa dei fenomeni da noi indagati ossia la loro origine e i fautori responsabili del loro esserci.

Esempi se ne possono produrre a migliaia, basta guardarsi intorno. Per farla breve, tuttavia, mi voglio limitare a prendere quale tipologia campione quella del mimetismo, per le sue caratteristiche di sorprendente eccezionalità. Un rettile lacertile che frequenta ambiti boschivi e che assume il colore degli elementi circostanti, quasi confondendo la propria figura con le forme del suo habitat, si riveste di colorazioni e aspetti diversi per non farsi scorgere dalla preda e poterla così facilmente ghermire, ma anche per ingannare l’attenzione di eventuali predatori che lo giudicherebbero nella possibilità di un boccone appetitoso. Eppure, se vogliamo dare retta a quanto sostiene Arthur Schopenhauer, visto che già l’abbiamo scomodato, tutti gli animali sarebbero dotati di intelletto, fatta la debita distinzione con il concetto di ragione. Gli animali, persino i meno perfetti sulla scala evolutiva, dice Schopenhauer, vengono a conoscenza del mondo degli oggetti e sono capaci di un elevato livello di concatenazione fra cause ed effetti, cosa che appartiene all’intelletto, non alla ragione. È la ragione, distinguendosi dall’intelletto, ad avvalersi di concetti astratti per collegare l’oggetto della percezione con la conoscenza riflessa.

Tutte le specie viventi hanno sviluppato sofisticati sistemi di difesa e di offesa per il puro scopo di sopravvivere e di perpetuare la specie, e li usano nei momenti propizi, quasi sempre senza fallire. Perché? Per continuare a esistere, come ho appena affermato. Ma, se quella che ho chiamato “intenzione” fa parte di una serie di prerogative esclusivamente umane, allora perché il camaleonte muta la colorazione epidermica nei momenti di pericolo o di attesa alla caccia? La sua piccola mente è in grado di coltivare intenzioni e di indirizzarle verso uno scopo ben definito ossia è capace di dare ordine all’avvio di una mutazione temporanea del proprio stato e a dirigerla secondo i bisogni del momento? Non è pensabile; e, allora, se di intenzione si deve trattare nel momento in cui tutte le espressioni e gli atteggiamenti del predatore sono rivolti verso la realizzazione di uno scopo, siamo autorizzati a ipotizzare che si tratti di un fatto comportamentale dettato da un fondo istintuale e soggiacente a un’intenzione non specifica individuale, ma generalizzata, trascendente vorrei dire. Allora, ancora più a fondo, dove possiamo collocare l’origine del potere di decidere?

Punto a capo: le risposte possono cadere a iosa, tutte più o meno logiche, tutte più o meno accettabili. Ma, infine, un subitaneo balzo nel “perché”, seguito da un necessario “a opera e volere di chi?” sarà possibile farlo? Non trovando, in alcuna delle ramificazioni scientifiche del sapere umano, una risposta soddisfacente, mi affido umilmente a una visuale, quand’anche difficile a metabolizzarsi in termini filosofici, quella del già citato Arthur Schopenhauer, pur correndo il rischio di incontrare altre uggiose contraddizioni.

Pare, seguendo il pensiero di Schopenhauer, che l’esistente sia permeato in assoluto di una sostanza difficile a intendersi e a spiegarsi, che il Filosofo denomina “Volontà”, un’entità astratta che costituisce l’elemento immediato della nostra conoscenza, nel quale possono essere colte “nell’intima essenza come un’unica forza”, tutte le forze presenti in natura, e qui è d’uopo richiamare le forze che conosciamo: la gravità, la forza elettromagnetica, l’interazione debole, l’interazione forte.

Ora vale la pena che mi soffermi poco poco su quanto Schopenhauer intende per “Volontà”, equiparata alla “Cosa in sé”, l’intimo essere, il nucleo di ogni singolo esistente, come del Tutto. Noi non saremmo, in quest’ottica, Volontà, ma bensì fenomeni della Volontà, la quale non sfugge al vincolo impostole dalla necessità ossia dal principio di ragione e si pone al di fuori dei parametri di tempo-spazio-causalità, pertanto inconoscibile; possiamo avere sentore della sua conoscenza quando essa passa nelle forme di spazio-tempo-causalità, oggettivandosi. Su questo tema ci capita di voler risalire ai motivi che determinano i fenomeni, ma non riusciamo a darci ragione del perché mai accadano proprio per il fatto che sono successi.

Ora riferirò un paio di concetti che avranno sicura risonanza negli argomenti che svilupperò più avanti. La Volontà, dice Schopenhauer, si manifesta tutta e con uguale forza in un solo individuo come in milioni di individui. Quando parliamo di pluralità ci riferiamo al fenomeno della Volontà, non alla Volontà in sé, tanto da arrivare al paradosso che ammetterebbe, qualora un unico essere fosse del tutto annientato, l’annientamento del mondo intero.

Non vado più a fondo su questa linea disquisitiva perché credo sia già abbastanza alta la soglia di confusione che ne viene ingenerata. Torno all’argomento iniziale e mi accosto alla figura della persona che trascorre i propri anni su questo strano Pianeta, invisibile nell’immensità del vuoto cosmico. Mi ero discostato alquanto dal tema centrale di queste riflessioni allorché portai sul tavolo del conoscere il concetto di “perché”, da sempre incoglibile, insoluto e inarrivabile. Bene, se esiste una Volontà, che qualcuno, per affinità di caratteri, potrebbe equipararla ad altre entità trascendenti, attribuendole il nome di Dio, Demiurgo, Fato o quant’altro, pare chiaro che ognuno di noi esista come oggettivazione, come fenomeno di tale entità pur sempre ineffabile, che tuttavia è in noi, in noi agisce e che noi utilizziamo nel determinare la casistica dei nostri comportamenti.

Passando alla pratica di tutti i giorni vediamo in ogni occasione che l’uomo, a differenza degli altri animali, vuole arrivare a cogliere un obiettivo, lo vuole consapevolmente, e ne esplicita i motivi. Quanto sopra espresso in quei termini filosofici alquanto esoterici e impegnativi viene ora qui a proposito per quanto riguarda la Storia dell’umanità e, in particolare, quella contemporanea. Inutile dire che faccio riferimento ai vari conflitti, ai delitti, alle sopraffazioni, alle violenze, agli episodi di sfruttamento, alle guerre in definitiva. E qui l’argomentazione sulle contraddizioni trova alimento senza remore.

Le guerre, dunque. Leggo stamane, è giovedì 13 febbraio 2025, sui mezzi di informazione, le seguenti notizie sfornate di buon mattino: “Mosca respinge l’ipotesi di scambio di territori, proposta da Zelensky. L’Egitto annuncia che presenterà una ‘visione completa’ per la ricostruzione, che eviti il verificarsi dello sfollamento dei palestinesi dalla Striscia di Gaza”. Apprendo ancora: il presidente americano Trump rivela l’intenzione di acquistare il territorio di Gaza, quando invece gli esperti si fanno avanti esprimendo di non accettare il piano presentato da Trump. Di poi si leva la voce dell’Onu nel far conoscere una stima effettuata per la ricostruzione nei territori rasi al suolo, con la previsione che per ricostruire occorreranno 53 miliardi di dollari di cui oltre 20 già nei primi tre mesi.

Una bella cifra! Richiesta dalle condizioni attuali subentrate a una serie di bombardamenti devastanti. Se nulla di quanto più funesto si fosse verificato, potendo destinare quei capitali a opere umanitarie, visto che il denaro c’è e se ne parla, possiamo soltanto immaginare quante famiglie, quanti bambini nel bisogno estremo si sarebbero potuti aiutare. I fondi ci sono dunque, e possono essere spesi: per di struggere e portare morte schizzano dalla punta delle dita; per favorire la vita e la civiltà non li si trova in alcun modo.

La contraddizione più grande sta nel giustificare una cifra di denaro spesa per arrecare la distruzione di cui vado parlando: cannoni, carri armati, aerei, missili, armi automatiche, droni, carburanti, costi di gestione e una quantità enorme di esplosivi che si ingoiano cifre faraoniche. Tutti beni possibili andati in fumo, bruciati, utilizzati per annientare vite e distruggere opere dell’uomo, lasciando per diretta conseguenza morti, povertà, miseria, feriti, ammalati, sfollati, abbandonati alla fame e al freddo, privati del minimo di igiene e dei farmaci necessari per far fronte alle malattie. Eppure, l’uomo vuole tutto questo, per ubbidire a ciechi impulsi di fare terreno bruciato attorno a sé, senza un vantaggio, senza approvazioni sulla scena sociale per quanto consumato sotto gli occhi dell’umanità intera.

Mi soffermo ancora brevemente sul tema affrontato per andare ai fattori che, oltre a spegnere migliaia di vite umane e a deprivare altre migliaia di individui dei beni essenziali, arrecano danni persistenti al suolo, alle colture, all’aria che respiriamo, invadendo il tutto con sostanze venefiche inquinanti e compromettendo le capacità che la Natura possiede di elargire beni vitali all’uomo.

Per meglio concretizzare l’aspetto contraddittorio di cui si rivestono, nel caso preso in esame, i conflitti armati, mi porto ai fatti di casa nostra e compio un salto a ritroso, alla Prima guerra mondiale di oltre un secolo fa. Un calcolo eseguito a quei tempi da Luigi Einaudi portò alla cifra di tre miliardi e mezzo di Lire italiane per le spese di guerra nel periodo dal 1° luglio 1914 fino al 30 settembre 1915 ossia per 15 mesi dei quali dieci di guerra europea e quattro di guerra italiana, mentre la spesa corrente superava i 500 milioni al mese, dei quali oltre 400 andavano per le spese straordinarie di guerra. I 3 miliardi e mezzo stanziati per mantenere la guerra facevano parte di un bilancio complessivo di spesa pari a quasi 8 miliardi di Lire. Volendo fare un rapido confronto con il tenore di vita di una famiglia media dell’epoca, è da rammentare quanto ricavava un operaio dall’attività lavorativa per sostenere la propria famiglia: dai 25 ai 30 centesimi di Lira per ora lavorata ossia da 2 Lire e mezza a 3 lire al giorno. Mediamente il salario mensile poteva ammontare a 50-60 Lire. Allora una domanda: quanti di questi salari sarebbero occorsi per mantenere in vita la guerra di cui vado parlando? Ebbene, fatto un rapido calcolo sarebbe stato l’importo del salario di un milione di operai versato interamente per la durata di quasi 5 anni. Si presenta da sé l’abissale contraddizione, a fronte di popolazioni che morivano letteralmente di fame, di stenti, di malattie, costretti a macinare i tutoli del granoturco, dei baccelli dei fagioli e persino delle canne del mais raccolto per non soccombere alla denutrizione dilagante, tutto solo per mantenere una guerra follemente voluta e portata sulla scena europea, una guerra alimentata con le gravi deprivazioni e le sofferenze più acute di tutta una popolazione per la stragrande maggioranze, in un contesto umano dove la volontà di vivere veniva disconosciuta e disprezzata per i più, dove la vita dei giovani soldati valeva soltanto in quanto a numero di vittime destinate al massacro. La guerra, vero delitto contro l’umanità, vista alla luce di quei 650 mila Combattenti mai più ritornati a casa, il cui conteggio arrivò sicuramente ad almeno 700 mila vittime per la guerra e in seguito al conflitto armato per traumi subiti sul campo di battaglia, senza contare i soggetti affetti da gravi patologie postume fisiche e mentali e quelli colpiti da menomazioni di vario genere. Questo è solo un esempio, uno dei primi che insanguinarono il funesto “secolo breve” e che penetrò con la sua eco negli spazi umani in conflitto protraendosi sino ai giorni nostri. Oltre le vite spezzate, che occupano il primo posto nel novero dei sacrifici sofferti dalla gioventù di un’epoca, ancora le privazioni e le terribili angustie imposte a milioni di persone alle quali, oltre al sangue delle loro speranze, venivano estorti i mezzi per sopravvivere. Quaranta milioni bruciati sulle terre aride dell’Eritrea, successivi enormi capitali per gli interessi di dominio portati in Albania, in Libia, per sostenere le famiglie dei rimpatriati e per costruire armamenti all’avanguardia come l’industria di guerra di mano in mano richiedeva. E, infine, insulti in rapida estensione alla natura con le esplosioni e il rilascio di immani quantità di inquinanti.

Ho accennato allo sfuggente concetto di Volontà, rimarcandone l’aspetto peculiare di Volontà di vivere che si materializza, da sempre, e prosegue a materializzarsi, in cicli interminabili di minaccia-conflitto-distruzione-morte sino all’esaurimento delle risorse, alla ricostruzione e alla ripresa della Volontà di vivere. Un ciclo che non dà segni di estinguersi ma, al contrario, si riproduce come sul volgere geometrico di un cerchio, tornando a ripresentarsi dopo aver concesso determinati momenti di pausa che abbiamo osato denominare “pace”, quando di pace, a ben vedere, non si è mai trattato.

Avevo anche accennato a un germe che si insinua nello slancio vitale dei singoli e li induce ad amare più il disaccordo e il confronto di prepotenze che non l’armonia e la serenità di un vivere in sostegno reciproco.

Continueremo a essere ospiti di questo bellissimo e ombroso Pianeta delle contraddizioni, limitando la nostra ragione a formulare l’interrogativo conclusivo: “Sino a quando?”.

Immagine di copertina tratta da Euractiv.

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