Pensiero
Sto vagando, nel buio, roteando in balia dei flutti, nell’oceano profondo, sempre più giù, sempre più buio. Ma poi, al fine, una luce soffusa, dolce, azzurra, ovattata, avvolgente.
L’attraversano creature ineffabili. Sono i tuoi, i miei pensieri.
Non vedo il cielo. Una coltre pesante, densa pesa sui miei occhi. Più non tocco il cielo. Le stelle, sprazzi di memorie senza luce, dove sono mai?
Guardo oltre, non vedo altro che pensieri, nella luce
azzurra, fonda, silenziosa.
Pensiero è un lampo nella notte buia.
Pensiero è speranza nel vuoto freddo.
Pensiero è attesa nella tristezza del crepuscolo.
Pensiero è amore che freme, grida, implora.
Pensiero è desiderio senza vincoli, soffocato.
Pensiero è immagine di dolcezza.
Pensiero è carezza sulla pelle turgida d’amore.
Pensiero è corsa folle nell’infinito.
Pensiero è voglia disperata di sensazioni.
Pensiero è una parola, una sola parola.
Pensiero è un sussurro di vento tiepido.
Pensiero è amaro che inonda il sangue.
Pensiero è ribellione feroce.
Pensiero è fuga nell’impossibile.
Pensiero è cercare te nel mare azzurro.
Pensiero è un richiamo improvviso.
Pensiero è sussulto d’anime insieme.
Pensiero è capire, senza pensare.
Pensiero è una nota in flautata sinfonia.
Pensiero è ascoltarti, ammirarti, leggerti.
Pensiero è il tuo nome sulle mie labbra.
Pensiero è una lacrima ribelle.
Pensiero è un cuore che non sa più contenere.
Pensiero è respiro, vita, sonno, veglia, luce nuova.
Pensiero è un semplice atto che infiamma l’anima.
Pensiero è un guizzo di rabbia, ruggente, tagliente, bruciante.
Pensiero è bisogno di te.
Pensiero è perdere un tesoro, vedere la vita fuggire.
Pensiero è un coro di voci festose.
Pensiero è un solo corpo in due corpi avvinghiati.
Pensiero è sprofondarsi nel nulla che è tutto.
Pensiero è magico respiro, labbra ridenti di sole inondate.
Pensiero è un batter solo di cuori, occhi ripieni di cielo.
Pensiero è coraggio di non perdersi.
Pensiero è malinconia che opprime.
Pensiero è timore che crolli il cielo
rovinando con sé tutte le illusioni.
C’è il mare, e protegge i pensieri. Il cielo, con tutte quelle stelle, come può crollare, se racchiude in sé una promessa, che è una rivelazione, più forte di qualsiasi illusione?
È là che guardo, dal fondo del mare. Nel mare, vivo di pensieri.
Li voglio portare con me, su nel cielo.
Farli conoscere alle stelle.
Vibrarsi impetuoso per uscire dal mare cupo, fascinoso, tiranno; sforzo immane che vale una vita, una vita non ancora vissuta,
vuota e scolorita allo sguardo ignaro del passante distratto.
Ho un solo pensiero, dominante, nel mio pensiero ci sei tu.
Non mi resta che il pensiero di te. Altro non ho.
- Tiziano. Nulla, non dite nulla, continuate, continuiamo a osservare il cielo. Torniamo a parlare in prosa… Dicevamo, allora… impossibile non sentirsi intimamente colpiti dallo spettacolo di un cielo limpido, nero, con le stelle come punti da toccarsi quasi con le mani, nel momento inaspettato in cui una scia bruciante s’accende solcando l’arco di intere costellazioni, vero? Ma la contemplazione serve poco alla scienza se non si formulano ipotesi, se non si procede a misurazioni, se non si sottopongono le congetture a verifiche severe.
- Ottero. Peccato questa repentina ricaduta dalla contemplazione alla speculazione. Ma tant’è. Risaliamo a bordo. Torniamo a passi svelti alla tecnologia, quella che ci ha dotato di strumenti a dir poco miracolosi per sondare gli abissi siderali. Ma, che cosa ne sappiamo di questi abissi? Poco, poco o nulla. Io, quando ho parlato di contemplazione, intendevo riferirmi a qualcosa di diverso, credo, dal rilassarsi a faccia in su a rimirar le stelle. Non saprei neppure spiegarlo a dovere. Credo sia una cosa che si sente, una disposizione d’animo che affranca la conoscenza dai suoi limiti consueti, un lasciarsi rapire per un istante e veleggiare verso dove non avremmo saputo dirigerci. Qualcosa di simile a una fusione di tutto l’esistente con il sé, quel sé che è impersonale, che si stacca dall’io-individuo e diventa universo. Se, poi, ci piace tornare ai suggerimenti di Krishnamurti, veniamo a sapere che la prima cosa che dovremmo imparare è quella di porci nell’atteggiamento di “non cercare”. Quando siamo impegnati a cercare nelle profondità dell’universo, realizziamo al massimo di centrare lo sguardo su alcuni particolari isolati che nulla ci rivelano della immensa complessità sottostante. Dovremmo piuttosto imparare a guardare dentro di noi, tanto per incominciare, nel tentativo di arrivare a capire anzitutto noi stessi. Ma per far questo è necessario avere una mente libera.
- Almach. Qualcuno sostiene che non c’è un più piccolo o un più grande nell’universo. La distinzione tra infimo e immenso è una nostra costruzione mentale, creata da noi per la solita esigenza di orientarci nella realtà circostante che crediamo di vedere e sentire. Secondo questo punto di vista sarebbe più accettabile l’idea di un tutto che comprenda il tutto.
- Mirach. Facile a dirsi. Un po’ meno facile se ci sforziamo di spiegare e di dimostrare cosa si nasconde dietro questa asserzione.
- Tiziano. Eppure, noi cataloghiamo cose grandissime, come le galassie, e cose piccolissime, come le particelle subatomiche. È probabile che l’universo nella sua massima estensione che mai possiamo immaginare e l’atomo nella sua inarrestabile suddivisione in parti che lo costituiscono, coincidano dopo tutto. Ciò che noi ci affrettiamo a tenere separato non sarebbe che la stessa unica cosa.
- Almach. Non ultime le similitudini. Sono le similitudini che mi fanno pensare a un tutto unico, quasi il motivo delle distinzioni stesse presenti in noi che non ci rendiamo conto della fatuità e dell’inutilità dei nostri sforzi.
- Mirach. Che cosa intendi per similitudini?
- Almach. Oh, ce ne sono tante; impossibile enumerarle tutte. Ma, per rendere l’idea, pensiamo alla composizione di una galassia: un numero di stelle pari, all’incirca, al numero di neuroni che popolano il nostro cervello. Senza parlare della struttura atomica come modello minimo del sistema solare. In modo simile a quest’ultimo, dove il centro è occupato da una stella di neppure, si fa per dire, un milione e mezzo di chilometri di diametro, con un’estensione planetaria di quasi sei miliardi di chilometri, da un’ottica in scala ridotta si scopre nell’atomo una sproporzione tra la sua grandezza complessiva e quella del suo nucleo. Quasi a dire che ci vorrebbero quattro o cinquemila stelle come il sole, messe in fila l’una di seguito all’altra, per arrivare da un capo all’altro dell’intero sistema solare. Tale sproporzione fra nucleo e totalità è ancora più marcata, dieci o venti o vai a sapere quante volte in più, nel caso dell’atomo. Immaginiamo di trovarci dentro una cattedrale di quelle che vantano le dimensioni maggiori e immaginiamo che il volume interno di questa cattedrale rappresenti, in grande scala, l’estensione di un atomo al suo completo. Ebbene, il nucleo, quel nucleo che vi si trova proprio al centro, faremmo una gran fatica a individuarlo: sarebbe non più grande di una nocciolina. E poi pensiamo, nella nostra concezione di grandezza e di misura, a che cosa si ridurrebbe questo nucleo/sole centrale se le proporzioni fossero restituite alla loro realtà effettiva, visto che, in scala minimale, occorrerebbe mettere in fila, l’uno accanto all’altro, da uno a dieci milioni di atomi per coprire un tratto di spazio lungo un millimetro.
- Tiziano. Un atomo è davvero piccolo, e il suo interno è così vuoto, tanto da contenere un nucleo che è venti, cinquanta o centomila volte più piccolo ancora del già infimo diametro atomico, e una serie di elettroni che gli sfilano intorno in rapida danza. L’infinitamente grande non si discosta di molto da queste proporzioni. È stato scoperto[1] che al centro degli ammassi, dove brillano mille stelle appena per ogni anno/luce cubo[2], lo spazio occupato è solo lo 0,0000001%. Attorno al Sole ci sono soltanto 0,1 stelle per anno/luce cubo e la densità spaziale cala drasticamente all’esterno della Galassia. Nel complesso, se vogliamo considerare l’Universo intero conosciuto, in esso alberga soltanto una stella ogni mille anni/luce cubi.
- Tosco. Ora stammi a sentire, Tiziano, ne ho sentite abbastanza con questi accenni a cose che non si vedono. Mi fai un santo piacere? Mi puoi fare un po’ d’ordine nella gran confusione di queste scoperte scientifiche?
- Tiziano. Comprendo. Vuoi conoscere la genealogia delle particelle. Va bene, mi ci proverò, per quel che riesco a ricordare. Incominciamo dal 19° secolo quando, verso il suo concludersi, un certo Joseph John Thomson scoprì che la massa degli elettroni è considerevolmente minore rispetto a quella dell’atomo, anche del più leggero fra quelli conosciuti. Fu nel 1909 che il neozelandese Ernest Rutherdorf giunse a considerare l’esistenza del nucleo atomico. Dobbiamo poi a Niels Bohr la formulazione, nel 1912, di quella che oggi riconosciamo come la più probabile struttura dell’atomo. Un piccolo balzo in avanti e arriviamo al 1923, con la supposizione avanzata da Louis de Broglie, in base alla quale un elettrone possederebbe anche la natura ondulatoria, oltre che presentarsi alla nostra osservazione come particella. Dobbiamo andare al 1932 per segnalare la scoperta del neutrone, dovuta a James Chadwick di Cambridge.
- Almach. Noi, dunque, se abbiamo l’ardimento di svelare le leggi che reggono l’architettura dell’Universo, dobbiamo anche convincerci che sempre più, nella progressione delle nostre scoperte e conquiste, avremo a che fare con insistenti paradossi e mutazioni di prospettiva inattesi. È di fondamentale importanza essere coscienti, pur sempre, del fatto che le nostre scoperte non ci parleranno mai di un elemento a sé stante, di una parte che possa sussistere di vita propria, scollegata dal tutto. Nulla è percepibile al di fuori del concetto di rete, di reciprocità dinamica, di interrelazione, dove noi stessi siamo parte e tutto, parte con e in un tutto. E con questo voglio dire che siamo immersi nelle spire di un’immensa interazione che avvolge ogni dimensione, ogni entità, ogni manifestazione del reale, dall’infinitamente piccolo del mondo subatomico all’infinitamente grande dello spazio intergalattico.
- Ottero. Il vuoto: è una nozione che mi fa una forte impressione. Se penso di formulare nella mia mente un’immagine di ciò che potrebbe essere il vuoto, non riesco a definire i contorni di alcunché. Allora abbandono i parametri puramente euclidei e mi prefiguro qualcosa – non mi resta che definirlo in questo modo – che ha in sé una possibilità infinita di contenimento e, insieme, un infinito potenziale creativo; un vuoto che non ha sembianze, non ha una forma, ma che è capace di originare tutte le forme visibili e invisibili e con esse stabilisce una inalienabile unità dinamica. Se io fossi ridotto a dimensioni subatomiche e mi trovassi a viaggiare, poniamo, a bordo di uno degli elettroni attorno al loro nucleo mi sembrerebbe, credo, di trovarmi come in un’astronave lanciata nelle profondità interstellari. Con la differenza che in questa situazione io riuscirei ad assaporare la sensazione legata al vuoto e agli interminati spazi che separano fra di loro i corpi celesti. Mentre, guardando da questa dimensione, non riesco a capacitarmi dove possa stare tutto quel vuoto; le cose che vedo, in realtà, sono piene, sono solide e, se le tocco o se mi urtano, la mia mano non affonda nel vuoto.
- Tosco. Che direbbe il tuo filosofo, cara Sirrah?
- Sirrah. Ah, bene, vedo che ti sta andando a genio. Ti accontento dunque, ma prima mi corre l’obbligo di spendere due parole su quella che definirei la prospettiva rivoluzionaria del pensiero di Giordano Bruno, prospettiva che ritroviamo condensata nelle parole poste dal filosofo nolano sulle labbra di Albertino, il nuovo interlocutore presentatosi sulla scena del Dialogo quinto in “De l’Infinito, Universo e Mondi”. Si rivolge dunque Albertino a Filoteo esortandolo a continuare nei suoi propositi, cioè a far conoscere che cosa veramente sia il cielo, che cosa siano i pianeti e gli astri e come si distinguano fra di loro gli infiniti mondi, come siano di necessità lo spazio infinito e l’esistenza di una infinita causa, quali siano la vera sostanza, materia, atto ed efficiente del tutto, così come l’infinità dell’Universo a fronte del quale appare in tutta la sua spropositata dimensione l’inconsistenza, di derivazione aristotelica[3], delle supposte superfici concave e convesse dei vari cieli, della fissità delle stelle, della favola che pone il primo mobile e l’ultimo convesso, della Terra come unico centro del Creato e della credulità attorno all’esistenza di una quinta essenza. Albertino esorta Filoteo a dimostrare quanto sia simile la composizione della Terra a quella degli altri astri e come sia il loro movimento prodotto dall’anima interiore infusa in ciascuno di essi. Giordano Bruno, per bocca di Filoteo, si chiede ancora dove possiamo collocare il mondo se vogliamo dare credito alla teoria per la quale il mondo è finito e, al di là di esso, regni il nulla. Ma, allora, dovrebbe esistere uno spazio capace di contenere quel nulla. Dunque, oltre la porzione di spazio che ospita il nostro mondo, forse si può pensare a un ulteriore spazio. Se, poi, siamo spinti a rifuggire l’idea di uno spazio non riempito di mondi, così come accade allo spazio da noi conosciuto, parimenti ci viene difficile pensare ad altro spazio che non sia pieno. La congettura degli spazi ulteriori può procedere senza limiti, nell’ottica considerata, e quindi si deve pensare a un Universo di dimensione infinita riempito di mondi innumerabili. Ma poi, pensa tu, il mio buon Tosco, di quale grande rivoluzione di pensiero si nutrisse la mente del mio filosofo: sai che aveva dimostrato persino di possedere un’intuizione particolarmente realistica di ciò che oggi intendiamo noi per relatività? Stai a sentire. Nel Dialogo terzo de “La Cena de le Ceneri” il Bruno fa dire a Smitho che la Terra nel proprio spazio non è più pesante del Sole nel suo spazio. Teofilo, poi, disserta sulle ragioni del moto negli astri: il rinnovamento e la rinascita dei corpi che, presi individualmente, non possono essere perpetui, mentre per sfuggire alla morte e alla dissoluzione, poiché la natura non può incorrere nella annichilazione, si dovrà verificare un cambiamento di forme e di parti. Così, spiega Teofilo a Smitho, la Terra è partecipe di alcune peculiarità e forme di movimento: la rotazione attorno al proprio asse, la rivoluzione attorno al Sole, l’inclinazione dell’asse terrestre, la forma non perfettamente circolare dei moti, lo scambio di posizione fra i due emisferi “per la rinnovazione di secoli”.
[1] “Astronomia” su Televideo, informazione del 19/11/2007.
[2] La distanza che la luce percorre in un anno alla velocità di circa 300.000 chilometri al secondo. Il tutto elevato al cubo.
[3] Accennando alle credenze circa il geocentrismo aristotelico, Giordano Bruno afferma che le teorie a esse legate non erano altro che “frutto di una delirante matematica”.
Immagine di Copertina tratta da Bright-Night.

