Oltre Andromeda. Dove vai pensiero? Parte 2 di 14

  • Mirach. La teoria di Anassimene era però così chiara e basata su processi semplici e facilmente concettualizzabili, da arrivare ad appropriarsi del maggior consenso all’epoca. – E, poi, Eraclito. Ora siamo a cavallo tra il sesto e il quinto secolo prima di Cristo. Il mondo è fuoco, sostiene Eraclito, esistente da sempre e non creato da alcuna divinità preposta. È un fuoco che vive in eterno e in eterno si accende e si spegne seguendo direzioni diverse. Attraverso queste sviluppa una dinamica mutevole e incessante fatta di condensazione e del suo opposto, dalla quale originano, a mano a mano, tutte le cose, tutte le forme materiali e vitali. È un turbinio di trasformazioni di una forma nell’altra, dal fuoco al mare, dal mare alla terra, da questi ultimi alle nuvole e quindi nuovamente al fuoco, in un ciclo incessante e sempre rinnovato, meglio conosciuto con la locuzione “panta rhei” che equivale al nostro “tutto scorre”. Questo eterno divenire rende conto dell’alternarsi e dell’avvicendarsi dei fenomeni che siamo soliti osservare; un avvicendamento che trasforma, in senso alterno, ogni cosa nel suo contrario. Tutte le cose, quindi, si trovano come a naufragare in un mare le cui onde rappresentano il contrasto che alimenta la lotta fra gli opposti. In questa concezione estremamente dinamica dell’universo Eraclito fa coesistere la molteplicità e il non-essere in ogni aspetto del mondo: sono tali aspetti a fare da garanti al movimento e al divenire. – Più sull’astratto si colloca invece Pitagora, vissuto verso l’ultima parte del sesto secolo. Fu il primo a immaginare un’impostazione eliocentrica del sistema solare, con l’affermare che vi fossero dieci pianeti ruotanti attorno a un fuoco comune, in seguito ai suoi insistenti tentativi di ridurre tutta la realtà a simboli numerici. In Pitagora ritroviamo la dottrina dei contrari. L’equilibrio fra i contrari, da cui proviene l’armonia dell’universo, rappresenta la direzione che la vita degli esseri deve seguire… Andiamo avanti?
  • Sirrah. Sì, come no, si va avanti.
  • Mirach. E allora eccoci a Senofane. Lo collochiamo tra il sesto e il quinto secolo a.C. – Senofane spazza via tutta la vecchia congerie di divinità greche e sostiene l’esistenza di un unico “Assoluto” immutabile ed eterno. Della stessa scuola di Senofane, la scuola di Elea, e suo seguace fu Parmenide che portò all’esasperazione la visione dell’immutabilità dell’Essere unico propugnata dal maestro. Parmenide nega ogni mutamento, nega persino, come conseguenza stringente, l’esistenza di qualsivoglia nascere e di qualsivoglia morire, perché questi episodi implicherebbero forme di mutamento. Ciò che noi asseriamo mutare, dice Parmenide, non è altro che apparenza. Parmenide, a sua volta, ebbe un seguito di discepoli, fra i quali spicca la figura di Zenone. Anche Zenone, in linea con tutta la scuola eleatica, sostiene l’immutabilità di tutte le cose. – E arriviamo così a Empedocle, in pieno quinto secolo. Empedocle fu il filosofo che, pur adottando un comportamento eclettico, riuscì a “riabilitare” la teoria eraclitea delle trasformazioni. Egli pure dà risalto ai quattro elementi, già considerati, aria, acqua, terra e fuoco, i quali si uniscono e si separano, mossi da Amore e da Odio, per dare origine alle sostanze sensibili, in un ciclo di mutamenti senza fine. Ma nel tempo medesimo concede a questi quattro elementi la facoltà particolarissima di restare sempre uguali a se stessi in se stessi. – Leucippo, poi, vissuto tra il quinto e il quarto secolo, giunge a dare una svolta decisiva alla concezione dell’universo, introducendo la teoria atomistica e meccanicistica dalla quale proviene che il mutamento da noi avvertito nelle cose è causato da un combinarsi e da un separarsi di particelle piccolissime, gli atomi per l’appunto.
  • Ottero. Così era anche per Anassagora il quale, tuttavia, poneva a sovra ordinare le dinamiche dell’universo una Mente suprema. – Fu Democrito, di quei tempi, a imprimere infine un’impronta decisamente materialistica nella visione dell’universo, riportando il tutto esistente alla meccanica che si sviluppa fra gli atomi. Ma quel che mi balza in mente, a questo punto, è lo svilupparsi di questa corsa a conoscere che ha dato segni di intensissimo vigore in certe epoche e ne ha lasciate scorrere altre in un silenzio quasi assoluto.
  • Tosco. Sarebbe?
  • Ottero. Sarebbe che l’uomo puntò gli occhi al cielo molto presto, da quando ebbe un cervello e una mente per ragionare e per fantasticare, diciamo. Possiamo risalire[1] a cinquantamila anni prima di Cristo. È a quell’epoca che risalgono le prime tracce attestanti rudimentali calcoli fatti dall’uomo di Neanderthal nei confronti dei cicli astronomici. L’uomo visse lungo tempo su questo pianeta prima di accorgersi che stava sulla superficie di una sfera. Gli stessi poemi omerici, mentre ci riportano il susseguirsi di vicende accadute dieci secoli prima di Cristo, ci lasciano indizi probanti del fatto che la reale forma della Terra fosse sconosciuta alla gente di allora. Soltanto seicento anni prima di Cristo fu di Talete di Mileto l’intuizione che la luna fosse più vicina a noi di quanto lo fosse il sole, mandando dunque in briciole la convinzione che tutti i corpi visibili fossero infissi su una volta celeste per fare bella mostra di lassù ai poveri mortali. Talete giunse così a dare ragione della dinamica che sottostava al fenomeno delle eclissi, sino anche a tuffarsi in calcoli che gli permisero di prevedere l’eclisse solare che si verificò il 28 maggio del 585 avanti Cristo e che ebbe un forte risvolto politico perché segnò l’alt perentorio alle persistenti vicende belliche scoppiate tra i Medi e i Lidi. Fu Pitagora, vissuto tra il 570 e il 496 circa avanti Cristo, ad avanzare l’idea della rotondità della Terra e del suo essere immersa nel vuoto spaziale. Attorno al 450 si fa vivo un certo Filolao il quale sostiene che la Terra non è altro che un pianeta in rotazione su se stesso, fenomeno questo che dà origine all’alternarsi del dì e della notte. Ora siamo a cavallo fra il quinto e il quarto secolo avanti Cristo e, ai precedenti, si aggiunge Platone con l’idea che il nostro pianeta sia veramente rotondo, molto esteso – oltre, quindi, il “mondo conosciuto” che si riduceva a poco più di una porzione del Mediterraneo – ma tutto solo e immobile come centro di tutto ciò che c’è. In pieno quarto secolo Aristotele può confermare senza dubbio la forma sferica della Terra come logica deduzione dall’ombra che appare sulla luna durante un’eclissi. Poi troviamo una serie di tentativi protratti per misurare la circonferenza della sfera – diremo noi la lunghezza dell’equatore terrestre – dovuti ad Archimede, a Eratostene, a Ipparco di Nicea, a Posidonio, tra il terzo e il secondo secolo avanti Cristo, tentativi che si avvicinano con sorprendente approssimazione a quei quarantamila chilometri e poco più di cui sappiamo oggi. Il secondo secolo avanti Cristo vede il convergere di tutte le osservazioni attorno al sistema geocentrico coniato da Tolomeo. Poi, più nulla, o quasi. Si deve attendere sino al nascere del quattordicesimo secolo dopo Cristo per assistere a un graduale risveglio dell’Europa verso la conoscenza dell’Universo. Come se fossero passati millecinquecento anni senza che l’intelletto umano provasse il desiderio, la spinta, l’impulso o soltanto la curiosità, come quella che aveva animato i primi ricercatori, di coltivare ipotesi e idee innovative. Ma il risveglio dal lungo letargo doveva arrivare, un risveglio che portava una luce nuova. Fu così che un duro colpo alla concezione tolemaica della struttura celeste venne inferto, attorno al 1543, con l’adozione pienamente consapevole del metodo induttivo sperimentale. Ed è da questa rinnovata energia che si creò un vivaio di menti fervidissime, basti ricordare Leonardo, Copernico, Ferrel, Tycho Brahe, Keplero. Poi venne Newton il quale, siamo arrivati al 1687, realizzò il calcolo relativo allo schiacciamento dei poli terrestri. A grandi passi ci avviciniamo alla nostra epoca, costellata da alcune tappe di tutto riguardo: la prima misurazione della distanza di una stella, a dieci anni-luce nella costellazione del Cigno, avvenuta nel 1840 a opera di Bessel; l’enunciazione del concetto di conservazione dell’energia, attribuito a Meyer e Joule due anni appresso; la scoperta del pianeta Nettuno, dichiarata da Urbano Le Verrier nel 1844; il pendolo di Léon Foucault, del 1851, prova incontestabile del moto rotatorio terrestre. Be’, fermiamoci qui.
  • Tiziano. In tutta questa scalata di congetture e vaghe teorizzazioni non si può fare a meno di avvertire l’agitarsi di un senso di ansia nel voler assolutamente dare sempre una definizione a tutto ciò che passa sotto la macina del pensiero. Meccanica siderale o meccanica subatomica, va sempre a finire che dobbiamo inscatolare tutto e tutto sistemare con etichette riconoscibili. Siamo ancora sul piano del confronto, del paragone, dell’accordo di termini o della discordanza fra gli stessi. Questo significa seguire un bisogno estremo di creare confini in ogni ambito dello scibile, e creare confini vuol dire porre limitazioni. Io sto pensando, peraltro, che l’universo sfugga a qualsiasi definizione. Oggi gli scienziati, per lo più, non riservano all’universo l’attribuzione di infinito, ma piuttosto quella di illimitato. Come la superficie curva di una palla in sospensione nel vuoto, sulla quale possa liberamente passeggiare una formica. La bestiola potrà percorrere quella superficie in lungo e in largo, senza fine, la sua sarà una peregrinazione infinita, se vogliamo, o, meglio, senza punti di arrivo. Neppure questa soluzione, tuttavia, mi soddisfa granché, dal momento che, comunque, la superficie illimitata della sfera è illimitata nel senso che consente, su se stessa, un percorso senza fine, ma è essa stessa finita se la consideriamo in relazione alla dimensione spazio che la circonda. Se quella sfera fosse una palla gonfiabile e, per assurdo, la si potesse gonfiare all’infinito, essa andrebbe a occupare maggiore spazio in proporzione alla dilatazione del suo volume interno. Nondimeno la sua superficie aumenterebbe. Fino a quando? All’infinito? O in modo illimitato, scegliendo di restare fedeli alla teoria della curvatura dello stesso universo?
  • Sirrah. Volete sapere la linea di pensiero di Giordano Bruno su ciò di cui stiamo dissertando?
  • Tosco. Sentiamo anche questa!
  • Sirrah. Ebbene, nel Dialogo quinto della sua opera “De la Causa, Principio et Uno” il mio filosofo sostiene non esserci misura né differenza fra la parte e il tutto, poiché l’Universo è uno, infinito, indivisibile. Come non si danno parti maggiori e parti minori, così il concetto di tempo infinito fa sì che non corra differenza fra ciò che noi definiamo con il termine di ora, giorno, anno, secolo, istante. Come nell’immensità non c’è differenza fra superfici minime e massime, così gli infiniti momenti possono dire più che non infiniti secoli. Da un punto di vista geometrico, secondo Bruno, non differiscono fra di loro neppure il punto, la linea, la superficie e il corpo, perché il punto, nell’atto di scorrere a partire dalla propria origine, diventa linea; questa, muovendosi dalla propria dimensione, dà luogo a una superficie e quest’ultima, con lo scorrere ulteriore che appartiene alla propria natura, si fa corpo. E, allora, se il punto nulla ha che lo possa distinguere dal corpo, essendo corpo in potenza, siamo autorizzati a dire che non differiscono fra di loro neppure il centro e la propria circonferenza, il finito e l’infinito, il massimo e il minimo, da cui discende che l’Uno può essere considerato tutto centro; detto in altri termini, il centro dell’Universo si troverebbe in ogni luogo, la circonferenza non sarebbe confinabile in settori determinati che la rendano distinta dal centro poiché essa la si ritrova dappertutto e, per quel che ci riguarda da vicino, se vogliamo determinare la posizione del centro in quanto luogo geometrico diverso dalla propria circonferenza, possiamo toglierci dalla testa di trovarla. Giordano Bruno fa dire dunque a Teofilo: “… tutte le cose sono ne l’universo, e l’universo è in tutte le cose…”, facendo eco a una sentenza simile emessa anticamente da Eraclito. Nel “De l’Infinito, Universo e Mondi” il Bruno ribadisce non esservi nell’Universo un centro o una circonferenza definiti geometricamente. Se vogliamo trovarvi un centro dobbiamo pensare che questo sia diffuso dappertutto “e in ogni punto si può prendere parte di qualche circonferenza a rispetto di qualche altro mezzo o centro”.
  • Ottero. L’universo ci interroga, provoca le nostre curiosità inquisitive, sfida i nostri tentativi di apporre definizioni su definizioni. Una cosa pare abbastanza certa: che la nostra mente possiede una enorme capacità di penetrare i misteri dell’universo, ma, in ciascuno dei suoi eroici tentativi, si imbatte in qualcosa che frena la sua corsa, qualcosa che si erge come una barriera insormontabile. Fino a quando… fino a quando la mente elabora una nuova teoria sulle ali della quale vola verso mete sconosciute, per scontrarsi nuovamente in una barriera più solida delle precedenti. La sfida della mente è la risposta alla sfida dell’universo, e questo è formidabile! E lo è in misura tanto maggiore quanto più la mente apprende a contemplare per conoscere.
  • Tiziano. Molto poetica la contemplazione, tanto poetica da aver avuto ragione persino della mia mente contorta. Ci sono dei momenti in cui ti senti letteralmente risucchiato da una forza indomabile, e allora i tuoi pensieri si raccolgono con i tuoi sentimenti, si intrecciano, si amalgamano come un ammasso di galassie, poi esplodono e dalla vampata che ne segue nascono alcuni versi …
  • Tosco. Eccolo qua! Questa volta non ci sfuggi. Una delle tue creazioni, vero?
  • Tiziano. Come posso dissimulare… Mi è balzata in mente sull’onda di queste dissertazioni, e poi, c’è qualcosa in Andromeda, lassù, che mi affascina. Non so dirmi cos’è, ho affidato ai versi la sensazione del momento.
  • Almach. Un attimo di pausa, amici miei, vogliamo sentirli questi versi, assolutamente.
  • Tiziano. Oh, è roba da poco, buttata giù lì per lì.
  • Mirach. E fa pure il modesto, si schermisce il nostro tutto-mente-concretezza! Ci fai sentire?
  • Tiziano. E tu, Sirrah?
  • Sirrah. Lo desidero, ti prego.
  • Tiziano. Impossibile resistervi. Ecco, allora… iniziamo anche questa volta dal titolo.

Un sogno… a occhi aperti…


[1] I dati che seguono sono tratti dalla rivista Astronomia, n° 1, gennaio-febbraio 2006, Rasai di Seren del Grappa, Unione Astrofili Italiani Ed.


Immagine di Copertina tratta da Verkehrshaus.

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