“Quaerit enim rationem animus,
com summa loci sit infinita
foris haec extra moenia mundi…”
- Tosco. Ancora!? Il tuo latino è avvincente, ma ora ci farai la cortesia di spiegarcene il significato, vero Sirrah?
- Sirrah. Subito, mio compagno di luce. È ancora Lucrezio, l’Autore latino che ho portato già una volta sul palazzo del Parlamento, vedo che ricordi bene! Il significato è questo: Ora che condividiamo l’idea dell’infinità dello spazio siderale subentrano, portate dalla nostra mente, mille e mille domande su ciò che esso contenga.
- Tiziano. Un lungo viaggio il nostro. E dovevamo capitare in un deserto! Il tuo Lucrezio, Sirrah, non so se sarà poi così entusiasta!
- Tosco. Mi pare il luogo più perso e più desolato del mondo. Proprio il mese di agosto dovevamo scegliere?
- Mirach. È qui che dovremo concludere i nostri incontri?
- Almach. Credo di no, ci attende un ambiente esattamente all’opposto di questo. Ma qui, nel centro dell’Atacama[1] siamo nelle migliori condizioni per contemplare, e per riflettere. Nemmeno un filo d’erba secca, niente vita, e sopra di noi un cielo così terso da lasciar fuggire lo sguardo perdutamente verso mete lontane.
- Tosco. Poco consolante, per conto mio ha le sembianze di una dimora giusto giusto degna di Armagheddon [2].
- Tiziano. Non soltanto lo sguardo. Anche l’immaginazione se lo desideriamo. Vedete quelle costellazioni? Pare di toccarle con un dito. È possibile scorgere persino M31, la galassia che segna il limite a cui possa spingersi l’osservazione a occhio nudo nelle profondità dell’universo. Ci separano meno di due milioni e mezzo di anni luce; è là, nella costellazione di Andromeda, visibile come un bel batuffolo di lanugine. E la luce di quel fiocco remoto è la risultante dell’irradiare di centinaia di miliardi di stelle, tanto è stato stimato. Io vado fuori di me se soltanto mi soffermo a pensare che cosa potrà esserci fra quegli astri: vita, intelligenza, dolore, gioia, amore, odio, pensiero, come qui da noi. Se potessimo viaggiare con l’immaginazione potremmo vedere tutte queste cose.
- Mirach. Come erano due milioni di anni fa, ovviamente.
- Tiziano. E in questo stesso istante, se il nostro pensiero che non ha limitazioni di velocità di spostamento ci trasportasse lassù in meno di un baleno, cosa vedremmo?
- Mirach. Il corso della storia planetaria e interstellare di due milioni di anni, cammin facendo, in meno di un batter di ciglio.
- Tiziano. E noi che stiamo qui col naso all’insù, inginocchiati sulla polvere carica di mistero di queste terre andine, corriamo il rischio di calpestare la storia della Terra. Per associazione di idee questa landa desolata mi riporta a un altro deserto, quello dei Gobi dove, nel primo quarto del secolo ventesimo, furono rinvenute mirabili uova fossilizzate di dinosauro, roba vecchia di ottanta milioni di anni. Lontani nel tempo… lontani nello spazio …
- Almach. Percepisco in tutta la sua grave oppressione la solitudine che ci accompagna e il vuoto che ci inghiotte.
- Tosco. Da un deserto di sabbia a un deserto di freddo assoluto interrotto qua e là da agglomerati di fuoco e di energia di intensità pazzesche.
- Almach. “Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, / Silenziosa luna?”.[3] E continuo io: che fanno tutti quei mondi di gelo e di fuoco? Che ci fanno, lassù?
- Mirach. Da sempre l’uomo si pone domande, soprattutto da quando ha incominciato a volgere gli occhi verso il cielo fermandosi a fissarlo, intenzionalmente e con curiosità.
- Tiziano. È stato l’inizio del mistero, dei terribili angosciosi interrogativi, prerogativa particolarissima drammaticamente riservata alla specie umana. Tuttavia, non conosciamo con certezza quando questo inizio ebbe luogo. Possiamo trovarne traccia negli uomini così detti non ancora civilizzati. Possiamo ravvisarne l’eco negli animali che occupano i gradini più alti della scala evolutiva, i primati che condividono con noi la maggior parte del genoma.
- Mirach. Mistero è la definizione appropriata per ciò che intendiamo come speculazione di pensiero, poiché, da quanto ci è stato tramandato, riusciamo a risalire appena ad alcuni secoli prima della nascita di Cristo.
- Tosco. Sarà tuttavia interessante por mente ai progressi che la conoscenza umana ha acquisito in, relativamente, così poco tempo.
- Mirach. Al principio del nostro viaggio c’era il ben noto Talete che, si tramanda, essendo vissuto a Mileto a cavallo fra i secoli settimo e sesto a.C., quivi avrebbe importato dalla Mesopotamia e dall’Egitto notevoli conoscenze in campo astronomico.
- Tosco. Ah, il buon Talete, il primo, o uno, se vogliamo, dei sette sapienti dell’antichità greca. Ricordiamo anche gli altri compagni suoi, non facciamo loro torto!
- Mirach. Giusto così, eccoli qua: Biante, Pittaco, Solone, Cleobulo, Chilone, Misone. Ora ci sono tutti, possiamo dunque tornare a Talete, e occuparci alquanto del suo pensiero e delle sue scoperte. Sempre che lo desideriamo… Talete, allora, fu forse il primo osservatore del cielo che riuscì a predire un’eclisse di sole. Era astronomo e matematico. La sua intuizione, successivamente dimostrata secondo logica, della corrispondenza proporzionale fra classi di segmenti delimitati da due linee trasversali su un fascio di rette parallele, e i suoi originali studi sulle particolarità degli angoli geometrici ne spinsero l’immaginazione sino all’ambiziosa pretesa di spiegare che cosa fosse e come fosse composto l’universo che ci circonda. Il saggio ellenico riuscì, per speculazione, a risalire a un principio unico generatore di tutte le cose: l’acqua, poiché tutto ciò che ha vita e si trasforma crescendo è impregnato di umori umidi.

- Sirrah. Durò tanto questa convinzione? Ma, prima ancora, ci credeva solo lui oppure era una fede comune a tutti, condivisa, come diremmo oggi, dalla maggior parte rappresentativa del mondo accademico?
- Mirach. Per quel che se ne sa diventa lecito, credo, dare spazio alle congetture. Comunque sia la cosa, se i sette sapienti erano sette, forse li potremmo considerare come le sette sezioni di un’enciclopedia. E quest’ultima, poi, restava lì, a disposizione di una cerchia ristretta e privilegiata di alfabetizzati. La conoscenza, a quei tempi, era probabilmente prerogativa di pochi, mentre la massa, oppressa dagli affanni del lavoro per la sopravvivenza, non possedeva mezzi e tempo e interessi particolari per dedicarsi a questioni speculative. In quanto a noi può essere interessante vedere quale sia stata, anche a grandi linee poiché i documenti che abbiamo a disposizione sono scarsi, l’evoluzione del pensiero filosofico nei confronti dell’universo così come ci appare e come appariva ai nostri predecessori ventisette secoli addietro. – Andiamo allora al discepolo di Talete, un tale Anassimandro. Il pensiero di Anassimandro è fortemente suggestivo. Intanto anch’egli, come il suo maestro, operava un viaggio all’indietro nel tentativo di dare una risposta al perché di tutte le cose. Anche per lui l’origine dell’universo rappresentava la preoccupazione più grave in tale viaggio speculativo. Egli ebbe un’intuizione formidabile, quella dell’esistenza di un “infinito”. Un infinito che era materia, qualcosa come un tutto indifferenziato e indeterminato, all’interno del quale i contrari, come amore-odio, dolore-piacere, luce-buio e così via erano fusi e indistinguibili. Tali contrari avrebbero potuto avere esistenza propria soltanto qualora una qualche forza fosse intervenuta a separarli.
- Tiziano. Qualcosa, mi viene d’un tratto in mente, come la fissione nucleare. Anche lì ci sono liberazione e manifestazione di energia.
- Mirach. Certo, si può dire che l’energia, il calore, l’onda devastatrice nascano a motivo di una scissione di elementi racchiusi all’interno del nucleo atomico. Come la palla da biliardo colpisce una manciata di altre sfere raccolte a grappolo e ne rompe la configurazione, già compatta, scagliando ognuna di esse in una diversa direzione, così, a livello subatomico, sono i neutroni a svolgere la funzione di bombardieri e a spaccare un nucleo atomico con la conseguente emissione di energia e di un paio di neutroni che diventano, a loro volta, bombardieri di turno. Per Anassimandro questo quadro dell’infinitamente piccolo, che allora non era nato, si sarebbe potuto trasporre in scala infinitamente grande all’universo. Dunque, un “tutto” ben compatto e, se si vuole postulare la distinzione di un elemento per esistenza propria, questo elemento deve per necessità separarsi. Nascere era allora, per Anassimandro, una conseguenza della separazione dei contrari.
- Sirrah. Il suo opposto, morire, supponeva dunque una dinamica in senso contrario, non dovrebbe essere così?
- Mirach. Infatti, ogni morte era considerata come una riunificazione dei contrari in questo immenso nucleo, l’infinito.
- Almach. Certo che non era poi così lontano, questo Anassimandro, alla distanza di ben duemilasettecento anni a far cifra tonda, dalle odierne teorie anti-dualistiche sull’esistenza.
- Mirach. E neppure dalle concezioni evoluzionistiche sviluppatesi molto vicino a noi, se consideriamo che Anassimandro supponeva che la vita, sul nostro pianeta, avesse avuto origine dal fango marino e che l’uomo avesse avuto come progenitori i pesci. A questo infinito che racchiudeva in sé tutti i contrari in una compattezza indifferenziata Anassimandro attribuiva anche la caratteristica di eterno.
- Ottero. Spazio e tempo, dunque, lontano e vicino che s’annullano, perdendosi nell’infinito. Anche qui c’è molto delle teorie che oggidì accettiamo come plausibili.
- Mirach. L’universo nacque quando qualcosa si spaccò e generò separazione, a causa di una forza esterna che irruppe in quel nucleo fatto di indistinzione, senza spazio e senza tempo. Alcuni elementi presero forma, consistenza, esistenza propria: l’aria, l’acqua, la terra, il fuoco. Poi da questi, per successive differenziazioni, furono generati sia altre forme di vita sia gli ambienti adatti a ospitarle. Tutto questo secondo un criterio di progressivo perfezionamento da forme semplici e inferiori di vita a forme superiori e più complesse.
- Ottero. Diciamo anche che la contrapposizione fra gli attributi “superiori” e “inferiori” è una nostra costruzione concettuale. Mi va bene che si parli di evoluzione da organismi semplici a organismi sempre più complessi. Le amebe di tre miliardi di anni fa, cullate dalle acque tiepide degli oceani, non sarebbero mai approdate a risultati evolutivi come quello che si manifesta, per portare un solo esempio, nell’agilità di un ghepardo durante un attacco di predazione. In che cosa, d’altra parte, noi uomini del ventunesimo secolo siamo superiori a una medusa, anche qui per ricorrere a un solo esempio? Progrediremo ancora? Saremo ancora “più” superiori? O forse la nostra superiorità, a mano a mano che progredisce in complessità e differenziazione, accresce anche il proprio potenziale distruttivo e autodistruttivo?… Chiedo venia per la digressione, oggi non s’aveva a parlare di questo. Torniamo in pista, dunque.
- Mirach. Occupiamoci allora di Anassimene, ultimo esponente della Scuola di Mileto, vissuto interamente nel sesto secolo e, come si può supporre, discepolo di Anassimandro. Anassimene riprende la speculazione sull’origine dell’esistente e riconduce tutto all’elemento aria. L’anima, per lui, era aria e l’aria circondava tutte le cose. Il punto di vista del suo maestro era per Anassimene inaccettabile: conteneva in sé una minaccia, quella che tale infinito indifferenziato, scomponendosi per dare vita alle cose, finisse a lungo andare per esaurire i propri contenuti e per dissolversi nella propria dispersione. Ricorrendo all’elemento aria come principio di tutte le cose, invece, lasciava l’aria intatta, come una riserva di energia generativa ma inesauribile. Semplicemente l’aria era soggetta a muoversi, come farebbe un gigantesco respiro. Poteva pertanto condensarsi o divenire più rarefatta: in quest’ultimo caso avrebbe dato origine al fuoco; nel primo all’acqua e, di seguito, alla terra.
- Almach. Io preferisco il concetto di infinito, è molto più misterioso e impraticabile nel momento in cui fa riferimento a entità che non sono sensibili, mentre l’aria tutti sanno cos’è, in quanto è tangibile o, per lo meno, oggetto di percezione.
[1] Deserto di Atacama, nel Cile del nord, a poca distanza dall’Oceano Pacifico. È il deserto più arido del mondo.
[2] Armagheddon: località simbolica designata, nell’Apocalisse (16, 16), per l’avverarsi dell’imponente e definitivo scontro tra le potenze del bene e quelle del male.
[3] Giacomo Leopardi, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia.
Immagine di Copertina tratta da AstrophotographyLens.

