Patior, ergo sum. Dove vai pensiero? Parte 8 di 8

  • Mirach. Grazie della tua confessione, Tosco. Tuttavia, io sono più concretamente interessata alla faccenda delle combinazioni mentali e alle possibilità combinatorie del nostro cervello, per restare alla descrizione biologica che se ne fa. Se c’è un limite a tutto ciò non possiamo saperlo, ma certo si tratterebbe di un limite al di qua del quale si è verificato un salto di qualità, di strutturazione e di funzionalità rispetto a quanto noi stessi siamo riusciti a ottenere programmando l’Intelligenza Artificiale.
  • Almach. È un salto di qualità formidabile, comunque, perché questo presuppone che siamo programmati per essere creativi; quindi, per autorigenerare e autopotenziare la programmazione di cui siamo dotati. Questo comporta che la nostra mente bio-neuro-psichica sia raccolta in limiti dilatabili e, pertanto, goda di possibilità illimitate.
  • Sirrah. Una mente che partecipa della natura divina, una mente capace di creare, una mente autrice e artefice della propria realtà, una mente che, nell’atto stesso del creare, estende i propri confini, penetra il vuoto, lo riempie di significato e di consapevolezza, sconfiggendolo.
  • Mirach. Non corriamo troppo, vi prego. Facciamo ancora un po’ di raffronti, piuttosto. Ecco, noi sappiamo che i simboli elaborati da un calcolatore sono unicamente fedeli a una processazione di tipo sintattico, non anche semantico. Il mondo dei significati è esclusivo dominio degli umani: nel suo ambito noi coltiviamo desideri, impressioni, sviluppiamo ipotesi, intenzioni, elaboriamo una sofisticata “teoria” della mente. Se intravediamo nel calcolatore un ordine intelligente di sequenzialità formale, possiamo soltanto asserire che si tratta di un ordine pre-visto, pre-pensato e quindi imposto dal programmatore. Quest’ultimo soltanto è detentore e depositario di intenzionalità. Il calcolatore, in parole povere, è più simile a un treno che va dove lo dirigono i binari. Percorrerà sempre la stessa linea e non si sognerà certo di azionare gli scambi – a meno che non sia stato programmato anche per questo, ma, in tal caso, lo farà obbedendo rigidamente ai comandi. Il funzionamento della mente umana è più affine al volo di un pipistrello che aggiusta continuamente la propria direzione di rotta in relazione agli ostacoli fisici presenti lungo la linea di volo e all’interno di una gamma di possibilità a trecentosessanta gradi.
  • Tiziano. Stai dicendo che la nostra mente ricopre un ruolo analogo a quello del programma che si immette nella macchina. Di conseguenza parrebbe verosimile che il disco rigido della macchina, che contiene in memoria fissa il programma e lo fa funzionare, sarebbe simile al cervello organico nell’uomo.    
  • Mirach. Attenzione. Sostenere che la mente sta al cervello, nell’uomo, come il programma, nel calcolatore, sta allo hardware è fuorviante, tuttavia, per almeno tre validi motivi. Primo, postulare una distinzione fra programma e sua realizzazione ci porta inevitabilmente alla conseguenza che lo stesso programma potrebbe avere una gamma di possibili realizzazioni bizzarre, prive di qualsiasi parvenza di intenzionalità. In secondo luogo, il programma, nel suo essere stato ideato, è qualcosa di puramente formale, mentre gli stati intenzionali non lo sono. Gli stati intenzionali, quelli che, assieme ad altre componenti, affluiscono in una “teoria” della mente, sono definiti nei termini del loro contenuto, non della loro forma. Gli stati e gli eventi mentali, per ultimo, sono letteralmente un prodotto del funzionamento del cervello, mentre il programma non è un prodotto del calcolatore.
  • Almach. Ci siamo, ci avevi detto di non correre, ma ci stiamo arrivando, intendi?
  • Mirach. Sì, incomincia a farsi un po’ di luce. Sulle differenze vistose, voglio dire. Il calcolatore simula. Per fare questo necessita di un ingresso e di un’uscita adeguati e, nel mezzo, di un programma che trasformi il primo instradandolo verso la seconda. Ciò che il calcolatore è in grado di fare si riduce piuttosto a una manipolazione ferreamente pilotata di simboli formali. Dal momento in cui è stato programmato non è neppure più possibile parlare di elaborazione di informazioni. Questo è il limite funzionale del calcolatore: tutto si svolge nell’accogliere le informazioni in entrata, nel trasformarle secondo una prassi prestabilita sino a rilasciare informazioni in uscita.
  • Tiziano. Capisco, ma non si può negare che anche il cervello sia un calcolatore, nel senso che hai attribuito al processo di elaborazione delle informazioni. È tuttavia chiaro che la sua capacità causale di sviluppare intenzionalità nulla ha a che vedere con il fatto di installare un programma per calcolatore, senza pensare, in quest’ultimo caso, di ottenere una conseguente e concomitante garanzia di creare stati mentali. Qualunque cosa sia ciò che il cervello fa per produrre intenzionalità, questa non può consistere nella installazione di un programma, perché nessun programma è di per sé sufficiente a produrre intenzionalità.
  • Mirach. Qui risiede la questione. Il punto di vista di un calcolatore, se per ipotesi ammessa e non concessa vogliamo accordargli un punto di vista, non è autogestito, a meno, ancora, che esista un programma via via perfezionato installato dall’esterno. Nell’esperienza soggettiva umana il programma interno di un individuo è costruito internamente e applicato all’interno, attingendo a risorse sia interne sia esterne. Noi creiamo rappresentazioni mentali, apprendiamo l’uso dei simboli convenzionali, inventiamo nuovi sistemi simbolici, noi possiamo definirci, ognuno di noi, un sistema auto-rappresentazionale.
  • Almach. Siamo forse, allora, programmati per essere autoprogrammati? Potrebbe essere questa la funzione di fondo del DNA? Saremmo dunque adeguati ad acquisire una prima programmazione su un substrato biologico capace di veicolare, trasmettere e modificare i dati inizialmente recepiti creando e ricreando senza soluzione di continuità il binomio programmazione/progresso?
  • Tiziano. I robot e le macchine, opera dell’uomo, non hanno DNA, non sono composti di materiale biologico, per il momento almeno. Al loro interno non si verificano processi biochimici specificamente finalizzati. Può darsi che l’intenzionalità risieda nel DNA.
  • Tosco. Ossessione, ossessione! Non posso sfuggire al solito terribile interrogativo: qual è l’origine del DNA? Chi l’ha composto e dotato di un programma e per quale motivo l’avrebbe fatto? Gli stati mentali, trascinando con sé e sviluppando intenzionalità e autocoscienza, aprono le porte a una dimensione non chiusa in limiti, dove trovano spazio d’azione l’immaginazione, il “pensiero laterale”[1], le ipotesi, le congetture.
  • Sirrah. Già, il DNA, sapete che cosa ne pensava Luc Montagnier, il biologo più famoso del mondo, corrente l’estate del 2012? Era il 4 luglio quando, all’Auditorium dell’Ara Pacis di Roma, illustrò un’ipotesi arditissima concernente la memoria dell’acqua. Secondo questa ipotesi il nostro DNA si potrebbe addirittura trasmettere a distanza, veicolato da onde elettromagnetiche che si diffondono nell’acqua. L’idea di Montagnier sollevò un vero e proprio terremoto nella comunità scientifica.[2] Anche per via della levatura scientifica a cui assurgeva la sua personalità, avendo egli scoperto nel 1983 il virus dell’Hiv e avendo ottenuto nel 2008 il Premio Nobel per la medicina.
  • Tiziano. Potrei azzardare una mezza definizione; mezza perché si sporge molto in territorio metafisico. Se  immaginiamo un’elica come nella figura A, che si avvolge in senso orario e una come in B, avvolgentesi in senso antiorario e le sovrapponiamo o le facciamo intersecare, otteniamo un insieme di spirali e di movimenti circolari complessi. Ora, sto pensando, tutto ciò che è nel mondo ha questo tipo di svolgimento, si presenta lungo una linea di sviluppo progressiva che riporta a un ritorno su se stessa.
  • Tale configurazione ricorda per qualche verso l’intreccio del filamento del DNA e, per altri, la grande spirale delle galassie. Sto per arrivarci… il DNA potrebbe essere considerato come una sorta di apparato recettore/convertitore biologico di un flusso di energia onnipervasivo. Sto pensando a una energia invisibile che si avvolge a spirale e porta con sé, come un’onda elettromagnetica su frequenza radio, informazioni in quantità illimitata. Questo flusso ha in sé la spiegazione del “significato ultimo”.
  • Ottero. Possiamo formulare le ipotesi le più azzardate su questo argomento. Visto che molti altri lo hanno già fatto. Tanto per riprendere una citazione ricorrente, non diceva forse, un certo Dawkins[3], che ognuno di noi non è altro che una macchina che ha il compito di garantire al massimo grado di riuscita la sopravvivenza dei geni portati dall’individuo? Chi siamo noi, che cos’è la nostra mente, come essa funziona e per quale fine lavora senza sosta per tutta la vita dell’organismo a cui è legata resta a tutt’oggi un mistero pressoché insoluto. Sarà forse una diversa e del tutto innovativa direzione di pensiero ad aprire una breccia nel tentativo di capirci qualcosa. Una direzione di pensiero divergente, creativa, “laterale”, una spinta a evadere dagli schemi della logica consueta.

[1] Edward de Bono, The Use of Lateral Thinking, 1967

[2] Da Televideo del 4 luglio 2012.

[3] Richard Dawkins, in D.R. Hofstadter e D.C. Dennet, 1981


Immagine di Copertina tratta da Stanford Medicine.

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