- Mirach. È molto interessante, questo che vai dicendo, ma anche molto astratto. Ora sono io che faccio fatica a riconoscere il significato delle tue parole. Forse, se ti esprimessi con un esempio concreto… abbiamo sempre bisogno di esempi, abbiamo bisogno di concretezza per generare comprensione.
- Tiziano. Certo, hai ragione. Un esempio molto a portata di mano ce lo può dare il frumento. Inizia il suo ciclo vitale con una cariosside che viene spolpata, poi macinata. Si trasforma in farina, quindi in un impasto e, infine, in pane pronto a essere consumato. Oppure il petrolio grezzo che, attraverso varie fasi di raffinazione, diventa benzina. Questa viene incendiata nei cilindri del motore di un’auto: si scompone in calore, gas di scarico, energia. E sono tutte cose che siamo in grado di vedere, di sentire, tutte cadono sotto la registrazione dei nostri sensi. Sull’altro versante, quello mentale, le cose vanno altrimenti. Ci è stato spiegato che attraverso i bottoni sinaptici dei dendriti e degli assoni neuronici si verificano scambi di informazioni a livello chimico/elettrico, ci è stato rivelato che la cellula nervosa deve la propria attività vitale e di trasmissione di informazioni a certe differenze di potenziale elettrico venutesi a creare fra la propria membrana esterna e la parte interna del corpo cellulare a motivo di una danza oscillante, fra queste due zone, di ioni di sodio e di potassio. Qui sta la differenza: mentre vedo che il chicco diventa farina e questa pane, mentre assisto alla trasformazione della benzina in gas, calore e potenza motrice, parimenti non comprendo che cosa succede nel momento in cui le vescicole, cioè quei pacchetti di sostanze chimiche rilasciate all’interno delle fessure sinaptiche, scaricano generando l’immediata liberazione di molecole e l’attivazione dell’altalena degli ioni carichi di qua e, di là, delle membrane postsinaptiche. Questo avviene nelle migliaia di sinapsi possedute da ciascun neurone e, nel complesso, in vaste zone di quei dieci o cinquanta o cento miliardi di neuroni che compongono il sistema nervoso centrale dell’uomo. E si tratta di un’attivazione prodotta all’interno di uno spazio talmente piccolo, la così detta fessura sinaptica, che, qualora venisse amplificato quarantamila volte, potrebbe raggiungere il ragguardevole spessore di un millimetro. Non comprendo come tutto questo lavorio in un laboratorio così capillarizzato si trasformi in concetti, idee, convinzioni, emozioni, modi di ragionare e di valutare. Una cosa è data per certa: il cervello crea immagini mentali. Ma ciò che passa dalla trasmissione di impulsi intersinaptici e dalla attivazione di una serie di neurotrasmettitori in un bagno di sprazzi elettrochimici alla mia sensazione di comprendere, pensare, comunicare, avere desideri, soffrire, non so neppure lontanamente che cosa sia. Anzi, potrei nutrire forti perplessità sul fatto che questa cosa “sia”. Andiamo annaspando nel buio scientifico più ostinato. Poco o nulla conosciamo di ciò che c’è sul nostro pianeta, non terminiamo mai di conoscere nuove forme di vita, di storia passata, di architettura strutturale, conosciamo qualcosa molto prossima al nulla attorno a ciò che c’è nell’universo e, tuttavia, crediamo di sapere molto. Ci agitiamo tanto in corse sfrenate, lottiamo per spezzare i limiti che, sempre rinnovati, si antepongono alla nostra sete di conoscenza, senza vedere o immaginare dove questa corsa ci porterà. Ma se, fermandoci per guardare attorno, ci chiediamo il perché di tutto ciò, proviamo la dolorosa sensazione di essere ghermiti da un’angoscia mortale, devastante, perché lì non c’è risposta. Resiste una constatazione nel bel mezzo di questa palude di pensieri: continueranno a replicarsi …
- Mirach. Non dico di avere in pugno la risposta. Propongo semplicemente un’alternativa. Quella offerta dall’Intelligenza Artificiale. Per certi versi non esisterebbe alcuna differenza tra i robot e noi. Entrambi ci comportiamo nel modo per cui siamo stati programmati. Il robot fa certe cose che ci sorprendono, cose che pochi di noi si sarebbero potuti attendere, ma che rientrano tutte nel suo spazio di programmazione formale. Il programmatore ha messo insieme i dati e ha assegnato loro una sistemazione logica. Il fruitore della macchina non fa che utilizzare le competenze programmate e trarne un utile, ma sa anche che al di là di questo campo il robot non prenderà alcuna ulteriore iniziativa. Il tipo di intelligenza elettronica di cui è dotato non riconosce e non può leggere un input diverso se questo non è stato selezionato nel cervellone del robot, cioè nel sistema fisico di simboli in esso codificato. Noi umani, per contro, se di programma vogliamo continuare a parlare, siamo stati programmati con un grado di libertà in più, quello che ci autorizza a trovare alternative inedite, a creare nuove possibilità, a frugare nell’immaginazione, a sforare i confini delle nostre potenzialità.
- Tosco. Quanto stai dicendo rientra nei parametri qualitativi, ma vorrei ricordare che persino a livello quantitativo esiste una differenza enorme tra noi e le macchine. Queste ultime sono state perfezionate, negli anni, in modo stupefacente, sempre più piccole e sempre più potenti. Ma, io credo, tra loro e noi corre quella famosa linea asintotica su cui già ci siamo soffermati, una linea di demarcazione che, nel tentativo di assottigliare in modo sorprendente le differenze, non riuscirà tuttavia a far sì che il punto di contatto e di sovrapposizione venga raggiunto. Le sofisticatissime macchine dell’ultima generazione sanno fare cose mirabolanti, è vero, e sono per la nostra attività mentale un supporto oggi irrinunciabile. Ma conservano pur sempre dei limiti. La mente umana è di tutt’altra forza. Qualcuno aveva ipotizzato che le combinazioni mentali possibili all’interno di una massa encefalica sarebbero di numero superiore, addirittura, a quello di tutti gli atomi che compongono l’universo conosciuto: un “n” elevato a “uno” seguito da tante decine di zeri.
- Tiziano. Stai tirando in ballo Edelman. Visto che hai scomodato uno degli studiosi dell’impossibile da me preferiti, lasciami dire che cosa sosteneva Edelman[1]: l’Universo, tanto per dire, sarebbe formato da così numerose particelle di carica positiva da richiamare alla mente un numero di formidabile grandezza, che non è neppure dato poter leggere perché non sapresti come chiamarlo; accontentiamoci di dire che potrebbe essere scritto con il simbolo 1080 se ricordo bene, cioè qualcosa come “uno” seguìto da un’ottantina di zeri, per arrotondamento. Ma l’impossibile non starebbe ancora in questo; l’impossibile per la nostra immaginazione, voglio dire, ci porta più in là. Ecco, sempre secondo questa stima che sa tanto di stravagante e di azzardato – mi rendo conto che nessuno potrebbe mai accertare empiricamente l’esattezza di simili ipotetiche misurazioni – le combinazioni mentali di cui dicevi tu, Tosco, rese possibili dall’architettura complessissima dell’encefalo umano, potrebbero corrispondere quantitativamente a un numero formato da “uno” con il seguito di alcuni milioni di zeri. Ci potete credere o meno; a me, personalmente, pare una cosa verosimile.
- Tosco. Se accettiamo ipotesi di tale peso dobbiamo allora, nello stesso tempo, ammettere che la possibilità di comprensione di una mente individuale arriva a contenere comodamente in sé l’universo intero.
- Ottero. Infatti, è così, perché è stato scoperto che il nostro cervello è formato da mezzo milione di milioni di sinapsi e che ciascuna delle connessioni sinaptiche esistenti è in grado di compiere una decina di passaggi attivi. Moltiplicate queste cifre e vedrete quanto vasta sia la possibilità di contenimento del nostro apparato conoscitivo. Come sostiene anche Gerhard Roth, neurobiologo dell’Università di Brema, in Germania, noi possiamo immagazzinare qualsiasi cosa all’interno del nostro sistema nervoso centrale. La nostra memoria, dunque, avrebbe una capacità illimitata.[2]
- Tosco. Quasi fosse stata data, a noi umani, una potenzialità mentale infinita. A meno che vogliate essere dogmatici, allora fermatevi, perché siete già arrivati e nulla più vi resta da scoprire. Il dogmatico, infatti, è coerente; la sua è una sicurezza totale, indiscutibile, infissa a forza in una zona della razionalità che si distingue per la sua rigidità, opacità, indefinibilità se tanto fa per non confondersi e perdersi nell’irrazionalità. Su un fronte opposto sta lo scettico, un individuo contraddittorio che si pone nella condizione di dubitare di tutto e di non mai ammettere d’aver finalmente trovato una sicurezza o una verità in tutto il suo splendore. Per lui, al limite della contraddizione, non è sicura neppure l’affermazione che dice non esserci alcunché di sicuro, per cui potrebbe darsi il caso che esista qualcosa di sicuro. Ma allora lo scettico, se ammettesse che può esserci qualcosa di sicuro, non sarebbe più scettico del tutto e certamente si metterebbe alla ricerca di quella qualcosa, perché lo scettico è curioso e insaziabile. La sua è una posizione che assume una forma a spirale illimitata; rivede sempre se stessa da punti e distanze variabili nello spazio e nel tempo, alla scoperta di aspetti nuovi e inediti dell’oggetto da conoscere. Certezza cartesiana?… Cogito… Oppure anch’io sono un’illusione? Forse è meglio dire “Patior, ergo sum”… ma perché? Io sono profondamente scettico.
[1] G.D. Edelman, Sulla materia della mente, Milano, Adelphi, 1993.
[2] Da una trasmissione sulla Mente umana, in RaiStoria del dicembre 2011.
Immagine di Copertina tratta da Sicurauto.

