Patior, ergo sum. Dove vai pensiero? Parte 6 di 8

  • Ottero. Ma dài, lascia perdere l’anima per un momento e fammi pensare a qualche esempio pratico. Oh, sì, dicevamo dei primati. Questi sono stati osservati in esperimenti di laboratorio dove si trattava di raggiungere uno scopo, ovvero appropriarsi di cibo collocato fuori portata, o molto in alto o al di là delle sbarre della gabbia. Agli animali, scimpanzé nella fattispecie, venivano forniti vari attrezzi come canne, scatole o altro. Se un animale con un grado basso di intelligenza si limita a produrre sforzi in continuazione, sviluppando un tipo di comportamento per prove ed errori, gli scimpanzé sapevano invece collegare l’idea degli attrezzi giacenti nella gabbia con la possibilità di diminuire la distanza fra sé e l’oggetto e sviluppavano comportamenti intelligenti, ossia adatti allo scopo. “Il mio braccio è lungo un metro; qui ci sono una canna lunga un metro e mezzo e un’altra lunga ottanta centimetri; Il casco di banane è a tre metri dall’inferriata. Dunque… posso prolungare la portata del mio braccio afferrando una canna. No, non ci arrivo. Proviamo con quella più lunga. Accidenti, manca ancora mezzo metro. Aspetta… la canna più lunga è anche cava; e se ci infilassi dentro l’altra? Perfetto, entra alla perfezione. Ora …”. Questa deve essere stata, approssimativamente, la sequenza dei processi di pensiero posta in atto dalla scimmia e… il gioco è fatto. Ditemi ora se non è manifestazione di intelligenza!
  • Sirrah. Anche nell’atto del cibarsi di formiche le scimmie ricorrono a strategie intelligenti: fanno uso di stecchi che infilano nella tana per poi estrarli ricoperti di appetitosi insetti. Qui si assiste a un comportamento che fa uso di strumenti, non è cosa da poco, e… chi gliel’avrà insegnato? Ma non è tutto. Avete sentito la rivelazione dell’ultima ora? Pare addirittura che anche le piante siano capaci di pensare, in forma limitata s’intende. La scoperta proviene da uno studio sviluppato all’interno del Laboratorio di Neurobiologia Vegetale di Firenze[1]. Si riferisce alla dimostrazione che le piante offrono della capacità di adattarsi alle richieste ambientali e alle esigenze individuali di sopravvivenza. Parrebbe, da questi studi e dalle minuziose osservazioni effettuate, che i vegetali godano delle funzioni di una sorta di cervello posizionato nelle radici. Si è visto, ancora, che le piante comunicano fra di loro e lo possono fare anche a discreta distanza, possiedono un particolare tipo di memoria, dormono per una parte del proprio ciclo vitale come succede per noi e sanno persino prendersi cura dei figli. In qualcosa, occorre dirlo, si differenziano da noi, ed è l’incapacità di percepire il dolore, in quanto non dotate di sistema nervoso; almeno, così è parso in questa prima fase di ricerche.
  • Tiziano. Non consiglierei di spingerci così in là. Sarei più propenso a considerare ipotesi più controllabili, visti i mezzi di cui disponiamo a tutt’oggi. Torno al mondo animale, dunque. Forse tutto è iniziato da un procedimento in parte casuale in parte per prove ed errori. Ciò che è sorprendente è che, mentre altri animali non arrivano a tanto, i primati, alcuni di essi almeno, fanno tesoro dell’apprendimento e lo fissano in memoria a lungo termine. Sono dunque capaci di attribuire un significato al proprio comportamento, tenendo simultaneamente presenti scopi, mezzi, combinazioni e azioni. Si potrebbe affermare: già, noi e gli scimpanzé condividiamo il 98% del patrimonio genetico di base, ecco la spiegazione!
  • Tosco. Avranno un’anima al 98%?
  • Tiziano. E smettila di sparare buffonate! Sto parlando di cose serie! Dov’è che voglio portare la nostra attenzione: sul fatto che i comportamenti intelligenti non sono un’esclusiva dei nostri cugini genetici. Prendiamo gli uccelli. La gallina, si sa, è un uccello alquanto stupido, buono solo per fare uova e brodo saporito, ma sono state osservate altre qualità di uccelli nella loro scoperta, o invenzione forse, di strategie di comportamento efficacemente finalizzate a uno scopo. Uccelli che non possiedono un becco così robusto da spezzare il guscio di un frutto goloso non fanno che trasportare quel frutto a una certa altezza per lasciarlo quindi cadere su un fondo pietroso. Ci provano più e più volte finché sarà l’ultimo impatto con le rocce a fare ciò che il loro becco non è riuscito a ottenere. Nelle Galapagos, poi, vive una qualità di fringuelli caratterizzati da grande perspicacia. Sono ghiotti di uova delle sule, ma il guscio di quelle uova non è alla portata della tenaglia del loro becco. Che fa il fringuello? Così minuto com’è, se riesce a trovare un uovo di sula incustodito gli si pone dinanzi mostrandogli la schiena, la coda pardon! Poi lo prende a zampate, proprio come farebbe un mulo che scalcita sollevando le zampe posteriori. A forza di zampate, il fringuello sposta poco per volta l’uovo, ma dove? In direzione dell’orlo di un precipizio, il malandrino! Finché l’uovo cade giù e si rompe sui sassi sottostanti. La cena è servita! Un altro fringuello, insettivoro per vocazione, cerca di snidare le grosse larve dal buco di un tronco d’albero. Come? Afferra con il becco una pagliuzza, la tiene ben salda e la infila nel buco sollecitando la larva a farvi capolino. Il bello viene se la pagliuzza è eccessivamente lunga e il fringuello non riesce a manovrarla – vi piace di più beccovrarla? – con successo. Sapete cosa fa? La spezza con un colpo di becco; poi, presa la parte che dà a vedere di essere lunga all’occorrenza, riprende il suo lavoro e, in men che non si dica, si procura uno spuntino succulento. Ditemi voi, se anche questa non può essere definita intelligenza …
  • Almach. Qualcosa mi dice che ci stanno di mezzo i replicanti.
  • Tosco. Un’altra più nuova!
  • Almach. Non scherzo. Pensate, perché non potrebbe essere? Due fronti dell’esistenza cosciente. Su uno, noi, soggetti viventi e senzienti, macchine biologiche perfettamente, o quasi perfettamente, evolute per durare una manciata di anni, conoscere molte cose, fare, costruire, distruggere, cambiare, modificare. Il tutto per uno scopo ignoto. Sull’altro fronte, una mente ha ideato queste macchine e le ha programmate in modo tale, e le ha attrezzate in modo tale che provvedessero esse stesse, autonomamente, alla propria precaria sopravvivenza e alla replicazione. Non è dunque forse vero che i più forti impulsi dell’uomo, quelli che si fanno gioco persino della ragione, rispondono al bisogno di conservare il più a lungo possibile la continuità dell’esistenza e al bisogno di riprodursi? Tutta la vita di ogni essere vivente si riduce, in ultima sostanza, alla ricerca di cibo per non morire e alla ricerca del partner per procreare. Gli spazi intermedi fra questa due attività cardinali sono riempiti con momenti di piacevole pigrizia. Siamo programmati per mantenerci in vita e per generare nostri simili. Se, cadendo in seguito a un incidente, ci procuriamo una ferita e perdiamo sangue, pur non intervenendo, che lo vogliamo o no poco importa, a condizione che la ferita non interessi canali arteriosi e organi vitali, succede qualcosa di mirabolante. Poniamo si tratti di una ferita da taglio al tessuto muscolare, di ridotte dimensioni. Il sangue, poco dopo l’apertura della ferita, inizia a svolgere tutto un complesso lavoro che non metterebbe mai in moto nelle condizioni in cui si trova quando scorre nei dotti vascolari: chiama in gioco piastrine, emoglobina, globuli bianchi e quant’altro, mentre il sistema immunitario scatena una serie di difese, sino a quel momento latenti, per arrestare e contrastare l’invasione di agenti patogeni dall’esterno. Il sangue, per parte sua, in breve tempo dà origine a una rete di sbarramento che, dapprima, si attiva per arginare l’emorragia, poi si prodiga nel cercare di inibire i fattori portatori di infezione. Nell’insieme procura la comparsa di dolore in funzione di segnalatore di allarme ai centri corticali di controllo. In una seconda fase svolge un paziente lavoro di ricostruzione continuando, a poco a poco, a far affluire sostanze di soccorso, a riparare, a nutrire, a restaurare, sino a rendere il tessuto leso nuovamente atto a svolgere la specifica funzione alla quale è adibito. Tutto questo è mirabolante perché non solo ci è estraneo il tipo di programma che guida e controlla questa sequenza ordinata e intelligente di processi biologici, ma anche perché nulla potremmo addirittura fare per impedire tale sequenza, a meno di un intervento autodistruttivo – il libero arbitrio, l’eutanasia programmata e cose di questo genere. Il programma che ci portiamo dentro, in via generale, ci dice: “Nutriti, perché hai fame. Procrea, perché ne hai voglia. Conservati, perché credi di essere tu a dominare il mondo”.
  • Tosco. Dunque, una mente, dunque uno scopo all’inizio di tutto. Quale mente? Quale scopo?
  • Almach. Andiamo con ordine, o proviamoci almeno. Posto che esista questa mente, della quale nulla sappiamo che trascenda un puro atto di fede, quale potrà mai essere lo scopo al quale essa mira? Domanda carica di assurdità: se conoscessimo lo scopo, conosceremmo anche la mente che ne è la fonte. Brancoliamo nel vuoto. Ammesso in ogni caso che si dia uno scopo, è forse esso posto talmente in alto da sovrastare la mente e da asservirla a sé? È più forte di lei, viene prima di lei?
  • Tosco. Bella domanda, questa sullo scopo! È chiaro che, se viene dopo, è perché è stata la mente stessa a porselo, per un atto intenzionale, di calcolo, perché essa già prima esisteva come entità adibita a certe funzioni e, in quanto tale, detentrice di una vasta gamma di possibilità portatrici di scopi parziali. Ma se lo scopo c’era già prima, allora la mente entra, al suo apparire sulla scena, in un gioco le cui regole sono state tracciate a priori. Uno scopo, peraltro, non può esistere in solitudine. Questo scopo, se così fosse, equivarrebbe a dire Dio. Se c’è, presuppone una mente capace di prefiggerselo.
  • Mirach. Sto pensando: queste cose più mi attraggono più mi risultano impenetrabili. Sto pensando, la fronte sorretta dal palmo della mano e, fra me e me, dico: Ecco, tutte queste pazze, gocciolanti voglie di infinito, le sto arrovellando, ora e qui, in questa scatola cranica poco più grande di una scodella. Dove vagano i miei pensieri… siamo, forse, ognuno di noi una sorta di macchina biologica funzionante tra due poli opposti corrispondenti ai due vuoti dell’oblio eterno, il “prima” della nascita e il “dopo” della morte? Una macchina asservita a uno scopo sfuggente che, a onta del nostro illuderci, cerchiamo ma non c’è? Una concezione lineare: ognuno di noi percorre una propria linea esistenziale, porta avanti e realizza una parte o un aspetto dello “scopo” che attende il completo compimento. Poi se ne va. Vorrei avere un minimo di soddisfazione a questo interrogativo prima di seppellirlo per sempre con le mie ossa: posto che uno scopo ci sia, nondimeno esiste la mia, la tua consapevolezza, quella che ci fa pensare di credere di sentire di “esserci”. Questa consapevolezza, dunque, che ognuno di noi sviluppa lungo il volgersi del percorso individuale e che, più acuta affiora più ci procura sofferenza, ha una qualche parte nell’insieme di questo scopo oppure quest’ultimo non ci appartiene, non ci riguarda, non sfiora neppure il campo del nostro conoscere e volge a realizzarsi passando oltre e disperdendo nella sua fuga oscura i resti del nostro annullamento totale?
  • Tiziano. Spostiamo la prospettiva. Abbandoniamo, se mi consentite, la linearità e assumiamo quella che potremmo chiamare una concezione circolare dell’argomento. Da questo punto di vista si potrebbe supporre l’esistenza di un unico Ente che “deve” realizzarsi in un esistente. In questo senso è possibile postulare un esistente come parte integrante dell’Ente e dunque, se così è, esso non ha occasione né ragione né possibilità di annullarsi. Per meglio dire, dato che l’esistente ha, accollata alla sua dimensione spirituale, pure una quantità di materia organica e di funzionalità mentale, diciamo che nel caso suo si avrà una trasformazione di certe componenti, la sua massa biologica nella fattispecie. Altra sorte toccherà alla coscienza, sulla quale non avrebbero efficacia gli attacchi dei batteri decompositori. La coscienza, dunque, vaga fluttuando sulla grande circolarità imposta dal “bisogno” di autorealizzazione dell’Ente. Vaga, fluttua e, prima o poi, si appropria di un corpo fisico. Con lo svilupparsi del suo supporto organico si trasforma via via in consapevolezza, in ossequio a qualche recondita norma fisica, o metafisica, che è adibita da sempre a indirizzare tale metamorfosi. Per ascoltare la “Patetica” di Tchaikovsky in casa mia, devo avere a disposizione un disco, un apparato che consenta al disco di funzionare in modo compatibile, una fonte di energia e una mappa di impressioni, siano esse tradizionali o magnetiche o laser, sul disco. Lasciamo per un attimo da parte il contesto musicale: serviva come esempio propedeutico. Alla musica sostituiamo la coscienza consapevole. Anche in questo diverso ambito speculativo dovrò disporre di tutta una serie di apparati adeguati a funzionare in modo sinergico e compatibile in direzione della creazione di un prodotto finale atteso. Dovrò, dunque, avere innanzitutto una mente-cervello, poi un organismo capace di autocontrollo, dovrò poter attingere a una adeguata scorta di energia vitale, trovarmi in stato di veglia e, ultimo ma non meno importante, spalancare le porte di accesso e di scambio del mio patrimonio di cultura/apprendimento. Ora torniamo al disco o CD-ROM: è un supporto programmato, inciso, detiene una traccia che risponderà fedelmente a determinate sollecitazioni. Una puntina sui solchi o un sottile raggio laser trasducono qualcosa di statico in sensazioni sonore. A livello materiale. A livello mentale, su una scala successiva di trasformazioni, le sensazioni afferiscono all’apparato cognitivo e assumono forma di percezioni, emozioni, memorie. Si sa che tutto ciò avviene, in qualche modo, ma il modo in cui si verifica questo tipo di trasduzione non si può descrivere su parametri trasformazionali esperibili e quindi accessibili al dominio della comprensione.
  • Mirach. È molto interessante, questo che vai dicendo, ma anche molto astratto. Ora sono io che faccio fatica a riconoscere il significato delle tue parole. Forse, se ti esprimessi con un esempio concreto… abbiamo sempre bisogno di esempi, abbiamo bisogno di concretezza per generare comprensione.

[1] Da “Leonardo”, Telegiornale della Scienza e della Tecnologia, RAI3, 20 dicembre 2006.


Immagine di Copertina tratta da Focus.

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