Patior, ergo sum. Dove vai pensiero? Parte 5 di 8

  • Tiziano. Socrate mi perdonerà, ma in questo bel ragionamento io ci vedo una grossa tautologia.
  • Ottero. Dove la vedi, la tautologia?
  • Tiziano. Ma, non si capisce? Tutto questo gran disquisire per arrivare a una conclusione spettacolare: l’anima non muore perché è immortale. Ma mi fa tanto piacere, bella scoperta, questa!
  • Ottero. Accade che l’anima, al contrario del fuoco che può ricevere l’acqua dalla quale sarà annientato, non può ricevere la morte.
  • Tiziano. Sì, è chiaro, è questo il filo del discorso, ma sempre di tautologia si tratta. L’anima non può ricevere la morte. Perché?
  • Ottero. Perché la morte è il contrario della vita e la vita è il requisito unico dell’anima.
  • Tiziano. Sicché le sarebbe impossibile morire.
  • Ottero. Non può, non può proprio.
  • Tiziano. E allora, che fa? Te lo dico io: se ne va alla chetichella, come i pidocchi dalle divise dei soldati che morivano in guerra. E deve fuggire, perché essa è indistruttibile. Ed è indistruttibile perché è immortale, sbaglio?
  • Ottero. Dici giusto, è immortale. Socrate, almeno, lo credeva fermamente.
  • Tosco. Ora va meglio. “Lui” lo credeva.
  • Ottero. Lo credeva partendo dalla sensazione ultima che tutti noi proviamo gettando sguardi inquieti nelle profondità dell’universo e di questi abissi. Come in questo mistero di infinità, egli pensava, noi intravediamo l’esistenza di una divinità che sia principio e fine di tutto ciò che c’è, che spieghi il perché dell’esistenza di ogni essere vivente e di ogni cosa, allo stesso modo noi sentiamo di essere pervasi in tutta la nostra vita da un’energia che domina e insieme regola il corso della nostra esistenza. Questa stessa energia è l’anima.
  • Tiziano. E sai perché è immortale? È immortale perché, possedendo la vita come suo requisito specifico, non può consentire a un requisito specifico opposto – la morte – di fare di lei la propria dimora. Insomma, sempre lì siamo. Ma, poi, chi l’ha detto che la vita sia, debba essere la qualità essenziale dell’anima? Sta scritto? È provato? Ci sono prove analizzabili? E, se ci sono, facciamo un salto indietro: l’anima, che cos’è? È un “qualcosa” oppure è soltanto un’attribuzione che poniamo come impalcatura provvisoria per puntellarvi le ragioni che ci provengono dalla nostra paura onnipresente, dalla paura di non essere?
  • Ottero. Non ci è dato rispondere a questi interrogativi. È lo stesso Socrate a ricordarci che la nostra vita è velata, confusa, distorta. È come se uno di questi pesci dell’abisso, guardando verso l’alto, scorgesse qualche debole baluginare di luci: per lui è il cielo, quello. Gli accadesse mai, un giorno per ventura o sventura, di cacciare il muso fuori dalla superficie dell’acqua, allora sì, vedrebbe veramente il cielo così come gli dovrebbe apparire nella sua realtà più vera. La stessa cosa possiamo dire di noi, che siamo nelle condizioni di vedere veramente il cielo, ma che, se mutasse enormemente il nostro punto di osservazione, finiremmo forse per dire che prima ci illudevamo nel dire di vedere il cielo.
  • Tiziano. Ammettiamo, per pura ipotesi, che l’anima esista, e che sia immortale. Data la sua natura, al sopravvenire della morte, essa s’allontana dal corpo. E va bene, ma, dove va? Quale sarà la sua sorte futura?
  • Ottero. Filosofia e religioni qui si contendono il campo. Ciò che vanno sostenendo lo puoi credere o no. Sei libero di scegliere.
  • Tosco. Alla buon’ora, una volta tanto!
  • Tiziano. Beatitudine eterna, pena eterna, purificazione, espiazione. Questi sono gli stadi che, si dice, l’anima dovrà attraversare per continuare la propria esistenza senza fine.
  • Ottero. Platone, nel Fedone, fa elencare a Socrate i luoghi che attendono l’anima. Questa, si sa, se ha vissuto con il corpo una vita saggia e onesta, andrà a contemplare le idee in sé.
  • Tosco. Per l’eternità. Sai, che noia!
  • Mirach. Altrimenti?
  • Ottero. Altrimenti sarà ricacciata in luoghi di espiazione: i responsabili di delitti efferati finiranno nel Tartaro. Soltanto chi ha commesso un crimine, per così dire, senza premeditazione, e poi si è pentito, dopo un adeguato periodo di pena potrà godere del condono. Chi si è macchiato di omicidio sprofonderà nel Cocìto. Chi ha usato violenza contro i propri genitori, nel Piriflegetonte. Da qui le anime possono invocare perdono presso le loro vittime: se lo ottengono, avranno il beneficio di essere tratte fuori dalla palude Acherusia che li trattiene; in caso contrario s’inabisseranno senza altra speranza nel Tartaro.
  • Mirach. È un po’ l’altalena del purgatorio e del paradiso, par vero, e la cacciata atroce e senza ritorno nel fuoco dell’inferno!
  • Tosco. Ma poi, quest’anima che rimbalza da un corpo all’altro, insaziabile, instancabile, perennemente insoddisfatta, avrà mai un po’ di pace? Non poter morire è già di per sé una condanna. Raggiungerà mai la completezza e l’appagamento delle sue ricerche, cose che non smette di rincorrere dai tempi dei tempi?
  • Tiziano. La trasmigrazione delle anime dentro gli organismi sensibili può esser vista come un’idea suggestiva, sia pure. Io però mi rifiuto di condividere la visione dell’anima umana come quella di una ballerina che entra in scena a un cenno convenuto ed esce dalla scena a un altro cenno, per trasferirsi in qualche luogo d’attesa non si sa per quale tempo e rituffarsi quindi in un altro organismo per chissà quale volontà decisionale. E mi rifiuto anche di circoscrivere quella cosa misteriosa che indichiamo con il nome di anima in limiti ristretti, che diventano i garanti di un possesso. Io ho un’anima, tu hai un’anima, le nostre due anime sono differenti, si conoscono, non si conoscono, comunicano, non comunicano, si amano, si odiano, e ognuna si fa la sua brava strada, senza che l’altra ne sappia qualcosa. È un modo di vedere grottesco, infantile, ridicolo. Se un’anima c’è, quest’anima è un’anima universale, un’anima di appartenenza totale, a essa partecipano tutti gli organismi e tutta la realtà esistente. E, dunque, non si può farne a meno, la proposizione iniziale deve essere ribaltata. Io non parlerei tanto di un’anima che s’introduce in un corpo e vi prende dimora, ma piuttosto di un corpo che entra a far parte di quest’anima universale. Certo, non con gli stessi livelli di significato in quanto a consapevolezza: posso far posto a qualche differenziazione di stato se parlo di una persona umana o di un’aquila o di un abete, o anche di uno scoglio frustato dalle onde marine. L’anima, penso di poter credere, non è una figura sagomata, sia pure di natura spirituale, e adattata all’individuo singolo. Essa è un dinamismo, è la determinante di un sistema complesso ed esteso di rapporti, di richiami, di legami, di processi che danno una particolare impronta esistenziale a quell’ambiente nel quale viviamo. È in questo senso che il corpo entra nell’anima; se si rifiutasse non potrebbe neppure esistere.
  • Tosco. Questo vale anche per gli animali, naturalmente.
  • Sirrah. Come sarebbe?! S’è sempre creduto che solo l’uomo è dotato di anima.
  • Tosco. Oh, Dio, ve lo immaginate un paradiso senza animali? Che squallore, io proprio non ci voglio andare in un posto fatto di sole facce umane da contemplare in eterno, sai che tedio! Per conto mio l’anima, in quanto anima universale, pervade ogni creatura, vivente e non vivente, pensante e non pensante.
  • Ottero. Anima come intelligenza. C’è una scala di intelligenza, a partire dall’ameba sino a noi.
  • Tosco. E… intelligenza come che cosa? Abbiamo rinunciato a trovarne una definizione. Ma per me è dura aver a che fare con cose prive di un minimo elemento identificativo. Vogliamo fare un piccolo sforzo, di grazia, per tracciarne fosse anche soltanto un semplice abbozzo che ci consenta di capire almeno un po’ di che cosa stiamo parlando?
  • Ottero. Ci provo io… come capacità di combinare fra loro rappresentazioni mentali, il che sottende una precedente capacità, quella di formarsi rappresentazioni mentali. Intelligenza come capacità di creare una risultante da queste combinazioni, di anticipare le conseguenze, di operare adattamenti opportuni a raggiungere lo scopo di un comportamento pianificato, di dare forma ed efficacia a questo comportamento con la flessibilità che consente di uscire dagli schemi alla bisogna.
  • Tosco. Accidenti, come la fai difficile. Sarebbe meglio per tutti se ripetessi questo po’ po’ di roba con un esempio.
  • Ottero. Esempi se ne trovano dappertutto, in specie fra i primati. Più le specie sono evolute più danno a vedere di essere intelligenti.
  • Tosco. E di avere un’anima, a diversi livelli di complessità, magari. Ma poi non sono neppure tanto convinto di questa brutale separazione che state facendo fra anima e corpo. Vorrei riprendere un attimo il filo del discorso iniziato da Ottero quando eravamo in orbita attorno al nostro pianeta e sviluppato in seconda battuta mentre sprofondavamo nel buio della fossa oceanica… ma che strano contrasto di allocazioni! Sarà soltanto un caso? Ricordo le impressioni avute dalla lettura di Bertrand Russel[1], quando il filosofo prende di petto la differenza che passa tra spirito e materia e sostiene che si tratta di una conseguenza della supposizione che la materia sia formata tutta da particelle fisiche minime e non scomponibili, gli atomi e gli elettroni per stare nell’esempio. Ma Russel si scaglia contro questa credenza e porta avanti un’ipotesi assai coraggiosa, quella secondo la quale le microparticelle ultime che costituiscono la materia non siano atomi né elettroni, ma bensì sensazioni o qualcosa che a esse si approssimi in estensione e durata. Egli spezza molti nodi sul filo della differenza che separa lo spirito dalla materia ponendo la possibilità credibile che gli elementi più piccoli di cui noi diciamo essere formata la materia non abbiano, in ultima analisi, le caratteristiche esclusive della materia né quelle dello spirito. Ecco allora qual è il posto delle sensazioni le quali, per loro natura, si costituiscono come gli elementi non mnemonici della percezione e, in quanto sensazioni pure, ancora non appartengono al dominio del cognitivo: esse si collocano come punti di intersezione tra spirito e materia, hanno qualcosa in comune sia con il mondo fisico sia con il mondo mentale, sono una sorta di interfaccia diremmo noi nel gergo informatico. Esse, scollegate dall’esperienza trascorsa, hanno vita nell’istante presente, non sono sinonimo di conoscenza, ma bensì sono il veicolo che trasmette gli elementi dei quali la conoscenza dovrà servirsi per realizzarsi. Secondo Bertrand Russel le sensazioni sono sempre segni di un oggetto percepito e le immagini, in quanto produzioni mestiche, sono segni di un oggetto ricordato. E qui giunge a circoscrivere l’essenza del pensiero, la prerogativa che distingue in assoluto l’uomo da ogni altro essere del creato conosciuto. Il pensiero viene da noi usato in quanto ci offre un’efficienza pratica e l’essenza di tale efficienza consiste nel suo essere sensibile ai segni. Noi ci distinguiamo dal resto del mondo animale per l’uso che la nostra conoscenza fa delle sensazioni e delle immagini mentali, senza confondere queste ultime fra di loro perché le immagini dipendono da cause legate alla memoria dell’esperienza passata senza che si possano escludere cause fisiche, mentre le sensazioni, che sono generate dall’attivazione di uno stimolo esterno, possono derivare esclusivamente da cause fisiche. Bertrand Russel crede che le immagini siano copie dell’esperienza vissuta in precedenza, cioè delle sensazioni che hanno vita soltanto nell’attimo presente e non si prolungano nella memoria. Sensazioni, dunque, dotate di breve autonomia esistenziale, destinate ad attenuarsi a poco a poco per raggiungere, attraversate alcune tappe obbligatorie, lo stato di immagine.
  • Tiziano. Noi ci distinguiamo dal mondo animale… senza contare quel che Bertrand Russel aggiunge al proposito, quando cioè riporta un passo scritto dal reverendo sua eminenza Berkeley: questi, argomentando attorno alle differenze fra uomo e animali, come il concetto che hai introdotto tu, Tosco, cita “un grande e meritatamente stimato filosofo” il quale, pur ammettendo l’esistenza di alcune funzioni mentali in comune tra le due espressioni biologiche, afferma senza ombra di equivoco che c’è una facoltà che crea una netta separazione, perché nell’animale è assolutamente assente, ed essa è la capacità di astrazione. “Ma, allora, – prosegue il prelato irlandese – se questa viene presa come proprietà distintiva degli animali, temo che molti di coloro che passano per uomini debbano essere annoverati tra quelli.” Comunque, per puntualizzare meglio l’aspetto di cui hai detto, e che riguarda da vicino il nostro modo di conoscere, ti dirò che, per parte mia, ho qualche perplessità a dare per scontato tutto quel che viene dalle idee di Bertrand Russel. Il filosofo pone la propria analisi sul fatto che si debbano considerare le immagini come copie delle sensazioni dell’esperienza passata, come ha già ricordato Ottero, per cui diventa necessario operare un’analisi dei contenuti mentali ricordati, occorre cioè elaborare una solida teoria della memoria. Ma io sto pensando: mi può andar bene che si ricorra all’analisi di ciò che io riesco a ricordare, ma, aggiungerei, anche all’analisi di una descrizione che mi giunge dall’esterno e che, pertanto, non è legata ad alcuna sensazione passata né a un ricordo che io possa aver conservato in memoria e che ora mi accingo a rievocare. Porto un esempio, per spiegarmi meglio. Poniamo che io sia stato avvisato che sta per venire a farmi visita un parente lontano che non ho mai conosciuto né visto, neppure in fotografia e del quale non s’è mai parlato, ne ignoravo completamente l’esistenza, una rivelazione improvvisa e basta. Non c’è stata dunque sensazione né c’è stata esperienza pregressa da poter tradurre in copia, cioè in immagine; io non posso immaginarmi come sia quella persona. Poniamo, tuttavia, che questo parente sconosciuto mi venga descritto da qualcuno che gli sia stato vicino e che l’abbia preceduto nella visita a casa mia. Una descrizione nei minimi particolari: avrò qualcosa simile più a una sensazione o a un’immagine? Poi seguirà il momento dell’incontro e, allora, sarò nella condizione di riprendere l’immagine che me ne son fatta e di porla a confronto con il prototipo dal quale, al momento, traggo una determinata impressione. È un po’ quel che deve essere successo a Zaira, chiamata Zà, nel romanzo di Dacia Maraini[2], quando le si presenta sull’uscio di casa il padre «Pitrucc’ i pelus’», reduce dall’Australia dove era riparato come perseguitato politico e che lei, Zà, non aveva mai conosciuto. Nel caso mio, posso fantasticare, metto insieme immagine e impressione e posso operare un paragone fra loro. Potrei dire “sei proprio come ti immaginavo!” oppure “ti immaginavo in un altro modo…”. Qui non sono costretto a procedere a un’analisi del ricordo. Questa verrà in un secondo tempo… O forse è la mia anima soltanto a essere così sofisticata? 

[1] Bertrand Russel, L’analisi della mente, op. cit.

[2] Dacia Maraini, Colomba, Milano, RCS Libri S.p.A., 2004.


Immagine di Copertina tratta da Forbes.

Lascia un commento