- Mirach. Si tratta, anche qui, di svincolarsi dai personalismi, dagli interessi individuali, dalle bramosie, credo di capire.
- Almach. Infatti, perché queste cose non fanno che alterare l’oggetto di contemplazione, inferendo di tal fatta duri colpi all’unione che è il vero punto di approdo dell’intelletto umano.
- Ottero. Acquisire una qualche conoscenza di qualcosa, in concreto, è lo stesso che emettere un giudizio su quella qualcosa. Ma, d’altra parte, non si può giudicare se prima non partiamo dalle idee: queste ultime devono quindi esistere prima ancora dei giudizi. Ora, c’è un punto di partenza per tutte le cose e, per quanto riguarda i nostri giudizi, questo punto si colloca al momento in cui siamo venuti al mondo.
- Mirach. Facile dedurre, se abbiamo accettato che le idee devono preesistere ai giudizi, che siano già esistite prima che noi nascessimo.
- Tosco. Idee nostre? O idee universali che un tempo non ci appartenevano?
- Ottero. Nostre o universali, pur sempre di idee si tratta, il che vuol dire sostanza spirituale.
- Almach. Come un’anima, un’anima singola oppure una immensa anima vagante.
- Ottero. Chi lo può dire? Quel che può sembrare interessante è che questa anima, vagante o meno che sia, estesa o limitata che ci piaccia immaginarla, quest’anima, dunque, sarà stata in altri corpi.
- Tosco. La reincarnazione, perbacco! Le vite trascorse e dimenticate! Ma così stiamo entrando in un altro territorio, quello della metafisica, ve ne siete accorti?
- Ottero. Sì, d’altra parte è inevitabile, tanto più che ci siamo spinti sino a un punto dove dobbiamo chiederci di quale pasta sia fatta la nostra anima, benché questo non sia un interrogativo del tutto nuovo, prima di inoltrarci in altri labirinti concettuali. La metafisica vera non presuppone una distinzione netta, ma, per dirla con Bertrand Russel[1], valuta che tanto lo spirito quanto la materia siano formati da un costituente di per sé neutro. Rifiutando le impostazioni dualistiche ricorrenti in campo psicologico, Russel pensa che le leggi causali proprie di tale sostanza neutra siano, a loro volta, il fondamento sul quale si innestano sia la fisica sia la psicologia. Dunque, ciò che ai nostri occhi distingue spirito e materia, psicologia e fisica sarebbe l’insieme delle loro leggi causali considerate non tanto per il loro contenuto quanto per la loro natura. La disquisizione è un po’ come un cerchio che si richiude su se stesso; muovendoci a ritroso rispetto alle deduzioni fatte poco fa proviamo a partire dall’anima che già c’era prima che iniziasse la nostra esistenza come individui materiali. È per questo che le idee sono anteriori ai giudizi e questo loro essere anteriori spiegherebbe perché noi possiamo considerare il giudizio come un richiamare le idee alla memoria, come una reminiscenza. Rammentiamo ciò che venne obliato alla nostra nascita, ma lo possiamo rammentare per la sola ragione che ciò era patrimonio della nostra anima in una vita precedente.
- Almach. Conoscere, in ultima analisi, allora, non differisce dal vedere nel buio, dal ridare luce, togliere i veli, spolverare, in un solo termine “ricordare”.
- Tosco. Io credo o, almeno, ho l’impressione che il buon Platone faccia un po’ di confusione sul suo argomentare in questo ambito di pensiero.
- Ottero. Confusione, Platone? Che dici! Ti spiace spiegarti meglio?
- Tosco. Ah, perché a te è tutto così chiaro, vero? Anche quando balza fuori col dirti che conoscere è ricordare per trascinarti, poi, dopo lungo e tortuoso peregrinare, ad ammettere la preesistenza dell’anima alla tua vita mortale, e quindi ad ammettere la sua immortalità? Anche se, ancora, parte da queste condizioni di preesistenza per costringerti a concludere che conoscere non è altro che rammentare? Mi sembra uno di quei ciclisti che percorrono ripetutamente la stessa pista ellittica di un velodromo e finiscono per tornare sempre allo stesso punto!
- Sirrah. Ascolta, la speculazione di Platone non era qualcosa fedelmente simile a un procedimento logico. Il fatto che egli provasse l’immortalità dell’anima servendosi del concetto di reminiscenza e cercasse di dimostrare come sia proprio l’immortalità dell’anima a rendere possibile la reminiscenza, questo fatto stesso non rivela una chiara consistenza logica, ma richiama l’intero procedimento filosofico, su tale argomento, per una sorta di atto di fede relativamente alla preesistenza dell’anima alla vita del corpo.
- Ottero. Peraltro, nello stesso Fedone non si parla quasi d’altro: vi è chiamato in scena Socrate il quale conduce sagge dissertazioni per dimostrare la sopravvivenza dell’anima alla morte del corpo.
- Mirach. Questo è vero. Ma Socrate, se pure convince i propri discepoli ad accettare tale dimostrazione, non va oltre e non possiede elementi sufficienti per spiegare in quali forme esistenziali si manifesti la sopravvivenza dell’anima: lì c’è posto soltanto per le congetture.
- Ottero. Socrate, fra l’altro, sembra a volte portare argomenti anche apparentemente banali a conferma della sua tesi sull’immortalità dell’anima. Ma è una banalità solo di apparenza perché, se vai a fondo della pista di pensiero che ti propone, comprendi che la cosa è di tutt’altra portata.
- Tosco. Come quando?
- Ottero. Come quando accenna all’evoluzione degli esseri viventi; è un passaggio molto comprensibile: vita e morte creano l’equilibrio del mondo, per questo sono entrambe necessarie e benefiche.
- Tosco. Ma in che senso?
- Ottero. Nel senso che, pensaci solo un po’, se ci fosse solo vita, insieme a evoluzione, quindi procreazione, nascite, senza la morte, che accadrebbe?
- Tosco. Oh, il mondo sarebbe andato in tilt già da milioni di anni, forse nel giro di pochissimo tempo dopo l’apparizione della vita.
- Ottero. E se l’ordine delle cose venisse ribaltato, in modo che dalla vita si producesse soltanto morte, senza più evoluzione né nascite?
- Tosco. Lo stesso effetto, perdinci! Addio al mondo!
- Ottero. Non resta dunque che l’altra alternativa: mentre dalla vita si genera la morte, perché tutti i viventi seguono un ciclo vitale di cui la morte segna il punto terminale, in modo simile, visto che l’evoluzione ci sta dando prova di continuare il proprio cammino, dobbiamo convenire che per necessità di equilibrio e di compensazione dalla morte si genera la vita.
- Tiziano. Per necessità di rinnovamento anche, di perfezionamento. Nulla rimane come prima. La selezione naturale fa giocare vita e morte per successivi adattamenti che donano, come risultato ultimo, maggiore bellezza e armonia alle creature progressivamente generate.
- Almach. Platone vedeva lontano, ma l’individualità dell’anima resisteva come punto fermo. Io sono dell’opinione che sia più conveniente pensare a un’Anima universale che risponde comunque a una spinta realizzativa, qualcosa definibile come impulso, bisogno, volontà e che richiede una molteplicità di cambiamenti nel corso dell’esperienza vissuta, quasi una metamorfosi che le consenta di autorappresentarsi in molte vite corporali, dove la materia ha indubbiamente un ruolo e una parte da assolvere. Per questo, credo, non morirò mai, perché io sono la mia anima, proiezione terrena dell’Anima universale. Continuerò a essere, a sentire, a perfezionare la mia autoconsapevolezza servendomi del mio corpo fisico come mezzo necessario per esprimere, arricchire e portare a compimento le mie potenzialità spirituali. Dunque, non mi spegnerò. Semplicemente seguirò una serie di trasformazioni fisiche, diventandone partecipe, intimamente, durante il loro evolversi. Ed è, nel momento di transizione, di cambio da uno stato fisico a un altro che io perdo la memoria delle esperienze vissute nel corpo precedente, senza che mi venga meno la facoltà di conservarne il sentore profondo. L’unico rammarico, in tutto questo divenire, potrebbe essere costituito dal non avere risposta alla domanda: dove mi trovo nel passaggio di migrazione e nel tempo che io, nuova nata, impiego per raggiungere il mio minimo iniziale di autoconsapevolezza? Nessuno mi chieda il perché di tutto questo.
- Ottero. Karl Jaspers direbbe che l’immortalità nulla ha a che fare con il proseguimento dell’esistenza in una specie di paradiso o mondo ultraterrestre, ma che essa rappresenta piuttosto un rifugiarsi in una dimensione eterna atemporale, la meta ultima e perfetta nella quale sono chiamati a dissolversi tutti gli affanni del mondo. Dunque, questo eterno alternarsi, ammettiamo pure in proiezione migliorativa, di morire e di rivivere riconduce a un senso di infinita non-fine, di immortalità in qualche forma o condizione.
- Mirach. A conti fatti, non era poi tanto banale …
- Tosco. Anzi, profondo, arguto, molto fine. Io, tuttavia, torno a dire che o ammetti che la linea di pensiero di Platone muove dalla fede, e pertanto si sorregge in grazia di un possente fondamento religioso, o abbandoni questi tipi di argomentazione. Conoscere, per me, significa ancora creare concetti e idee nuove che prima non c’erano. Non perché nessuno le avesse pensate; perché non c’erano proprio e basta. È qui che il cerchio si rompe. Voglio dire, Platone non possiede una fede di ferro circa l’immortalità dell’anima perché tale fede gli sia derivata dal ritenere la conoscenza come reminiscenza delle idee. Anzi, è proprio quest’ultima ad aver bisogno di un sostegno per una sua propria validazione: se l’anima non fosse immortale, in qual modo potrebbe reggere il concetto di conoscenza come recupero e rimembranza?
- Mirach. Hai fatto centro. È qui che sta la debolezza dell’edificio speculativo di Platone. Lui risolve tutto, a quanto sembra, in questa sorta di trauma transesistenziale che si verifica nel momento in cui l’anima scende a vivere in un corpo e a partecipare della sua esistenza. Prima si trovava in un posto – quale? chiederei a Platone – che le consentiva di contemplare le idee pure, nella loro assolutezza e pienezza di significato. Entrata che sia in un organismo, le succede di dover superare una strana barriera che funge da filtro, di dover passare a forza sotto le forche caudine della vita materiale sensibile e, in questo sforzo di valicamento di qualcosa che pare ostacolarne l’avanzata, perde alcuni suoi attributi che lascia dietro di sé abbandonandoli all’oblio.
- Tiziano. La metafora, la metafora! Le api, le api!
- Tosco. Che ti succede, ora? T’ha dato di volta il cervello? O che quel bel parlare filosofico t’ha rincitrullito?
- Tiziano. Niente di tutto questo. Tranquilli, m’è balzata in capo una metafora, ora che Mirach ha menzionato l’oblio.
- Tosco. Sentiamola dunque!
- Tiziano. Al tempo in cui allevavo api, ero riuscito a mettere insieme un bell’apiario, robusto, sano e operoso, con una quindicina di alveari. Le mie api, in primavera soprattutto, tornavano all’alveare con le zampette cariche di polline sapientemente pressato nei cestelli; polline di tutti i colori, di soave profumo. Ebbene, mica io ti vado a inventare una trappola, proprio per api, per sottrarre loro il polline?
- Ottero. Una trappola? E che c’entra con Platone una trappola per api?
- Tiziano. Non per api, correggo il mio enunciato non adeguato, una trappola per polline; non mi ero spiegato con la dovuta chiarezza.
- Ottero. Vada per la digressione, ora sappiamo che è il polline l’oggetto della cattura. Raccontaci come poteva funzionare una simile diavoleria.
- Tiziano. Semplice. L’entrata dell’alveare veniva ostruita con una lamina disseminata di fori circolari calibrati che consentivano all’ape di passare di misura, attraversando il foro con quasi tutto il corpo a eccezione della coppia di zampette posteriori che portavano le due palline di polline…
- Ottero. E allora?
- Tiziano. Accadeva questo. L’ape determinata a entrare nell’alveare s’infilava in uno di quei buchi e, al momento di passare oltre la lamina, quando si trattava di spingere soltanto più la parte posteriore del corpo, questa opponeva resistenza a motivo del volume eccessivo raggiunto dal bottino di polline raccolto. Ma l’ape, spinta da una forza istintiva, cocciuta all’estremo, producendo ulteriori sforzi e dimenandosi a dismisura per superare quel foro angusto, finiva per causare l’asportazione delle palline di polline dai cestelli delle zampette posteriori.
- Tosco. E tu stavi lì con pinzette e cucchiaino a raccogliere una per una le palline?
- Tiziano. Ma senti questo! Eh, magari… Sotto l’ape stava, ben disposto dal mio connaturato ingegno, una cassetta di raccolta del polline in caduta, chiusa superiormente da una rete metallica con fori tanto grandi da lasciar passare di sotto il polline e tanto piccoli da impedire alle api di accedervi all’interno.
- Mirach. Ingegnoso senza dubbio, ma… Platone?
- Tiziano. Ci arriviamo. Immagina quell’ape, quella proprio che abbiamo visto divincolarsi sino a perdere le palline di polline pur di fare il suo ingresso all’interno dell’alveare.
- Mirach. Ti seguo.
- Tiziano. Ora è dentro, si arrampica su uno dei favi disposti in senso verticale e si dirige verso un angolo alto e laterale di un favo dove ha avuto inizio l’approvvigionamento della scorta di polline primaverile indispensabile per il nutrimento delle larve. Cerca una celletta vuota perché l’istinto le suggerisce che lì dovrà divellere, adoprandosi con tutte tre le paia di zampette, le palline di polline per farle cadere dentro una delle perfette celle esagonali e pressarle quindi verso il fondo a furia di testate.
- Mirach. Ma… il polline? Quale polline?
- Tiziano. Infatti, il polline non c’è, le zampette sono chiamate a svolgere un lavoro inutile. Come ci rimarrà l’ape quando se ne renderà conto?
- Tosco. O non se ne renderà conto proprio per niente.
- Tiziano. Metti nella testolina dell’ape una briciola di quella che noi umani chiamiamo consapevolezza, e poi dimmi come si sentirà l’ape.
- Tosco. Congettura: l’ho perso entrando in casa.
- Sirrah. Forse è già caduto in qualche celletta e non me ne sono accorta.
- Ottero. No, ero sicura di avercelo, il mio bottino.
- Mirach. Non può essere sparito!
- Sirrah. Non capisco …
- Ottero. Non ricordo …
[1] Bertrand Russel, L’analisi della mente, op. cit.
Immagine di Copertina tratta da CIB.

