- Tosco. Vuoi dire, allora, che per conoscere noi stessi dobbiamo smettere di fuggire e prendere la deliberazione di tuffarci nel vuoto?
- Almach. Credo tu mi abbia capito. È solo quando riusciamo a sostenere lo sguardo del vuoto che custodiamo nel nostro intimo, quando siamo capaci di sopportare l’assordante grido del silenzio, è solo allora che diventiamo creativi. Sostenendo quello sguardo impareremo a contemplarne l’abissale fascino, a “vedere”. I nostri occhi, di consuetudine, restano chiusi o, al meglio, fissi a terra nei momenti in cui siamo impegnati a risolvere i nostri conflitti, a gettarci nella mischia con il proposito di vincere le nostre battaglie, a riempire il vuoto pur di non percepirne il richiamo sordo e angosciante che dal profondo pare volerci risucchiare in un baratro minaccioso. Vince la paura. Noi possiamo soggiogarla se impariamo a “vedere”.
- Tiziano. Certo che la vita è ben strana cosa, e difficile a interpretarsi nelle sue apparenze.
- Almach. Trascorriamo la maggior parte della nostra vita cercando, direbbe Krishnamurti, di impadronirci di qualcosa che sta al di fuori del tempo. Il tempo è una categoria creata dalla nostra mente nel momento in cui si trova a collocare le esperienze sull’onda delle memorie. Non solo, ma ci scanniamo per sentirci noi soli detentori di potere, così da essere in grado di superare la paura che ci dilania l’anima.
- Tosco. Sempre questa mente, la mente che fa, la mente che crea, la mente che dovrebbe spiegare tutto. Ma, dico io, chi mi spiegherà mai cos’è la mente? Dopo tutti i tentativi che abbiamo fatto, ora sento di saperne meno di quanto ne sapevo all’inizio.
- Almach. Forse nessuno meglio di Krishnamurti. Non tanto che cos’è – e non sarebbe una definizione a darci soddisfazione – quanto per il suo interminabile essere. Dunque, forse è più semplice partire dal contrario, dire che cosa la mente non è. Non è tensione nella ricerca di nuovi schemi di comportamento o di abitudini; non è qualcosa che cresce in volume; non è compiacimento nell’imitare ciò che è stato; non è accontentarsi di guardare le ombre delle cose. Essa, piuttosto, è continuo rinnovamento, è un tendere a morire ogni giorno per rinascere ogni giorno, è la volontà di mantenere il pensiero innocente, giovane, fresco; è una potenzialità di comprensione infinita.
- Tosco. Sì, riconosco nelle tue parole l’eco che proviene dalla voce di Krishnamurti, ma costui, pare di poter arguire, considerava la mente alla stregua di qualcosa di immateriale e, come tale, non partecipe del divenire che è invece intrinseco alla nostra natura.
- Almach. Infatti, per una mente vista in questa luce non c’è neppure morte. È la frenesia dell’accumulare, la vera responsabile del disfacimento e della fine del processo. La mente immortale non fa incetta di alcunché, non gode dei profitti del proprio lavoro; essa è in un continuo morire/rinascere dentro una condizione atemporale limitata da uno spazio senza confini.
- Tosco. E così questa condizione può essere tanto bene adattata al concetto di anima!
- Almach. Mente, anima, infinito; se vogliamo sono tutti modi di chiamare la stessa cosa. Per questa mente non esistono barriere, non riferimenti e ancoraggi, non luoghi ove ripararsi. C’è solo spinta continua in avanti, esplorazione, espansione, generazione creativa. Per una mente che viva senza tempo, senza sicurezza, che non conosce punti fermi, barriere e rifugi, che si spinge sempre avanti, esplorando, esplodendo, la vita diventa una cosa straordinaria. Una mente così è eternamente nuova, perché intrinsecamente creativa. Neanche la filosofia, neanche la fede reggono più di fronte a una mente libera, sgravata dalla tempesta di informazioni che la pervade, sciolta dai vincoli della tradizione, dei dogmi e delle imposizioni dottrinali. Ciò che soltanto ha valore è la conquista, da parte della mente, della libertà di indagare, di proiettarsi per scoprire e, quindi, di essere creativa.
- Tiziano. Il tuo accostamento, cara Almach, fra la filosofia e una mente libera, mi riporta a Wittgenstein[1]. Era lui a definire la filosofia nei termini di lotta, di sforzo; una battaglia sostenuta giorno dopo giorno per evitare che la nostra intelligenza sia incantata dalle forme ingannevoli del linguaggio. Ed era lui a paragonare il filosofare ai tentativi di aprire una cassaforte, nel momento in cui operiamo numerose e piccole variazioni sul sistema di combinazione, ma otteniamo l’apertura della porta blindata soltanto quando tutto viene a trovarsi nella giusta corrispondenza. È verosimile che la nostra mente vada peregrinando in una serie infinita di tentativi.
- Sirrah. Una mente capace di apprendere …
- Almach. Ecco l’essenziale, sì, una mente capace di apprendere. E che cos’è dunque, l’apprendimento? Un accumulare informazioni, forse? Oppure un’avventura oltre gli stessi confini della mente, per portare il pensiero oltre tali confini e scoprire l’inimmaginabile?
- Tosco. Una mente, se ho ben capito, che travalica se stessa. Può la nostra mente giungere a tanto?
- Almach. La mente che si compiace di se stessa, che si chiude, paga delle proprie convinzioni e della propria fede, è una mente che lotta con se stessa disperdendo le energie in un confronto senza termini di paragone e senza uscite. Brucia le proprie risorse al suo interno per alimentare questa lotta senza esiti.
- Tosco. Se la mia mente si apre, anziché chiudersi su se stessa, quali speranze sarà possibile nutrire?
- Almach. Tu, che ne pensi?
- Tosco. Ah, vuoi giocare di maieutica, ora. Ma hai ragione, la cosa, anzi, mi va a genio. Io credo che potrebbe fare scoperte strabilianti, ma ugualmente potrebbe perdersi: l’avventura è sempre un rischio.
- Almach. Posso condividere, ma probabilmente è un rischio che vale la pena correre, altrimenti a quale titolo ci porteremmo addosso questa nostra natura umana così pregna di complessità? È tutta questione, io credo, di porsi a un livello più alto di consapevolezza, dal quale poter osservare.
- Mirach. La mente che osserva se stessa, a questo stai accennando, non è vero? Che abbandona la palude dei conflitti e si eleva verso uno stato di attenzione pura senza l’ossessione di dover dare a ogni cosa una spiegazione logica.
- Almach. Raggiungere questo stato di attenzione libera e trasparente è un altro modo per esprimere l’avvicinamento a una consapevolezza piena.
- Tiziano. E a una intelligenza compiuta …
- Ottero. Lasciamo a parte l’ambizione del voler trovare a tutti i costi una definizione per l’intelligenza; tanto, è ben difficile o pressoché impossibile che ci riusciamo. Riteniamo, in genere, una persona intelligente nel momento in cui traiamo inferenze da ciò che dice, da ciò che fa, da come lo fa e in quali circostanze, da come riesce a comprendere e a farsi comprendere.
- Mirach. Dal suo comportamento, in definitiva.
- Ottero. Dal suo comportamento, come no, e anche dalla coerenza del suo comportamento, per se stessa e per il contesto sociale in cui vive, e da quelli che va professando come le sue convinzioni e i suoi principi.
- Tosco. È più facile, più concreto dopo tutto, perché questo ci consente di dire: quello si è comportato in modo intelligente, quest’altro in modo meno intelligente e via di questo passo.
- Ottero. Credo che il problema stia in questi termini.
- Tiziano. Quali comportamenti, dunque, faremo assurgere a rivelatori di intelligenza?
- Ottero.Per cominciare, direi che uno che si comporta in modo intelligente è uno che è sempre in viaggio e non accetta mai che gli si dica di essere arrivato né si contenta delle mete che ha raggiunto.
- Tosco. Parli di un viaggio mentale, sottinteso, vero?
- Ottero. Di un viaggio mentale… bello! È quel che ci distingue nell’universo dei viventi. Un viaggio che ci consente di apprendere in continuazione, in quanto lungo questo viaggio portiamo con noi, sempre, la nostra insoddisfazione.
- Tiziano. Tutto questo è molto lontano dal pontificare di coloro che sono convinti di avere una fede!
- Sirrah. Una fede? Che cosa intendi per fede?
- Tiziano. Vediamo… qualcosa che senti dentro, un trasporto, una convinzione che ti suggerisce che sei nel giusto, che facendo cosà e così non puoi sbagliare, che vai dritto, insomma.
- Sirrah. Che stai nel sicuro, dunque, e pertanto non ti occorrono certezze ulteriori.
- Tiziano. E qui finisce il viaggio.
- Almach. Ma se una mente intelligente parte dal presupposto che non arriverà mai alla conclusione del suo viaggio, per il semplice fatto che una conclusione simile non esiste, ecco, allora, quella mente è là che vigila, che osserva, che approfondisce, che sventaglia ipotesi, che si pone domande senza timore dei dubbi e dell’incertezza.
- Mirach. Ma perché il mondo è pieno di gente che crede di sapere? Che crede di essere arrivata e di tenere in pugno la verità? S’illude forse di essere giunta alla fine del suo viaggio?
- Almach. Sono persone che hanno probabilmente una mente attiva, ma poco consapevole. Non percepiscono il fascino dell’infinito che si dispiega dinanzi ai loro occhi. Semplicemente, hanno deciso di fermarsi, a un certo punto.
- Tosco. Perché si fermano? C’è qualcosa che impedisce loro di avere questo tipo di consapevolezza di cui dici?
- Almach. Può essere la paura.
- Tosco. Paura è un termine alquanto vago in queste circostanze. Se sono sicuri e hanno fede, come possono nello stesso tempo provare paura? E di che dovrebbero aver paura circondati come sono di certezze?
- Almach. La paura è un vento che li spinge indietro. Solo creando barriere pensano di non percepirne i morsi. Perché un’intelligenza sana, che sa procedere e sfidare, è capace anche di affrontare la sensazione di sentirsi sola, sospesa nel vuoto senza punti di ancoraggio. È questa privazione di punti di ancoraggio a incutere paura.
- Tosco. Hai risvegliato in me l’idea della paura del vuoto.
- Mirach. Il vuoto, l’insieme di tutto quello che non c’è.
- Almach. Il prezzo da pagare è questo: affrontare il vuoto, sentirsi soli, saper essere soli, riuscire a vedere la nostra mente in funzione, sviluppare autoconoscenza. La verità è più vicina a noi quando siamo in questo stato di solitudine, immersi in questo vuoto. La creazione di questa dimensione dell’esistenza va di pari passo con l’espressione di una grandissima intelligenza.
- Tiziano. Mi è capitato poche volte, ma ne conservo un ricordo ineffabile. Un passaggio quasi impraticabile fra due vallate montane, il superamento di punti verosimilmente difficili, fermarsi a terra, la schiena appoggiata a un masso intiepidito dai raggi solari, la pelle delle gambe distese che assapora il contatto con l’erba soffice, lo sguardo perso. Nuvole dalle forme bizzarre e variabili che ti invitano a indovinare profili familiari. Il chiacchiericcio di due scoiattoli che paiono bisticciare con rapidi salti fugaci sui rami dei faggi. Il verso indispettito di una poiana che volteggia poco sopra, quasi un impeto di protesta per qualcuno con l’apparenza di un intruso introdottosi vagamente a minacciare la sua sovranità sul territorio. Una coppia di chiurli che danza e volteggia nell’aria nell’attesa di avvicinarsi, con successo e senza correre rischi, a qualche tozzo di pane lanciato all’intorno. Una foglia che cade scivolando nella bruma quieta, giocando a riflettere come per magia gli sprazzi luminosi di un sole generoso. Uno sciabordio lieve risalente dal ruscello poco prima che le sue acque si perdano giù per una cascata. Una femmina di camoscio con il piccolo intenta ad attraversare un nevaio residuo.
- Tosco. E la tua mente, che faceva?
- Tiziano. Non so. Credo che gioissi nel sentire la mia mente che gioiva della sensazione provocata dal fluire della vita nelle mie vene. Ero solo, solo in un oceano di vuoto, e osservavo, ammiravo, godevo di una ricchezza inspiegabile.
- Sirrah. Splendido! Io credo, però, che l’autoconoscenza si realizzi anche in condizioni avverse, non soltanto in presenza di ciò che percepisco come bello e piacevole.
- Tiziano. Sicuramente. Quando sono contrariato, quando sono adirato, deluso, quando mi sento ferito perché qualcuno non ha avuto per me la considerazione che mi sarei attesa, quando mi prende la voglia di “fargliela pagare”.
- Almach. Qui forse è più difficile, oppure semplicemente diversamente difficile. Avere il coraggio di sentirsi soli, di procedere nel vuoto, questo è ciò che conta. È nel vuoto che posso entrare dentro di me, assistere allo scompiglio dei meccanismi che cercano di invischiare la mia mente. Guardarmi come sono nella realtà e come mi camuffo, in certe occasioni, per opportunismo di comodo.
- Sirrah. È questo il momento della autoconsapevolezza, è da qui che hanno inizio la saggezza, il potere creativo, la sensazione di comprendere l’universo intero.
- Almach. Sarebbe d’accordo Krishnamurti. Questo saggio pensava proprio a una mente capace di rifiutare l’accumulazione dell’esperienza, a una mente che, come il perenne alternarsi del dì e della notte, muore, per così dire, a tutto ciò che ha vissuto in precedenza, che si dispone al proprio viaggio nell’infinito, nel vuoto che non può essere colmato, nella sua innocenza, nella sua freschezza; una mente senza tempo.
- Ottero. Credo di trovarmi su questa linea perché vedo, nell’atto della contemplazione, un movimento che parte dall’Io amplificandone i margini. L’Io che sa gettarsi nell’infinito dell’universo rende la mente partecipe di questo infinito. Chi dice di possedere la conoscenza, generalmente, non sa che in questo termine sono compresi i suoi pregiudizi, i suoi desideri, le sue abitudini e che tutto ciò non costituisce altro che una barriera tra l’Io e il mondo. E con questo credo di abbandonare completamente questa concezione e vorrei porre la vera contemplazione filosofica nel piacere che s’incontra quando si dà spazio al non-Io, agli aspetti e ai particolari capaci di esaltare gli oggetti contemplati.
[1] In Ludwig Wittgenstein, Conversazioni e ricordi, Vicenza, Neri Pozza Editore, 2005, op. cit.
Immagine di Copertina tratta da Sociedad Chilena de Desarrollo Emocional.

