Patior, ergo sum. Dove vai pensiero? Parte 1 di 8

“Una delle grandi prove
dell’immortalità dell’anima
è l’infelicità dell’uomo
paragonato agli animali”

(Giacomo Leopardi “Zibaldone di Pensieri”, pag. 40)
  • Tosco. È molto buio qui. Se non fosse per i potenti riflettori di cui è dotata la sonda si avrebbe la sensazione di essere ciechi. Siamo quasi arrivati?
  • Tiziano. Penso a minuti, pochissimi minuti. Da quanto ci comunicano dalla superficie abbiamo ormai superato quota ottomila. Questa stravagante fossa del Pacifico ci consente di scendere ancora per tre chilometri e mezzo circa. Ma guarda quale varietà di esseri popolano questi abissi, che strani colori e che buffe forme!
  • Almach. È uno scenario fantastico, ma la cosa che mi turba risiede nel sentirmi chiusa in questa speciale capsula con una pressione attorno che, fuori di qui, potrebbe ridurci a esili sottilette.
  • Tiziano. La suggestione che si ricava dall’esser giunti quaggiù pone vigorosamente in risalto l’ignoranza da noi conservata attorno ai requisiti del nostro pianeta. Proprio sappiamo nulla di com’è fatto; siamo appena scesi di otto chilometri e già ci pare di aver raggiunto gli inferi. Immaginiamoci se potessimo penetrare sino al centro della sfera. Lì avremmo superato i seimila chilometri, altro che una decina scarsa! E vi troveremmo temperature di migliaia di gradi, memori della giovinezza dell’Universo, alle quali nessun corpo materiale potrebbe resistere. La pressione immane, poi, farebbe di noi un esserino più piccolo di una formica. E stiamo parlando solo del nostro minuscolo pianeta, briciola invisibile e senza storia nell’immensità dell’Universo.
  • Sirrah. L’Universo… possiamo ben dire di aver goduto delle occasioni di contemplarlo da una grande varietà di prospettive. Ma questo essere quaggiù dove, a luci spente, non puoi neppure cercare qualche stella a conforto della solitudine mi porta a immaginare di aver intrapreso un percorso introspettivo. Come se fossi entrata nei recessi più profondi della mia anima e, nella condizione che mi è dato attraversare, iniziassi a intravedere i contenuti che da sempre mi furono estranei. È probabile che l’ambiente in cui siamo immersi conservi molte affinità con l’interno della nostra anima. Se non altro ci dà modo, direi quasi ci costringe a guardare dentro, fermo restando che gettare lo sguardo attorno è fatica sprecata. Non vi sentite anche voi solleticare da un’ondata di desideri di intimità, desideri che sospingono invitando a entrare nel mondo sconosciuto della vostra anima?
  • Mirach. Che cos’è l’anima, tu forse me lo sai dire?
  • Sirrah. Dire, dire? E che significa, dire?! Intanto, prima di proporre una definizione di una cosa, la devi vedere quella cosa, la devi, in qualche modo, sentire, sentire nel senso del “feeling” inglese, mi spiego.
  • Almach. Sentire, percepire, ecco la parola. L’anima non si fa vedere, si manifesta; non la vedi ma la senti.
  • Sirrah. Possiamo affermare allora che è come il pensiero.
  • Almach. Anzi, è il pensiero. Anima è pensiero.
  • Tiziano. Ma rieccoci da capo. E, dunque, cos’è il pensiero? Me ne dài ora una definizione accettabile? Non esordire però sostenendo che pensiero è anima, per piacere!
  • Almach. Tu chiedi l’impossibile, ma sai che non desisto e, soprattutto, adoro le provocazioni speculative. Cos’è il pensiero, eh? Ti levo subito l’incomodo: ecco, il pensiero è qualcosa che avverti in te e che emerge come confluenza di due correnti, una neurologica e una psicologica che scatenano reazioni a livello di apparato sensoriale oppure in forma di memorie che la mente ha fissato durante tutta l’esperienza di un individuo.
  • Tiziano. Bell’affare! Tutto qui? Io mi aspettavo qualcosa di più serio, una risposta sublime e, invece, ti vedi offrire un groviglio di nervi che saltano qua e là e di memorie che si strizzano fuori come da una spugna stretta nel palmo della mano.
  • Ottero. Suvvia, Tiziano, non banalizzare. Io credo si debba procedere passo a passo. Non puoi arrivare a una conclusione se stai tentando di definire qualcosa di indefinibile come il pensiero, o come l’anima. Potresti, per esempio, incominciare col dire che pensare è molto più che manipolare simboli; è creare pensiero da pensiero, attingendo là dove pareva non esistere idea alcuna, anche in assenza di input specifici e quantificabili.
  • Almach. Be’, mi sovviene Krishnamurti: era lui che ci incantava con dissertazioni di questo tipo. Era chiaro, da come rispondeva alle nostre povere contestazioni, che il pensiero fosse come il parto delle memorie acquisite con l’esperienza; non solo il parto, ma la messa in moto immediata.
  • Tiziano. Allora, convieni che per pensiero si possa intendere un processo, più che una “qualcosa”.
  • Almach. Eh, sì, un processo, e in quanto tale vario, variabile, imprevedibile, inafferrabile e quindi indescrivibile.
  • Ottero. Come dire che noi comunichiamo fra noi i nostri pensieri provando a tuffarci all’interno di un medesimo processo di cui non conosciamo i tratti distintivi né la dinamica, ma del quale vogliamo vedere i risultati.
  • Tosco. Le idee, ecco cosa sono le idee!
  • Ottero. Che cosa?
  • Tosco. Sono loro i risultati, i risultati di questo processo che chiamiamo pensiero, è a loro che facciamo convergere tutti i nostri sforzi. Così, noi tutti che pensiamo, pensiamo per costruire idee!
  • Mirach. Parrebbe di sì. Lo scopo dell’uomo sapiente è quello di costruire idee.
  • Tosco. Be’, che stiamo ancora ad arrovellarci? Abbiamo trovato la pietra filosofale. Non c’è più nulla da dire. Sappiamo dove andiamo, la speculazione sull’umana natura e sullo scopo ultimo del nostro esistere finisce qui.
  • Tiziano. Incomincia qui, vorrai dire!
  • Tosco. Io ho detto finisce! È possibile che non venga mai capito? Di quali altre strane elucubrazioni abbiamo bisogno? Il nostro scopo, il fine ultimo per cui siamo stati creati è di costruire idee, e basta, stop, non c’è altro da dire, accontentatevi, non se ne parla più, non se ne parli più!
  • Ottero. La fai facile, Tosco, ma intanto non ti avvedi che proprio nelle parole che hai appena proferite stanno ben custoditi i presupposti di un inizio per una nuova speculazione.
  • Tosco. Sempre più complicato, io credevo di aver chiuso!
  • Tiziano. E invece hai aperto l’accesso a una nuova via.
  • Tosco. Proprio io… quale via?
  • Tiziano. Ricorderai certo che il nostro stile di progressione su questo sentiero che abbiamo scelto di percorrere è retto da una trilogia di quesiti incessantemente presenti: “che cosa, come, perché”.
  • Tosco. Hai dimenticato “dove, quando” e, soprattutto “chi”.
  • Tiziano. Ebbene, sì. L’ho fatto di proposito, ma ti sono grato del richiamo. Per ora accontentiamoci di poco: piccoli passi, non è vero? Ci arriveremo, ci arriveremo… senza fretta.
  • Mirach. Bene, mi sembra tutto che siamo andati edificando un bell’albero genealogico della nostra anima: c’è un’idea che nasce da un processo di pensiero; il processo di pensiero origina e si attiva a partire dalle memorie; le memorie poi, a loro volta, sono una sorta di registrazione delle esperienze.
  • Ottero. Non mi piace tanto questo mettere le idee al gradino più basso di siffatta scala genealogica. Le idee dovrebbero essere al posto più alto, quello dove le aveva collocate Platone.
  • Mirach. Sì, ma Platone indicava le idee assolute: l’idea del Bello in sé, del Vero in sé, del Bene in sé; non l’idea di che cosa sia una cosa vera, una cosa buona o una cosa bella. È tutt’un altro dire.
  • Ottero. Ma sì, facciamo che sia così, basta intenderci, no? Io, comunque, metterei in basso le esperienze sensoriali e al punto più eccelso le idee: perché le prime sono recepite, registrate, subite per così dire; le seconde sono costruite, create.
  • Tiziano. Vero! Capovolgiamo allora la figura! Si tratta in sostanza di capire come e per quale via arriviamo a conoscere il mondo che sta attorno a noi.
  • Ottero. Il migliore approccio alla conoscenza? Credo sia quello di porci di fronte a ciò che vogliamo conoscere, ogni volta come se fosse la prima volta. Ho detto “credo”, ma avanzo subito una riserva.
  • Sirrah. Perché, non è giusto dire “credo”?
  • Ottero. Dipende: posso dire “credo” nel senso che, ora e qui, non vedo altro di meglio. Ma poi può diventare un “credevo”, dal momento in cui sono approdato a nuove scoperte che mi hanno svelato dimensioni dapprima sconosciute dell’oggetto della mia speculazione.
  • Sirrah. Allora non si crede mai del tutto, o in modo definitivo?!
  • Ottero. Come potrebbe essere?! Meglio, dopo tutto, affidarci alla elaborazione di congetture successive e conseguenti. Forse è meglio adottare il modo di dire “penso”, anziché “credo”.
  • Sirrah. Però è bello credere in qualcosa. Ti dà sollievo, ti dà certezza, ti fa sentire sicuro.
  • Ottero. È proprio questa la questione. Se accetti di credere, scendi dal treno, il tuo viaggio è finito.
  • Sirrah. Ma dovrà pur finire, qualsiasi cosa ha dei limiti.
  • Ottero. Non la conoscenza, per quanto ne sappiamo. Credere è fermarsi, è rinunciare a scoprire noi stessi e il senso di tutto ciò che ci sta intorno.
  • Mirach. Due più tre fa cinque. Non devo crederci?
  • Ottero. Per ora, sì. Un domani potrebbe essere diverso, non lo sappiamo. Ma esistono anche aneddoti convincenti, pur nella loro stupida banalità: questione di mutamento di prospettiva. Eccone un paio, giusto per sdrammatizzare un po’ il piglio serio della nostra dissertazione. Se ti chiedo quanto fa uno più uno, mi rispondi due. E io ti rimbalzo: uno più uno di umani, dopo nove mesi, può fare tre. Fa ridere, vero? E allora dimmi quanto fa 120+120. Fa 240? No, fa 220. Perché 100 venti (Alisei) più 100 venti (Monsoni) fa 200 venti che soffiano. Bando alle ciance, ora; chiusa la parentesi ridicola. Forse vale la pena rammentarlo: il dubbio è la molla della scoperta.
  • Tosco. In quel che hai appena detto, almeno, ci credi?
  • Ottero. Mi metti in difficoltà, mi stai inducendo a un paradosso, ma ne corro il rischio, e ti dico: lo credo… almeno per ora!
  • Almach. Gli uomini, in genere, si danno un gran da fare per riempire la loro esistenza: corrono come pazzi, di qua e di là, cercano, vogliono sapere, conoscere, vogliono arrivare prima, sempre prima.
  • Ottero. A me pare che il conoscere sia proprio il punto di approdo delle energie spirituali dell’uomo. C’è qualcosa di sbagliato nel voler conoscere?
  • Almach. Non è questo che voglio dire; la nota stonata sta proprio nel perdere di vista il punto al quale si tende. Quante cose fa l’uomo, in questa folle corsa, non alza mai il capo per controllare se la rotta è quella giusta, non volge mai gli occhi indietro per vedere quali conseguenze ha lasciato dietro di sé con il suo passaggio.
  • Ottero. Cosa vuoi asserire, che tutti noi corriamo alla cieca verso un obiettivo che, tutto sommato, dà a intendere di non esistere?
  • Almach. Intendo che la nostra corsa è una fuga, una continua fuga.
  • Ottero. Fuga? E da che?
  • Almach. Dalla conoscenza di noi stessi, innanzitutto.
  • Tiziano. Accidenti, incominci a parlare difficile, ora!
  • Almach. Oh, non è così. Vedi, appena nati già incominciamo a fuggire, appena nati è come se dessimo la stura a un processo che condurrà alla morte fisica, appena nati iniziamo a morire.
  • Ottero. Ne sei proprio sicura, o non è che stai prendendo a rovescio la cosa? Ora non riportarci, per favore, alla scena della morte che conta a ritroso e aspetta!
  • Almach. Veniamo al mondo con un patrimonio di molti miliardi di cellule che, durante il periodo fetale, hanno dato forma al sistema nervoso centrale. Per un lasso di tempo che precede e segue relativamente di poco la nascita fisiologica la maggior parte di queste cellule muore, se ne va per un processo di potatura, di selezione naturale necessario a scremare questa enorme popolazione per lasciare in vita e in attività le cellule più adatte. Dopo l’adolescenza anche queste ultime andranno progressivamente sfoltendosi.
  • Tiziano. Sta bene, ma tutto ciò possiamo ben dire che avviene a scapito della quantità e a vantaggio della qualità e della funzionalità dell’organismo.
  • Almach. Nulla in contrario, ma c’è dell’altro; quello delle cellule nervose era solo un riferimento. Il punto del nostro discorso era la fuga. Nel corso della vita noi fuggiamo dall’angoscia del silenzio, della solitudine, del buio, del vuoto. Tutto questo è in noi, nel più profondo del nostro essere, e lì c’è la nostra essenza.

Immagine di Copertina tratta da Genially.

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