- Mirach. Ci provo io, cito, ma tu non scaldarti troppo! C’è chi ha dedicato notevoli sforzi al problema dell’individualità, interessandosi all’Io come testimone di una continuità spazio-temporale di un organismo che, nel volgere del tempo, non conserva, anzi lo cambia anche più volte, il tessuto molecolare di cui si compone. Un Io che vive di continuità e in questa direzione impegna la memoria e la forza del ricordo. Chi si muove su questa via, l’avrete già indovinato, è John Searle[1]. Ma il filosofo, com’è sua natura, non si accontenta di definizioni e allora si domanda quali altri aspetti conservi in sé la personalità di un singolo individuo, che inducano il medesimo a percepire se stesso come un’entità riconoscibile nonostante lo scorrere del tempo. E pare che la risposta risieda nella continuità, di cui siamo coscienti, delle nostre esperienze di reminiscenza. In questa ricerca Searle si affida ai precedenti passi compiuti da Hume nella medesima direzione. Hume[2], dunque, sosteneva che, concentrandoci in uno sforzo introspettivo, riusciamo a individuare singole esperienze che corrispondono a contenuti mentali, idee, impressioni, ma non riusciamo a intravedere alcuna esperienza che possa essere aggiudicata sostanzialmente a un Io se prescindiamo da quelle esperienze particolari. Esistono soltanto queste ultime e in esse possiamo fondare la nostra identità di persone singole. Postulare un Io sovradeterminato sarebbe, per Hume, l’equivalente di un tentativo illusorio. Avere un’esperienza dell’Io significherebbe possedere un’esperienza capace di contenere in un “unicum” l’insieme di tutte le altre esperienze esistenziali, e questo per Hume è inconcepibile. Ma lo è anche per Searle, sino a un certo punto però, perché, in seconda istanza, Searle intravede la necessità di postulare l’esistenza di un Io che si sovrapponga al patrimonio delle nostre esperienze. Questo per il fatto che noi abbiamo esperienze che non sono buttate qua e là e lasciate a se stesse per così dire, ma bensì esperienze che costituiscono, tutte insieme e ciascuna per la sua parte, un comune e unificato campo di coscienza che offre all’individuo di riferimento una sensazione di continuità nel tempo, dalla quale proviene, come per riflessione io penso, la continuazione della coscienza per tutto l’arco della vita. Con ciò Searle non si pone in contraddizione con le affermazioni di Hume. Egli concorda, anzi, sul fatto che non abbiamo un’esperienza diretta del nostro Io, ma, nonostante ciò, nulla vieta che propendiamo per la postulazione della sua esistenza, se soltanto ci soffermiamo a riflettere su alcuni requisiti che ne richiamano l’intervento nella nostra vita cosciente, requisiti quali la libera deliberazione nell’agire, la spiegazione che riusciamo a fornire dei nostri atti e che travalica qualsiasi livello di attribuzione puramente causale, una spiegazione, peraltro, confortata e validata da un complesso di ragioni che il soggetto agente è in grado di addurre per avallare la scelta responsabile e libera del proprio comportamento. Ecco dunque aprirsi la possibilità di pensare a un’entità investita di potere decisionale, un’entità razionale e di per sé libera e responsabile, a sua volta, nelle proprie scelte. – Ed ecco allora il mio Io, che organizza secondo intenzioni, agisce mobilitando volontà alla luce della razionalità, della coscienza, della percezione, delle ragioni che guidano l’azione, il tutto nel pieno rispetto della libertà di indirizzo.
- Tosco. Brava Mirach, grazie, sei stata assai chiara. Tuttavia ammetterai che Searle stesso non pretende di offrire un modello definitivo di mente.
- Mirach. L’ho detto. Egli è un coraggioso possibilista. Nel momento in cui riconosce di provare un sicuro senso dell’Io è anche pronto a dichiarare che una meta di tale portata non è sufficiente a risolvere il grave problema concernente la spiegazione dell’identità personale. La sua analisi su questo terreno può essere considerata un buon trampolino di lancio per ulteriori e più rivelatori sviluppi. D’altra parte, a modo di vedere del filosofo, noi ci troviamo come catapultati in un mondo che conosciamo poco o nulla; ricordi il tuo sfogo in merito, Tosco? Ma questo è il nostro mondo e dunque ci corre l’obbligo di prodigarci in ogni possibile sforzo per cercare di capire gli arcani del suo funzionamento e il significato del nostro esserci come componente integrante della totalità.
- Almach. Colgo lo spunto. Visto che l’abbiamo messa sul filosofico. Lo spunto mi viene da Emanuele Severino[3]. Lasciatemi dire qualcosa in merito, prima di introdurre il concetto che vorrei sviluppare. L’Occidente, dice Severino, assiste al proprio sviluppo partendo da una sintesi; una sintesi che vorrebbe conciliare il senso di identità, come qualcosa di stabile, di immutabile, di continuativo, con l’evidenza che l’oggetto della nostra osservazione, come possiamo essere noi stessi e le persone che ci stanno attorno, si trasforma continuamente e diviene qualcosa che si potrebbe definire “altro da sé” per le mutate connotazioni di cui si va rivestendo. È questa la strada che spinge la speculazione filosofica occidentale in una colossale contraddizione; le teorie cosmogoniche, sto pensando, lo stanno a dimostrare: l’Universo come oggi lo conosciamo è ben altra cosa da quel punto o non-punto originario che, esplodendo, in un solo centesimo di secondo scatenò una temperatura vicina a cento miliardi di gradi centigradi[4]. Non è problema di poco conto, allora, tener fermo il concetto di identità, volendo peraltro identificare il “Big-bang” con l’Universo del nostro ventunesimo secolo. La trasformazione c’è ed è evidente ai nostri occhi. Ed è una trasformazione che parte da un momento così primitivo da poter essere equiparato al nulla assoluto. Dunque veniamo dal nulla e il nostro destino ci riporterà al nulla? In tale concezione il senso di identità perde inevitabilmente tutto il proprio peso, si riduce a un’apparizione effimera condannata a estinguersi dopo breve tratto, peggio di una meteora. Emanuele Severino pone la questione in termini diversi, sebbene la vada sviluppando su un piano concettuale a cui diventa arduo accedere. Tanto vale, allora, citare pari pari le sue parole: “il destino è l’apparire dell’eternità dell’essente, l’apparire dell’impossibilità del divenir-altro”. Il Filosofo introduce dunque due sostantivi che si rivestono certamente di grande interesse: “destino” ed “eternità”. Si è così autorizzati a pensare che noi tutti corriamo su un filo esistenziale proteso verso una meta e che questa meta non è il risultato di un progetto pensato e realizzato, ma è da sempre. Poi la nostra consapevolezza dell’essere qui, su questo pianeta straripante contraddizioni e scelleratezze, ci riporta a guardarci bene intorno, ci invita a prolungare il nostro sguardo nel prima e nel dopo, ma non riesce a evitare lo scivolamento dei nostri sforzi nel buio più fitto. Ciò che si rivela sconcertante è quel “divenire” che ci trasporta come una corrente irresistibile nella quale ci sentiamo immersi e per un certo verso abbandonati. Perché il vocabolo “divenire” implica trasformazione, metamorfosi, assumere altre sembianze a scapito dell’identità originaria. Ma è possibile diventare altro, rinunciare alla propria identità? In gergo mistico si potrebbe parlare di “trasfigurazione” o, spingendoci ancora oltre, di “consustanziazione”, ma qui si andrebbe a interessare fenomeni che sfuggono al nostro controllo e alle nostre possibilità di attribuirvi un significato concreto. – Sull’onda di quest’analisi speculativa la stessa tradizione filosofica occidentale andrebbe inevitabilmente dimostrando la propria debolezza, si farebbe traballante di fronte a esigenze esegetiche di tutt’altro tipo. Eppure la nostra atavica millenaria cultura ha cercato di darci certezze, di aprirci a quella tanto agognata “verità” di cui un po’ tutti osano arrogarsi il possesso e la tutela. Però, se diamo ascolto alle espressioni di Emanuele Severino “Intendere la verità come ciò che si apprende da un individuo significa abbandonare definitivamente la verità”[5], quali profeti dovremo mai seguire? – In questo senso la verità assume gli stessi connotati che poco sopra ho riconosciuto alla meta verso la quale ci crediamo proiettati: anche la verità non è un punto di approdo, in quanto essa è e si riveste di eternità. Quando Emanuele Severino affronta il tema inerente alla verità[6] dice anche qualcosa di estremamente innovativo relativamente al nostro anelito a raggiungere la verità, e cioè che il percorso da noi faticosamente seguito per arrivarvi si snoda inesorabilmente su una dimensione eterna, direi persino a lei estranea, tanto che neppure i vari credo religiosi avrebbero il potere di condurci là dove vorremmo. Infatti, e qui torna il richiamo all’eternità, noi ci troviamo già da sempre nel punto più alto, oltre quelle che possono essere le nostre sensazioni e le nostre credenze di mortali appartenenti alla realtà di un pianeta determinato. Un pianeta che si situa nella grande scena della creazione come volontà che da sempre abbia pensato la trasformazione del nulla nel mondo. Su questi punti Emanuele Severino è assai profondo e richiede grande concentrazione nel cercare di seguire lo sviluppo del suo pensiero: la creazione non sarebbe frutto di un voler far apparire le cose nel tempo, come si legge in Genesi ad esempio, ma andrebbe intesa come volontà che il nulla originario si trasformi in soggetto, in ciò che è, da sempre, come dire che non c’è una creatura che a un certo punto balza fuori dal nulla, ma si dà un divenire con il significato “dell’esser già da sempre diventato”. Ognuno di noi, dunque, in questa prospettiva sarebbe un individuo già da sempre divenuto altro. È questa “l’eternità di ogni essente”, come la definisce Emanuele Severino[7], “l’eternità di ogni istante, perché ogni istante è essere”.
- Sirrah. In quel che hai detto, Almach cara, intravedo il disegno salvifico di Dio che da sempre ci conosce, da prima che nascessimo al mondo. Non scordiamo che al di sopra di ogni cosa c’è Lui.
- Mirach. Andiamoci piano, sorellina, perché ora mi fai tornare in mente gli atteggiamenti consolatori e di pietà sciorinati con tanta abbondanza dai preti, mi riferisco a quelli cattolici. Se tu partecipi a una funzione funebre senti parlare di certezza nella risurrezione della carne, di vita eterna, di rigenerazione. Ma non ti accorgi che con quei discorsi non fanno altro che blandire la brama individualistica degli esseri umani? Io potrei ancora condividere l’idea della continuità dell’esistenza, dopo la morte corporea, in una dimensione completamente diversa e sconosciuta, chiamiamola spirituale, ma non me la sento di accettare quella visione ultra ottimistica, e anche egoistica, che garantisce al mio io la continuità e la conservazione dell’identità personale. Per me, dopo morti, noi non siamo più. Il nostro essere qui, vivi e pensanti, lo vedo come una fase di esperienza e di necessaria transizione che lo Spirito Assoluto vuole percorrere. In questo senso fra te, me e tutti non corre alcuna differenza. Siamo apparenze, veicoli, mezzi attraverso l’agire dei quali c’è una Volontà infinita che si va realizzando. E se esiste un’altra vita io non sarò più io né questo mio corpo risorgerà, ma tutto il mio essere, il mio essere stata, il mio percepire e percepirmi, la mia autoconsapevolezza vivranno di un’energia infinitamente grande nella pienezza di ogni possibile pensiero.
- Tosco. Tutto questo mi fa venire in mente quanto lessi tempo fa, non rammento a proposito di che cosa, ma che suonerebbe così: “La nostra vita terrena non è che una goccia che percorre molta strada come raccolta nelle acque di un fiume, per finire la propria corsa nell’oceano. Quella goccia di per sé non scompare: è diventata oceano”. Mi pare oltremodo consolante, ma ancora mi domando: quella goccia, nelle sue determinanti molecolari, entrando a far parte della massa oceanica, si dissolve, essa come essa non c’è più. E, se era dotata di autoconsapevolezza, questa dove è andata a finire? La sua individualità, voglio dire, la sua identità, disciolta, disintegrata, svanita nell’immensità dell’oceano? E, se prima era soggetto pensante, che ne sarà del suo primitivo sentirsi essere?
- Ottero. Io so di essere… penso, dunque sono. Prima non c’ero, e non pensavo; non pensavo, e non c’ero. La memoria cosciente, quella che s’accende illuminata dalla corrente vitale quotidiana, è apparsa gradualmente e anche abbastanza tardi dopo il momento della nascita fisiologica. Forse è per il motivo che non ricordiamo, ma le esperienze, nel tempo, si presentano con un diverso grado di chiarezza, di trasparenza e con un diverso peso semantico per il nostro comportamento e per la nostra conoscenza attuali. Ricordiamo bene ciò che è successo pochi attimi fa, un po’ meno quel che appartiene a ieri, a due o più giorni addietro. A mano a mano che retrocediamo nel tempo ci rendiamo conto sempre più di aver smarrito una serie di dettagli relativamente a quanto siamo in grado di rievocare. Non solo, ma neppure riusciamo ad avvederci di aver smarrito il ricordo di episodi interi della nostra esistenza trascorsa. Quel che accadeva quando avevamo uno o due mesi di vita, però, quello proprio non lo ricordiamo.
- Mirach. L’altra faccia delle specializzazioni. Il CD non conosce simili occasioni di fallibilità. In qualsiasi momento glielo si chieda, lui ci dà l’informazione voluta, immediatamente e senza la minima distorsione di contenuto. Sarebbe terribile, tuttavia, per noi, conservare l’intero patrimonio di informazioni che abbiamo attinto dall’esterno, impediti dall’obliterare alcunché. È una fortuna che siamo in grado di buttare molto materiale nel “cestino” e di “svuotare” deliberatamente, il più delle volte, quel cestino.
- Ottero. Almeno così succede nella norma; lasciamo da parte le rarissime eccezioni. Sto continuando a parlare riferendomi sempre al livello conscio dell’esperienza e della memoria, al livello dove si crea consapevolezza. Sorvolerei pertanto, almeno in questa occasione, tutto ciò che ha attinenza con la memoria cellulare e la registrazione dei dati attraverso modalità inconsce. Pensiamo a quanto accade in noi ogni momento, alle funzioni che vengono continuamente attivate, memoria, esperienza, sensazioni, informazioni, percezioni, apprendimento: tutto un insieme di facoltà e processi che emergono a un certo punto, si organizzano e fanno sì che noi crediamo di esperire un Io, di “essere”. Perché mi torna in mente il robot? Già, il robot! Ma io mi chiedo: perché tutto questo insieme di processi evolutivi/involutivi, perché questa meteora effimera che chiamiamo vita, perché essere qui, ora, a esprimere queste sciocche considerazioni anziché essere altrove, fare altro, “essere” altro? E perché Io? Posso tutt’al più immaginare che, in questa grande confusione che è la non conoscenza maldestramente travestita da barlume di presunzione di conoscenza che sfoggiamo con vuoto orgoglio, forse non importa proprio che cosa pensiamo e perché pensiamo.
[1] John R. Searle, La mente, op. cit.
[2] David Hume, Edimburgo, 1711/1776. Il suo indirizzo di pensiero è orientato verso una forma di scetticismo che si esprime come consapevolezza dei limiti umani e come tentativo di superare il dogmatismo verso un nuovo impulso al progresso del sapere.
[3] Emanuele Severino, L’identità della follia – Lezioni Veneziane, Milano, Rizzoli RCS Libri S.p.A., 2007.
[4] Da Steven Weinberg, I primi tre minuti, Novara, Mondadori – De Agostani Libri S.p.A., 1994.
[5] Emanuele Severino, L’identità della follia, Cit., pag.48.
[6] Cit. pag. 96 e segg.
[7] Emanuele Severino, L’identità della follia, Cit. pag. 264.
Immagine di Copertina tratta da Sociologicamente.

