Visto che vado disquisendo di verità e di ispirazione devo proprio portare in campo un altro aforisma, quello della “dotta ignoranza” che si attaglia molto bene alle vicende occorse a quei due grandi che avevano osato lanciare lo sguardo così lontano: Galileo Galilei e Giordano Bruno. Il binomio “dotta ignoranza”, derivato da Nicola Cusano (sec. XV), significa letteralmente la posizione di pensiero per la quale, giunto alla determinazione di “sapere di non sapere” nella accezione puramente socratica, avendo a che fare con la conoscenza enormemente grande che sta sopra di noi, a fronte della nostra piccolezza ci limitiamo a formulare congetture, a pervenire ad affermazioni del tutto provvisorie. Ma le potenze cattoliche, in fatto di dotta ignoranza, ne hanno fatto un comodo attributo per assolutizzare il proprio sistema di credenze cosmologiche, contro ogni logica constatazione, contro le più avanzate e illuminanti osservazioni. Nel caso considerato, dunque, non si tratterebbe tanto di essere arrivati a sapere di non sapere, quanto più di aver compreso che la verità sta da un’altra parte e che quella verità, se mai fosse venuta a contatto con menti desiderose di sapere, avrebbe smosso dalla loro sede una serie di concetti consolidati, pericolosi nell’insieme per la stessa conservazione del potere temporale garantito da un tacito consenso delle masse, opportunamente mantenute nell’ignoranza e nell’inganno. Quanto detto fin qui a motivo dell’allusione, già ricordata, contenuta nei versi della Bibbia (Giosuè, X, 12-13), che narrano dell’arrestarsi in cielo il corso del Sole e della Luna, chiaro riferimento alla centralità della Terra nell’Universo, non può fare a meno di indurci a scoprire l’assurdo per l’assurdo se pensiamo, poi, che ancora agli inizi del XVII secolo ci si presenta un papa, Paolo V, nell’atteggiamento di opporsi fermamente al progresso scientifico. Fu artefice, Paolo V, di episodi di repressione fra cui la condanna del sistema copernicano. Le opere di Copernico furono messe all’indice e lo stesso Galileo venne diffidato dal sostenere in pubblico le teorie copernicane. Correva l’anno 1616. Paolo V e i suoi accoliti è da credersi che avessero in cuor loro approvato le nuove teorie, bastava solo che fossero il popolo e l’ambiente scientifico a essere mantenuti nell’ignoranza per chi ne era fuori di interesse, nel terrore per chi aveva compreso ma doveva tacere per sopravvivere e fare buoni affari. Una bufala universale, niente di più vergognoso, anzi delittuoso direi nei confronti del diritto a conoscere il vero.
Non ripercorrerò, dopo la precedente digressione, la storia dei due eccellenti personaggi sopra citati, già presa in esame in un mio precedente lavoro (Regno celeste, Impero terreno, IBN Editore, Roma 2020, cap. 4.7), ma mi soffermerò su due parole appena enunciate per scoprirne la profondità semantica. Tutto sta nell’essere via via pervenuti a convincerci della veridicità di un’affermazione di cui siamo venuti a conoscenza, ma che nello stesso tempo, per motivi di cultura strettamente personali e decisamente radicati nel nostro modo di valutare la realtà dei fatti, non vogliamo ammettere, atteggiandoci a osteggiarla con tutte le nostre energie. Ossia un nudo esempio di caparbietà, di intolleranza per il nuovo e per quanto in esso possa affiorare sotto le sembianze di minaccia alle convinzioni che fino al momento in atto abbiamo coltivato. Ed è un atteggiamento anticulturale, decisamente in contrasto con la direzione del pensiero, sorretto esclusivamente dalla volontà di mantenere il sistema di teorie geo-astronomiche di discendenza aristotelica, vicino per tradizione ai dettati dei contenuti biblici. Torno sull’argomento già accennato: abbattere certe credenze di stampo aristotelico sarebbe stato l’equivalente del negare certe verità di fede tratte dai Libri sacri e a quelle credenze fermamente appoggiate. La via obbligata sarebbe stata quella della dotta ignoranza, avallata con una forza tale da considerare la possibilità di nuocere ai propri avversari in ideologia addirittura con la punizione estrema, la pena di morte. Ne abbiamo un esempio eloquente ed esecrabile nella condanna di Giordano Bruno al rogo nel 1600.
Ipotesi 5. Una spaccatura evolutiva
Il corso della Storia umana ha come prerogativa fondamentale l’avventura meravigliosa del pensiero verso la conoscenza. Unico fra tutti gli esseri viventi sulla Terra l’uomo ha mobilitato le proprie energie mentali nel guardarsi intorno con curiosità, con circospezione, con “timore e tremore”, con prementi speranze di comprendere. Iniziò molto presto a porsi interrogativi e a cercare risposte adeguate. Realizzate che furono le prime conquiste nell’ambito della conoscenza, l’uomo spostò i propri interessi epistemofilici più lontano, sempre più lontano, mai pago dei risultati raggiunti perché la dinamica del suo funzionamento mentale considerava ogni traguardo raggiunto non già la soluzione ai problemi formulati, ma bensì come un trampolino di lancio per inoltrarsi in nuove attività di ricerca che lo avrebbero aiutato a raggiungere spiegazioni adeguate a soddisfare la propria avidità di sapere. Perché a ogni tappa conquistata sopravveniva la curiosità, si sviluppava un nuovo interesse, via via più grandi e insaziabili. Diciamo pure che non tutti gli esseri umani furono portati a livelli così alti di astrazione e di inquisizione della realtà, chi più e chi meno, ma alcuni pensatori in particolare riuscirono a raggiungere mete di conoscenza impensabili per i tempi. Già nell’antichità classica gli scopritori dei Cielo riuscirono a realizzare progressi di notevole portata innovativa allorché ancora non disponevano di strumentazioni e di tecnologie sofisticate come invece è per noi oggi. I risultati che riuscirono a raggiungere ci lasciano tuttora comunque profondamente sorpresi. L’attesa più ovvia, viene da dire, poteva essere che da quelle primitive conquiste si aprissero vie di pensiero sempre più evolute e ricche, tali da portare la conoscenza a perfezionamenti progressivi sulla scia delle ipotesi attinenti alle intuizioni, alle teorizzazioni e alle scoperte scientifiche.
Ma non fu così. La culla del pensiero scientifico, si sa, era l’ambiente ellenistico dove la speculazione scientifica e filosofica incontrò le condizioni favorevoli, non sempre e non dappertutto per la verità, a incrementare le proprie possibilità di crescita. Non fu così, dicevo, perché si verificò una insospettabile stasi del pensiero scientifico indagatore, in seguito alla quale la ricerca riprese molto tardi la propria corsa, come se si fosse assopita e poi svegliata da un lungo sonno, da uno stato di anestesia culturale impensabile. Si era arrivati agli albori del XV secolo. E prima, che cosa doveva essere accaduta? È possibile, fatti i calcoli in relazione e ciò che dirò fra poco, che quel sonno sia durato così a lungo, quasi quindici secoli? Se vogliamo possiamo spingerci molto indietro nel tempo, addirittura a 50 mila anni avanti Cristo allorché il Neanderthal iniziò a incidere segni sulla roccia, verosimilmente un’eco dei cicli astronomici che avevano attratto la sua attenzione. Ci volle del tempo, tuttavia, prima che sistematiche osservazioni conducessero a ipotizzare che gli astri nel cielo non sono appiattiti su una superficie celeste ed equidistanti dalla Terra, ma che la Luna, come constatò Talete di Mileto con un anticipo di sei secoli sulla nascita di Gesù Cristo, copriva una distanza dalla Terra molto inferiore da quella attribuita al Sole. Come conseguenza dei propri calcoli astronomici Talete riuscì a predire con congruo anticipo l’eclissi lunare del 28 maggio 585 a.C. Ancora nel sesto secolo troviamo il famoso Pitagora che si convince della rotondità della Terra e del suo stare sospesa nello spazio. Il quinto secolo avanti Cristo annovera un altro studioso della cosmologia, Filolao, sostenitore del moto di rotazione della Terra sul proprio asse, con i dati consequenziali che tutti conosciamo. Non più, allora, carri infuocati che solcano il cielo portando il sole a tuffarsi negli oceani e a risalire in alto all’apparire del nuovo giorno. Un poderoso balzo in avanti e nel quinto-quarto secolo a.C. troviamo Platone che conferma la rotondità della Terra e il suo stare, immobile e isolata, nello spazio siderale. Aristotele, poi, nel quarto secolo, si lascia andare a ipotizzare niente meno che la lunghezza della circonferenza della Terra, quand’anche con una stima assai lontana dalla realtà. Arriviamo ora ad Aristarco di Samo che per primo, tra il quarto e il terzo secolo a.C., teorizzò la rivoluzione dei pianeti, compresa la Terra, attorno al Sole, con calcoli attorno alle distanze fra Terra, Luna e Sole, precorritore della teoria copernicana con un anticipo di 1800 anni. Già a quei tempi Aristarco incontrò l’ostilità nel proprio ambiente e fu accusato di empietà. Nel terzo secolo a.C. emerge il pensiero di Archimede il quale riprende lo studio della circonferenza terrestre avvicinandosi sorprendentemente al vero, così come accadde per Eratostene, autore di un procedimento geometrico assai ingegnoso per migliorare i risultati precedenti conseguiti da Archimede. Sulla stessa direzione di ricerca scopriamo, nel secondo secolo a.C., Ipparco di Nicea, capace di perfezionare le stime fino allora conosciute, e Posidonio, siamo ormai al secondo-primo secolo avanti Cristo, fautore di esperimenti che pervennero a ottimi esiti di misurazione. Una bella carrellata di menti in fermento nella ricerca di risposte ai propri quesiti.
Ecco dove portarono le osservazioni attente di quegli studiosi del Cielo, veri antesignani di un’epoca florida di studi e prove messe in atto nel tentativo di raggiungere l’esattezza dei dati ipotizzati. Considerando soltanto l’ambito ellenistico di cui mi sono occupato, abbiamo di fronte a noi un periodo di circa sei secoli di conquiste parziali, grazie alle quali si sarebbe potuto sperare, torno a dire, in una progressione della mente umana verso sempre più avanzate conquiste.
A questo punto ci si para dinanzi un lasso di tempo che conta qualcosa come 14-15 secoli perché si arrivi alla fase rinascimentale della Storia europea, per quel che ci riguarda più da vicino. In 14 e 15 secoli notevoli progressi si sarebbero potuti avverare, c’è da pensare, perché la mente umana era in continuo fermento e mai si sarebbe appagata dei risultati conseguiti, come abbiamo visto, fino al primo secolo avanti Cristo. Sennonché delle scoperte a quei tempi conquistate non si sentì più o quasi più parlare fino all’esaurirsi dell’era medioevale. La scienza, da allora fino verso il secolo XV, si imbatté in qualcosa che rappresentò come un freno al suo progredire, come dire che imparò, o ne fu costretta, a tacere di fronte alle aspettative coltivate, soggiogata e impedita, così pare, da una dinamica avversa che poteva godere di incontrastata supremazia. Dunque 14-15 secoli di sonno prolungato e profondo, più affine a un silenzio coatto. Non solo, ma persino si verificarono regressi nelle concezioni che indagavano l’architettura celeste. La scienza astronomica era pervenuta a considerazioni veristiche come quelle coltivate da Talete di Mileto con la scoperta degli spazi intercorrenti fra gli astri, sino ad Aristarco di Samo che per primo elaborò un rivoluzionario sistema eliocentrico dei pianeti nostri vicini di casa, con la sua supposizione che i pianeti, Terra compresa, fossero lanciati tutti in moto di rivoluzione attorno al Sole, fino a Pitagora e a Ipparco di Nicea che intuirono essere la Terra di forma sferica, e a Filolao che aveva intravisto il volgersi dei meridiani terrestri per un moto di rotazione, e ai vari tentativi spinti a calcolare, con approssimazioni variabili, la lunghezza dell’equatore terrestre. Benché si fosse trattato di considerazioni in costante avvicinamento ai dati del reale, a un certo punto esse parvero svanire in un baratro buio dove la voce andava perdendo tono e timbro, dove la volontà di progresso veniva affievolita sino a spegnersi. Si trattò di un fenomeno, così deleterio per la scienza, che perdurò per un periodo lunghissimo, dicevo appunto quei 14-15 secoli citati, sino al sopraggiungere di nuove energie che stimolarono il risveglio delle spinte epistemofiliche, pur anche in un clima di opposizione e di contrasti che tentava di impedirne la ripresa. Ma di qual fatta era questo clima a cui vado accennando? Di qui l’ipotesi che cerco di sviluppare risalendo a quella spaccatura evolutiva che si verificò nel periodo considerato, a tutto danno del procedere del pensiero. Ho accennato a un regresso apparso sulla scena degli studi astronomici e se ne può constatare la presenza con l’apparire di Claudio Tolomeo il quale, corrente il secondo secolo dopo Cristo, si prodiga nell’abbattere le teorie sopra esposte, concernenti la dinamica del Sistema Solare, portando in auge la vetusta visione geocentrica del tutto opposta alle conquiste raggiunte dalla mente umana prima della venuta di Gesù Cristo, cancellando dunque di getto quanto aveva sostenuto Aristarco di Samo 400 anni prima.
Devo dire, per onestà di esposizione sull’argomento trattato, che non sono il primo a compiere le constatazioni sopra descritte. Mi piace ricordare, fra chi più si addentrò nella questione, il lavoro di Piero Tempesti, “Storia della misura dell’unità astronomica”, a cura della UAI, Unione Astrofili Italiani, nel 2008. Ricalcando dunque le rilevazioni riportate da Piero Tempesti, posso annotare che dovettero trascorrere diciotto secoli addirittura prima che la teoria eliocentrica propugnata da Aristarco di Samo venisse, lasciatemi dire, riesumata da Copernico, diciannove secoli perché l’astronomo Halley rinfocolasse l’idea rivoluzionaria dello spazio tridimensionale nata con Ipparco di Nicea, tutte intuizioni-scoperte cancellate e messe al bando dall’Almagesto di Tolomeo che stabilì un codice di conoscenza obsoleto e superato, risorto a nuova vita e conservato nella sua invulnerabilità per un impensabile periodo di almeno 15 secoli.
In virtù di tale direzione di pensiero si deve a Cecilio Firmiano Lattanzio, nel terzo-quarto secolo dopo Cristo, l’aver sfoderato una polemica sistematica contro le idee filosofiche ed etiche vicine alle dottrine pagane, con il porsi piuttosto a esaltare sopra ogni idea formulata la morale e le verità cristiane. Pare che Lattanzio avesse compiuto enormi sforzi per controbattere l’idea persino della sfericità del nostro Pianeta. Dopo Tolomeo le redini del sapere scientifico caddero nelle mani dei Padri della Chesa, detentori della via del sapere, ossia della Patristica e della Scolastica, correnti fautrici della scienza teologica coltivata nei primi secoli del Medioevo. Nel clima di ricerca scientifica che si andava instaurando prese il sopravvento la tendenza a imprimere una determinata direzione al modo di dirigere il pensiero. Fu la Scolastica, in particolare, a fissare una direzione assai rigida all’insegnamento filosofico con il compito di portare alla comprensione della Verità rivelata, un compito che si opponeva al conseguimento della conoscenza attraverso la ricerca individuale, stabilendo peraltro che la ricerca si sarebbe dovuta effettuare nella forma di lavoro guidato dalla sapienza della gerarchia ecclesiastica. Gli strumenti intellettuali ai quali la Scolastica affidò la propria missione didattica derivavano dalla tradizione, soprattutto quella di stampo ellenistico, ma rimodellata da un processo di cristianizzazione portato a snaturarne via via il senso originario che ne informava l’autenticità. Si andava consolidando, nel campo del sapere, una trilogia costituita dal sistema tolemaico riportato alla ribalta, dalla fisica aristotelica e dalle Verità rivelate nei Libri sacri. La lotta contro il paganesimo e quanto gli poteva essere affine o collegato, vuoi anche le conoscenze e le indagini scientifiche, imperversò con un apice nel quarto secolo soprattutto per opera di Teodosio.
In quanto alla Patristica, la restaurazione culturale operata da questa Scuola filosofica impose l’obbligo di credere al geocentrismo, abbattendo tutti i segni di progresso che la Storia dell’uomo aveva ricevuto dalla sapienza dell’antica Grecia. Il nuovo stile di pensiero, oscurantistico, limitativo, assurdo nelle proprie premesse e senza esiti di evoluzione raggiunse livelli di fanatismo confluiti infine nella condanna sistematica di ogni punto di vista che differisse dalle Verità rivelate secondo la Parola di Dio. Questo nuovo stile di pensiero aveva seguito l’avventura di correre sulle ali della dottrina cristiana che si andava diffondendo rapidamente, in contemporanea con la crisi che attanagliava l’impero romano nelle proprie garanzie di successo. Qui prendeva fisionomia il grave problema di ordine epistemologico dacché ai traguardi raggiunti dalle ricerche dei dotti ellenistici sulla meccanica dell’Universo si contrapponeva decisamente l’interpretazione dei testi biblici fornita dai Padri della Chiesa, non per un confronto costruttivo sul piano scientifico, non per cercare vie migliori in direzione della conoscenza, ma piuttosto per mettere a tacere voci innovative che sarebbero apparse in forte contraddizione con alcune declamazioni contenute nei Libri sacri. Ammettendo e accettando le conclusioni portate dagli studi dei ricercatori classici si sarebbe avallata, contemporaneamente, l’autorizzazione a dubitare di certe affermazioni bibliche rivelandone l’evidente inconsistenza e l’assoluta mancanza di attendibilità scientifica. Tutto ciò sarebbe stato pericoloso, molto pericoloso: avrebbe significato perdere credito sul piano delle osservazioni e, di conseguenza, in materia di credo religioso. La cosa più onesta e più ovvia da farsi sarebbe stata, per i sostenitori della tradizione veterotestamentaria e del seguito di verità rivelate, fermarsi per una sosta di riflessione, chiudersi magari in un temporaneo prudente silenzio e andare più a fondo nell’affrontare la situazione fattasi incerta. No, il pericolo c’era, lì e subito e si presentava di un peso gravissimo, destabilizzante addirittura. La scelta cadde, quanto mai autoritaria e perentoria, sull’aforisma più comodo e a portata di mano: “Noi abbiamo ragione, voi avete torto”, come fu nella maniera più spudorata e insensata della realtà dei fatti. Di lì presero inizio le cacce agli eretici, le sante inquisizioni, le torture, le condanne per chi avesse avuto il coraggio di mantenere la posizione culturale acquisita, la morte anche, come accadde, per coloro che ne avessero fatto professione aperta. Condanna delle idee nuove e innovative dunque, punizioni e sevizie in ogni occasione di non allineamento con i dettati della fede cattolica.
Per potare un esempio classico citerò la scena di Giosuè che a capo del proprio esercito si scontrò con gli Amorrei. In quell’occasione, dicono i testi biblici, il sole e la luna fermarono il proprio corso, sino al conseguimento della vittoria di Giosuè sugli Amorrei. Già l’assurdo, qui, il fatto che un Dio benevolo mantenga la luce del dì perché i guerrieri del suo esercito possano ammazzare più uomini possibili, tanto da farne risultare un macello di inaudite proporzioni. E bisognava credere che il sole e la luna si fossero realmente fermati, pena l’anatema. Niente di più assurdo, ma il terrore di essere braccati e il sentore delle fiamme sotto i piedi faceva sì che si dovesse almeno dare a intendere di credervi. Era un gioco di doppia mandata: l’una e l’altra delle parti sapevano di essere coinvolte in un ruolo fantomatico, ma c’era un ideale da salvaguardare, quello dell’inganno, e quest’ultimo ebbe la via facile a prevalere. Ipocrisia pura, alimentata dalla paura e dalla coercizione al consenso. Così le cose andarono avanti per secoli, veramente i secoli bui del Medioevo, come si usa dire. Niente di più evidente: se quanto recitano i testi sacri più non si confà alle scoperte scientifiche in atto, allora è sufficiente negare la veridicità di tali scoperte e imporre la versione che più fa comodo ai detentori del potere. Siamo al limite della follia. Oggi non pensiamo siano possibili decisioni così travisate e travestite, seppure penso ci siano persone che sarebbero disposte ad accettare qualsiasi enormità di enunciato se questo provenisse da una personalità venerata per particolare carisma. Nel Medioevo la cosa era possibile perché chi ne sosteneva l’applicabilità era un potere temibile, un potere che proveniva dalle mani di Dio e per ciò stesso indiscutibile, ma anche finemente deterrente. E ancora una volta di scena questo povero Dio manipolato in mille modi a seconda delle necessità del momento.
Per i più smaliziati l’avallo alle idee retrograde sostenute dalla Chiesa cattolica costituiva un’accettazione di comodo, un muto compromesso per non essere disturbati negli affari quotidiani e nel ritmo di vita abituale di medio-alto livello. Se il nuovo stile di pensiero, quello che riapparve nel Rinascimento, avesse attecchito tra le folle, allora ecco che l’uno dopo l’altro sarebbero potuti cadere i pilastri che reggevano l’ideologia cattolica e la Chiesa romana avrebbe visto indeboliti o addirittura minati alla base il proprio prestigio e il proprio potere temporale. In mano ai portatori della Legge di Dio la soluzione apparve facile; per un motivo o per l’altro nessuno avrebbe osato opporsi alle imposizioni dottrinali, tutti chinarono il capo e flessero il ginocchio di fronte all’inganno, che ne fossero consapevoli o meno.
Iniziava il XVII secolo allorché la Chiesa cattolica si scagliò contro le posizioni assunte da alcune menti illuminate in materia di conoscenze astronomiche: Così Giordano Bruno, così Copernico e Galilei. Giordano Bruno, poi, fra tutti esprimeva ipotesi estremamente minacciose per la solidità dell’impianto fideistico cattolico. Il suo preconizzare la presenza di infiniti mondi, che scalzava il primato della Terra da centro dell’Universo, minava alle fondamenta le credenze coltivate e mantenute dalla Chiesa cattolica, fondate su quanto discendeva dalle Sacre Scritture.
In quanto a Galileo Galilei, allorché lo scienziato riprese le formulazioni già proposte da Aristarco di Samo, erano trascorsi ben venti secoli di inspiegabile silenzio. Così per quanto riguarda la lunghezza del meridiano terrestre, oggetto di studio, fra gli altri, ed elaborato da un Archimede tre secoli prima dell’avvento di Gesù Cristo, ripreso soltanto trascorsi venti secoli, lo stesso lasso di tempo da quando Pitagora asserì essere la Terra di forma rotonda, mentre al tempo di Colombo e della scoperta dell’America, fine secolo XV, molti studiosi e la massa del volgo erano convinti ancora si dovesse considerarla come una superficie piatta.
L’arrendersi della sapienza cattolica di fronte a prove inconfutabili dovette attendere l’anno 1728, dunque secolo XVIII, per ammettere l’evidenza dei risultati conseguiti dalla ricerca scientifica, allorché l’astronomo inglese James Bradley realizzò la scoperta dell’aberrazione della luce, annunciata nel gennaio 1729 alla Royal Society. La sua scoperta fu anche la prova sperimentale definitiva della rivoluzione della Terra in orbita attorno al Sole.
Potrebbe sembrare strano, o almeno sorprendente, che un uomo, seguito da una dozzina di discepoli scelti fra un gruppo di umili senza particolare cultura né capacità di discernimento ad alti livelli di concettualizzazione, abbia dato corso al seguito della Storia dell’epoca presa in esame proiettandone i requisiti sino al punto del formarsi di una vera e propria istituzione con poteri persino illimitati sulle coscienze e sulla politica, tanto da riuscire a occupare un posto di primazia nei confronti di regnanti, di sapienti e, in via particolare, delle popolazioni nel loro insieme. Ripeto qui il concetto di fondo dell’ipotesi che vado formulando: una trasformazione epocale del genere descritto fu possibile in virtù della compresenza sinergica di almeno tre fattori: l’anelito al potere e la sete di conquista, punto fondamentale di azione in tutti gli stravolgimenti avvenuti nei secoli; il formarsi degli indirizzi religiosi che avrebbero preso in mano la direzione dell’educazione del pensiero fra le genti, soprattutto fra le persone semplici del popolo; infine una silenziosa e fine manipolazione della volontà collettiva onde ottenere il prezioso consenso delle masse. Questi tre attributi furono presenti contemporaneamente nelle politiche religiose e sociali sviluppate in seno alla Chiesa cattolica e agirono con processi di cementificazione così solidi da consentire all’istituzione religiosa di resistere a ogni avversità nel corso di due abbondanti millenni. Non per opera o per volere di Dio, beninteso, dal momento che di Dio era, è, il tempo dello spirito, non quello di meschini interessi epocali, ma bensì per l’astuzia, la lungimiranza, la malizia di pochi soggetti sorretti da intenzioni inattaccabili.
Quali conclusioni trarre da quanto esposto sin qui? Intanto alcune constatazioni: il metro con il quale il cristianesimo imponeva ritmi di vita coatti, improntati al piegare il capo per una rassegnata accettazione del sacrificio, dell’espiazione, della mortificazione, dell’umiliazione, il tutto rivestito di impellenti sensi di colpa nell’agire e nel pensare e, da parte delle autorità ecclesiastiche, una ferma espressione di intolleranza nei confronti di tutto ciò che non rientrava nei canoni cattolici, comprese le conquiste scientifiche e umanistiche indirizzate alla libertà della persona. Ciò che maggiormente i vertici del cattolicesimo temevano risiedeva nell’avverarsi, al termine di un periodo di quiescenza adeguatamente tenuto sotto controllo, del risveglio delle menti a un punto tale di forza propellente da superare ogni tentativo di contenimento. Allora non sarebbero serviti più le minacce della dannazione eterna, l’imposizione della calma con l’uso delle armi e della violenza fisica, le vessazioni e i soprusi più umilianti. Si sarebbe dovuto ricorrere a metodi più efficaci, garanti di successi immediato, e tali metodi confluirono in una politica di base, estesa e profonda, quella che si proponeva di mantenere la folla, il popolo minuto, nell’ignoranza nel modo più abominevole. E così fu per un lungo periodo di tempo: i metodi in questo senso adottati diedero ovunque i frutti sperati e il cristianesimo cattolico continuò a imperare.
Immagine di Copertina tratta da Medium.

