Ipotesi 3. Fedeli a una divinità malvagia
Gesù, nella sua vita pubblica, parlò in svariate occasioni alla folla che lo seguiva. Quando si trovava in privato, nella cerchia ristretta dei propri discepoli, non era solito risparmiare parole roventi, quasi avesse voluto dire di essere capitato in mezzo a n’accozzaglia di gente sbagliata, deviante, insensibile e persino perversa: “Voi avete per padre il diavolo… perché non siete da Dio”. Dunque un chiaro accenno alla versione fideistica che sottopone l’umanità di questo pianeta ai voleri di un Dio ribelle, malvagio e vendicatore, come preannunciato nelle pagine dell’Apocalisse di Giovanni: “E finiti i mille anni, satana sarà sciolto e uscirà dalla sua prigione a sedurre le nazioni che sono ai quattro angoli della terra, Gog e Magog, per adunarle a battaglia…” (Giovanni, Apocalisse, XX, 1-10). E sembra pure che la divinità del male ci sia riuscita, perfettamente persino; una profezia che ha avuto il suo epilogo indubbiamente consequenziale. Che, a pensarci bene, potrebbe essere personificata dal Dio degli Eserciti, onnipresente nelle vicende e nelle vicissitudini del popolo ebreo, assetato di vendetta, di sangue, roso dalla gelosia e furibondo verso il popolo eletto qualora questi lo tradisca per servire altre divinità. È un concetto, questo, che era già entrato nelle opinioni di una parte fra i primi cristiani, agli albori dunque del Cristianesimo, tanto che questi cristiani, per così dire deviazionisti o, meglio, negazionisti, rifiutarono di dare ospitalità ai testi biblici appartenenti all’epoca veterotestamentaria, perché composti sotto ispirazione di una divinità malvagia. Per questo appunto la Bibbia ebraica faticò non poco a trovarsi un posto fra i testi del Nuovo Testamento, tant’è vero che persino in seno alle prime comunità cristiane – non tutte per la verità – la Bibbia ebraica non era vista di buon occhio, proprio per il motivo che la sua paternità veniva ravvisata nell’ispirazione pervenuta da uno Spirito perverso. Si accosta a questo concetto la corrente degli gnostici, fautori di una conoscenza mistica stabilita direttamente con il Supremo, nel rifiuto di mediatori o indottrinatori sedicenti detentori della verità. Gli gnostici guardavano al corpo materiale che appartiene a ciascuno di noi come a un’entità di second’ordine, soggetta al volere, in questo mondo, di uno Spirito inferiore portato a perpetuare il male, molto simile al Dio del Vecchio Testamento.
Erano idee coltivate già nel primo secolo da uno gnostico di nome Menandro e dal suo successore Saturnino che avevano ravvisato in Yahweh ossia nella divinità protagonista dell’era veterotestamentaria il regnante malvagio del mondo terreno. In questa sfera di credenze, quella degli gnostici, si inoltrarono correnti come quelle dei marcioniti, credenti in una divinità imperfetta regnante sul mondo attuale, e dei montanisti, combattuti e sradicati entro l’ottavo secolo.
Fatto questo accenno al Dio del Vecchio Testamento è da specificare che, con il proprio nome di “El”, si serviva dell’appoggio di altre entità, ugualmente votate al male: Nebro, Yaldabaoth e Saklas. E così accade che il più degli uomini, ingannati dalle blandizie di queste entità minori, senza darsene per certo rivolgessero preghiere, invocazioni e adorazioni a quelle divinità così lontane dall’Assoluto che sta sopra ogni realtà. Di mezzo a queste divinità è annoverata altresì Sophia, la Sapienza, che volle vedere il Supremo nel volto e per questo suo atto di superbia cadde nel basso dando origine a un figlio, Saklas lo stolto e portando agli uomini messaggi fuorvianti gravidi di inganni e di illusioni. Al contrario, secondo il Vangelo di Giuda Gesù è venuto in terra per rivelare a tutti la Via che conduce alla Verità assoluta. Che risponda a realtà o a pura immaginazione, è comunque fantastico seguire quanto Giuda descrive nel suo Vangelo in merito all’apparizione del Creato. Tutto avrebbe avuto inizio con l’apparizione di una nube luminosissima dalla quale emerse un angelo, autogenerato, che da subito si industriò per creare ciò che l’Ineffabile aveva ordinato. Al suo servizio si presentò uno stuolo quasi infinito di altri angeli che furono adibiti a compiere l’opera allo scopo di adorare l’Invisibile al di sopra di tutte le cose.
Un aspetto oltremodo interessante all’interno di queste rivelazioni emerge in tutta la sua altissima dignità allorché appare la figura di Adamo, vivente nella luce da sempre, dotato di una natura molto superiore a quella delle altre divinità create; da qui il prestigio dell’umanità, dovuto alla sua sacralità originaria, in quanto esistente prima ancora della creazione dei mondi e degli stessi stuoli di angeli, destinata infine alle glorie dei Cieli per via della sua provenienza dai reami eterni. Una promessa rassicurante proviene, infine, dalle rivelazioni del Vangelo di Giuda, secondo le quali lo stesso Giuda ci vuole convincere che noi, come tutta l’umanità, siamo di molto superiori a quei demiurghi e a quegli arconti che avevano le mani sulle sorti dei popoli in epoca veterotestamentaria, perché essi non erano altro che Spiriti di rango inferiore, ricchi soltanto di malvagità e di inganno ma che, tuttavia e per buona sorte, finiranno per ravvedersi e rivolgere i propri passi sulla via della Verità.
La divinità malvagia di cui si è detto nelle righe precedenti, contrapposta al Dio fonte di amore, rientra nell’approvazione del vescovo Marcione che fu considerato acerrimo nemico della Chiesa cattolica. Marcione era, per così dire, un rivoluzionario, ma uno di quelli, a mio parere, che avevano scoperto il vero volto della Rivelazione. Era figlio del vescovo di Sinope (città della Turchia, nella penisola di Boztepe). Fu fondatore di una setta molto prossima alla visione apportata dalle dottrine gnostiche. Di sua mano è un’opera che tratta della sua concezione diteista ossia delle contraddizioni rilevate fra l’Antico e il Nuovo Testamento, dichiarate fra loro inconciliabili. Pose in risalto l’estrema differenza fra il Dio della bontà che assunse in Gesù Cristo un’apparenza di umanità e il Dio spietatamente giusto adorato dal popolo ebreo, un demiurgo al quale è dovuta la creazione del nostro mondo in preda al male. I patriarchi e i profeti dell’Antico Testamento, sostiene Marcione, erano ben lontani dal conoscere il vero Dio della bontà. Addirittura, dice Marcione, neppure i suoi discepoli conobbero chi realmente era Gesù, impastoiati com’erano dagli obblighi imposti dalla religione ebraica. Nulla ci è rimasto sfortunatamente delle opere di Marcione, se non alcuni indizi soltanto tratti dal suo oppositore Tertulliano nel suo lavoro “Adversus Marcionem” (Contro Marcione). Come da logica conseguenza ci si potrebbe attendere, Marcione fu scomunicato e colpito da anatema; i suoi scritti distrutti.
Ipotesi 4. Verità e ispirazione
I quattro Vangeli adottati dalla Chiesa cattolica, così viene tramandato, furono composti per contenere in assoluto e trasmettere la Verità. Verità, c’è da chiedersi, su che cosa? La risposta immediata dice: sulla rivelazione di Gesù e dei profeti, sui dogmi e sulla realtà spirituale della persona, sulle interpretazioni e sugli ammaestramenti di Santa Madre Chiesa. E va bene, ma fino a un certo punto. Intanto perché quel concetto arcano di ispirazione fa molto pensare. Facile dire: parlo per ispirazione. È un procedimento al quale possiamo dare dignità di esistenza? Che cosa vuol significare in realtà il termine ispirazione? Come si genera, quale la sua provenienza, quali i motivi della sua applicabilità a persone e a circostanze di particolare rilievo? Ai tempi dei profeti e degli evangelisti si dava per certo, in ambito ecclesiastico, l’intervento dell’ispirazione nel lavoro della mente umana; oggi parlarne sarebbe un po’ fuori luogo. Ossia io posso inventarmi una teoria e fare di essa la mia convinzione fondamentale; domattina scendere in piazza declamando ad alta voce quanto il mio raziocinio ha partorito. Oppure più silenziosamente potrei sostenere che, mentre scrivo in questo preciso momento, scorro parole su parole per pura ispirazione. Sarei solo, è vero, chi potrebbe seguirmi nella mia convinzione, al punto di farsene sostenitore presso il pubblico in piazza, non sarebbe dato trovarlo. Il risultato già me lo prefiguro: mi prenderebbero per un folle che si è bevuto il cervello e tirerebbero avanti per la loro strada. Neppure il rogo se pronunciassi frasi sconvenienti, non è più cosa, siamo nell’era digitale, quella dei matti, e di matti ne troviamo da tutte le parti.
Eppure i Testi sacri sono stati composti, così afferma la tradizione cattolica, sotto ispirazione divina, ora in sogno ora per opera di una mano nell’atto di scrivere. Forse un concetto così astruso come quello dell’ispirazione divina poteva attagliarsi con facilità alla mentalità, alla cultura, alla malleabilità delle menti di gente vissuta nella semi-ignoranza e di molto impressionabile, come poteva essere un popolo di pastori. Oggi farebbe tutt’al più sorridere. Eppure una marea di fedeli segue una dottrina che a quel modo di pensare è rimasta saldamente ancorata, ancora oggi per l’appunto. L’enciclopedia Rizzoli-Larousse alla quale affido le mie consultazioni ne dà la seguente definizione: “L’influsso carismatico soprannaturale esercitato da Dio sugli agiografi, perché questi scrivessero tutto e solo quello che Dio stesso voleva fosse scritto e tramandato alla Chiesa”. All’ispirazione divina fu attribuito valore così inconfutabile di verità da farne assumere i termini di un dogma, come stabilito nel Concilio di Firenze del 1441, in quello di Trento del 1546, nel Concilio Vaticano I del 1870, ribadito e precisato con l’enciclica “Humani generis” di Pio XII nel 1950 e con il Concilio Vaticano II nella costituzione “Dei Verbum” del 1965. “Secondo la dottrina cattolica, l’ispirazione divina… attribuisce allo scrittore… il carattere di causa strumentale rispetto a Dio, causa principale”. Tutto chiaro? No, proprio per niente! Intanto il valore semantico di alcuni termini. Si dice di influssi carismatici. Ebbene, se per carisma intendiamo dono o doni spirituali straordinari come capacità di operare miracoli, di esporre profezie “concessi transitoriamente dallo Spirito Santo a gruppi di individui per il bene generale della Chiesa”, allora abbiamo anche la possibilità di adeguarci a quanto tramandato. Convalidiamo pertanto ciò che è stato scritto sull’Antico Testamento, non importa da chi. La garanzia risiede nell’ispirazione divina. Ma questo termine, ispirazione, continua a essere qualcosa forgiata da menti umane, vestita con abiti lussuosi e intoccabili nel nome di un dogma. Questa era la volontà di Dio. Ma anche quest’ultima affermazione proveniva da decisioni strettamente umane. Quindi fedeli al dogma, tutti, pena l’anatema. Tutto questo potere in nome di Dio e distribuito da Dio? Infine, si parla di Dio – e ne sono qui costretto anch’io per riferirmi a un soggetto mentalmente preciso, benché sconosciuto – come se chi ne fa uso di fabulazione lo conoscesse per antica tradizione, come se fosse un amico d’infanzia frequentato per lunghi anni, del quale si sa ogni aspetto e per il quale è possibile prevedere ogni mossa decisionale. Tutto questo guazzabuglio di credenze imposte e attecchite come la gramigna sul terreno della credulità popolare, ben impacchettato viene spedito nel retaggio culturale di ogni credente per mano di un’autorità sorretta dallo Spirito e che quindi non può, in assoluto, incorrere in errore. E il volgo bonario e timoroso non fa obiezione. Anche e soprattutto perché, oltre alla possibilità di essere ispirati da una volontà superiore, ci viene comunicato che la suprema persona che regge le sorti della Chiesa cattolica gode dell’infallibilità allorché si esprime in materia di fede e di morale, perché detentrice della verità rivelata.
Già qui un’obiezione pare doversi apporre a ogni parola di ogni nuova frase. Tutto un susseguire di concatenazioni di termini che si giustificano vicendevolmente: verità, rivelazione, profeti, ispirazione, infallibilità, intervento dello Spirito Santo; tutti vocaboli, in sostanza, di chiara fattura umana. La loro fonte, la loro essenza, rimane inaccessibile. Vediamo poi che, anche nel caso qui preso in esame, pure l’infallibilità del papa fu definita dogma della Santa Chiesa cattolica nel Concilio Ecumenico Vaticano I del 1870. In quella sede si stabilì che il papa, nel momento in cui definisce solennemente “una verità riguardante la fede o i costumi, gode di tale infallibilità e pertanto le sue definizioni sono sottratte a ogni possibile smentita o correzione sostanziale”. E l’anatema era pronto e a portata di mano contro chi non ne avesse accettato la vantata verità. – Bella definizione, un parlare che ritorna su se stesso, inesorabilmente. Non c’è altra scelta: ispirazione, infallibilità oppure anatema. La Storia dei papi, soprattutto quella segnata dagli anni del medioevo cristiano, ci racconta di episodi e di personalità a tratti sconvolgenti, eppure si dice che da quelle personalità, in atteggiamenti appropriati, provengono voci di verità alle quali è d’uopo credere. Scorrendo ancora la Storia dei papi e della loro Chiesa ci si trova del tutto spiazzati allorché scopriamo che il dogma dell’infallibilità assume colori diversi a seconda delle opinioni – rivelate, infallibilmente – propugnate dall’uno e dall’altro pontefice. Prendo a esempio la visione mutevole sulla definizione della Trinità divina. A Costantinopoli nell’anno 680-681 era stato convocato un Concilio con lo scopo di condannare l’eresia monotelita che, sorta in Oriente nel VII secolo, proclamava l’unicità di operazione e di volontà in Gesù Cristo. Riprendo qui un concetto già in precedenza elaborato al precedente “Nodo 2. Fatti inspiegabili”.
Intanto spendiamo qualche parola per approfondire il significato di “monotelita”. Chiamiamo in scena il patriarca di Costantinopoli Sergio che si prodigava per ristabilire l’unione con i monofisiti i quali sostenevano esistesse una sola natura in Gesù Cristo. Promotore del movimento cristologico era un certo Eutiche di Costantinopoli, forte dell’appoggio assicuratogli dalla corte imperiale. Le tesi di Eutiche subirono la condanna nel corso del sinodo di Costantinopoli dell’anno 448 per opera del vescovo Flaviano. Eutiche venne di poi assolto nel Concilio di Efeso del 449 e condannato una seconda volta nel Concilio di Calcedonia del 451 con la solenne ratifica delle due nature, umana e divina, in Gesù Cristo.
Avendo scomodato il patriarca Sergio, c’è da dire che costui giocava di opportunità: con lo scopo di raggiungere l’unità religiosa in Oriente, diede forma a una dottrina che stabiliva un’unica energia e volontà in Gesù Cristo, salvando così capra e cavoli ossia le definizioni del Concilio di Calcedonia e la possibilità di riacquistare il ritorno dei monofisiti nella Chiesa di Roma. Giunti all’anno 680 del Concilio di Costantinopoli ci troviamo di fronte alla condanna dell’eresia monotelita nella enunciazione contemporanea di verità di fede secondo la quale in Gesù Cristo sarebbero permanenti una volontà divina e una volontà umana. Chi avrà avuto ragione? È la stessa domanda che possiamo porci di fronte a un’altra espressione dibattuta fra le varie propagazioni della Chiesa e quella riguardante il promanare della terza Persona della Santissima Trinità, lo Spirito Santo: soltanto dal Padre o anche dal Figlio? Oggi la Chiesa cattolica insegna che lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio “come da un solo principio, come loro reciproco amore”, e qui mi affido ancora all’enciclopedia da me consultata. Ma non fu sempre così. Punti di vista divergenti sulla questione in parola scatenarono vere e proprie lotte di interpretazione letterale del caso. Già nel 381, corrente il Concilio di Costantinopoli, non fu detto chiaramente se lo Spirito Santo procedesse anche dal Figlio oltre che dal Padre e questo dato di fatto fu all’origine delle controversie sfociate nei confronti della dizione “filioque” (dal latino: e dal figlio).
Vediamo più nel concreto. Nella recitazione del Credo cattolico, di antica marca nicena (325), si pronunciano le parole “che procede dal Padre e dal Figlio”, espressione che nel Concilio di Nicea del 325 non trova ospitalità. L’imperatore Costantino, a capo del Concilio, non aveva pensato a questo dettaglio o non gli aveva attribuito la dovuta importanza. Ne troviamo invece menzione nel Concilio di Saragozza del 380 e nei Concili di Toledo dal 589 in poi. Fu però papa Leone III (Leone fu lo stesso papa che nel giorno di Natale dell’anno 800 incoronò l’imperatore Carlo Magno), accortosi che il confronto andava assumendo pieghe diverse a seconda delle svariate interpretazioni, a decidere la disapprovazione per l’espressione “filioque” (e dal figlio) nelle parole del Credo cattolico, quello risalente a Costantino in Nicea (325). Ma, mutando i venti nel volgere degli anni, occorse a papa Benedetto VIII l’onere di accettare l’espressione contestata all’interno dei Testi elaborati dalla Chiesa. Non si riuscì però a dirimere la questione dibattuta allorché Fozio, patriarca di Costantinopoli nel IX secolo, colpì di eresia i Latini che ammettevano l’introduzione del sintagma “e dal Figlio”. Questione che non perse mordente e si protrasse sino al 1439 quando, con il Concilio di Firenze, si concluse che la Chiesa orientale facesse propria l’espressione “filioque”. In Spagna, nella regione della Nuova Castiglia, sorge la città di Toledo, sede arcivescovile e importante centro spirituale, ospitante ben diciotto concili. In uno di questi, anno 447, si ribadì la verità per cui lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio, verità successivamente sconfessata nel Concilio di Aachen (Aquisgrana, nella Renania-Westfalia) nell’809 e riportata in auge poco dopo da papa Benedetto VIII.
Non si riesce, in conclusione, ad arrivare a capo di questo alternarsi di verità in contrasto l’una con l’altra, eppure si dice che i papi, nel deliberare su materia di fede, erano infallibili perché sorretti dalla sapienza divina. Un bel problema per il Padreterno che si vedeva chiamato in causa ora dall’una ora dall’altra delle parti contendenti, con in mano la sentenza dell’infallibilità papale senza sapersi decidere su quale dei dissidenti farla discendere. E intanto le dispute succedutesi sull’una e sull’altra verità di fede portarono a scontri anche violenti e a qualcosa come ventinove scismi. Ricordando poi le dispute sorte contro il potere imperiale la Chiesa cattolica arrivò al punto, come osservò Jean Jacques Rousseau, di decidere “che la Chiesa ha diritto di decidere”, supremo esempio di autoritarismo assoluto.
Immagine di Copertina tratta da Wikipedia.

