Cinque Ipotesi
Ipotesi 1. Salito al Cielo?
L’ipotesi che potrei formulare mi suggerisce che qualcuno, agli alti vertici della gerarchia cattolica, già prima che si compisse il primo millennio coltivasse seri dubbi attorno alla veridicità di dogmi fondamentali come quello della risurrezione e dell’ascesa al Cielo. Se, in seguito a una serie di ricerche, fosse stato scoperto e identificato il corpo di Cristo? Sarebbe sopravvenuta di conseguenza la fine di tutto ciò che rientra nell’ammaestramento elargito dalla Chiesa cattolica nei secoli, una fine improvvisa, terrificante, un baratro che si sarebbe aperto per gli obiettivi ai quali da sempre muove Santa Madre Chiesa. “Se Cristo non è risorto – dice Paolo – è vana la vostra fede… anche quelli che si sono addormentati in Cristo sono perduti”. Terribile presagio nelle parole di Paolo il quale comunque apre la possibilità di pensare a una versione differente dell’accaduto tramandatoci, altrimenti non sarebbe ricorso all’uso di quel “se”. Non crediamo in Gesù risorto? Allora siamo per sempre condannati. Si fa dunque per noi di estrema necessità, visto che della risurrezione di Gesù non possiamo avere la certezza storica né scientifica, ribaltare la situazione e ragionare così: “Noi vogliamo salvarci dalla dannazione eterna, allora crediamo e proclamiamo che Gesù è veramente risorto e salito al Cielo, anima e corpo”. Così, per pace di tutti. Come dire che la paura di essere dannati e di perderci in un vuoto irriconoscibile ci rende credenti, che lo vogliamo o no, che lo desideriamo o no.
Un’occhiata tuttavia alle pagine del suo libro, e scopriamo che Carsten Peter Thiede (La nascita del Cristianesimo, Mondadori 1999) annuncia la scoperta, effettuata a Gerusalemme, di nove urne su cinque delle quali erano riportati i nomi di Giuseppe, Maria, Gesù figlio di Giuseppe, Giuda figlio di Giuseppe e Matteo.
Già nel secondo secolo emergevano punti di vista e interpretazioni in varie direzioni e in disaccordo fra loro sull’espressa verità della risurrezione e dell’ascensione al Cielo di Gesù. In tale ambito emerge la figura di un accanito difensore della verità rivelata da Giovanni e da Paolo ossia Ireneo, originario dell’Asia Minore, vescovo di Lione, che ben presto ebbe a scontrarsi con esponenti delle idee opposte, fra questi Valentino e Tolomeo. Stavano contemporaneamente venendo alla luce testi evangelici dichiarati apocrifi, come il Vangelo di Verità attribuito a Valentino, il Libro Segreto di Giovanni, il Vangelo di Tommaso, il Vangelo di Giuda, il Vangelo di Maria Maddalena e numerosi altri, si disse di una cinquantina di versioni, un vero pandemonio per chi volesse inoltrarsi nella conoscenza dei relativi contenuti. Ovviamente tutto ciò sarebbe stato da condannare come frutto di eresia, ed è ciò che si affrettò a fare Ireneo. Per il vescovo Ireneo il momento sostanziale della rivelazione risiedeva infallibilmente nel Vangelo di Giovanni dove l’origine divina di Gesù è proclamata senza ombra di dubbio, così come l’essere Gesù della stessa sostanza del Padre, generato, non creato. La versione di Ireneo si vestì di potere temporale allorquando l’imperatore Costantino accondiscese ad avallare la verità della consustanzialità di Padre e Figlio. Si affiancarono a questa linea di fede i vescovi Alessandro e Atanasio di Alessandria, ma contro di loro si schierarono ben presto i vescovi della Siria, della Palestina, dell’Asia Minore con in testa il primo contestatore della tesi di Ireneo, il noto Ario. Fu in quest’epoca, siamo ora nel quarto secolo, che si sviluppò una lotta accanita contro i testi eretici, soprattutto a opera di Atanasio che si prodigò assiduamente per la distruzione degli scritti apocrifi, quelli che contenevano certe allusioni non proprio velate al verificarsi dei fatti relativi alla fine di Gesù in Terra, dandone interpretazioni non gradite ai Padri della Chiesa.
Si sa che a partire dal 367 fu proprio Atanasio di Alessandria a redigere un elenco di 27 scritti che avrebbe costituito il materiale da ascriversi al Nuovo Testamento. Prendeva così una posizione stabile il compendio di testi ai quali era d’obbligo credere senza pregiudizi di sorta. Facciamo un passo avanti e portiamoci all’anno 1076 allorché Gerusalemme cadde in mano ai Turchi, scatenando il complesso di rivalse della Chiesa per la perdita dei luoghi sacri dove si compirono la passione e la morte di Gesù. Ma i Turchi non avrebbero trovato granché dei resti storici di cui si parla, giacché ancora nel secondo secolo era stato l’imperatore Adriano a portare una distruzione totale su quei siti. Della eventuale sepoltura di Gesù, quindi, non si sarebbe trovata traccia. Ma il dubbio di cui ho detto poc’anzi permaneva nelle alte sfere, e non solo, della cattolicità, se mai qualche reperto rivelatore fosse stato rinvenuto ad addurre tracce di un corpo rimasto in terra anziché scomparire perché asceso al Cielo. Impellente sarebbe diventato l’intraprendere una corsa per prevenire eventuali ricognizioni pericolose per l’ideologia cattolica di matrice paolino-giovannea. La presa di Gerusalemme da parte dei Turchi agli albori del secondo millennio fu considerata un buon pretesto per intervenire in Terra Santa onde riappropriarsi dei Luoghi Sacri e garantire vie sicure ai pellegrini che vi si sarebbero recati. Ecco allora le Crociate, gli Ordini religiosi, i Templari. Qualora, poi, alcuni interpreti delle ricerche avessero vantato il ritrovamento di elementi capaci di riportare l’attenzione a resti o a indicazioni riferiti a un sepolcro contenente qualche reperto organico che avesse permesso di risalire al corpo di Gesù, allora l’uragano sarebbe sicuramente scoppiato. Distruggere le prove, dunque, diventava l’imperativo del momento, non restava altro da fare, e far scomparire qualsiasi elemento materiale valutato come indizio pericoloso nel tentativo di sfatare il mito, così diventato, della risurrezione. Altrimenti la notizia sarebbe stata avvalorata da frenetiche ricerche successive, sarebbe corsa in modo sfrenato nel mondo dell’informazione popolare e avrebbe contribuito a far crollare a precipizio l’intera incastellatura che reggeva il compendio delle verità rivelate. Dunque la preoccupazione primaria per la difesa dei Luoghi Sacri andava sfumando nell’originale intenzione lasciando piuttosto spazio, a guisa di cortina fumogena disorientante, al grave timore che fossero scoperti resti attinenti alla persona fisica di Gesù. Perché il dubbio aveva preso il sopravvento nella consapevolezza dei dotti ecclesiasti e la gravità del caso era troppo grande, immensa per non decidere di intervenire, con ogni mezzo, anche con le armi, così come stanno a dimostrare le campagne crociate.
Viene persino da pensare che quel dubbio avesse avuto origine non di gran lunga successivamente al sacrificio di Gesù, se l’imperatore Adriano, come detto poco sopra, in seguito alla vittoria sulla rivolta antiromana scoppiata nel 132, fece scempio dei Luoghi Sacri, compresa l’area dove sarebbe stato sepolto Gesù. Pare che una spinta irresistibile avesse mosso, così precocemente, le coscienze di un certo ceto sociale a cancellare eventuali tracce resistenti della tradizione ebraica. Che, poi, Elena, madre di Costantino, nel quarto secolo avesse rinvenuto sia il luogo della sepoltura di Gesù sia il legno della Croce della passione del Messia, tutto ciò sa molto di posticcio e di artificiale nel novero delle verità storiche che, nel caso trattato, di storicità sono assolutamente prive. Detto questo, va rilevato pertanto che ancora ai tempi nostri lodiamo e adoriamo una divinità perdendo di vista la vera distinzione che intercorre fra il divino inconoscibile, ineffabile, inarrivabile e l’umana natura limitata, caduca, oberata di miserie. Ma il dubbio permane e le menti libere non trascurano di far fronte a ulteriori perplessità.
Ipotesi 2. Veridicità dei Vangeli
Un interrogativo di tutto interesse prende forma dalla lettura di alcuni fatti descritti nei Vangeli se posti a confronto delle profezie che li preannunciarono con largo anticipo. Molte cose narrate si avverarono, si dice, perché si compissero le profezie. Il dubbio nasce dal chiedersi se possiamo essere sicuri della genuinità e della incorruttibilità sia delle profezie dell’Antico Testamento sia degli eventi enumerati nelle scritture del Nuovo Testamento. A una lettura immediata pare di poterne ravvisare la buona corrispondenza e di poter affermare che tutto ciò che fu scritto nei Vangeli corrispondesse a quanto profetizzato molto tempo prima che Gesù Cristo venisse al mondo. Ma poi, spingendo più a fondo la riflessione, dovremmo anche domandarci quali siano le prove da addurre a conferma di tale corrispondenza di significati letterari. Prove storico-scientifiche non è dato poterne reperire. Tutto starebbe nel credere che ogni espressione scritta sia “Parola di Dio”. Ma anche quest’ultima dichiarazione non è altro che parto della mente umana e resta valida per chi ci vuole credere. Ossia si tratta di un problema di fede. Se vuoi, puoi credere, altrimenti volgiti da un’altra parte. Ma il dubbio persiste e non desiste dal pungolare le menti curiose e avide di sapere.
L’ipotesi che vado cercando di sviluppare, in sostanza, si pone come antitesi a quanto rivelato nei secoli dalla sapienza ecclesiastica, e con questo rientra senza dubbio in un palese concetto di eresia. E allora inoltriamoci nell’eresia: per avvalorare la tesi che tutto successe nella vita di Gesù e agli albori della Chiesa come era stato profetizzato, era necessario affermare che il copione secondo il quale si svolsero i fatti si sovrapponeva con margini perfettamente corrispondenti a ciò che proveniva dalle Sacre Scritture di epoca veterotestamentaria. Nulla di più facile se si riesce a capovolgere la situazione. Ovvero diciamo che le cose andarono così e così in modo che non si discostino di una virgola da quanto enunciato in epoche remote. Si tratta di un vero e proprio arrangiamento con lo scopo di creare affinità e di attribuire alle parole dei profeti una veridicità di origine divina, quindi indiscutibile e intoccabile. Ma allora sarebbe stato necessario rivedere e analizzare i contenuti dei Vangeli per accertarsi che tutto filasse liscio, che le cose narrate fossero l’eco sicura di quanto rientrava nelle profezie.
Ed ecco pronto un secondo anatema perché, al seguito di questa mia ipotesi, non soltanto mia per il vero, vado ad ammettere che i dotti sapienti ai quali era dato di mettere mano nelle pagine delle Scritture si fossero accorti che non tutto combinava nel senso della similarità di eventi di cui sto scrivendo. Immagino che decisioni basilari fossero state prese durante le lunghe sedute del Padri della Chiesa, quelli che diedero al proprio operare il nome di Patristica (scienza teologica adibita alla speculazione teologico-filosofica dei primi secoli dell’era volgare, alla fissazione dei dogmi, in continuità con il pensiero di Platone) e di Scolastica (tradizione del pensiero teologico e filosofico del Medioevo cristiano, fondata sulla Chiesa depositaria della tradizione e detentrice illuminata della verità e della contro-verità, per la testimonianza dei dotti, della gerarchia ecclesiastica e delle declamazioni autorevoli ereditate dalle epoche precedenti).
Questo mio punto di valutazione della realtà trova riscontro anche nel carattere proprio dei Vangeli, poiché non sto parlando soltanto dei quattro canonici adottati dalla Chiesa cattolica, ma di una varietà di testi da essi discendenti, scritti dapprima in greco, quindi tradotti in copto, sparsi fra una serie di opzioni religiose, ciascuna delle quali vantava il possesso di un Vangelo che era giudicato l’unico, il solo a contenere parole di verità, e a condannare come eretica qualsiasi altra versione difforme dalla propria, fosse stato anche soltanto per una serie di particolari.
Nello scorrere le pagine del Vangelo di Giovanni si leggono alcuni episodi che hanno come trama il rivolgersi della Chiesa anche ai cosiddetti Gentili oltre che al popolo ebreo. Se, però, Gesù aveva affermato di essere venuto per le sole pecore di Israele e, in altri contesti, avvertiva i propri discepoli di tenersi adeguatamente lontani dai Gentili, quasi questi portassero la peste, non si riesce a giustificare il prosieguo della narrazione evangelica – cito ancora Giovanni – in una perdita di confidenza progressiva nei confronti del popolo ebreo e in un parallelo avvicinamento ai pagani ossia ai Gentili che non discendevano dalla stirpe ebrea. L’ipotesi che sto cercando di sviluppare mi suggerisce di pensare a quale futuro sarebbe stato riservato per quella comunità primordiale di pescatori che aveva lasciato famiglia, lavoro e beni personali per seguire Gesù e per ascoltare i suoi ammaestramenti. Probabilmente sarebbe stato come un fuoco di paglia, non si sarebbe trovata persona o comunità disposta a credere a quelle declamate verità, così apparentemente pregnanti di superstizione, predicate dagli apostoli. Per sfondare, dunque, ci sarebbe voluto un motivo forte, sorretto da un potere già collaudato nell’ambiente degli ascoltatori. Ora accadeva che il popolo ebraico non fosse in grado di dare segni vigorosi di progresso per far maturare l’ideologia neonata. Quel motivo tuttavia esisteva, ma al di fuori del contesto ebraico. Si doveva pertanto volgere lo sguardo in direzione diversa onde ottenere la garanzia di prosecuzione di un discorso dai risvolti promettenti. I Gentili, dunque, l’ambiente culturale greco e, più tardi, la Roma imperiale sarebbero potuti diventare i garanti del progresso agognato. Questo, Giovanni l’aveva capito e ancor più Paolo che si fece paladino di Gesù, entrambi poggiando il proprio parlare sulla definizione di Gesù Maestro fra gli uomini ma nello stesso tempo Dio in terra, vero Dio della stessa sostanza del Padre come sarà decretato nel citato Concilio di Nicea l’anno 325. Chissà, si potrebbe anche argomentare, i Vangeli negli anni della loro stesura forse avranno goduto di quel carattere di genuinità che li rendeva consoni alle parole di Gesù, alla luce della legge mosaica. E forse si attuò fra le loro pagine, nel tempo, una sorta di trasformazione conseguita a manipolazioni varie, come già ho avuto modo di accennare, come dire una sorta di aggiustamento al corso degli eventi annunciati. Ci sono poi, nei Vangeli, camuffamenti di fatti reali e stravolgimenti di scene descritte alla bisogna. Vedasi ad esempio la parte riguardante la strage degli innocenti. I Testi sacri ne disegnano il profilo presentandoci un Erode feroce che, appena recepite le novità dai Magi, si fa premura di sbarazzarsi del presunto futuro re di Israele architettando un eccidio di massa che non avrebbe certo risparmiato il temuto rivale. Una versione, questa, che sa molto di fiabesco, che parla di un orco pronto in qualche modo a divorare i suoi futuri sudditi impedendo loro l’accesso alla vita. Più verosimilmente posso trovarmi d’accordo con quanto sostiene Robert Eisenman nel suo lavoro di ricerca (Codice Gesù, Edizioni Piemme S.p.a., Casale Monferrato – AL 2008). Ovvero la realtà storica avrebbe svelato un altro volto di quel massacro comandato. Eisenman narra qualcosa di interessante nei riguardi dell’aspetto genealogico legato alla vicenda in parola. Dice che Erode, figlio di Antipatro (Antipatro l’Idumeo fu governatore dell’Idumea – regione a Sud del regno di Giuda – attorno al 70 a.C., nominato governatore da Cesare al quale era legato per motivi politici), continuasse l’opera del padre. Il loro obiettivo era l’eliminazione sistematica dei Maccabei a partire dai discendenti maschi. E qui abbiamo un palese corrispettivo della scena orrenda narrata nei Vangeli. Successe però che si diede una svolta anomala per Erode il Grande e i suoi successori sulla linea genealogica. Erode, dopo aver messo in ginocchio i Maccabei, decise di prendere in sposa l’ultima delle femmine rimaste nella discendenza dei Maccabei, l’avvenente Mariamne (di questa figura ho già dato notizie a proposito del “Nodo 1. In tema di contraddizioni” e ne riprendo qui alcuni dettagli di particolare interesse) dalla quale ebbe due figli che presto nella mente di Erode divennero sospettato pericolo per la salvezza del trono, in quanto portatori di sangue maccabeo. I figli crescevano e in Erode si moltiplicavano dubbi tormentosi. Quando il sospetto divenne ossessione e motivo di paura per essere prima o poi spodestato e privato del trono dai due figli per metà maccabei, non fece altro che abbracciare una soluzione pazza e diabolica: mandò a morte i figli suoi e persino la loro madre, Mariamne, accusandola di infedeltà. Questa sarebbe la versione credibile secondo il punto di vista di Eisenman, che, ripeto, mi sento di condividere, soprattutto perché l’interpretazione dei fatti qui non avrebbe alcunché di fantasioso, quand’anche portata su un evento dalle tinte infernali. Quanto i Vangeli ci tramandano è una cosa nefasta, obbrobriosa, inaccettabile ossia quella di coniugare la venuta al mondo del Messia Salvatore, portatore di una rinnovata parola di amore e di perdono, con un massacro, lo scorrimento di sangue innocente e la disperazione inestinguibile di centinaia, di migliaia di madri: non un bel messaggio di augurio e di gaudio per la nascita di Gesù, affogata in breve tempo in un bagno di sangue. Molto strano che i Padri della Chiesa, responsabili della conservazione dei Testi sacri non se ne siano avveduti con sufficiente consapevolezza e non abbiano emendato l’incongruenza visibile a distanza con una esposizione della vicenda in forma meno crudele. Un’infelice svista letteraria davvero!
Sull’autenticità dei Vangeli molto si è discusso e dibattuto, ma la cosa che pare dare segni di approvazione è quella che si richiama a una molto probabile manipolazione effettuata dai dotti revisori a partire dal secondo o dal terzo secolo. I primi testi evangelici scritti in aramaico – vedi Matteo – e altre testimonianze concernenti i primi tempi della Chiesa sono andati smarriti o hanno lasciato all’attenzione degli studiosi soltanto una manciata di frammenti di difficile decodificazione. Una buona parte di questo lavoro fu tradotta in greco, ma in tale trasposizione letteraria si possono essere verificate interruzioni, perdite di informazioni, o anche sarebbero stati possibili aggiustamenti sino al punto di trasformare e stravolgere il significato originale legato alle affermazioni oggetto di elaborazione, tanto da rendere il contenuto, in non pochi casi, scarsamente attendibile.
Neppure i Padri della Chiesa e gli studiosi dei Testi Sacri furono sempre d’accordo sulle loro decisioni interpretative. Ne sono prova i confronti inconcludenti sviluppatisi su una serie interminabile di concili ecclesiastici e le prese di posizione inamovibili che portarono a creare distanze notevoli fra le varie correnti di pensiero. Era una tensione di conflittualità che maturò per molti secoli, fino all’esasperazione degli scontri dottrinali del XVII secolo fra Gesuiti e Domenicani, Gesuiti e Benedettini. Erano dispute che per lo più, sotto un velo di misticismo, celavano forti interessi politici, vuoi anche di prestigio e di potere personale.
Interminabili e conflittuali confronti si susseguirono a lungo per avvalorare o destituire la veridicità di questo o di quel Vangelo fra quelli presi in considerazione. L’apparizione di scene di discordia si verificò molto presto, poco tempo dopo appena la scomparsa di Gesù. Un vero e proprio scontro di opinioni era sorto di fronte all’esigenza di fondare la nuova fede su riti, credenze, comportamenti e interpretazioni della Parola di Dio. Quello che fu definito lo scontro più incisivo e più decisivo per il prosieguo degli insegnamenti del Messia fu la disputa serrata, a volte persino feroce, fra Giacomo il Giusto, fratello di Gesù, e Paolo di Tarso. Giacomo era il portavoce e il contrassegno del modo di interpretare la legge mosaica così come la intendevano gli esseni, gli zeloti, gli ebioniti e una parte dei sadducei per i quali esisteva soltanto una pura ortodossia in virtù della quale nulla, assolutamente nulla e mai, sarebbe cambiato del testo originario della Legge. Il messaggio che ne derivava, inoltre, era diretto esclusivamente al popolo ebreo, a una manciata, per così dire, di eletti che avrebbero ereditato il regno dei Cieli. Dalla parte opposta si poneva Paolo di Tarso il quale non disdegnava affatto dal rivolgere il messaggio divino a chi non era parte del popolo di Israele ossia ai cosiddetti pagani, coloro che appartenevano a una cultura avanzata ellenizzante. Nell’ottica di Paolo le restrizioni imposte dalla Legge di Mosè venivano scalfite alla base, per lo più abbattute e i fedeli potevano godere di una maggiore libertà di espressione nelle interpretazioni della Parola di Dio. Inoltre Paolo impose quella che fu il collante di ogni punto di vista, per quanto potesse essere stato investito di volontà divina. Era una matrice che meglio si accordava con lo stile di vita dei Gentili, come furono anche denominati i pagani dell’epoca, e che si prestava favorevolmente alla considerazione dei loro desideri e delle loro esigenze. Fra Paolo e il giudaismo venne dunque a crearsi un abisso di convinzioni, al punto tale che i fedeli alla tradizione veterotestamentaria furono accusati di deicidio, dopo che Paolo aveva stabilito l’identità di Gesù con la divinità. La versione giudaica della Parola di Dio era destinata ad andare in evanescenza, quanto più Paolo riuscì ad acquisire ascendente religioso, e forse anche politico presso la casa di Erode e persino presso quella imperiale.
Il tracollo dell’impostazione giudaica del messaggio di Gesù Cristo seguì un percorso obbligato nell’evoluzione storico-religiosa, grazie prima a Paolo, l’apostolo delle Genti, poi, tre secoli appresso, a Costantino il Grande. Ne provenne, è facile intuirlo, che anche le verità e le esposizioni narrative contenute fra le pagine dei Vangeli siano andate incontro a continui rimodellamenti per l’intervento dei dotti indaffarati a procurarne minuziose revisioni e opportuni accomodamenti che ne avrebbero garantito l’adattamento alla scena politico-sociale nei periodi storici via via attraversati. La fisionomia paolina del nuovo pensiero religioso era risultata vincente anche perché non appariva sgradita al potere romano, non si intrometteva nel groviglio degli interessi politici e si occupava esclusivamente di questioni trascendentali che non avrebbero celato alcuna minaccia né alcun pericolo per il potere costituito. Si trattava, poi, di presentare un regno lontano anni luce, con un re che non stava più su questo mondo e che mai e poi mai avrebbe voluto scalzare i romani dalle loro conquiste di occupazione territoriale.
Fu così che si trovarono contrapposte due posizioni, nettamente distinte sul piano politico-religioso, delle quali una sarebbe stata destinata a soccombere, diciamo pure per motivi di Stato e di stabilità politica. Al centro di entrambe le posizioni ancor sempre la figura di Gesù il Messia. Un Gesù che dapprincipio fu interpretato come il liberatore del popolo di Israele dal giogo dell’occupazione romana, un Gesù che riporta in auge quanto proveniva dalla “Profezia della Stella”, dalle rivelazioni dei papiri rinvenuti a Qumran, in netto atteggiamento anti-romano. A questa posizione si contrapponeva quella che traspare dai Vangeli e da quanto scrisse Paolo, affine a un movimento di chiara luce messianica molto vicina agli attributi culturali ellenizzanti e romani, forte dunque della sicurezza conferitale dall’appoggio a una potenza terrena, quella dell’Impero romano, che si presentava come sicura garanzia di progresso e di vitalità.
Le verità declamate nei Vangeli incontrarono una condizione favorevole per essere diffuse. Avvenne infatti che l’evangelista Luca fosse riuscito a stipulare un vero e proprio contratto orale con un ufficiale superiore, di nome Teofilo per il quale aveva composto una dedica accattivante. E Teofilo si impegnò a dare il via a un sistema di produzione degli scritti di Luca, già corrente il primo secolo dopo Cristo. Si arrivò a costituire una vera e propria dinamica di replicazione in forza della quale i testi duplicati si inserivano con facilità e rapidità fra le maglie culturali del tempo. Fu lo stesso imperatore Domiziano a favorire il succedersi della dinamica descritta, tanto da consentire l’edificazione di numerose biblioteche ricche di migliaia di volumi. Tutto andava per il meglio perché anche il sistema di comunicazione letteraria scritta e orale incoraggiò a produrre sforzi ulteriori per la diffusione del messaggio evangelico. Venivano così perfezionati i metodi di raccolta, di custodia e di ricopiatura dei testi antichi, fra cui quelli relativi alle Sacre Scritture.
Immagine di Copertina tratta da Catholic.com.


