Che cosa c’è di vero nella Bibbia? Parte 6 di 9

Dichiarazioni di un peso opprimente rinvenibili nel Vangelo di Matteo (X, 34 – XI, 12) lasciano ancora per lo meno basiti se non proprio esterrefatti. Ma che cosa voleva effettivamente dire Gesù? E perché ricorse a parole di violenza quando, in altre circostanze, esortava a essere miti, così come lo era stato lui? Se, pertanto, espressioni come quelle citate giungono inaccettabili a una persona adulta sana di mente, possiamo figurarci che cosa andrebbe a ribollire nella testolina di bambini in età evolutiva, alla perenne ricerca di un senso nelle conoscenze che vanno affrontando. Non da meno la predizione che Gesù rivela ai sui discepoli in merito alla fine dei tempi e al Giudizio universale dove le falangi di persone non allineate con l’ammaestramento del Messia, accantonate alla proverbiale sinistra di lui, saranno scaraventate nel fuoco eterno. Creature, anche queste, che vennero al mondo per volere di Dio e Dio, che tutto vede e tutto sa, avrà ben anche previsto quale sarebbe stato il corso della loro vita e la conclusione dannata. Perché, allora, li ha fatti nascere? Sapendo che sarebbero stati condannati fin dal loro primo respiro? E Gesù che con Costantino, a Nicea nel 325, fu proclamato “della stessa sostanza del Padre” quindi dotato di sapienza assoluta, e che si pone a giudice di una masnada di miserabili bollati da sempre e per sempre? Come può stare in piedi un para-sillogismo di tanta incongruità? Un Dio che si permette di concedere al demonio certe agevolazioni e certe vittorie facendogli dono di milioni di anime? Incomprensibile, ancora, per il raziocinio maturo, e noi dovremmo raccontare queste cose ai bambini, rassicurandoli che stiamo comunicando loro la “Parola di Dio”?

Oggi non capita sovente avere incontri ravvicinati con la divinità, ma nel Vecchio Testamento si trovano esempi di un Dio castigatore che folgora le proprie creature mostrando loro il proprio volto: lo vedi ma poi muori! Con qualche eccezione tuttavia, come accadde più di una volta a Mosè che vide Dio e con lui parlò e, nel particolare, attorno al tabernacolo alla presenza di settanta anziani fatti radunare da Mosè. Fu qui che il Dio d’Israele si portò cavalcando una nuvola che si era avvicinata al seguito del gruppo di anziani e da quella posizione fece infine udire la propria voce. Erano ben settanta i convenuti, oltre a Mosè, ad Aronne, a Nadab e ad Abin e nessuno di loro, benché potesse guardare Dio, subì alcun danno. Il libro dell’Esodo, che riporta questi eventi di tono narrativo, non dice se i presenti avessero visto anche il volto di Dio, probabilmente no perché non sarebbero usciti vivi da quell’esperienza straordinaria. Dice soltanto che videro la persona di Dio, notando i suoi piedi poggiati su una composizione di zaffiri a formare un diadema.

Sa tanto di fiaba questo racconto e, se lo leggete ai vostri bambini, l’effetto che ne sarà suscitato risulterà molto probabilmente di divertita sorpresa. L’aspetto mistico della scena qui riportata non troverebbe alcuna collocazione nell’insieme delle conoscenze trasmesse, anzi ne verrebbe irrimediabilmente allontanato.

Nodo 5. Chiesa e corruzione

Ricordo molto bene l’atmosfera pressurizzata di cattolicesimo che vigeva nella mia famiglia quand’ero bambino. Il nostro contesto era quello di persone tutte “casa e chiesa”. Allorché si dovevano affrontare problemi che avessero richiesto una sicura presa di posizione, gli adulti di casa non esitavano a dichiarare: “Chiediamolo al prevosto, lui sa e ci darà sicuramente un buon consiglio”. Io crebbi in tale ambiente nella piena fiducia per tutti i togati in nero che avessi frequentato. Accettavo persino di sottopormi a una settimana di particolare isolamento con alcuni miei compagni di sorte, per espletare i così detti “esercizi spirituali” per i quali eravamo ospiti di una casa curiale attigua a una basilica, ognuno di noi con una propria cameretta nella quale faceva bella mostra di sé quello strumento di imposta volontà, chiamato “inginocchiatoio”, forgiato in legno, che sarebbe dovuto servire per un raccoglimento del tutto individuale di preghiera. Nel corso dei pasti, poi, c’era sempre chi leggeva passi di natura religiosa dedicati preferenzialmente a gente della nostra età; per gli altri ossia per i commensali, silenzio assoluto, sorbire la razione di pasto con il divieto di conversare o di ridere. C’era sempre un istitutore al nostro seguito, che ci osservava e ci rammentava quali fossero i nostri doveri; ripeteva con fastidiosa frequenza: “Esse Esse, silenzio e serietà e non fatevi dire effe effe, fatti furbo!”. Io mi sentivo soffocato da quella sorta di patrocinio severo, ma anche un po’ offeso nella mia dignità di persona libera. Accadeva persino che, durante la breve sosta che seguiva al pasto di mezzodì, ci conducessero per una pausa nel cortile, un appezzamento cintato a guisa di fortificazione medioevale. A me piaceva moltissimo godermi i raggi benefici del sole primaverile, ma subito l’assistente, vedendomi fermo accarezzato da quel tepore, mi ridestava con una sferzata verbale “Muovere, muovere, passeggiare, non essere indolenti!”. Avevano timore che quell’atteggiamento da loro giudicato indolente fosse l’occasione per fabulare nella nostra mente chissà quali desideri di peccato carnale. In tutto ciò non riuscivo a scorgere altro che tanta e tanta malizia, e il mio senso morale si rivoltava con ribellione cosciente. Inquadrato com’ero ed educato com’ero stato mi trovai a collaborare con sacerdoti dedicati all’educazione dei ragazzini. Fu in alcune occasioni che mi avvidi della debolezza con la quale la struttura catechetica di quelle persone faceva acqua come una barca in avaria e potei constatare che “predicavano bene” ma nello stesso tempo predicavano per gli altri, mai per se stessi. Fu così che misi coraggio, mi occorse molta forza morale per pormi in atteggiamento critico, staccarmi piano piano da una realtà che intravedevo ormai velata di ipocrisia sino a prenderne le distanze e ad assumermi le mie responsabilità, in piena autonomia di giudizio. Di lì si formò dapprima una subdola curiosità di capire, poi il desiderio prepotente di fare chiarezza dentro di me. Mettendo mano a testi e a resoconti giornalistici venni a scoprire, e a sigillare di conferma, i miei sospetti ossia che le persone così dette di Chiesa non furono tutte sant’uomini. Anzi, la Storia racconta di scandali e di deviazioni morali fra le più abbiette, spesso consumate anche ai danni di povera gente costretta a lavorare duro per non morire di fame.

Ora è il momento di entrare più decisamente in argomento: il contesto ecclesiastico nel corso della storia della Chiesa cattolica non ha fatto eccezione all’urto delle passioni dettate dall’ingordigia, dalla bramosia di potere, dall’ambizione personale. Agli inizi del XIII secolo furono i Catari a battersi convintamente contro la corruzione che ormai dilagava fra le gerarchie cattoliche sempre più alla ricerca di vantaggi personali, di ricchezze, di apparati sontuosi di cui circondarsi, in una parola investiti da capo a piedi dal verme della corruzione.

Sulla stessa via dei Catari procedevano i Templari, sospinti dalla missione di risanare una Chiesa caduta nei bassifondi delle trappole tese da una divinità malvagia. I Templari se la videro brutta davvero quando, grazie a donazioni e ad aiuti finanziari elargiti da parte dei potentati che avevano a cuore la difesa dal profilarsi della minaccia costituita dai Turchi o da rivali pericolosamente agguerriti, si arricchirono rapidamente e il loro potere agì in modo che sorgessero aspre contese con i vescovi in materia di imposizioni fiscali, di riscossione delle decime, di questioni sul piano giurisdizionale. Le reciproche avversità sfociarono talvolta addirittura in scontri armati come successe, in forma assai cruenta, in Estonia nel 1343. Persino tra papi si accesero feroci dissidi in occasione della nomina al soglio pontificio quando importante era poter detenere il potere politico sulle masse. Porto l’esempio di Clemente VII e di Urbano VI. Il primo di questi due pontefici, considerato con la nomea di antipapa, tra il 1376 e il 1378 infierì sulla Romagna percorsa in lungo e in largo dalle sue bande bretoni. Lo elessero papa, spodestando dal trono pontificio il contemporaneo Urbano VI, motivo per cui lo si riconosce come il primo papa dello scisma d’Occidente. Il secondo, eletto senza che fosse stato investito dell’abito cardinalizio, prese il posto di Gregorio XI ma incontrò subito le contestazioni di tredici cardinali che non ne condividevano l’elezione e che gli contrapposero l’antipapa Clemente VII. Urbano VI si mostrava di una tempra assai dura e per questo meritò i rimproveri di Santa Caterina da Siena, delusa nelle sue aspettative di pacificazione della Chiesa.

Tornando ai revisori storici del malcostume dilagante nella Chiesa al tempo dei Templari, questi ultimi ebbero la peggio, con lo sterminio dei membri attivi, arsi vivi su roghi tremendi e con la confisca dei loro beni. In quanto ai Catari si trattò di una vera caccia per retate progressive, con la ripetizione di scene di sterminio raccapriccianti. Ossia le autorità ecclesiastiche provarono a lavarsi le mani di fronte alle barbarie commesse, ma gli eccidi perpetrati dalle forze temporali venivano sempre come conseguenza delle denunce sporte dalla Chiesa cattolica che, con questo nascondere la mano omicida devolvendo ad altri la truce sentenza, pensò bene di salvare la propria reputazione di fronte al volgo.

Nella Francia del Medioevo, a inizio secolo tredicesimo, si era formata un’alleanza fra la casta nobiliare del luogo e la Santa Sede, con la costituzione di una vera e propria armata di combattenti investiti del compito di sterminare i Catari. Da una parte le ricchezze accumulate dai Templari facevano gola sia ai poteri temprali sia a quelli ecclesiastici. Il loro prestigio e la loro fama rappresentavano di poi una minaccia per la superiorità papale su ogni scettro e potere in terra. Per altro verso erano i Catari a incutere timore nel papato per una eventuale perdita di potere: avevano ottenuto anch’essi pingui lasciti elargiti dalle signorie locali, erano dunque ammirati e protetti, dando un bel filo da torcere al papa nello sforzo di volerli tenere sottomessi. Anzi, i Catari incominciavano a dare fastidio alla Santa Sede, cosicché Innocenzo III pensò bene di inviare a più riprese legati pontifici nel tentativo di riconvertire al cattolicesimo di Roma la comunità catara. Il tentativo fallì perché ormai i Catari avevano acquisito un notevole ascendente sia sulle persone del volgo sia sulla nobiltà detentrice del potere e potevano esercitare la propria influenza sino agli ambienti più elevati della società. Dopo una serie di prove inconcludenti con i legati pontifici, si avverò una tragedia ai danni dell’ennesimo legato, il cistercense Pietro di Castelnuovo che nell’anno 1208 fu trovato assassinato per mano ignota nel territorio retto da Raimondo VI sul quale lo scaltro legato pontificio Arnaud Amaury fece ricadere la colpa. Da qui fu indetta una crociata dalle premesse terribili che, per richiesta del papa, ebbe come guida il re di Francia Filippo Augusto. La crociata si portò nella regione di Linguadoca a ridosso delle città di Béziers, Albi e Carcassonne. La spedizione, che avrebbe dovuto eliminare i circa cinquecento Catari ivi residenti, infierì invece in modo mostruoso mandando a morte qualcosa come ventimila esseri umani, Catari e non. Era il 1209 e la città di Béziers fu saccheggiata e bruciata. Tutti soddisfatti gli aguzzini e i criminali colpevoli di genocidio premeditato, compreso papa Innocenzo III che vedeva così la città martire colpita in modo mirabile dal castigo divino. Fu un vero e proprio mandato di invasione che dilagò in molte altre città e portò decimazioni vergognose, torture, condanne al rogo, compresi donne e bambini, un vero fuoco divoratore che divampò per dieci, vent’anni per una campagna devastante condotta dal re di Francia con la compiacenza di papa Onorio III che, opportunamente occultato, su limitava a plaudere agli interventi e alle carneficine perpetrate. Così si svolsero i fatti fino al 1229 con la pace stipulata fra la corona francese e Raimondo VII signore di Tolosa. Poi, per “mantenere l’ordine” sopravvenne la Santa Inquisizione crudelmente gestita dai frati domenicani e francescani, che imperversò per terribili sette secoli spezzando la vita a un numero sterminato di persone.

Questo era ciò che si poteva dire del cattolicesimo assurto al secolo XIII, ma è bene fare una distinzione. Sören Kierkegaard nella sua opera L’inquietudine della fede (Gribaudi, Torino 1968) pone una netta distinzione tra ciò che si debba intendere per cristianesimo e ciò che dimostra di essere il cattolicesimo. Il primo è l’equivalente, come affermò Gesù Cristo, di un regno avulso da questo mondo, benché si sforzi di trovare un posto nel mondo. Il cattolicesimo, per altro verso, è il risultato di una serie di manipolazioni concettuali operate nei secoli, tali da snaturare la primordiale identità del cristianesimo fondato sulle parole del Messia. Esso è effettivamente un regno che innesta le proprie basi d’essere nei connotati di questo mondo, velandosi delle sembianze opache di cristianità, ma ridotto ormai a bugia e inganno. Con il consolidamento della ideologia cattolica lo stesso cristianesimo è stato svuotato delle sue referenze fondamentali, circondandosi di valori fatui che corrispondono alla mondanità, alla ricerca del vantaggio personale, dell’onore, di un alto senso di reputazione. E gli uomini, sensibili alle sue lusinghe menzognere, per intima debolezza ci cascano perché, come dice Kierkegaard, temono più di incontrare la verità che non la morte.

C’è un risvolto, nel tentativo di trattare il lasciarsi cadere la Chiesa nell’abisso della corruzione, che ha molto a che vedere con ciò che per corruzione si potrebbe intendere. Ed è l’uso di argomenti sacri per ricavarne ricchezza in denaro sonante. Le apparizioni della Madre di Gesù, le lacrime di statue in odore di santità, le guarigioni clamorose da infermità impossibili a curarsi vengono tutte interpretate, in determinati contesti e da una particolare fascia di popolazione, come eventi che travalicano le possibilità naturali e quindi di provenienza divina. Questo stato di fatto fa sì che una moltitudine di individui si rechi sui luoghi dei cosiddetti miracoli per implorare una grazia. Ma intanto i pellegrini lasciano di buona volontà oboli che possono raggiungere anche valori ragguardevoli. È così che si erigono basiliche, luoghi di preghiera e di culto che saranno via via foraggiati da altre donazioni in valuta. Ne riporto un solo esempio, quello della Grotta di Lourdes che vale la realizzazione di un giro di affari di abbondanti 23 milioni di dollari. Si possono inserire questi introiti nel peccato di simonia sul piano religioso e, civilmente, nel reato di sfruttamento della credulità popolare. Ma le cose continuano ad andare avanti così, a gonfie vele, per il consenso e il beneplacito di un ventaglio di organizzazioni che da tale commercio riescono ad avvantaggiarsi per l’incameramento di cospicui profitti. Poi le cose, insegna la Storia, sono destinate a cambiare sulla scia degli entusiasmi mutevoli e degli indirizzi politici imperanti. Tant’è che, sempre nell’esempio di Lourdes, le guarigioni si verificarono, pare, per il tempo di 150 anni, ma poi trascorsero altri 30 anni nell’assenza di fatti straordinari.

Corruzione, ancora, per il drappo che riporta l’immagine di un uomo giustiziato, che molti attribuiscono alla persona di Gesù Cristo. Dispute a non finire si sollevarono, già nel XV secolo, per il possesso della Sindone e per la sua ostensione, tra i potentati e i canonici del tempo che fu, in vista degli introiti in denaro che sarebbe stato incassato dalle elemosine dei pellegrini. E i pellegrini accorrevano in tanti, ovunque fosse stata esposto il sacro lenzuolo, a maggior ragione allorché papa Gregorio XIII, verso la fine del secolo XVI, garantì l’indulgenza plenaria a tutti coloro che avessero presenziato all’ostensione e partecipato alle funzioni di rito. E qui entrano in scena, nel novero degli episodi di corruzione, le varie indulgenze concesse ai fedeli in occasione di una serie di pellegrinaggi religiosi, come anche ai partecipanti alle Crociate, ai donatori per la costruzione di nuove chiese, prima fra tutte la basilica di San Pietro in Roma e, a tempi a noi più vicini, l’indulgenza plenaria concessa da Pio XI – siamo nel periodo del primo Conflitto mondiale – a coloro che si fossero recati nella cappella della Sindone e ivi avessero recitato una preghiera in favore dell’origine divina dell’effigie prodotta sul panno. Ecco come, con la promessa di un pizzico di paradiso nell’aldilà, si ottenevano capitali per una strana mutazione dallo spirituale al temporale.

E che dire, ai tempi nostri, della corsa in affari torbidi per interessi personali? Cito il caso del cardinale Angelo Becciu. Del cardinale Becciu avevo raccolto in precedenza notizie certamente sensazionali tratte dalla rubrica televisiva “Televideo” del mattino; queste le testimonianze fedeli: siamo al 1° Ottobre 2020. La Guardia di Finanza entra in Chiesa. Fondi delle elemosine, in teoria destinati ai poveri, usati per comprare case di lusso a Londra: volatilizzati 454 milioni e i soldi del conto del Papa. Indaga la Procura di Roma per riciclaggio. Due monsignori accusano il collega Becciu per la corruzione nella Curia. Il 14 Ottobre 2020 sul caso Becciu si viene a sapere che è stata arrestata Cecilia Marogna, la trentanovenne manager cagliaritana del cardinale Becciu, bloccata a Milano dalla Guardia di Finanza per il rapporto fiduciario che la legherebbe all’ex n° 2 della Segreteria di Stato Vaticana. Nei confronti della “dama del cardinale” gli inquirenti vaticani hanno emesso un mandato di cattura internazionale. Nel mirino mezzo milione di Euro per operazioni segrete umanitarie in Asia e in Africa, in parte usati per acquistare borsette, cosmetici e altri beni di lusso. E la Marogna non fu il solo personaggio a essere implicato in questa losca vicenda.

Nel centro di Londra fu acquistato un palazzo che un tempo era stato adibito ai magazzini della catena Harrods fin dal 1911, uno dei simboli di Londra, che oggi rappresenta uno dei più controversi investimenti operati dalla Segreteria di Stato vaticana: costato oltre 400 milioni di Euro, oggi non ne vale più di 290. Si parla di speculazioni e di scalate bancarie. Fino al 2012 erano stati impegnati 186 milioni per il fondo che gestisce le pensioni degli agenti di commercio, ma il denaro fu usato per realizzare la scalata bancaria a due banche. Con le banche però gli affari andarono male.

Tornando velocemente al palazzo di Londra c’è da dire che nel 2013 la Segreteria di Stato vaticana aveva investito 200 milioni per l’acquisto, ma accadde che non tutta la somma seguisse quel percorso: una parte venne dirottata verso altri fondi, motivo per cui al Vaticano restò soltanto il 45% del valore. Gli investimenti andarono in deficit e il fondo si ridusse a 137 milioni. La Segreteria di Stato aveva affidato mandato al cardinale Becciu sia per la gestione degli investimenti sia per apporre la firma nelle banche svizzere. Gli investimenti, dunque, venivano autorizzati da Becciu.

In tempi recenti si viene a sapere – è il 17 dicembre 2023, riporto da Televideo del mattino – che “il cardinale Angelo Becciu, al termine del processo sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato e la compravendita del palazzo di Londra, è stato condannato a cinque anni e sei mesi di reclusione. Becciu, ex sostituto per gli Affari generali ed ex prefetto per le Cause dei santi, era accusato di peculato, abuso d’ufficio e subornazione di testimone. È la prima volta che un cardinale viene condannato in primo grado da un tribunale vaticano”. Forse qualcosa sta cambiando.

Immagine di Copertina tratta da Franco Sofia.

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