Nodo 3. Voci dall’altro mondo
In Esodo (III, 14) si legge del Dio degli Ebrei che, durante un colloquio diretto con Mosè, lasciandosi guardare in volto senza conseguenze terribili, gli si rivolse in questi termini: “Io sono Colui che sono”. Una bella tautologia davvero per presentarsi a chi non ne conosce il nome, veramente apodittica sotto tutti gli aspetti, più di così non si può. Inutile chiedere chiarimenti, spiegazioni, definizioni abbordabili. Come dire che Dio, con il presentarsi a Mosè, si autodefinisce con un nome che risiede in sé, solo in sé, pertanto non conoscibile da persona umana. E qui bisogna sapersi accontentare, chinare il capo e obbedire ai comandi, non c’è altra via che possa condurre a una conclusione, ma è anche un espediente per lasciare l’interlocutore a bocca aperta e senza un minimo di soddisfazione per il proprio desiderio di sapere. Non possiamo pretendere di più. Siamo piccoli, estremamente piccoli, di grande possediamo solo una presunzione insana e tanta ignoranza.
Più comprensibile la voce umana di Gesù Cristo che, rivolto ai Giudei, non esita ad affermare: “Io sono la luce del mondo” (Giov. VIII, 12), “Io sono la risurrezione e la vita” (Giov. XI, 25). Pur tuttavia anche qui non siamo lontani da quell’insieme di difficoltà che lo stile linguistico di Gesù pone ai suoi ascoltatori. Una sorta di aporìa, si potrebbe semplificare con un termine tecnico, ancorché astrusa ma significante la presenza, in un discorso, di una contraddizione interna scaturita da una questione difficile a comprendersi, un problema per lo più generatore di incertezza. Risultato immediato: gli uditori continuavano a non capire, a guardarsi in faccia, così viene da immaginare, o ad abbassare gli occhi in segno tacito di sottomissione e di fede.
Estrapolando dai Testi canonici è d’uopo andare a curiosare in quelli classificati come apocrifi, dove si incontrano nuovi modi di essere di Gesù nei confronti di chi sta ad ascoltare i suoi insegnamenti. Nel Vangelo di Tommaso, infatti, si trova una definizione di difficile interpretazione che, in quanto a significato, non fa che ritornare su se stessa, allo stesso modo di altre che già abbiamo avuto modo di esaminare. Ed è questa: “Beato colui che era prima di divenire” (19, in NHL 120).
Il linguaggio di Gesù, spesso difficile a cogliersi allorché il filone si addentri in verità che travalicano gli interessi quotidiani della gente di mondo per portarsi e portare gli uditori in una sfera inconsueta, ignota, diventa oltremodo interessante proprio per quel tanto di criptico di cui si veste, lasciando gli astanti a occhi spalancati e con molti ‘chissà’ nell’espressione del viso. Troviamo queste situazioni nelle righe del testo di Giovanni il quale, a differenza di quanto è riportato nei Vangeli sinottici (Matteo, Marco, Luca), va a puntare sull’apparizione di una dimensione del tutto nuova, quella della divinità di Gesù. E a questo riguardo pone sulle labbra di Gesù parole foriere di una rivelazione sconvolgente: Gesù come Dio. È lo stesso Gesù, infatti, che in Giovanni esordisce con affermazioni perentorie quali “la stessa verità mi ha mandato…io non sono di questo mondo… prima che Abramo fosse nato, io sono…Io e il Padre mio siamo una sola cosa…Io sono la risurrezione e la vita”. Nulla da dire di fronte a parole così potenti, come ritagliate nella pietra, ma soltanto da rimanerne sconvolti, in misura maggiore ancora se a esse accostiamo una serie di definizioni che valgono a mettere in luce la differenza abissale tracciata tra la sua persona divina e le individualità dei suoi accoliti. Gesù non esita a qualificare nella misura più ignobile possibile coloro che gli stanno di fronte, come a togliere loro ogni speranza, ogni possibilità di redimersi, qualora anche avessero capito la necessità di allontanarsi definitivamente dal peccato. Così esclama, rivolto ai propri discepoli: “Voi avete per padre il diavolo… non siete di Dio”, lasciando l’uditorio nell’angoscia suscitata dal timore della perdizione eterna. Ma poi pare ravvedersi, avendo compreso che il verdetto emesso era assai pesante da digerire. Allora rivolge a tutti un alito di incoraggiamento e una promessa che sarà la certezza di non essere lasciati soli, di non essere stati abbandonati, ma di avere ancor sempre un filo di comunicazione con il Creatore: “E qualunque cosa domanderete al Padre, in nome mio, la farò”. La condizione di essere ascoltati ed esauditi dal Padre celeste nelle richieste a lui rivolte sta, appunto, nel fatto che esse siano dirette al Padre nel nome di Gesù e nella ferma convinzione che Gesù “sia uscito dal Padre” e che al Padre debba ritornare per unirsi a lui in una stessa sostanza, come recita il Credo cattolico. Qualcosa del genere la si riscontra nondimeno nella scena della sua morte allorché Gesù intesse un colloquio direttamente con il Padre celeste. Vediamone i contorni, è cosa interessante, benché gli evangelisti non narrino l’evento nei medesimi dettagli: “Era l’ora sesta… E Gesù, gridando a gran voce, disse: Padre, nelle tue mani raccomando il mio spirito. E, detto questo, spirò (Luca, XXIII, 44-46). – “E, quand’ebbe preso l’aceto, Gesù disse: È compiuto. E, chinato il capo, rese lo spirito (Giovanni, XIX, 30). – “Ma Gesù, emettendo un altissimo grido, spirò” (Marco, XV, 37). – “E, verso l’ora nona Gesù gridò con gran voce: Eli, Eli, lamma Sabactani? Cioé: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?… E Gesù, dopo aver di nuovo gridato con gran voce, rese lo spirito” (Matteo, XXVII, 46-50).
Questo grido, questa acclamazione, “Mio Dio, perché mi hai abbandonato” colpisce la mia sensibilità di lettore critico della Bibbia più di ogni altra esclamazione uscita dalla bocca di Gesù. È l’eco della disperazione, quel segno mortale che ci coglie quando avvertiamo di essere prossimi a un traguardo amaro da accettare. Se Gesù è veramente Figlio di Dio, nel senso di esserne stato generato, a differenza di noi che siamo anche figli di Dio ma di una natura diversa, e da Dio è venuto sulla Terra, allora in lui non può venire meno la certezza della gloria eterna che lo attende. Per lui non è nemmeno più questione di avere fede. Egli è e non ha bisogno di alcuna conferma che Dio sia con lui. E il tragitto che deve percorrere non richiede di ricevere speranza da alcuno, perché Gesù stesso ha in sé la speranza, la certezza. Eppure pare che al momento della passione Gesù abbia smarrito la propria fede, come potrebbe accadere a un uomo qualunque, anche quella non necessaria in quanto egli è pienamente partecipe della natura divina, se si vuol dare credito al suo essere stato inviato dal Padre. Quel termine “abbandonato”, preceduto da un “perché?”, si mostra gravido di angoscia. Anche Gesù, come qualsiasi mortale, attraversa un momento della propria esistenza in cui si sente perso, solo, abbandonato, non riconosciuto, e questo suo atteggiamento è perfettamente umano, quasi in quel momento fosse stata sospesa e resa assente la sua natura divina, e questo mi ha colpito in particolare.
Con quanto afferma Giovanni può ben svanire ogni dubbio che possa essere coltivato ancora dai discepoli sulla identità del Padre e del Figlio. Sarà questa versione rivoluzionaria a costituire la base di partenza e l’approdo dei lavori occorsi in seno al Concilio di Nicea del 325, sotto la mano e la potestà deliberante dell’imperatore Costantino. Trattando ancora di Giovanni vien fatto di fare riferimento all’altra composizione letteraria che alla sua penna fu attribuita, l’Apocalisse. In questa parte dei Libri sacri Giovanni sembra uscire dalla propria identità personale, pare allontanarsi dalla realtà e lasciarsi trasportare in una dimensione onirica nella quale accadono cose mirabolanti, terrifiche, inimmaginabili, apocalittiche per l’occasione e tali da incutere paura e terrore oppure da lasciare sulla bocca del lettore una piega amara di sorriso smorzato. Giovanni dichiara da subito la propria condizione di assoluta comunicazione con le Entità superiori e con questo mette un timbro indelebile sulla descrizione delle scene alle quali egli stesso assiste. Ne è testimone il prologo, là dove Giovanni non si fa timore di testimoniare che tutto ciò che sta per narrare è “Rivelazione da Gesù Cristo… comunicato, per mezzo del suo angelo, al servo Giovanni”.
Da quanto esposto poco sopra vediamo che Gesù si rivolge al Padre, nell’approssimarsi della morte, emettendo un grido assai potente, e questo accade nei tre Vangeli sinottici (Matteo, Marco, Luca), mentre in Giovanni si assiste alla scena del trapasso quasi silenziosamente, così come la descrive l’Apostolo delle Genti. Torniamo dunque a Gesù perché sull’argomento Apocalisse non ho ancora toccato l’essenziale in quanto a parole e rivelazioni pervenute da un mondo a noi ignoto. Dal momento in cui Giovanni asserisce di essere stato rapito in estasi la scena si popola di esseri strabilianti con lo sfondo di particolari da capogiro, a cui si può credere o meno, nonostante anche questa parte del Nuovo Testamento sia annoverata nel compendio che porta il titolo autorevole di “Parola di Dio”. Ma quel che più ci riguarda in questa parte dell’analisi alla quale mi sforzo di attribuire un significato per lo meno al minimo della comprensibilità è il momento in cui si va tessendo tutta una fraseologia dai tratti ultraterreni. Intanto una voce emerge, simile al frastuono di molte acque scroscianti, e si dà fiato alle prime rivelazioni del personaggio già apparso: “Io sono il primo e l’ultimo… io vivo nei secoli dei secoli, e ho le chiavi della morte e dell’inferno”. Ma, poco dopo, l’ennesimo ricorso ad atti di tortura, di violenza: è il quinto Angelo che alle locuste uscite dal fumo di un pozzo ingiunge di tormentare per cinque mesi gli uomini che in fronte non avessero portato il segno di Dio. Dal primo calice Giovanni ode uscire “una gran voce che diceva ai sette Angeli: “Andate e versate sulla terra i sette calici dell’ira di Dio”. Poi, ancora, sangue e sangue a riempire fiumi e mari. Andando al settimo calice Giovanni vede una donna “ebbra di sangue dei santi” e l’Angelo gli disse: “Perché ti meravigli?”. Quindi gli parla di dieci re ai quali Dio ha messo in cuore “di effettuare i suoi disegni e di consegnare la loro potestà alla bestia, finché non siano adempiute le parole di Dio”.
Questo passo riporta il pensiero a quanto congetturavano i Catari e gli Gnostici sul male che impera nel mondo, giustificandolo con l’essere il mondo attuale nelle mani e nel volere di una divinità malvagia. Il parallelismo con questa concezione del destino del mondo lo ritroviamo nell’Apocalisse là dove Giovanni vede un Angelo che afferra satana, lo incatena e lo precipita nell’abisso per mille anni, con la previsione che, trascorso questo tempo, satana avrebbe riacquistato la libertà e si sarebbe prodigato per sedurre le nazioni e adunarle a battaglia. – Pare proprio di assistere a quanto succede nel mondo intero ai giorni nostri.
Di voci provenienti dall’ultraterreno, ancora, si hanno testimonianze se vogliamo dare credito alle affermazioni del Nuovo Testamento. Fra le lettere degli Apostoli, infatti, si distingue per circostanze particolari la seconda lettera di Pietro, nella quale il capo della Chiesa nascente assicura di aver udito la voce di Dio nelle parole: “Questo è il mio figliolo diletto nel quale mi sono compiaciuto, ascoltatelo”. Come testimonia Pietro, quella voce, che proveniva dal Cielo, venne percepita non solo da Pietro, ma anche dagli altri discepoli che si erano raccolti attorno a lui. Se accettiamo di restare un po’ fuori dall’ottica dei Vangeli e lanciamo uno sguardo su altre fonti che, per la loro non linearità con le posizioni dogmatiche della Chiesa cattolica furono dette “apocrife”, troviamo Tommaso nell’atto di riportare quanto avrebbe affermato Gesù Cristo: “Colui che cerca non desista dal cercare fino a quando non avrà trovato; quando avrà trovato si stupirà. Quando si sarà stupito, si turberà e dominerà su tutto”. – Personalmente apprezzo molto questa rivelazione, soprattutto nel momento dell’esortazione a non rinunciare a cercare, proprio per il motivo che in queste parole vado fondando la mia fede sulla ricerca. Ed è un modo di procedere sulla via della ricerca ultima, quella di Dio. Mi soccorre, su questa constatazione, ciò che afferma Karl Jaspers nel suo trattato “La fede filosofica” (Raffaele Cortina Editore, Milano 2005, pag. 185): “Dio esige che l’uomo abbia il coraggio di stare davanti a lui senza intermediari e di attendere ciò che gli dirà… È una dura richiesta quella di sopportare nel vuoto del mondo, che Dio non sia presente come lo sono le cose del mondo. Solo in questa aspra situazione l’uomo è libero di ascoltare Dio quando parla, è preparato anche se Dio non dovesse mai parlare, è aperto alla realtà che storicamente gli si manifesta”. – Molto avvincente, a parer mio, l’esortazione che Karl Jaspers rivolge ai suoi lettori con il suo imperativo incondizionato: “Continua a pensare, continua a cercare!”. “Nella Bibbia – come asserisce Karl Jaspers, fatta eccezione per qualche passo – manca l’autocoscienza filosofica… Manca la disciplina di un esame critico. La passione è corretta solo dalla passione”.
Il Dio dei Vangeli dimostra molta reticenza a manifestarsi, molta più di quella che usò con il popolo ebreo nei testi del Vecchio Testamento. Narra tuttavia Giovanni che, in seguito alla risurrezione di Lazzaro, amico di Gesù, dal cielo si udì una voce, quella di Dio Padre che si era manifestato per glorificare il Figlio suo. Ancora, la voce di Dio si manifestò allorché Gesù veniva battezzato e, per ultimo, nell’episodio della trasfigurazione.
Nodo 4. Una lettura non per tutti
Certo è, per chi abbia letto integralmente la Bibbia, che una serie di brani dell’Antico Testamento, là dove sono descritte le violenze brute di un popolo su altri popoli e il concorso degli angeli e dello stesso Padre celeste nelle battaglie che lasciano sul terreno decine, centinaia di migliaia di cadaveri, certo è che la lettura di quelle pagine non è davvero raccomandabile per chi è sofferente di cuore, nondimeno per i bambini. Si narrano veri e propri genocidi, stermini inconsiderati, violenze della più bassa matrice barbara che la Storia dell’Umanità ci abbia tramandato.
Scendendo nei particolari mi trovo ad analizzare alcuni passi dell’Apocalisse e mi viene da commentare: se si leggono alcune pagine dei libri del Vecchio Testamento e dell’Apocalisse ai bambini è come se si pensasse a comunicare il contenuto di una fiaba dai risvolti terribili, nella quale tutto è assurdo e talmente lontano dall’immaginabile da ridursi addirittura a motivo di stupore persino divertito. Nell’Apocalisse il riferimento all’ira di Dio e il ripetere in abbondanza la parola “sangue” la fanno da protagonisti. Se non ne siete convinti provate a visitare i seguenti libri del Vecchio Testamento: Levitico, Numeri, Deuteronomio, Giosuè, Giudici; primo, secondo e quarto dei Re, Ester, Profezie di Geremia, Isaia, Secondo dei Maccabei. Resterete come minimo basiti se non proprio impressionati e disgustati dal continuo succedersi di eccidi, massacri, atrocità, sadismo e ferocia con i quali si mandavano letteralmente al macero centinaia di migliaia di vite umane. Non solo, ma eccidi perpetrati con una disinvoltura mista a ferocia dagli eccessi allucinanti, quanto più sorretti e comandati da una divinità imperante. Dopo aver acquisito opportune informazioni dalla lettura dei passi indicati immagino che nessuno si azzarderebbe a presentare una scenografia del genere a bambini senza valutare la possibilità di lasciarli in preda a un netto rifiuto o a una sorta più maligna di terrore. Persino nel cercare di configurare la persona di quel Dio che nei confronti del popolo eletto e dei suoi membri va palesando attributi assolutamente umani, fra i peggiori: gelosia, vendetta, sterminio, crudeltà, maledizioni, malignità fra le più impensabili. Oppure, fattisi più grandicelli questi bambini e raggiunta la facoltà di discernere e di valutare con buon senso e buona misura, con loro si potrebbe efficacemente sviluppare un discorso critico capace di condurre alla formazione di idee costruttive e di una sana cultura.
Riprendo in questa sede l’esempio dell’episodio relativo al peccato originale in seguito al quale il Dio d’Israele mette in luce le paure che lo assalgono, paure di tono direi quasi infantile per via della consapevolezza di essere travolto, Dio stesso, dalle conseguenze di un evento increscioso. Conseguenze che avrebbero portato l’uomo a diventare, lamenta il Creatore, “come uno di noi”. L’ardire di Adamo e della sua compagna Eva era costato così tante apprensioni a quel Dio da indurlo a cacciare le proprie creature in quella terra che, oltre tutto, sarebbe stata anch’essa colpita dalla maledizione divina. Paura che doveva accrescersi di fronte alla possibilità che Adamo, dopo aver sperimentato che cosa sarebbe seguita al suo atto di coraggio, avesse potuto puntare più in alto ancora e si fosse appropriato del frutto dell’albero della vita conquistando con ciò l’immortalità, nuovo degno rivale del proprio Creatore. Un Dio vulnerabile dunque, che si difende cacciando lontano da sé una creatura venuta dal fango, ma rivelatasi così potente e pericolosa nella propria volontà e nella propria evoluzione mentale da mettere paura addirittura a un Ente supremo. Ma poi, se si effettua un salto fra le pagine del Vangeli, nel Nuovo Testamento dunque, scopriamo un atteggiamento per certi versi simile rispetto a quanto esposto. Gesù si attardava, come di solito, con i suoi apostoli per comunicare loro il modo di trovare la via della salvezza. In quell’occasione Gesù, per farsi meglio intendere dal suo uditorio avvezzo a un linguaggio semplificato, ricorse all’uso di una parabola. La udivano in tanti, non solo gli apostoli, perché molti erano nel frattempo accorsi o per fede o per curiosità a sentire che cosa sarebbe scaturita dalla voce di quell’uomo tanto emblematico quanto affascinante. Gesù allora salì su una barca e la folla si radunò sulla riva del mare per ascoltarlo. Da quella barca parlò e accennò al seme caduto in un terreno fertile, concludendo con una sentenza perentoria: “Chi ha orecchie da intendere intenda”. Molti degli astanti saranno rimasti sbalorditi, forse increduli, altri divertiti dalla narrazione e qualcuno forse in attesa di comprendere che cosa Gesù avesse voluto dire di più profondo con quella storiella del seminatore. Furono proprio gli apostoli, dopo che la gente accorsa si fu dileguata per tornare alle usate occupazioni, ad avvicinarsi a Gesù e a porgli una domanda dietro l’altra per riuscire a risolvere il rebus che avrebbe celato un significato di grande importanza. Ed è a questo punto che Gesù si esprime con parole dure, incomprensibili addirittura se messe a confronto con quella che fu spiegata come la sua missione di salvezza universale. Così rispose agli apostoli: “A voi è dato di conoscere il mistero del regno di Dio; ma con quelli di fuori tutto si fa per via di parabole; affinché guardando vedano e non discernano e ascoltando odano e non comprendano; onde non avvenga che si convertano e siano rimessi i loro peccati” (Marco, IV, 11-12). Ma come, proprio Gesù parla in questi termini, lui che si professa salvatore dell’umanità intera? Siamo dunque di fronte alla situazione incresciosa del lasciar fuori qualcuno, quindi a discriminare, a operare una scelta ristretta e su quella giocare le proprie intenzioni? Un atteggiamento, quello descritto, direi quasi sciovinista, o per lo meno improntato a esclusivismo ristretto, inspiegabile nella mentalità dell’uomo moderno.
C’è un altro passo ancora, tornando ai libri del Vecchio Testamento, che dà l’idea della discriminazione, dell’esclusione e al suo posto della predilezione. Mi riferisco al profeta Isaia (61°, 5-6) quando predice ai propri ascoltatori un avvenire di supremazia sugli altri popoli che saranno asserviti alla gente di Israele facendo per i propri dominatori i pastori delle greggi, lavorando i campi e accudendo alle vigne, mentre i figli di Israele avrebbero goduto della posizione sociale di sacerdoti, di ministri di Dio e a loro sarebbe stato concesso di appropriarsi e di usare della ricchezza delle nazioni. Certo che una profezia di tale tenore avrà fatto un grande effetto sull’anelito del popolo d’Israele a riscattarsi dalla schiavitù imposta dal giogo romano. Ciò tuttavia non dà modo di comprendere come vi si possa inserire il concetto di uguaglianza di diritto fra gli uomini e va pertanto contro il senso comune di giustizia e di equità.
Un altro esempio può esserci di aiuto nel cercare di capire quel modo di escludere coloro che non sono “in linea” con il volere di Dio, a tutto discapito di un ampiamente esaltato concetto di universalità, di cattolicità. Nessuna umiltà, pare di vedere, nei passi evangelici in quanto a diffusione della Parola di Dio. Lo ricaviamo dalle esortazioni dello stesso Gesù il quale, inviati i discepoli a evangelizzare, li incoraggia ad andarsene via con palese disprezzo qualora gli abitanti di una determinata città non avessero dimostrato accoglienza per loro, latori del messaggio evangelico. Non compassione dunque, non benevolenza, non comprensione amorevole, ma addirittura gesti di stizza, con lo scuotere la polvere dai propri piedi nell’atto di allontanarsi perché ritenuti indesiderati, quasi a manifestare un atteggiamento di presunzione e di superiorità, forse anche un po’ di superbia, sino all’indifferenza e al rifiuto. Se, poi, poniamo mente alle parole, sempre proferite da Gesù ai suoi discepoli, dove egli stesso annuncia di non essere venuto a portare pace ma la spada e rivela che è soltanto con la forza che si raggiunge il regno dei Cieli e pertanto saranno i violenti ad avvantaggiarsene, non si può allora fare a meno di rimanere a dir poco sbigottiti. E, in aggiunta, i conquistatori del regno dei Cieli, per giunta selezionati in un ambito ristretto dove, da quanto va affermando Gesù, è ben chiaro chi sia privilegiato: “Non son mandato che alle pecore perdute della casa d’Israele” (Matteo, XV, 24). Per gli altri, allora, niente da fare, neppure e provarci, neppure a pensarci. Il regno dei Cieli, dunque, riservato a pochi eletti. Per tutto il resto dell’umanità un’attesa angosciosa senza speranza, materiale da zavorra. Persino, in certi casi, pare di poter scorgere i segni di una tendenza xenofoba: se si trattava di Gentili e di Samaritani, buona regola sarebbe stata non cercare neppure di avvicinarli, anzi sfuggirli come si cerca di stare alla larga dalla peste per timore del contagio.
Immagine di Copertina tratta da Bet Magazine.

