La religione cattolica elesse Dio come l’unica entità soprannaturale, principio e fine di tutte le cose, ma nel passaggio a questa concezione, a muovere da quanto ritenuto in contesti storici ellenistici e romani, c’era da tenere in considerazione che una variazione decisiva e definitiva della ideologia religiosa si sarebbe rivestita di un carattere traumatico, portando con sé opposizione e rifiuto. Occorreva garantire una linea di continuità con le credenze coltivate nella cultura classica ossia con quella teogonia che si era sviluppata in generazioni copiose di figure divine. Ecco allora prendere posto, all’interno del culto cattolico, uno stuolo di santi e beati che con gli angeli facevano costellazione all’immagine di Dio. Se i Testi evangelici, dopo Matteo, assunsero una direzione precisa, via via più consona alle convinzioni religiose di cui si nutriva la cultura ellenistica, classica e arcaica, ciò era dovuto a un tentato processo di accomodamento alle esigenze e alle abitudini consolidate, dimostrando nei confronti di queste un velo di accettazione e di continuità senza dare adito a traumi e opposizioni compromettenti per la divulgazione della nuova dottrina.
Ora è di fronte a questa immagine che mi decido a sostare, per una sua voce che fu emessa da un mondo che non era ancora nostro. L’accenno è per la scena attinente al peccato originale. Abbiamo un Dio creatore e un uomo creato. Il primo della lunga catena di viventi. Con lui la sua compagna Eva, da poco affidata da Dio come “un aiuto simile a lui” per bontà di Dio creatore stesso. Dopo la consumazione della fatidica mela Dio sentenzia: “Ecco, Adamo è diventato come uno di noi”. Adamo, con quell’atto di disobbedienza alla proibizione precedentemente imposta, si era impadronito del frutto della conoscenza del bene e del male ossia, potrei dire, era riuscito a dare il via al processo inquisitivo della propria mente nel voler sapere di più, in una spinta interiore ad accrescere la propria consapevolezza di essere raziocinante. Di qui l’emergere del dolore connesso alla conoscenza e alle aspettative insaziabili. Ma in tutto questo affascinante scenario ciò che mi sorprende proviene da quelle quattro parole “come uno di noi”. Perché “noi”? Si tratta di un plurale maiestatis, superfluo nel parlare di una divinità oppure è un plurale attribuito alla presenza di altri spiriti divini? In quest’ultimo caso non saremmo lontani dalla convinzione degli antichi attorno alla formazione di una gerarchia di esseri con poteri sovrumani, soggetta alla potenza del più grande fra loro. L’edizione della Bibbia da me consultata, ricca di commenti all’occasione, non fornisce alcuna nota esplicativa su questo punto. Si sofferma soltanto sul termine “Eva” indicandolo come sinonimo di vita, ma poi passa oltre e di quel “noi” proprio non lascia traccia, quasi si trattasse di un’allocuzione insignificante o neutra e tale da non meritare spiegazione. Eppure chissà quanti studiosi di tematiche bibliche si saranno posto questo interrogativo, ma la conclusione fu che, di fronte a un problema scomodo e irrisolvibile, sarebbe stato meglio soprassedere e fare finta di niente.
Invece io ritengo che qui, proprio, ci sarebbe da soffermarsi quanto necessita. È da rilevare, ancora, una differenza di non poco peso nelle parole attribuite a Dio in persona sulle pagine del Genesi, con specifico richiamo alla terna “uno di noi”. Ovvero se Dio, ammettiamo che sia così, avesse detto soltanto “come noi”, allora saremmo autorizzati ad ammettere il ricorso a un plurale maiestatis, sempre che questa formula descrittiva fosse già stata conosciuta e usata al tempo di Mosè che, si tramanda, del Genesi e di tutto il Pentateuco è considerato l’autore: ammesso dunque con ampio margine di discrezionalità. Ma la mia attenzione è in via privilegiata attratta dall’aggiunta intercalare dei termini “uno di” perché allora non intendiamo più un semplice plurale maiestatis “come noi” per ripetere, ma andiamo a presupporre la presenza di uno – unum ex pluribus – fra una serie o una moltitudine di soggetti. E questo farebbe tornare a quella gerarchia di divinità che dall’Olimpo in poi impregnarono i culti religiosi dei nostri predecessori nell’antichità classica. È possibile che sia stato trascurato un passo così critico, dai significati così palesemente forieri di dubbio?
Avevo iniziato questa sezione di analisi con l’intenzione di occuparmi di una serie di fatti straordinari di cui parlano i Vangeli, poi mi sono dilungato sugli arcani che avvolgono la persona di Maria madre di Gesù. Ora desidero deviare alquanto ancora e parlare un po’ del fatto più straordinario che io abbia scoperta nel corso della lettura della Bibbia: la fede.
Una gran bella cosa la fede, fonte di forza e di sicurezza. Chi la possiede riesce a risolvere una quantità impressionante di problemi nella propria vita e ad alleviare tante sofferenze di grave peso. Ecco qui di seguito alcuni esempi tratti dai Vangeli. Matteo riporta le parole di Gesù, riferite alla fede: se una persona ha fede vera e convinta può ordinare a una montagna di gettarsi in mare e la cosa si avvererà. Così pure si esprime Luca sostituendo il monte con un gelso.
Dissertando sui fatti inspiegabili che si leggono fra le pagine dei Vangeli balza immediatamente all’occhio quello che lascia nondimeno sbalorditi: la risurrezione di un corpo già penetrato nell’Aldilà. Fra i quattro evangelisti è Giovanni a discostarsi alquanto, facendo della risurrezione un tema fondamentale indispensabile nel compito di avallare la sua nuova rivelazione, quella della consustanzialità fra il Padre e il Figlio. Non ci potrebbe essere esempio migliore del ridare la vita a un defunto per dimostrare la propria superiorità sulle forze della natura. E, quando questo restituire la vita dopo la morte va a interessare la stessa persona di Gesù, di lì in poi non è difficile ottenere la convinzione che Gesù sia Dio, e Dio vero. Giovanni sottolinea e rinforza questo concetto narrando nei particolari macabri e intensamente commoventi la risurrezione di Lazzaro. Solo lui, Giovanni, perché della risurrezione di Lazzaro negli altri tre Vangeli, i sinottici, non si trova traccia alcuna.
Se dalle mani di Gesù uscì tanta energia da richiamare a vita una salma che a parer del vero era ormai nel primo stadio della decomposizione, allora quella energia non poteva essere se non di natura sovrumana, quindi Gesù come Dio. Non risiedeva comunque tutta qui la preoccupazione di dare forma a una verità che risultava inconcepibile per gli altri autori dei Vangeli, Matteo, Marco e Luca. Più precisamente Giovanni si discosta dai rimanenti tre evangelisti anche per il fatto di aver stravolto la conoscenza della via da percorrere per raggiungere la salvezza, Questa, per gli evangelisti sinottici, era strettamente dipendente dall’osservanza della legge mosaica; per Giovanni no, perché essa sarebbe dipesa unicamente dalla fede in Gesù Cristo, quindi Gesù Cristo come Dio, come perno di tutto il credo nella verità rivelata. E Gesù, con la sua risurrezione, ha fatto in modo che i suoi seguaci fossero liberati dalla legge, da quella mosaica nella fattispecie.
Nel procedere con l’analisi dei fatti inspiegabili rinvenuti nei capitoli evangelici è d’obbligo soffermare l’attenzione sul significato da attribuire alla Croce sulla quale fu condannato a morire Gesù. La croce comune era destinata ai malfattori più esecrabili ed era considerata uno strumento di morte ignobile, inviso agli ebrei dal momento in cui fu affermato che maledetti sarebbero stati tutti i condannati appesi al legno. Eppure da strumento di infamia la Croce di Cristo si trasformò, nei riti e nelle manifestazioni di tono religioso, in simbolo di amore per Dio e in vessillo ostentato sia nelle guerre sia nelle grandi imprese e scoperte dell’umanità sia come gioiello ornamentale personale e pubblico sia come deterrente alle forze del male, in ogni caso con l’attribuirle l’appellativo “santa”.
E che dire di quel dogma così resistente nel farsi comprendere, quello cioè della verginità di Maria? C’è un passo del Vangelo di Matteo, concernente la nascita di Gesù. Giuseppe, detto padre putativo di Gesù non già per tradizione di sangue, saputo che Maria era incinta, e non per opera sua, sprofondò in uno stato di desolazione e di dubbio, non vedendo più quale soluzione poter abbracciare. Sarebbe stato il caso di ripudiare la propria sposa, ed è quanto passò per la mente di Giuseppe, così si suppone, ma l’apparizione in sogno di un angelo del Signore valse a rassicurarlo: “Giuseppe figlio di David, non temere di prendere teco Maria, la tua consorte, perché ciò che è nato in lei è dallo Spirito Santo” (Matteo, I, 21). “E Giuseppe, destatosi, fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore, e prese con sé la sua consorte. E non la conobbe sino a quando partorì il figlio suo primogenito, e lo chiamò Gesù”.
Ci troviamo qui di fronte a una dichiarazione laconica “E non la conobbe sino a”. Nella terminologia aramaica antica dire “conosco, ho conosciuto” un uomo o una donna aveva il significato di aver avuto con lei/lui un rapporto carnale, come quando Maria, in seguito all’annunciazione proferita dall’arcangelo Gabriele, stupita e spaventata intervenne esclamando “ma non conosco uomo” ossia l’equivalente dell’affermazione “sono ancora vergine”. Il prosieguo del versetto trasmesso da Matteo va comunque a specificare “sino a quando partorì il figlio”. Tale conclusione sta a chiarire il dubbio: dopo la nascita di Gesù, Giuseppe e Maria si “conobbero” vicendevolmente, come tutte le creature di questo mondo, e dalla loro unione nacquero probabilmente altri figli e Gesù restò il primogenito. Questo sta anche a indicare che, in seguito alla nascita di Gesù, sua madre Maria avesse perso la verginità poiché quest’ultima sua situazione era il presupposto necessario, secondo la tesi evangelica, per la nascita del Figlio di Dio. Non per i concepimenti e le nascite successive.
La verginità di Maria, in altre versioni interpretative, fu dichiarata perenne, sia dopo il parto di Gesù sia per tutto il resto della sua vita. Questo stato fisiologico rientra nei termini del dogma proclamato dalla Chiesa cattolica e dalla Chiesa ortodossa già nell’anno 553 a Costantinopoli, nella sede del secondo Concilio convocato dall’imperatore Giustiniano allorché a Maria fu assegnato l’attributo di “sempre vergine”. Non si discosta di molto da questa visione della condizione di verginità di Maria la deliberazione della Chiesa al riguardo allorché a Roma nel 649 la “Verginità di Maria Santissima” fu proclamata dogma cattolico di fede con l’affermare che Maria conservò la verginità prima, durante e dopo il parto, perché fosse convalidata l’origine divina di Gesù. Il dogma fu ratificato da papa Teodoro I nel 642 e dal suo successore San Martino I (649-655) asceso al soglio pontificio nello stesso anno. Nel 649 si riunì un Concilio al Laterano dal 5 al 31 ottobre sotto la presidenza di papa Martino I, con la partecipazione di 105 vescovi e con la condanna dell’eresia. Nelle sedute del Concilio fu ribadito il dogma della doppia volontà in Cristo, a condanna del monotelismo, suscitando così l’ostilità dell’imperatore Costante II Eraclio, imperatore d’Oriente (641-668), figlio primogenito di Costantino III, che favorì questa eresia con l’editto chiamato “Tipo” (Typus era un documento che ignorava le problematiche teologiche e proibiva soprattutto al papa di intervenire su opinioni teologiche diverse da quelle della Chiesa di Roma). Costante fu arrestato, giudicato a Costantinopoli, degradato pubblicamente, privato di tutti gli ornamenti pontificali, rinchiuso in cella e infine esiliato. Morì in Crimea, fatto oggetto dei trattamenti più vessatori. Il monotelismo, contro cui si scagliò l’assemblea conciliare, era un’eresia cristologica nata in Oriente nel VII secolo e che asseriva l’unicità di operazione e di volontà in Cristo, emanata nel tentativo di ristabilire l’unione con i monofisiti, voluta dal patriarca Sergio di Costantinopoli con lo scopo di ottenere l’unità religiosa nelle province d’Oriente. I monofisiti, capeggiati dal promotore Eutiche, sostenevano l’esistenza, in Cristo, di una sola natura.
Ma anche la ratifica del dogma, dovuta alla decisionalità del pontefice, sta a dimostrare che la divinità di Gesù non era un dato scontato per rivelazione, ma abbisognava del corredo materiale di qualche antecedente – in questo caso la verginità della Madre – per confermare l’essere Gesù lo stesso Dio sceso in terra. Viene altresì da pensare alla condanna di qualsiasi corrente di pensiero contraria alla lettera del dogma. Sembra di trovarci di fronte a una spinta all’accanimento protratto nella convalida della tesi espressa nel dogma della verginità di Maria. La stessa questione della possibilità che Maria avesse partorito altri figli dopo Gesù, con l’evidente perdita della castità, venne affrontata dalla Chiesa con l’appellarsi a motivi talvolta i più strampalati e persino ridicoli. La Chiesa è sempre stata dell’opinione che i passi evangelici, come quello di Marco, citato, che parla di fratelli e sorelle di Gesù, non indichi affatto altri figli che Maria avrebbe messo al mondo, chiarendo che Giacomo e Giuseppe, citati da Matteo come “fratelli di Gesù”, fossero figli di una Maria discepola di Gesù ossia quella denominata “l’altra Maria” e di qui si dovrebbe evincere non di fratelli ma di altri membri della cerchia parentale di Gesù, cugini nella fattispecie. Gesù rimarrebbe pertanto l’unico figlio portato al mondo da Maria Vergine mentre suo padre, Giuseppe il falegname, ricoprirebbe esclusivamente la figura di un padre sotto l’aspetto legale, non carnale.

Uno dei motivi sopra addotti mi piace riportarlo per rimarcare la facilità ricercata nell’uscire sempre vincitori in difesa delle tesi avallate, sia da una parte sia da quella opposta, che, alla fine, lascia interrogativi irrisolti e la facoltà di affidarsi unicamente a una non meno semplice interpretazione soggettiva. È quella di Gesù in Croce nel momento in cui si rivolge alla Madre indicandole Giovanni e dicendole “Questo è tuo figlio”. Una dichiarazione, questa, che spingerebbe a considerare l’affermazione di Gesù in Croce riferita a un unico personaggio di riferimento, Giovanni, a esclusione di qualsiasi altro figlio. Giovanni fu, fra i discepoli, l’unico a rimanere ai piedi della Croce per tutto il tempo dell’agonia di Gesù. Se, poi, il Messia avesse avuto altri fratelli, questi sarebbero stati presenti ai piedi della Croce, ma così non fu. Si può dunque pensare come la si vuole, ma per chi ha fede sicuramente in un solo modo, quello stabilito dal dogma; per chi invece questa fede non l’ha acquisita, nello sforzo di prolungare la ricerca con l’aiuto di documentazioni comprovanti e soprattutto non abbandonando l’anelito a riflettere, a porsi domande, a formulare ipotesi capaci di aprire nuovi percorsi di avvicinamento alla verità, la strada da superare si fa ovviamente più ardua.
Lo stato verginale perpetuo di Maria fu riconfermato nel Concilio di Trento del 1555. Nella diatriba sviluppatasi già dai primi secoli è da menzionare l’intervento di Sant’Agostino (354-430), autore di affermazioni di rilievo per chi procede con sofferenza nella ricerca di Dio: “Non uscire da te stesso, perché la verità abita nell’uomo interiore”, convinto che nella intimità della coscienza albergasse la certezza che aiuta a superare il dubbio scettico: “Anche se uno dubita, vive; se dubita, poiché dubita, ricorda; se dubita, sa di dubitare”, attribuendo con queste parole la sopraffina capacità di creare consapevolezza sul proprio pensiero. Sant’Agostino dunque doveva ammettere la veridicità dell’enunciato circa i fratelli di Gesù, ma valutò che costoro fossero il frutto di maternità parallele ossia pare di poter indovinare che fossero figli che Giuseppe aveva avuto da un rapporto matrimoniale precedente e che per Gesù sarebbero stati semplicemente fratellastri, con questo avvalorando la rivelazione della discesa di Gesù in terra per opera dello Spirito Santo.
Le pagine dei Vangeli riportanti la vita di Gesù sono infarcite di eventi inspiegabili alla mente umana, come lo sono i miracoli attribuiti alla energia divina di Gesù. Contro la realtà dei miracoli, chi assume un atteggiamento più razionale è lo studioso tedesco Friedrich David Strauss, teologo e filosofo del secolo XIX. Discepolo di Hegel e di Schleiremacher, nel 1835 pubblicò una “Vita di Gesù criticamente elaborata” nella quale respingeva tutto ciò che in Gesù non fosse riducibile a filosofia o a storia e ne dissolveva la figura in un “mito”, quale proiezione dell’attesa messianica. L’opera suscitò tale scandalo da provocare la perdita, a danno di Strauss, del posto di insegnante nell’Università di Tubinga. Ma Strauss non desistette dal produrre nuove opere portanti il suo pensiero sull’immagine di Gesù, dal 1841 al 1872: Dogma cristiano; Il Credo della fede e il Credo della storia; La vecchia e la nuova fede. Ruppe infine con il cristianesimo e proclamò la propria fede nel progresso dell’umanità. Per Strauss non soltanto non è da credersi che Gesù fosse stato Dio in persona fatto uomo, ma molto più accettabile sarebbe stata l’ipotesi secondo la quale l’incarnazione di Dio avrebbe interessato l’umanità intera, quindi ogni singolo uomo. E in questo caso si può avallare un’ipotesi così costruita al solo vedere quanta sofferenza opprime il mondo intero, tanto che nel caso presente possiamo ben affermare che ogni persona è destinata a portare la propria Croce, come proviene, forse non del tutto cronologicamente appropriato, dalle parole messe sulle labbra di Gesù nelle pagine dei Vangeli. Un esempio probante di quanto detto lo si potrebbe trovare nelle guarigioni avvenute in un bagno di folla nei momenti in cui le preghiere di tutti si levano per il conseguimento di uno scopo comune. Personalmente rammento la raccomandazione rivolta a noi pellegrini alla basilica di Lourdes, fattaci dal sacerdote accompagnatore, di non pregare ciascuno di noi per noi stessi, ma di rivolgere intenzionalmente la nostra preghiera, tutti, per la guarigione di chi stava in quei frangenti molto peggio di noi.
Uno dei fatti inspiegabili venuti alla ribalta fra le pagine dei Vangeli riguarda il significato del nome “Barabba”. Il nome in questione veniva interpretato in modi spesso dissimili: in Matteo è riferito a un famoso detenuto; in Marco si parla di un affiliato alla setta dei sicari zeloti, colpevole di ribellione allo statuto romano e di omicidio collettivo. Luca lo definisce prigioniero per sommossa e assassinio; Giovanni, infine, ne tratta come di un brigante. Ora, nel processo a Gesù di fronte al prefetto romano Ponzio Pilato, nell’occasione della Pasqua ebraica sarebbe stata consuetudine liberare un prigioniero, quand’anche la cosa non fosse mai stata documentata storicamente. E neppure l’esistenza di un Barabba ribelle trova ospitalità, se non tra le dichiarazioni dei Vangeli. Ma la cosa più sorprendente, e anche inspiegabile per il significato che qui cerco di far emergere, è proprio la composizione di quel nome. Sappiamo che in alcuni manoscritti in lingua greca e siriaca del Vangelo di Matteo il famigerato zelota veniva chiamato con l’appellativo di “Gesù Barabba” ossia, diciamolo apertamente, “Gesù figlio del Padre”. Questa denominazione tramandata da Matteo lascerebbe aperta la via all’insorgere di molti dubbi e di altrettanta confusione. Gesù figlio del Padre è una qualifica chiaramente accollata alla persona di Gesù redentore, ma qui si parla del ribelle Barabba. L’esatto opposto sul piano della valutazione morale. Chi era allora il vero Barabba? Chi era il vero Gesù? Poi furono i traduttori inglesi a offrire la versione che dice “Jesus bar-Abbas”, ma per contrapposizione nella edizione italiana il nome Iesoûs è scomparso nella dizione delle generalità del bandito zelota e, pertanto, è rimasto solo il nome Barabba, scongiurato così il pericolo di non sapere di chi si parla quando viene proferita la denominazione di “Gesù Barabba”. Una bella acrobazia descrittiva, se si vuole, ma il risultato fu raggiunto: netta separazione fra l’autore del male e il salvatore del genere umano dal peccato contro Dio.
La linea qui seguita dalla dissertazione si prefigge il compito di penetrare in profondità, fin dove è possibile, i significati attribuibili a fatti inspiegabili. Ora vorrei discostarmi per un po’ da quegli eventi che chiamano in causa esseri investiti di divinità per portarmi più vicino ai nostri tempi e alla nostra realtà dai connotati quasi del tutto materiali. Nell’ambito della Chiesa cattolica o dello Stato del Vaticano, se così vogliamo precisare, si sono avverati eventi e situazioni di cui non si riesce ancor oggi a fornire una spiegazione plausibile. Tutta la vicenda nella quale fu coinvolto Padre Pio da Pietrelcina, per iniziare, lascia alquanto interdetti per via dell’aspetto ora rocambolesco ora mistico ora spettacolare, ora ultra-naturale e persino intessuto di interessi pecuniari alla bisogna. Non mi dilungo su Padre Pio, avendone fatto oggetto di ampia discussione sul mio citato “Regno celeste, Impero terreno, vol. III, pag. 48 e segg.”.
Un’altra manifestazione di fatti straordinari la riscontro nella disquisizione condotta sui corpi di alcuni personaggi rimasti intatti dopo anni dalla morte del soggetto. Ma quella che più può tormentare chi è desideroso di verità resta la questione della sparizione di fanciulle adolescenti nelle adiacenze della Santa Sede. Ricordo il rinvenimento, 17 anni dopo la sua scomparsa, dei resti di Elisa Claps, conservati fra le travi di un soppalco. Infine si aggiunge il caso di altre due giovani residenti nello Stato del Vaticano, Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, scomparse misteriosamente nel 1983. Anche su questi due casi si può leggere la storia mai svelata, nei moventi e nelle attribuzioni di responsabilità, come l’ho descritto sul testo sopra citato. Il caso Orlandi-Gregori desta ancor oggi molti interrogativi e solleva dubbi, ma non ha ancora avuto come seguito una risposta certa. Non ancora una risposta, ma la volontà di riprendere in mano il caso per non lasciare irrisolta la verità dei fatti. È l’informazione emessa sul programma Televideo di venerdì 10 novembre 2023 ad assicurare: “L’Aula del Senato ha approvato alla quasi unanimità, un unico astenuto, l’istituzione di una Commissione d’inchiesta sui casi di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, le due quindicenni scomparse a Roma nel maggio e nel giugno 1983. Presenti alla seduta fra il pubblico il fratello della Orlandi, Pietro, e la legale della famiglia Orlandi, Sgrò. «Questa commissione farà tantissimo. Sono convinto che arriveremo alla verità, non potrà essere occultata per sempre», ha commentato Pietro Orlandi”.
Procedendo per spolverare un ampio tema di eventi straordinari inspiegabili ci sarebbe da dire qualcosa sulle guarigioni a distanza e sui risanamenti organici impossibili ma, per non farla troppo lunga, rimando anche per queste argomentazioni al volume terzo del mio lavoro “Regno celeste, Impero terreno”. Soltanto mi limito a rimarcare la possibilità che nel verificarsi di eventi straordinari non ci sia il cenno di una mano divina nell’atto di elargire favori particolari, ma che si tratti dell’avvenuto ricorso a potenzialità eccezionali di cui la natura umana sarebbe dotata e delle quali abbiamo smarrito la consapevolezza. Si tratterebbe, nello specifico e nella versione che mi è congeniale, di una sorta di proiezione psicofisiologica di una più alta tensione mistica in particolari condizioni di concentrazione estatica capace di condurre a gestire quelle potenzialità eccezionali di cui s’è detto. Si può così essere autorizzati a cercare una definizione da applicarsi a fatti oltre che spettacolari quali, ad esempio, il miracolo di Santa Cristina di Bolsena, le guarigioni di Lourdes o la stessa Sindone di Torino, per i quali rimando ancora al mio testo citato, volendone approfondire gli argomenti.
Qui farò una pausa senza che si vada avanti ancora nell’analisi di eventi stranissimi e inspiegabili come le gocce di sangue sgorganti da un’ostia consacrata e dagli occhi di statue e di raffigurazioni sacre, come ferite apparse sui punti del corpo interessati dalla crocifissione, spine che, inviate da un Crocifisso, vanno a penetrare i tessuti organici di persone particolari.
Immagine di Copertina tratta da Gioia Condivisa.


