Facciamo dunque l’ingresso in quell’area del senso di disperazione, che aleggia attorno a noi e cresce con l’aumentare della nostra età, della consapevolezza e dell’esperienza vissuta. Niente di più efficace, allora, che il predisporre e proporre un codice di verità che, unendo strettamente fra loro speranza e fede, assicuri a ognuno la certezza di non cadere nel nulla dopo la morte. Il volgo, nel tempo a cui si fa qui riferimento, accoglieva le nuove idee propugnate dai cristiani con rispetto, con riverenza, con “timore e tremore”. Soprattutto accettava il dovere dell’obbedienza nei confronti di Dio e delle sue leggi, ma poi anche verso le autorità religiose e civili, in primo piano l’imperatore Costantino che, in vero, con lungimirante acume politico, con il favorire l’affermarsi dell’idea cristiana poteva essere sicuro di avere in mano la carta vincente. Ricordo che un mio amico, anziano Alpino memore di vicissitudini arrecate dal secondo Conflitto mondiale, avesse toccato da vicino la base motivazionale del concetto sopra espresso. Mi disse un giorno, nella sua parlata piemontese: “I preive con l’infern, i carabiniè con el fer a teno el mond ferm”. Tradotto in italiano suona così: “I preti con l’inferno, i carabinieri con il ferro (l’arma) tengono il mondo fermo (quieto)”. Infatti pare proprio essere così. Le turbe, per turbolente che possano essere, sono sottoposte a controllo o con la forza delle armi o con la forza della persuasione e della sottomissione psicologica. Fu questo il connubio che Costantino riuscì ad applicare con il favorire la prosecuzione del credo cristiano e la relativa libertà di culto fra la gente dell’Impero. Così allora, ma i tempi sono sempre stati soggetti a mutazione epocale. Costantino e il suo impero non ci sono più. Per contro la fede cattolica continua a imperare nelle coscienze di una gran folla. Ciò di cui si avvale oggi il cristianesimo rimane in minima parte l’amore di Dio, entità sublime sconosciuta e inarrivabile. Così come rimangono ben pochi ritagli di quel sentimento terrifico che era la paura della dannazione eterna. Eppure la Chiesa cattolica sta sempre in piedi e non dà segni di debolezza di fronte agli uomini. Resiste perché all’amore-timore di Dio e alla paura della morte ha sostituito qualcos’altro di molto più efficace e sonante per convalidare e perpetuare il proprio potere. Ma questa è un’altra storia.
Detto per inciso, la Storia è gravida di sorprese e di modelli ripresi in uso nel momento del bisogno. Quel che accadde fra Costantino e il cristianesimo fa eco, sedici secoli appresso, nel concordato stipulato fra il Vaticano e Mussolini. Quest’ultimo intravedeva nella Chiesa cattolica, non potendo ovviamente sbarazzarsene dopo essersi dichiarato ateo e anticlericale, un sostegno eloquente per il rafforzamento del regime fascista, mentre il Vaticano introduceva i propri interessi politici nella nuova ideologia che avrebbe assicurato sicuri vantaggi e piena garanzia di continuità allo Stato del Vaticano.
Per entrare più a fondo nel novero delle contraddizioni interne alla Chiesa cattolica sono da sottolineare due aspetti fondamentali. Il primo riguarda l’essersi appoggiato il potere della Chiesa, potere temporale per la maggiore, a scorte faraoniche di capitali finanziari, all’uso e abuso del denaro dei poveri perché da qualche parte doveva pur cadere la pioggia di monete che andò a ingrossare, nel tempo, i fiumi della finanza vaticana. Il possesso di potere e di continuità fu garantito, nei secoli della nostra Storia, dall’essere le casse della tesoreria vaticana colme di ricchezze. Questa condizione si pone da subito in aperta contraddizione con le parole di Gesù espresse nei Vangeli e con le esortazioni dei capi della Chiesa rivolte ai fedeli affinché facciano uso delle proprie ricchezze per alleviare le sofferenze della maggioranza dei nostri simili. Pur tuttavia è la Chiesa stessa, vuoi Stato del Vaticano, a detenere un patrimonio incalcolabile in multinazionali, in attività imprenditoriali e missionarie, in organizzazioni ecclesiastiche sparse in tutto il mondo, in opere architettoniche, museali, dell’edilizia e nell’acquisizione di lasciti e donazioni a favore del proprio istituto religioso. Senza tutto questo cumulo di beni terreni la Chiesa cattolica non riuscirebbe certamente a sussistere facendo esclusivamente ricorso alla propria fede nel suo Dio, da cui si arguisce in quali strumenti risieda quella fede.
Ma poi sopravviene il secondo aspetto che ho definito fondamentale; quello, doloroso a dirsi, della presenza o dell’assenza nelle dispute di una moltitudine di conflitti armati. La Chiesa cattolica, madre amorosa dei propri figli, non disdegnò di afferrare in pugno la spada o, meglio, di mettersi al seguito di chi la spada la sapeva adoperare. Non si permetteva, al tempo dei secoli bui, di macchiarsi direttamente degli eccidi commessi, ma più opportunamente denunciava il reato in materia di fede all’autorità civile la quale provvedeva a comminare le pene previste, sino anche alla morte sul rogo riservata a chi fosse stato condannato per eresia. Ricordo soltanto di sfuggita le punitive crociate contro i Catari, la caccia e le esecuzioni capitali alle streghe, le conquiste sanguinarie dei popoli dell’America Latina, per cristianizzarli s’intende, scopo nobile e pietoso che avrebbe salvato migliaia di anime dal fuoco dell’inferno, pur gettandone altrettante migliaia di corpi sotto funeree zolle. Il secolo breve, il ’900, assistette poi a veri e propri genocidi e sevizie ripetute su inermi. L’atteggiamento della Chiesa non sempre si dimostrò apertamente ostile alle violenze perpetrate, anzi spesso si prestò a tacere, concedendo così licenza di devastazione a gente priva di scrupoli. Le già citate Crociate, poi, furono una manifestazione di conquista alla fede cattolica e un pretesto per invadere territori altrui. I patti più o meno palesi stipulati con i potenti fra gli uomini per ottenere benefici terreni, rendite e vantaggi in potere e ricchezza, sono essi pure un fattaccio da mettere in netta contraddizione con gli ammaestramenti di Gesù Cristo.
Ciò che accadeva nei secoli passati era a conoscenza di una cerchia ristretta di addetti ai lavori. Oggi non sarebbe più possibile mantenere tale riservatezza, perché con la rapidità e la diffusione del sistema di informazioni che nulla lascia correre invano e senza impronte sarebbe troppo rischioso insinuarsi in affari poco trasparenti. Neppure il deterrente della minaccia di condanna al rogo avrebbe più senso oggidì. Potrebbe verificarsi un caso, un’eccezione, quella di legare me che scrivo queste cose a un palo con affastellate una ventina di fascine ai piedi, pronte a obbedire a un focoso segnale di partenza. Chissà, forse qualcuno, anche perché ha avuto modo di leggere i miei lavori sopra citati, starà già in questo momento intrecciando fasci di vimini ben essiccati per un eventuale uso… non si sa mai!
Torno a parlare di cose serie, scusandomi con chi sta sopra queste righe per la licenza che mi sono concesso nel divagare un po’, ne avevo proprio bisogno! E, dunque, cosa devo dire? Soltanto un suggerimento: leggete la Bibbia, leggetela tutta intiera e, se vi serve un approfondimento, scorrete le pagine dei miei lavori citati in materia di nascita ed evoluzione della Chiesa cattolica, quindi vi assicuro che potrete farvene un’idea.
Nodo 2. Fatti inspiegabili
Che lo si voglia accettare o meno è da osservare in quante occasioni i Vangeli ci parlano di eventi straordinari i cui effetti travalicano le stesse leggi della natura e la logica più stringente applicata alla ricerca della veridicità e del suo significato. Iniziamo dalla Madre di Gesù, per rispetto e riverenza alla persona privilegiata dalla Luce divina. Nei tempi che attraversiamo ci è dato modo di vedere come in tutto il mondo cattolico si dia risalto alla festa dell’Assunzione. Ossia Maria, madre di Gesù, non sarebbe morta né il suo corpo avrebbe avuto sepoltura, perché portata direttamente in Cielo, anima e corpo, per volontà divina. E questo è un dogma, investito di cotanta forza e tale da potersi lanciare l’anatema nei confronti di chi non vuole credervi.
Come mi è d’abitudine mi rivolgo all’enciclopedia Rizzoli-Larousse (Libraire Larousse, Paris 1964) per un anticipo sul problema che mi accingo ad affrontare su questo evento inconcepibile proclamato come dogma della fede cattolica nel 1950 dall’allora papa Pio XII: “Le testimonianze esplicite si accrescono alla fine del V secolo. A partire dal VII secolo quasi tutta la Chiesa, in Oriente e in Occidente, ne celebra la ricorrenza; i testi della messa romana sembrano risalire al tempo di Gregorio Magno (590-604). Papa Sergio I (687-701) stabilì che la festa iniziasse con una processione e nel IX secolo parecchie cattedrali vennero dedicate a questo mistero, ma furono soprattutto i teologi della Riforma cattolica (XVI-XVII secolo) ad approfondire la teologia dell’Assunzione (Bellarmino, Canisio, San Francesco di Sales)”.
In quanto a Maria di Nazareth verrebbe subito da avanzare pesanti perplessità su una triade di attributi a lei conferiti: ovvero la Verginità, la Maternità di Dio e l’Assunzione. Per ora mi dedicherò a indagare quest’ultimo attributo. Dunque Maria assunta in Cielo, anima e corpo nello stesso momento della dipartita da questo mondo. Succede però che, nel condurre una parallela ricerca su fonti multimediali, si pervenga a incappare in una serie di dubbi ben fondati. L’interrogativo che si pone all’inizio di questo percorso si può formulare nei seguenti termini: Maria veramente morì nel corpo oppure cadde solamente in un sonno profondo e fu traslata nel sonno dagli angeli nel Paradiso? Volgendo l’occhio alla città di Gerusalemme possiamo soffermarci su una basilica a Maria dedicata, denominata “Dormitio Mariae” ossia basilica della dormizione di Maria.
Pio XII, nel proclamare il dogma dell’Assunzione l’anno 1950, non esprime con chiarezza se Maria, al momento del trasporto in cielo, fosse morta o fosse ancora in vita; dice semplicemente “terminato il corso della vita terrena”, un bel modo per mettere in difficoltà chi vorrebbe capirci qualcosa: spenta la sua vita dalla morte e quindi successivamente risorta come il Figlio nel supplizio della Croce oppure rapita in vita nell’ultimo momento e nell’ultimo respiro senza che la morte fosse sopraggiunta e avesse avuto ragione del suo vivere terreno? Ma il conflitto si pone soprattutto fra i sostenitori della morte naturale e coloro che sono propensi per un sonno profondo in cui Maria sarebbe sprofondata. La versione del sonno è più confacente con l’altro dogma che investì Maria, quello dell’Immacolata Concezione proclamato da Pio IX con la bolla “Ineffabilis Deus” dell’8 dicembre 1854, per il quale dogma Maria “fu preservata da ogni macchia di peccato originale”. Ragion per cui, in base a un semplice sillogismo, poiché è stato affermato che la morte è conseguenza del peccato, Maria che del peccato è stata risparmiata non sarebbe potuta andare incontro alla morte. Chi ragiona con la tesi opposta si fa forte del fatto che lo stesso Gesù, immacolato come nessuno mai al mondo, alla morte non poté sfuggire; soltanto che la vinse con il risorgere il terzo giorno.
Ai tempi nostri va per la maggiore l’idea che Maria sia proprio morta, come suo Figlio. Nell’ambito di questa supposizione si fanno avanti altri interrogativi: se morì, dove e quando accadde l’evento? Anche qui molte illazioni e una serie di filoni di ricerca che, come conclusione, non portano infine da alcuna parte. Seguendo quanto ci è stato tramandato ci è dato di pensare che, dopo la morte e risurrezione di Gesù, gli apostoli avessero preso ognuno la propria strada per adempiere alla missione che Gesù aveva loro affidato. In quanto a Maria si può credere che avesse seguito l’apostolo Giovanni, proprio in ossequio alla dichiarazione dello stesso Gesù morente sulla Croce: “Donna, ecco il tuo figlio”. Gesù poi si era rivolto a Giovanni annunciandogli: “Ecco la tua madre”, “e da quel punto il discepolo la prese con sé” (Giovanni, XIX, 26-27).
Tutto questo nel Vangelo di Giovanni, mentre non se ne trova menzione negli altri tre Vangeli, i sinottici. Se così fu, pare probabile che Giovanni avesse scelto la direzione di Efeso, nella Turchia sud-orientale per compiere la propria missione apostolica. A Efeso si sarebbe pertanto diretta Maria, e fu lì che ella avrebbe terminato la propria esistenza.
Per altro verso c’è chi sostiene non essersi Maria allontanata da Gerusalemme, dove morì e fu sepolta presso il Monte Sion, nella Valle del Cedron, il luogo che fu destinato all’erezione della basilica della Dormizione. Ma si dà il caso che neppure l’idea di Efeso fosse stata abbandonata, dandone conferma con il trasferimento di Maria da Efeso a Gerusalemme al seguito di Giovanni allorché questi si portò a Gerusalemme per partecipare al primo Congresso Ecumenico riunito dagli apostoli in assemblea. Era il concilio nel quale si precisava che ai Gentili non sarebbe stato richiesto il rito della circoncisione, purché si fossero attenuti a una serie di altre norme vincolanti, quali l’astenersi dal consumo di vivande contaminate perché immolate agli idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dalla fornicazione.
Conclusa questa breve digressione sui testi sacri torniamo alla fine terrena di Maria. Scopriamo che, a detta di una terna di testi rinvenuti in lingua etiope, greca e latina, si possa arguire che Maria finì la propria esistenza terrena proprio a Gerusalemme, ma senza alcuna certezza definitiva dal momento che la scena reale nella quale si svolse la fine terrena di Maria rimane avvolta in un mistero impenetrabile. In quanto a Efeso è possibile ammirare la piccola casa della Vergine, la “Casita de la Virgen”, il luogo della dipartita di Maria da questo mondo. La tradizione si riveste qui della divergenza di punti di vista nel dare credito alla versione efesina o a quella di Gerusalemme. In quanto a quest’ultima ipotesi essa si appoggia a un altro edificio mistico oltre alla Basilica della Dormizione, ed è quello denominato “La Tomba di Maria” situata nel seno del torrente Cedron, non lungi dall’Orto degli Ulivi annoverato nella Passione di Cristo, considerata la Chiesa dell’Assunzione. Il dilemma si fa ancora più acuto allorché si vada ad analizzare lo stesso termine “dormizione” nella lingua greca, là dove esso può indicare indifferentemente sonno oppure morte. Così anche in latino lo stesso termine assume un valore semantico altalenante fra sonno e morte (sonno in Varro, sonno eterno in Tertulliano), ma lascerebbe tuttavia adito a interpretarne il significato nel senso di sonno profondo nel quale si sarebbe immersa Maria prima di essere assunta nell’alto dei Cieli. Volendo scandagliare nell’intimo la questione proviamo a sfogliare le pagine di un Vangelo apocrifo, quello di Giuseppe di Arimatea, le cui dichiarazioni non possono fare a meno di incuriosire: rivolgendosi ai discepoli nell’approssimarsi della propria morte, Maria avrebbe detto: “…il Signore verrà a prendere la mia anima” e, poco più tardi, “…discese Cristo con una moltitudine di angeli e prese l’anima della sua diletta madre”. Accadde pertanto che “fu assunta in cielo l’anima della beata Maria Vergine”, dopodiché “Gli apostoli…iniziarono il trasporto del corpo santo dal monte Sion alla valle di Giosafat” e “deposero il corpo nella tomba”.
In quanto alla data si apprende da Giuseppe di Arimatea che Maria lasciò questo mondo due anni dopo la morte e risurrezione del Figlio. Eusebio di Cesarea (III-IV secolo) propone l’anno 48 per la morte di Maria, mentre secondo Epifanio, vescovo di Salamina (IV secolo), Maria sopravvisse a Gesù per ben 24 anni ossia sino all’anno 57.
Concludo questa parte riguardante la fine terrena di Maria con una dichiarazione di Teodosio, arcidiacono d’Africa nel VI secolo, nell’indicare il venerabile luogo all’interno della basilica della Dormizione di Maria: “Là nostro Signore Gesù Cristo prese l’anima della sua diletta madre…e la trasportò in cielo”. Non sarà certo passata inosservata la frequenza con la quale si è visto come il Signore o gli angeli fossero accorsi a prendere l’anima, là dove non si parla del corpo, così in Giuseppe di Arimatea, così in Teodosio, con la precisione fatta dal primo dei due circa la deposizione del corpo di Maria in una tomba, quindi non assunto in Cielo. Il mistero permane, regna indisturbato e ognuno può sentirsi libero di pensarla come meglio gli suggerisce il proprio raziocinio.
Connessa alla condizione perenne della Verginità di Maria è la dichiarazione forgiata dalla Chiesa sin dal Concilio di Nicea del 325, nei termini “Madre di Dio”. Nel corso dell’esame dei testi biblici riemerge l’obiezione nel considerare questo appellativo di cui è stata rivestita la figura e la persona di Maria Madre di Gesù. Già ci troviamo ad accettare con somma difficoltà quando siamo invitati a credere che Gesù sia nato da una vergine e che Maria abbia conservato il suo stato di illibatezza per tutta la sua esistenza. Non mi dilungo sull’argomento perché già trattato in altri luoghi della presente analisi. Desidero piuttosto soffermarmi sul significato di quell’allocuzione “Madre di Dio”. Mi sembra strano il dover accettare che il Dio oggetto di adorazione abbia una madre, ma il senso letterale rimane quello. Se, allora, all’origine dell’Universo c’è una Madre, quel Dio che adoriamo non è più il principio di tutto in quanto a sua volta è stato generato, quindi con tutta probabilità non è più un Dio. Sillogismo molto semplice, tanto più se pensiamo che chi ha deciso in quel modo è stato un imperatore, reo oltretutto di efferati delitti. A chi credere? Mi si dice: semplice, Maria è Madre di Gesù, Gesù è Dio, quindi Maria è Madre di Dio. A parole il sillogismo aristotelico può funzionare, ma non di fronte a un’intelligenza scrutatrice e insoddisfatta. La proposizione, a ben vedere, va ribaltata: Maria è Madre di Gesù in quanto genitrice di un corpo umano, mai di una divinità, perché questa non è passata per le viscere di una donna, ma è trascendente, nulla ha a che vedere di materiale con la realtà della materia. Allora si può ben dire che Maria sia Madre di Gesù e che Gesù sia una creatura umana, figlio di umani, investito di una potenza divina che ne fa un portatore di salvezza per tutti gli uomini. Questo è quanto penso nella mia piccola mente.
La disquisizione in corso mi porta a rivisitare una complessa teogonia di cui si nutrivano le credenze nell’antichità classica. Esisteva già allora, nell’immaginazione degli uomini, una divinità superiore, Zeus per i greci, Juppiter o Giove per i Romani, ma questo Giove era stato generato da Crono Saturno e da Rea. Lo stesso Crono, Padre del Tempo, era, nella credenza atavica, il più giovane dei Titani, figli di Urano il Cielo, e di Gea la Terra. Giunti a Urano dobbiamo apprendere dai detti antichi che egli stesso era allo stesso tempo figlio e sposo di Gea. In quanto a Gea, poi, la divinità che deteneva la forza generatrice della Terra nella veste di madre comune di tutti i viventi, essa fu generata dalla Notte e da Eros o emerse dal Caos. Arriviamo quindi al Caos, ma poi mi fermo qui in questo viaggio regressivo, poiché non so dove si potrebbe arrivare. Ecco, allora, Caos considerato altrimenti come “Vuoto aperto”, infinito, esistente già prima della creazione, origine del cosmo, formatosi nella designazione della massa primitiva e confusa della materia dalla quale, grazie a un processo di separazione degli elementi, presero forma il cosmo e l’insieme di tutti gli esseri viventi. Fu in questo sistema cosmico che la Notte e l’Erebo originarono Urano.
Una domanda: di tutti questi personaggi mitologici quale sarebbe stato il Dio assoluto, principio di ogni realtà? Ancora Zeus o quale altro capostipite? Così pure, per una stravaganza in vero poco ossequiente, si potrebbe procedere in senso retrogrado da Gesù-Dio e da Maria proclamata Madre di Dio. Maria era figlia di Sant’Anna e di San Gioacchino che, secondo una logica ristretta, dovrebbero essere chiamati nonni di Dio. Ma può essere? Non stiamo ricadendo nella blasfemia del ridicolo? E così a ritroso, per ritrovarsi con un pugno di mosche, dopo aver liberato enormi sforzi in assoluta perdita di rispetto per l’Entità che onoriamo con il nome di Dio.
Immagine di Copertina tratta da Daily Verses.

