Cinque Nodi
Nodo 1. In tema di contraddizioni
Darò il via a questo settore di indagine riportando le parole di fuoco con le quali Gesù Cristo si esprime, ma in forma tale da costringere ogni sforzo di comprensione a vacillare: “Il regno dei Cieli sarà conquistato dai violenti, con l’uso della forza”. Qui è richiesta una buona dose di disposizione a comprendere quale possa essere il significato da attribuirsi a queste parole. Gli esegeti di fede cattolica scoprono sempre opportuni passaggi concettuali per raggirare queste difficoltà, ma pur tuttavia le parole dicono chiaramente qualcosa di terribile. Allora dovremmo avallare gli atti di violenza, e il mondo in cui viviamo ce ne offre esempi inesauribili. Dovremmo attribuire omaggio alla forza bruta per portarci nel seno della Luce divina?
Un’idea mi balza in mente. Quei semplici pescatori, gli apostoli della prima ora, che stavano ad ascoltare le parole del Maestro, si può ben dire che le avranno prese alla lettera e ne restarono per lo meno sbigottiti e qualcuno, fra i più istruiti, avrà osservato: “Ma come, se sta scritto nei Salmi che i mansueti possederanno la terra (I Salmi, 36°, 11), poi ci viene a parlare di spade e di munircene!”. Oppure era proprio quello che avrebbero voluto udire dalle parole di Gesù, considerata la loro volontà di riscatto dal giogo romano. A sostegno della situazione creatasi nella mente dei suoi seguaci Gesù esordisce con un’affermazione che sa davvero di inconcepibile: “Non son venuto a mettere la pace, ma la spada” (Matteo, 10°, 34).
Ed ecco allora la mia idea, parimenti clamorosa di fronte al senso che scaturisce dal parlare di Gesù: l’accenno alla violenza e alla spada, che si pone in netta contrapposizione con la raccomandazione di Gesù a essere mansueti, chissà, potrebbe essere stata un’aggiunta posteriore alla data del Vangelo di Matteo, ma, a quale scopo se quelle declamazioni non fanno altro che sconvolgere le menti degli ascoltatori e la stessa logica che si vuole abbia sempre accompagnato i discorsi di Gesù al pubblico? Per me resta un mistero non facilmente risolvibile. Nei Salmi non troviamo parole proferite da Gesù, ma si tratta pur sempre di “Parola di Dio”, come prescrive la catechesi cattolica. Troviamo infatti nel primo libro dei Salmi (22°, 29-30) l’enunciazione “E i mansueti possederanno la terra”. Vuol dire allora che Gesù, in senso più che mai veristico, avesse deciso di stravolgere quanto risiedeva negli scritti del Vecchio Testamento? Per indurre una visione nuova e rinnovata della realtà per chi vive in questo mondo? D’altra parte, mi soccorre un’idea, nella liturgia cattolica troviamo un canto (di Gabriel Fauré) che inizia con queste parole, latino e italiano: “Tantum ergo sacramentum veneremus cernui et antiquum documentum novo cedat ritui. Un così grande sacramento veneriamo, dunque, chini e il vecchio rito ceda il posto al nuovo”. Forse si tratta del prologo di una più ampia concessione a “sostituire” qualcosa delle vecchie rivelazioni che non si adatta più, passati i tempi, al modo di pensare della gente che ascolta la “Parola di Dio”.
Nella documentazione veterotestamentaria troviamo ancora l’indirizzo della maledizione mosso alla persona che, giustiziata, finisce la propria vita “appesa a un legno”, verosimilmente crocifissa. Questo lo dice il Deuteronomio (15°, 11). Non è proprio il caso di Gesù Cristo. Hanno ben da interpretare i commentatori cattolici che Gesù volle scegliere la morte più atroce e avvilente per meglio redimere il mondo dai peccati commessi; ma che ne sanno loro di che cosa passasse allora per la mente di Gesù? L’ardire di essere interpreti della volontà divina? Per me non è così, maledizione è sempre maledizione, checché se ne dica e per quanto si giri intorno al problema rivoltandolo per presentarlo sotto mutate apparenze. E che dire di Paolo di Tarso, sostenitore acceso della nuova visione della legge ebraica, in quanto tale assolutamente contrario al rito della circoncisione allorché, determinato a prendere con sé Timoteo, lo sottopone alla circoncisione? Una deroga obbligata alle proprie convinzioni? Ma quale motivo l’avrebbe avallata? Anche in questa situazione Paolo non avrebbe dovuto cedere, secondo logica, a uno degli aspetti per i quali combatteva nel nome di Gesù che a lui medesimo si sarebbe rivelato.
Lasciamo un momento da parte Paolo e torniamo a quella che fu professata “Parola di Dio”, fermiamoci allora sul lessico allorché si richiama il nome di Gesù. A esso è legata l’apposizione di redentore che in ebraico è reso con il termine “goel” dal significato primitivo di vendicatore o difensore. Se procediamo solo passo passo sul tentativo di interpretarne la scelta non possiamo fare a meno di sorprenderci ancora. Perché difensore? Chi avrebbe dovuto difendere, con quali mezzi e da che cosa? Sì, mi direbbero i saggi esegeti dell’ultima ora, difendere gli uomini dal cedere al peccato, alle lusinghe di Satana. Potrebbe essere un’interpretazione di una certa accettabilità. Ma, poi, quell’altra denominazione, vendicatore, non suona forse come antitetica all’indole del Maestro che insegna a perdonare settanta volte sette e quindi a rifuggire da ogni spinta alla vendetta verso chi ci ha offeso o ci ha fatto de male?
Siccome vado dissertando sul tema “contraddizioni” o almeno mi prefiguro di sforzarmi di farlo, dirò che una gamma nutrita di contraddizioni la si trova qualora si pongano a confronto i Vangeli canonici con i Testi così detti apocrifi perché non ospitati nel patrimonio religioso ammesso dalla Chiesa cattolica. Visitando per esempio il Vangelo di Tommaso troviamo una fondamentale rivelazione rivolta a chi vuole spingere la propria conoscenza oltre quanto gli consentono i propri sensi: la ricerca deve essere rivolta dentro se stessi. Saranno rimasti stupiti assai i discepoli nell’udire questa enunciazione dal loro Maestro che, a ben vedere, era stato eletto candidato re del popolo d’Israele, perché Gesù parlava di un regno che verrà, di un regno al quale egli stesso apparteneva, di un regno di Dio che sarebbe stato eretto a liberazione e gloria del popolo eletto. Era, questo, un regno che disilludeva le aspettative di quel popolo di pastori e pescatori perché, dice Tommaso, esso si manifesta come una realtà spirituale, presente sempre e in ogni luogo. Gli uomini, tuttavia, questa realtà non la scorgono, sono completamente ciechi al suo apparire. Addirittura si parla di una scelta, di una vera e propria scrematura fra i viventi, perché non tutti si approprieranno della Verità ultima, in quanto Dio pensa di dover scegliere soltanto le persone che hanno la capacità di conoscerlo, “uno su mille e due su diecimila”, dalle parole che Tommaso pone sulle labbra di Gesù. E, allora, la così tanto venerata cattolicità della Chiesa cattolica sarebbe destinata a ridursi a una storiella che nulla avrebbe a che vedere con i disegni divini.
In tema di contraddizioni emerse dalla lettura dei Testi sacri credo di poter proporre quella che a mio modo di vedere si riveste di un peso enorme dovuto alla situazione nella quale si verifica: l’atto della crocifissione. Narrano i Vangeli che Gesù era stato inchiodato, trafitto nei quattro arti, sul legno della Croce, ma non era solo, gli facevano corona altri due crocifissi condannati per reati comuni, pare per furto. Nello spasimo della sofferenza fra le più atroci prende comunque forma un breve scambio di parole e di atteggiamenti per intervento dei tre votati a morire. Qui ci troviamo di fronte a due versioni contrastanti se sovrapposte l’una all’altra nei Vangeli. In Luca si legge del pentimento di uno dei due malfattori e della sua preghiera di intercessione rivolta a Gesù: “Signore, ricordati di me quando sarai giunto nel tuo regno!”. Non solo, ma costui, visto che il suo compagno di malavita rivolgeva parole ingiuriose a Gesù, non si volle esimere dal redarguirlo: “Neppure tu temi Dio, trovandoti con lui nel medesimo supplizio?”.
A questo punto mi sento in dovere di fermarmi ad analizzare il significato di tre termini affiorati nel parlare del ladrone pentito (il cui nome, Disma, appare nei Vangeli apocrifi). Il primo termine, “Signore”, invita a riflettere: forse che quel Disma, nonostante la sua cattiva reputazione, conosceva la vera natura di Gesù? Lo vedeva come un personaggio di alto rango caduto in disgrazia oppure quella parola stava a indicare Dio in persona, come se Disma avesse avuto una ispirazione anticipata rispetto a quanto sarebbe stato codificato tre secoli più tardi nel Concilio di Nicea a opera dell’imperatore Costantino? Oppure in qualche modo avrebbe conosciuto la parola di Gesù nei suoi ammaestramenti rivolti alle folle e avrebbe fatto proprie le verità rivelate, convincendosi che Gesù fosse veramente figlio di Dio, da Lui inviato per insegnare la via della salvezza? Tutto molto arcano e moto improbabile nell’insieme delle considerazioni che cerco a tratti di assemblare in qualche cosa di significativo. Se non che affiora alla mente il secondo termine che ho creduto bene di selezionare, quello che indica un “regno”. Se tutti e tre i condannati, in quel momento, andavano verso la morte senza alcuna speranza di essere liberati, allora Disma doveva senza dubbio alludere a un regno che non aveva sede in terra. E come faceva ad avere cognizioni di questo genere? Era stato così assiduamente al seguito di Gesù quando questi si intratteneva con i discepoli, e così fortunato da ascoltare e da fare proprie parole di vita eterna? Oppure in quel momento Gesù, vista l’indole buona del suo interlocutore, lo avrà premiato con una rivelazione dell’ultimo minuto? Il pentito, sì, sarebbe stato con Gesù in Paradiso in quello stesso giorno. Ma l’altro? Abbandonato a un destino truce, promesso alla dannazione eterna? Nessuna pietà per lui, nessun motivo che lo inducesse a pentirsi e a chiedere perdono nell’estremo alito di vita? Un Gesù che premia chi lo riconosce, ignorando nello stesso tempo chi lo deride e lo beffeggia? Perché questa disparità di trattamento di fronte allo spegnersi della vita terrena e al penetrare la realtà dell’infinito? La parola “Paradiso”, inoltre, proferita da Gesù, apparteneva nel proprio intimo significato anche nel bagaglio delle conoscenze del malfattore Disma? Chi lo avrà informato di che cosa si parla quando si usa il termine “Paradiso”? Anche qui perplessità, interrogativi, nebulosità e il mostrarsi di seri dubbi che la fraseologia indicata nei passi evangelici a riguardo della scena di cui si parla sia stata composta ad arte in tempi successivi all’apparizione dei Testi, con riferimento diretto a concetti e voci ormai diventati di uso comune.
Ma veniamo all’ultimo termine inserito nella terna annunciata: Dio. Nel momento in cui Disma redarguisce il proprio compagno di sventura, lo accusa di non temere Dio che si trova in mezzo a loro due. Sarebbe questa la conferma che Disma conosce la natura divina di Gesù e non esita a nominarlo Dio. A fronte di questa situazione la nebulosità in chi cerca chiarezza in questo dire si fa più completa. Allora vien da pensare che Disma fosse il prescelto, come già era accaduto a Giuda che, nel suo Vangelo apocrifo, nonostante fosse oggetto di esecrazione da parte degli altri undici, fu scelto da Gesù come il maggiore fra tutti, perché collaborasse in prima persona alla completezza del sacrificio previsto, quello della morte di Gesù denunciato ai suoi aguzzini. Realtà impossibile a costruirsi con le componenti che si oppongono a lasciarsi mettere insieme: un malfattore promesso alla gloria dei Cieli e un traditore eletto a prestare la propria opera alla Volontà divina per uno scopo orrendo in termini terreni. Certe scelte operate da Gesù, come vengono descritte nei Vangeli, ci lasciano veramente spiazzati, travolti dalle sembianze contraddittorie di cui si ammantano. I rimanenti due evangelisti dei sinottici, Matteo e Marco, restano esenti da questo inghippo, non fanno la distinzione attribuita a Luca e si trovano in accordo nel sostenere Gesù oggetto di beffeggiamenti e di insulti da parte di entrambi i due ladroni, chiamiamoli così. Per Giovanni le cose sono ulteriormente semplificate poiché dei due ladroni egli non fa menzione alcuna. Ai piedi della Croce c’erano anche tre donne, Maria la madre di Gesù, con la sorella detta Maria di Cleofa e Maria Maddalena, oltre a Giovanni, l’unico fra i discepoli che volle seguire Gesù fino all’ultimo istante.
Interessante si rivela una discordanza persino sulla data della nascita di Gesù. La Storia ruota attorno alla persona di Erode I il Grande che sarebbe nato ad Ascalona nl 73 a.C. e morto a Gerico nell’anno 4 prima di Cristo. A lui venne attribuita la così detta strage degli innocenti, evento che si trova soltanto nei Vangeli, non avallato quindi da testimonianze storiche. Che Erode I fosse stato capace di tanto, tuttavia, non deve sorprendere, a vedere dai suoi precedenti che enumerano delitti raccapriccianti, come l’uccisione di Ircano II dal quale discendeva Mariamne presa in sposa da Erode, come la soppressione del fratello di Mariamne, Aristobulo III e infine della propria moglie, la stessa Mariamne. Non solo ma anche l’uccisione dei propri figli fra i quali Antipatro quattro anni prima della nascita di Gesù, l’anno che segnava anche la fine di Erode. È questa la data discussa perché se Erode I morì quattro anni prima che nascesse Gesù Cristo, come avrebbe potuto ordinare quella strage non potendone scorgere il motivo, proprio per quella discordanza cronologica di quattro anni? Eppure la strage degli innocenti è anch’essa “Parola di Dio” e si ha da crederci.
Non per puro caso mi viene facile passare dalla nascita di Gesù alla sua morte, mosso da un’ultima contraddizione che le parole del Maestro insinuavano fra i suoi ascoltatori. È Matteo che racconta, al cap. 26°: Gesù nell’atto di rimproverare gli apostoli che stavano ricorrendo all’uso delle armi, la spada. Nello stesso tempo dice loro apertamente che, se soltanto lo volesse e così decidesse, potrebbe implorare il Padre celeste che subito gli invierebbe falangi di angeli per salvarlo da una situazione di pericolo che si stava facendo sempre più minacciosa e reale per lui. Ma Gesù non volle, sapeva che avrebbe dovuto accettare il sacrificio della propria passione e morte per il grave motivo che le Scritture dei profeti avrebbero dovuto avverarsi. Qui pare di poter trarre un significato recondito dalle dichiarazioni di Gesù: il motivo centrale di tutta la vita e della fine sacrificale del Salvatore era davvero la necessità indiscutibile che si adempissero le Scritture? Ma, allora, stiamo di fronte al canovaccio di una scena che è stata pensata, preparata, e che richiede agli attori di agire come da copione? Perché Gesù non dice apertamente ai suoi discepoli che se lui si sottrae alle preveggenze delle Scritture le porte del Regno di Dio resteranno sprangate per tutti gli esseri umani? Io stesso, mentre leggo i passi del Vangelo di Matteo al cap. 26° e mentre mi accingo ad approfondirne i significati prefiggendomi di comprenderne il senso genuino e palese per quanto possibile, resto interdetto; ho la sensazione che Gesù si atteggi per così dire ad avvocato difensore delle profezie antecedenti la sua venuta, molto attento a che i fatti si svolgano sulla loro matrice e non ne contraddicano le previsioni. Forse qualcosa del genere sarà apparsa anche ai suoi ascoltatori che, di fronte ad affermazioni come quelle appena udite dalla bocca di Gesù, si saranno sentiti smarriti. Quel Messia, che aveva promesso niente meno che un nuovo regno e nuova gloria, non si ergeva con potenza e maestà a incitare il proprio popolo perché si affrancasse dalla schiavitù allo straniero, ma si stava semplicemente offrendo come vittima sacrificale sull’altare della fede, lasciando i propri seguaci in uno stato d’animo avvilente, appesantito da delusioni e dal terrore di essere condannati alla stessa fine di quella del Maestro. Così, come conclude Matteo, “tutti i discepoli, abbandonatolo, fuggirono”. Una esperienza terribilmente esasperante anche per lo stesso Gesù che avrà compreso di aver proferito parole capaci di lasciarlo solo, indifeso. Sapeva sicuramente, prima di aprir bocca, quale effetto avrebbero lasciato le proprie parole nella coscienza dei suoi uditori. Ma Gesù obbediva, doveva obbedire, a una massima di comportamento che gli cadeva sul capo come una scure e non lasciava adito a interpretazioni differenti, tanto che quel “fuggirono” dà la giusta misura dell’intensità emotiva della quale la scena era in quel momento impregnata.
Alcune considerazioni sull’ascesa del Cristianesimo.
A volte mi domando come il dettato cristiano-cattolico sia potuto assurgere a così alti e vasti sistemi di potere sulle genti di gran parte del mondo e come abbia potuto resistere alle insidie rivoltegli dalle parti avverse, uscendone vincitore e occupando la scena storica per abbondanti due millenni, senza mostrare segni di preoccupanti cedimenti. Oggi, lo vediamo nel nostro ambiente, le folle chiamate a raccolta attorno alla persona del Pontefice disegnano un’area dai contorni assai dilatati. Pensa e ripensa, mi tornano in mente alcuni risvolti di questo fenomeno evolutivo. Il principio della fede, intanto, instillato nella cultura semplice e a volte sprovveduta di un piccolo gruppo di pescatori è già di per sé un evento mirabile. Si può darne spiegazione nel dire che in quelle persone, umili e semplici, l’Eterno si compiaceva nel voler dispiegare la propria volontà di rivelazione all’umanità intera, ma lascerei da parte l’aspetto mistico della questione, troppo semplicistico e risolutivo quanto incontrovertibile, ma anche non vorrei peccare di superbia nella presunzione di poter leggere nella mente di Dio, non è in verità proprio quello che voglio fare. Vengo piuttosto ai fatti, quelli che dalla Storia hanno avuto conferma. Il movimento dei seguaci di Gesù si protrasse per i primi tre secoli, viene da pensare, fra mille difficoltà, alcune delle quali concorsero a imprimere direzioni divergenti alle idee, alle teorie teosofiche e ai metodi impiegati per conquistare seguaci. Si sarebbe dovuto attendere il quarto secolo per assistere a una svolta epocale definitiva della crescita del Verbo cristiano-cattolico. Ossia arriviamo all’Impero romano e a Costantino che rivestì una parte di enorme rilievo nell’affermazione del Credo cristiano. Il cambiamento ebbe inizio con l’editto di Milano del 313, autori Costantino e Licinio, tramite il quale alle comunità cristiane veniva riconosciuta piena libertà di culto e accordata parità di diritti nei confronti delle altre comunità allora vigenti. Venivano ammesse azioni di propaganda e di proselitismo. Sul piano finanziario l’editto stabiliva che tutti i beni confiscati in precedenza ai cristiani fossero loro restituiti. Anzi, i cristiani sarebbero stati autorizzati all’acquisto di beni, a dare vita a luoghi di culto, a ottenere il diritto ad avere propri cimiteri. L’enciclopedia Rizzoli-Larousse, oggetto delle mie consultazioni, precisa che “Una serie di ragioni politiche, più che religiose, convinsero Costantino a emanare l’editto: egli infatti si servì dell’appoggio dei cristiani nella sua lotta per la conquista del potere”. A Costantino, imperatore lungimirante e geloso del proprio potere, non era sfuggita l’opportunità di far fronte alle dispute sorte fra i vescovi d’Oriente, foriere di minacce per la stessa coesione dell’impero. Ma per ottenere l’unità agognata era necessario trovare qualcosa di talmente venerabile da accomunare gli intenti fra le parti ovvero costringerle a lasciarsi assoggettare a una volontà superiore. Ottenne questo scopo inserendo nel discorso politico-religioso l’idea ferma di una realtà talmente vigorosa e clamorosa, come quella della consustanzialità, per far abbassare i toni a questi e a quelli costringendoli a operare sorretti da un solo ideale e, con questo, a essere asserviti a una norma talmente inattaccabile da renderli docili e ossequienti al tempo stesso.
Ebbene, il punto è proprio questo, così credo di potermi esprimere. Costantino non era uno sprovveduto e il suo mestiere lo sapeva condurre molto efficacemente. Intanto la sua sicurezza nel mantenimento a lungo del potere imperiale andava parzialmente vacillando a causa di inimicizie contro le quali si trovava a lottare e delle minacce di frammentazione dei territori imperiali a motivo di rivendicazioni di parte. Costantino aveva scalato i gradini di una carriera invidiabile, ma inceppò in una serie di ostacoli già durante l’alleanza con Licinio, ostacoli che portarono allo scontro di Adrianopoli (la battaglia di Adrianopoli venne combattuta nella provincia romana della Tracia, il 9 agosto 378 e si concluse con l’annientamento, per mano dei Visigoti di Fritigerno, dell’esercito romano guidato da Valente, imperatore d’Oriente) e di Crisopoli (la battaglia di Crisopoli fu combattuta il 18 settembre 324, presso Calcedonia, tra i due imperatori romani Costantino I e Licinio. La sconfitta di Licinio fece di Costantino l’unico imperatore). Le difficoltà tuttavia non si erano dissipate; Costantino si trovò così a doversene parare su due fronti: quello esterno nello sforzo di difendere le frontiere traballanti sotto la minaccia delle invasioni barbariche, e quello interno per via delle discordie nate in seno alla sua famiglia, conclusesi con l’uccisione, per volontà perversa di Cosantino, del figlio e della moglie Fausta. Qualcosa cambiò ancora nel novero delle decisioni assunte dall’imperatore nella volontà di convincere i propri sudditi a credere in un segno divino, l’apparizione che gli consentì di uscire vittorioso nello scontro di Ponte Milvio.
Traggo ancora dall’enciclopedia: “Contro la tradizione che vuole Costantino convertito improvvisamente al cristianesimo, si è quindi sostenuta talvolta la tesi di un puro opportunismo da parte sua allo scopo, estraneo alle sue convinzioni religiose, di appoggiare l’istituto imperiale in crisi a una nuova forza spirituale e numerica”. Costantino fu dunque il personaggio storico che rese possibile l’ascesa del cristianesimo nell’Impero… “al nome di Costantino si lega il trionfo del cristianesimo sul mondo pagano”. Bene, così la Storia. Ma per quale motivo Costantino scelse il movimento cristiano per salvare il proprio impero? Lo abbiamo ravvisato appena qui sopra perché egli aveva capito che il cristianesimo, nel suo diffondersi con inaudita rapidità fra la popolazione, era sorretto da una forza spirituale così efficace da rivolgersi, sottoponendola a un senso di sudditanza e di timore, a una moltitudine di persone senza limiti numerici in quantità. L’aveva inteso, questo, l’imperatore, da come si era atteggiato a osservare da vicino quel fenomeno socio-religioso così spinto a dialogare fra gli individui e le famiglie. Assecondandone ancor più la crescita avrebbe avuto in mano un’arma formidabile per ottenere facilmente consensi dalla maggior parte dei sudditi che per lui contavano.
A questo punto viene da dire: come il cristianesimo poteva essere investito da cotanta forza spirituale, tale da consentirgli l’enorme prestigio che ebbe sulle folle? Si deve pensare che tutto l’ammaestramento impartito dal cristianesimo era fondato sul concetto di salvezza e sul timore della dannazione eterna dopo la morte corporale. I predicatori sapevano ben impressionare la mentalità sensibile oltremodo recettiva del proprio uditorio. Tutti, chi più chi meno, chi più consciamente e chi meno, coltiviamo pensieri oscuri se andiamo sfiorando il concetto di morte, e la cosa ci spaventa o per lo meno crea in noi un particolare turbamento. In certe circostanze della nostra vita siamo addirittura più spinti a fermarci nel riflettere su che cosa sarà l’aldilà, se c’è proprio, che cosa comporta, per quanto riguarda il nostro comportamento responsabile. In elucubrazioni di tal fatta c’entra anche, e lo si vorrebbe, l’amore di Dio Padre ma, come viene da giudicare, con Dio di cui non possediamo parvenza di conoscenza abbiamo un rapporto di speranza, indefinito nel suo genere, tale da tenerci a dovuta distanza da una realtà che non riusciamo a concretizzare. Non così il timore della morte giacché con il nostro corpo, che percepiamo ogni istante come reale, continuiamo ad avere un rapporto diretto, naturale, vivo, e la cessazione del suo requisito di vitalità, con tutte le domande e le possibilità che si aprono in merito, minaccia di precipitarci, non trovando risposte adeguate ai nostri interrogativi e dubbi, in una disperazione buia e abissale.
Immagine di Copertina tratta da Daily Verses.

