Nowo Postojalowka – 20 Gennaio 1943
Fermo, guardingo, tristo e greve, quel lungo treno
ansante, grigio, ferrigno, impaziente, fumoso
lei le sue mani più strette sul seno;
pungente un pensiero: rivedrò il mio sposo?
Serpente d’acciaio su strada ferrata
l’anima mia ti porti lontano,
or tu la strappi alla sua amata
in trepida attesa, ancora, forse invano?
Scarponi ai piedi, marce forzate;
sabbia, fumo, polvere negl’occhi,
giovani forti che belle speranze portate,
non più baci, carezze, fuggenti rintocchi.
Rombo di fuoco, strepitar di mitraglia,
vicino il Natale, vicina l’ingiuria;
forse il nemico stavolta non sbaglia,
mi tocca ferire, colpire, eroi nella furia.
Carri spettrali, uccelli di fuoco
su impavidi Alpini s’avventan furiosi;
forza, ragazzi, alla vittoria ancor poco,
restiamo uniti, il nemico non osi!
Sete, fame, ferite strazianti,
eppure là in fondo il tetto natìo,
eppure bisogna, coraggio, andare avanti,
seguendo, mia sposa, crescente desìo.
Venti Gennaio, Postojalowka in fiamme,
milleduecento arrossando la neve;
atroce il grido di spose e mamme
sognando gli Alpini, il passo lieve.
Sposa infelice, madre orbata del figlio,
d’amore nutrito cosa vi resta, di sperata gloria?
Sul petto portate, di sangue macchiato un giglio.
Quel treno ritorna, di morti a falangi memoria!
m.b.
20 Gennaio 1943, giorno di strage e lutti
Il mattino del 20 gennaio ebbe inizio quella triste fase del ripiegamento che doveva segnare il sacrificio immenso della Julia e della Cuneense, trovatesi sbarrato il passo da trenta carri armati russi nei pressi di Nowo Postojalovka. Con quel poderoso sbarramento di fronte a Nowo Postojalovka fu il gen. Battisti a prendere in mano la situazione, dando immediato ordine al comandante del 2° Alpini:
- Colonnello Scrimin, prepari in assetto d’attacco i battaglioni Borgo San Dalmazzo e Saluzzo, e lasci il battaglione Dronero come difesa dei reparti dal tergo. Il Borgo e il Saluzzo dovranno sferrare un attacco contro il blocco russo sulla parte destra.

Alle ore 13 del 20 gennaio il magg. Carlo Boniperti con il battaglione Saluzzo e il magg. Amedeo Raselli con il battaglione Borgo San Dalmazzo erano sul punto di avanzare. Mentre la 21a compagnia del cap. Chiaffredo Rabo, verso le ore 14, dovette far fronte ad un reparto russo che occupava un gruppo di isbe, le due compagnie mandate avanti si preparavano all’attacco: il battaglione Saluzzo sulla destra e il battaglione Borgo San Dalmazzo sulla sinistra. A fungere da collegamento fra i due battaglioni stavano appostate la 15a compagnia del Borgo San Dalmazzo (cap. Danilo Astrua) e la 23a del Saluzzo (cap. Enrico Pennacini). L’azione fu dunque resa possibile dal concorso parallelo dei battaglioni Saluzzo e Borgo San Dalmazzo che, facendo fuoco a volontà, avevano in qualche modo costretto i russi a restarsene defilati ai tiri esplosi dagli Alpini. Lo scontro si verificò nei pressi di Kopanki. Mentre i battaglioni Borgo e Saluzzo si disponevano all’attacco, il Dronero stava di retroguardia. Fu il Borgo, verso le quindici del 20 gennaio 1943, a sferrare l’attacco: tattica a sbalzi rapidi, con disposizione a scacchiera, fra le asperità del terreno e qua e là fra i cadaveri degli Alpini caduti in scontri appena precedenti. Poi l’entrata in Kopanki, con terribili corpo a corpo e irruzioni arditissime. Sotto i fuochi di copertura delle mitragliatrici degli Alpini, le punte in attacco stavano guadagnando rapidamente terreno, fin quando si mise in azione l’artiglieria russa gettando lo scompiglio fra i nostri e causando perdite ingenti, soprattutto alla 21a del Saluzzo. Il sacrificio di questa azione pesò moltissimo sulla 21a compagnia la quale, dopo aver sostenuto alcuni scontri ravvicinati, pagò il prezzo più alto in vite umane spente dai colpi dell’artiglieria russa. Fra i caduti veniva annoverato il tenente Giuseppe Abello, decorato in seguito con Medaglia di Bronzo al V.M. Da parte nostra si provò a controbattere con i colpi del gruppo di artiglieria Pinerolo (tenente col. Ugo Lucca), ma la disparità di efficacia fu sconcertante. Nell’insieme quattro carri armati russi riuscirono a provocare seri danni tra le compagini delle compagnie comando e 22a del battaglione Saluzzo. Cessati i tiri di artiglieria si affrontarono le truppe appiedate in una lotta furibonda nella quale caddero da eroi il tenente Signorati, il sottotenente Cesare Fumagalli (che otterrà la Medaglia di Bronzo al V.M.) e il sottotenente medico Giuseppe Mobili, tutti della 22a compagnia. Della compagnia Comando rimasero feriti il cap. Enrico Giannelli, comandante di compagnia (che terminerà i suoi giorni in prigionia) e caddero sul campo il tenente Pierino Moretti (Medaglia di Bronzo al V.M.), il tenente Roberto Savoino, i sottotenenti Giovacchino Giovacchini e Conticini.
Nel frastuono della battaglia, intanto, la 21a riusciva ad avanzare ancora e, con indicibile coraggio e forti perdite, verso le ore 16 sfondava lo sbarramento russo ed entrava in Nowo Postojalovka riunendosi così alla 23a. La volontà disperata di proseguire per trovare un cunicolo di salvezza spingeva frattanto la 106a del battaglione Saluzzo a portare avanti i pezzi da 47/32 e gli Greci del gruppo Pinerolo ad attivare le proprie batterie, insieme anche a quelle della 104a del Borgo San Dalmazzo, con il bel risultato di mandare fuori uso ben quattro carri armati russi. Seguivano ripetuti attacchi all’arma bianca con la sofferenza di inevitabili numerose perdite, ma il risultato finale non si fece attendere oltre: Nowo Postojalovka fu presa.[1]

Quanto costò questo sforzo immane! Si era nel pomeriggio inoltrato, verso le ore 17,30 quando il fuoco appiccato dai russi alle isbe fece luce da giorno sui nostri Alpini che, presi agevolmente di mira, caddero in numero impressionante sotto i colpi di aerei e carri armati. Del battaglione Saluzzo cadevano il cap. Enrico Pennacini della 23a e il cap. Roberto Barbarani della 106a armi di accompagnamento. Entrambi decorati con Medaglia d’Argento al V.M. – Cadevano il cap. Chiaffredo Rabo della 21a, ferito e tratto in prigionia, ed il serg. Medaglia d’Oro al V.M. Vincenti[2] di Piazza al Serchio (Lucca), colpito ad una spalla mentre difendeva e tentava di recuperare il proprio pezzo da 47/32. Al capitano Chiaffredo Rabo fu decretata la Medaglia d’Argento al Valor Militare. Quel 20 gennaio di Nowo Postojalovka aveva decretato la decimazione di interi battaglioni della Cuneense riducendoli a circa la metà della forza originaria, compreso il battaglione Saluzzo.
La battaglia di Nowo Postojalovka fu la più lunga e la più sanguinosa fra tutte le battaglie che le divisioni alpine dovettero sostenere durante la marcia di ripiegamento.[3]
Era su Postojalji, dunque, che si sarebbe dovuto puntare, ma si venne tosto a sapere, con l’amarezza più nera, che i russi erano già riusciti a chiudere la tenaglia creando una vera e propria sacca di oscuro presagio. Non restava dunque che buttarsi avanti, con il coraggio della disperazione: fu la volta dell’8° Alpini fiancheggiato dal Ceva e dal Mondovì.
Nel frangente fu la 21a a subire una vera e propria devastazione all’interno dei propri ranghi nei tentativi di arginare il contrattacco dei russi. Al comando del capitano Rabo si era scagliata con incredibile ardimento contro la prima linea nemica, come in un insperato anelito a realizzare ancora la già debole speranza di far ritorno a casa. L’incalzare dei russi, intanto, si faceva sempre più terribile, soprattutto per via dell’isolamento in cui il battaglione Saluzzo si era venuto a trovare dopo che la colonna in ritirata aveva ripreso la marcia già da alcune ore.

Molti fra gli Alpini mandati all’attacco caddero da eroi, come ricorda Maurizio Meinero: l’Alpino Giuseppe Abello[4] di Saluzzo fu colpito al capo, la fine s’approssimava, ma egli, facendo appello a tutte le energie rimaste, non abbandonò il proprio posto; il sergente maggiore Chiaffredo Allamando (Medaglia di Bronzo V.M.) di Melle (Valle Varaita, Cuneo), lasciati a parte i propri compiti di furiere, si gettava armato nella mischia dimostrando un coraggio e una temerarietà esemplari; l’Alpino Bartolomeo Davico si lanciava all’assalto nonostante un proiettile conficcato nell’addome gli procurasse un’abbondante fuoriuscita di sangue; l’Alpino Luigi Giobergia di Cavallerleone disobbedì, e fu l’unica volta, al suo comandante, il capitano Giannelli il quale, ferito gravemente, gli imponeva di lasciarlo morire sul posto: non prestò ascolto agli ordini il Giobergia, e restò con il suo capitano per apprestargli ogni cura necessaria; il capitano Enrico Pennacini, avvedutosi del capitano Rabo ferito da più colpi ad una gamba, si gettò, sotto una gragnola di colpi di fucileria, al suo soccorso riuscendo con eccezionale coraggio a trarlo in salvo; lascerà la propria vita sulla steppa in un successivo feroce scontro con i contingenti russi incalzanti. E, ancora, per restare soltanto ai giovani più di terra cuneese, il sergente Chiaffredo Bernard (Medaglia di Bronzo V.M.) di Bellino; il tenente Giovanni Isaia di Demonte, decorato con Medaglia d’Argento al Valor Militare alla memoria; l’Alpino Matteo Ardusso che non lasciò solo il proprio tenente ferito; l’Alpino Secondo Alberto di Crissolo, anch’egli rimasto con il proprio comandante bloccato per congelamento agli arti inferiori.
Furono la 22a e la compagnia Comando a farsi massacrare dai carri armati avversari. La 21a compagnia, infine, entrò per prima in Nowo Postojalovka, sebbene decimata dai tragici eventi della giornata; i suoi Alpini vi penetrarono con l’ardore di chi non guarda più in faccia il pericolo, vi si butta incontro e basta, ricorrendo all’arma bianca per sbaragliare senza via di scampo le difese avversarie. Quel tragico apocalittico 20 gennaio 1943 aveva trascinato gli Alpini del Saluzzo, del Borgo San Dalmazzo, del Ceva e del Mondovì in un turbine di fuoco e sangue che, in una trentina di ore di combattimento, si portò via le giovani vite di milleduecento Alpini.
Pone bene in risalto, Maurizio Meinero, l’aura di gloria di cui il battaglione Saluzzo si coprì in quel terribile pomeriggio del 20 gennaio 1943 quando i nostri Alpini, con una volontà e una determinazione sovrumane, sacrificarono un ingente numero di giovani vite per neutralizzare i tentativi delle forze russe che stavano cercando di stringere in una morsa di fuoco e acciaio l’intera divisione Cuneense, riuscendo con il proprio sacrificio ad aprire un varco di deflusso e imponendo agli schieramenti avversari una sosta forzata che consentì alla nostra divisione di approdare all’ultima àncora di salvezza rimasta. A poche centinaia si contavano i sopravvissuti del battaglione Saluzzo, circa quattrocento in tutto. Nei soli primi tre giorni della ritirata la divisione Cuneense aveva perso circa 8.000 Alpini, restando con una forza di soli 4.000 combattenti.
Altre fonti di informazione sostengono che l’inferno di fuoco scatenatosi tra il 19 e il 20 gennaio 1943 causò fra i nostri ranghi la distruzione di quattro battaglioni alpini, di un battaglione di fanteria, di un gruppo di artiglieria da 75/13 e di una batteria da 105/11. Al generale Battisti, la sera del 20 gennaio, non restavano che il battaglione Dronero, il gruppo di artiglieria Pinerolo, il battaglione genio e i resti degli altri battaglioni smembrati, fra i quali il Saluzzo. Stando a queste voci si viene a sapere che la marcia riprese con appena duemila Alpini della Cuneense e altri mille provenienti da reparti sbandati, per il doloroso bilancio di quegli ottomila Alpini persi in tre giorni.
Grazie ad un resoconto scritto su Venasca[5] conosciamo i nomi di alcuni dei nostri giovani, tutti venaschesi, tutti appartenenti al battaglione Saluzzo e tutti dati per caduti a fine gennaio 1943 (uno a marzo): G. Battista Fuso, Giuseppe Isoardi, classe 1913; Stefano Arrò, Lorenzo Odiardo, classe 1915; Stefano Giordano, Antonio Marino, classe 1917; Angelo Pasero, Lorenzo Turinetti, classe 1918; Francesco Barbero, classe 1919; Luciano Allasina, classe 1920; Giuseppe Allasina, Giuseppe Bastonero, Giovanni Fino, Giacomo Micheletti, classe 1921; Giovanni Rinaudo, classe 1922.
Il tempo incalzava e, se non si fosse riusciti a forzare lo sbarramento russo creandovi all’interno un varco d’uscita, le speranze avrebbero di certo avuto vita breve. La marcia, dopo le tragiche avventure susseguitesi nella notte di quel 20 gennaio, riprese puntando verso Postojalji dove purtroppo, già assestato in precedenza, si profilava lo sbarramento di forze corazzate russe che costrinsero il battaglione Saluzzo ad indugiare nella conca di Kopanki. In quella notte di lutto anche il Saluzzo doveva consacrare le proprie vittime: una cinquantina dei migliori giovani della 22a compagnia. Nonostante l’intimazione di resa lanciata dai russi, nonostante le gravi perdite, il gen. Battisti rifiutò di cedere alle pressioni dell’avversario; convinto che molto presto i russi si sarebbero ancora spinti in un attacco che forse avrebbe potuto rappresentare l’ultimo atto di quell’esodo disperato, prese egli stesso l’iniziativa, sferrando una coraggiosa offensiva con il Borgo San Dalmazzo e il Saluzzo.
La situazione che si era venuta a delineare diceva di un temibile isolamento delle divisioni Cuneense e Julia poiché la Tridentina, che sarebbe stata in condizione di prestare soccorso, si trovava distante una ventina di chilometri, nei pressi di Postojalji.
La sera del 20 gennaio, dunque, lasciata Nowo Postojalovka, la colonna in ritirata si mosse verso Postojalji, incalzata senza sosta dai russi che impegnarono seriamente il battaglione Mondovì sulla retroguardia. Tutt’intorno, però, stavano in agguato i carri armati russi che costituivano una cerchia di assoluto sbarramento all’avanzare della colonna. Per ovviare a questa grossa difficoltà si mise in atto una strategia davvero efficace: si formarono piccoli gruppi, non più di venti Alpini per ciascuno, che riuscivano così, a turno, ad eludere cautamente la sorveglianza dei russi. I resti dei battaglioni Saluzzo, Borgo San Dalmazzo e del gruppo Pinerolo, usciti dall’ultimo estenuante combattimento, sotto la guida del magg. Boniperti e del cap. Amico con passo guardingo andavano attraversando la dorsale di Nowo Postojalovka, portando la massima attenzione all’incedere dei carri armati russi, nel tentativo di ricongiungersi al resto della divisione. Quest’ultima raggiungeva Postojalji alle tre di notte del 21. Qui il gen. Battisti tentava ripetutamente, ma senza successo, di creare un contatto radio con il Comando del corpo d’armata. La marcia riprese alle 6,30 del mattino e la colonna poté raggiungere Charkowka nel pomeriggio verso le 16. Il mattino del 21 gennaio 1943, dunque, i battaglioni Saluzzo, Borgo San Dalmazzo ed altri reparti, meglio dire quel che restava della forza originaria, erano in prossimità di Postojalji. Verso sera la sparuta falange condotta dal magg. Carlo Boniperti che trascinava seco i resti del suo battaglione Saluzzo, insieme a quelli del Borgo San Dalmazzo e del gruppo artiglieria Pinerolo, riuscì a ricongiungersi al grosso della colonna comandata dal gen. Battisti. L’obiettivo di Valujki fu presto abbandonato poiché, per via di un collegamento radio finalmente riuscito, il Comando della Tridentina venne a sapere che Valujki pullulava di truppe russe. L’ordine pervenuto indicava un altro obiettivo: Nikolajevka. Era un ordine pervenuto esclusivamente alla Tridentina, tant’è che le divisioni Cuneense, Julia e Vicenza in un primo tempo avevano continuato a muovere verso la trappola mortale di Valujki. Poche ore di riposo dunque, per gli Alpini, quindi di nuovo al passo in faticosa avanzata verso Varvarovka.
[1] Aldo Rasero, L’eroica Cuneense – Storia della divisione alpina martire, cit., pagg. 363-384. – Emilio Faldella, Storia delle Truppe Alpine, 1872-1972, cit. pagg. 1541, 1542.
[2] Il sergente maggiore Giovanni Vincenti del battaglione Saluzzo meritò la Medaglia d’Oro al Valor Militare con la seguente motivazione: “Capopezzo cannone anticarro da 47/32, di retroguardia ad una colonna di ripiegamento, visti cadere tutti i suoi serventi in un agguato notturno, unico superstite difendeva a lungo a colpi di moschetto il pezzo contro un nemico numericamente superiore. Ferito ad una spalla, riusciva, dopo aver reso inservibile il cannone, ad aprirsi un varco a colpi di bombe a mano ed a raggiungere il grosso della colonna. Si offriva poi volontario assieme ad altri per recuperare il pezzo perduto e dopo aspra lotta riusciva nell’intento. Durante il trasporto verso le proprie linee cadeva colpito a morte da una raffica di mitragliatrice. Eroismo che assurge a leggenda. (Zona di Popowka, fronte russo, 20 gennaio 1943)”. – V. Mario Rizza, “I nostri Battaglioni” ALPINI, Manfrini Editori, Calliano (TN), 1987, pag. 108.
[3] Emilio Faldella, Storia delle Truppe Alpine, 1872-1972, cit. pag. 1543.
[4] Giuseppe Abello: forse una omonimia o sovrapposizione nominale con il tenente Abello sopra citato.
[5] Crocevia di valle. VENASCA tra otto e novecento, cit., pag. 114.
Immagine di Copertina tratta da Il Sussidiario.


Fiumi di sangue inutilmente versati per le ambizioni di un dittatore gregario di poteri più grandi di lui stesso.
"Mi piace""Mi piace"