I tre nomi sono quelli di Costantino imperatore, di sua madre Elena proclamata santa e di Gesù, il personaggio sacro che costituisce il perno e il motivo della vicenda.

Ma di quale vicenda mi accingo a parlare? Mi spiego: del significato attribuibile alla Croce e, in paralleo, alla nascita del Cristianesimo.
Inizierò da Costantino, imperatore in Roma dal 306 al 337. Nacque si presume nel 274 d.C., dall’unione di Costanzo Cloro e di Elena. Costantino contribuì massicciamente ad accrescere la potenza dell’Impero Romano. Alleato con Massimiano imperatore, nell’anno 307 prese in moglie la figlia di lui, Fausta (289-326). La potenza di Costantino subì un balzo in avanti con la vittoria conseguita sul suo antagonista Massenzio nella battaglia di Ponte Milvio e con l’alleanza stipulata con Licinio. Costantino e Licinio convissero, in una non molto chiara alleanza, dal 313 sino al 324 allorché Costantino, venuto in grave disaccordo con Licinio, lo sconfisse nello scontro armato di Crisopoli. Nel 324, confermato della posizione avversa assunta da Licinio che pareva volesse tramare contro di lui, Costantino non ci pensò due volte e lo fece uccidere.

In seguito alla conquista di Torino, Milano e Verona, Costantino emanò nel 313 il famoso Editto di Milano con il quale concedeva una tolleranza del tutto nuova e inusitata nei confronti del culto professato dai cristiani ai quali aveva concesso piena libertà di culto e la garanzia sulla tutela dei diritti. L’Editto del 313, che assicurava ai cristiani il riconoscimento ufficiale a esistere e operare, era stato emanato soprattutto per motivi di politica, per rinsaldare l’unità dell’Impero nelle mani del capo supremo. Ai cristiani furono restituiti i beni confiscati a suo tempo da Diocleziano e furono loro riservati una gran copia di privilegi, tanto che la Chiesa di quei tempi si arricchì notevolmente in potenza e in disponibilità finanziarie, sia anche organizzando tribunali religiosi sia godendo della elargizione in crescendo di lasciti. Con l’Editto medesimo, inoltre, l’Impero fu destinato alla guida di Licinio per la parte orientale, mentre Costantino avrebbe mantenuto il potere sull’Impero d’Occidente.
A quei tempi nell’Impero Romano vigeva l’osservanza di due religioni: il cristianesimo e il mitraismo. Costantino intravedeva la necessità di scegliere una fra le due correnti fideistiche, che sarebbe valsa di gran lunga a rafforzare lo Stato nella posizione di religione unica, secondo la sua massima “Un solo Stato, un solo imperatore, un solo Dio”. Egli seguiva per tradizione la corrente del mitraismo, ma la dovette abbandonare e, per pure ragioni di Stato, vista la proiezione storica e sociale impressa dal Cristianesimo in prima linea fra le maglie dell’Impero, divenne cristiano pure lui, o almeno così si proclamò, e concesse tutta la propria fiducia e il proprio appoggio al Cristianesimo. In Oriente, peraltro, prevalse la Chiesa greca, nell’area della quale si annoveravano le Chiese ortodossa, abissina, nestoriana, siriaca, armena e copta, tutte fedeli all’ortodossia cristiana.

Nel 325 Costantino convocò il Concilio di Nicea, nei pressi di Costantinopoli, presieduto dal vescovo Osio proveniente dalla Spagna. Costantino aveva compreso che l’influenza del Cristianesimo si stava diffondendo con sensibile rapidità fra la popolazione e agì di concerto, ma soltanto per più ampie vedute politiche, favorendo l’attività apostolica dei cristiani, considerata come strumento adatto a tenere unito l’Impero.
A Nicea si erano riuniti all’incirca tre centinaia di vescovi, per la maggior parte provenienti dalle terre d’Oriente, che si confrontarono per l’assunzione di una dichiarazione di fede universale, il Credo, basata sul concetto di consustanzialità, largamente approvato e di seguito imposto da Costantino. In materia di fede religiosa, tuttavia, non tutti i convenuti furono nella stessa posizione. Fra i tanti si era sollevato Ario, sostenitore della natura mortale del Figlio, ma dovette piegarsi sotto i colpi della scomunica lanciatagli ancora nel 321, da Alessandro, vescovo di Alessandria. Contro i seguaci di Ario, gli ariani, a Nicea venne scagliato l’anatema per eresia dopo che Ario, alessandrino d’Egitto, aveva proclamato la divinità del Padre, in contrasto con il Figlio che conservava la sola natura umana. Fu infine Costantino a far dichiarare dai vescovi la consustanzialità tra il Padre e il Figlio. Fu così che si rimodellò un Impero fondato sui crismi cristiani, destinato ad organizzarsi su una gerarchia di marca ecclesiastica molto più potente. In seguito alla scomunica inflitta ad Ario nel 321, ciò nonostante l’arianesimo continuò a esercitare particolare attrazione sulla popolazione in Oriente.

Sul piano strettamente politico, liberatosi dei suoi avversari, Costantino arrivò al punto di fare uccidere il proprio figlio Crispo a Pola e la moglie Fausta a Costantinopoli. Già oppresso da una forma di grave infermità, nel viaggio che doveva portarlo da Drepano in Asia Minore dove si era recato per curarsi, a Costantinopoli, fu fermato per un aggravamento del suo stato di salute ad Ancirona nei pressi di Nicomedia, in Bitinia, dove terminò i suoi giorni nel 337.
Non soltanto Costantino si macchiò di delitti all’interno della propria famiglia, ma dal 326 in poi si rese responsabile della morte di numerose personalità influenti fra le quali Lattanzio, apologista cristiano, e Liciniano, figlio di Licinio e Costanza. Una sordida pratica di epurazione politica, diremmo oggi.
L’unità dell’Impero, tuttavia, non doveva correre di pari passo con l’unità della Chiesa cattolica, dopo che in seno a essa si svilupparono continue e infuocate dispute religiose il cui significato più palese tradiva la vera motivazione, quella legata alla sete di potere. Ne conseguì che in breve tempo tra Chiesa cattolica e Chiesa ortodossa presero forma almeno cinque correnti di spicco e apparvero alla ribalta più di una cinquantina di Chiese.

Mario Bruno – Regno celeste, Impero terreno – Vol. II – La Spada all’ombra della Croce
Di Elena, madre di Costantino, sono pervenute più di una versione per quanto riguarda il suo luogo di nascita. Qualcuno afferma che nacque a Roma, attorno all’anno 250, in una famiglia dedita al paganesimo. Era una donna molto sensibile nei confronti delle sofferenze altrui e si prodigò per tutta la propria vita in atti di beneficenza e di sollievo in aiuto degli afflitti e dei bisognosi. Sposò Costanzo Cloro e lo seguì nella sua terra d’origine, la Dardania. Altri ne stabiliscono la nascita in Bitinia, nella città di Drepanum. Allorché morì Costanzo Cloro, Costantino si prese cura della madre che onorò con il titolo di Augusta, guidandola verso la conoscenza dei dogmi cristiani. Elena si interessò assiduamente della storia attribuita alla venuta di Gesù e nel 326 si recò a Gerusalemme per una vera e propria missione di ricerca, fra storia e culto religioso. Si diede ad abbattere i simboli del paganesimo facendo, fra l’altro, distruggere il tempio di Venere eretto nella zona del Calvario e si immerse nella ricerca del Santo Sepolcro e della Croce sulla quale fu perseguitato a morte Gesù. Si dice che avesse ritrovato entrambi e che avesse disposto il trasporto del legno della Croce nella cattedrale di Gerusalemme dove ordinò l’edificazione della basilica che sovrasta il Santo Sepolcro. Terminata la propria missione tornò a Roma dove morì nel 329.
La conversione di Elena dal paganesimo al cristianesimo non è vista allo stesso modo dagli esperti in ambito storiografico. Con molte probabilità si può pensare che Elena, in principio, avesse seguito gli insegnamenti della dottrina di Ario. Mi sembra interessante dare risalto all’ipotesi secondo la quale sia stato lo stesso Costantino a convincere la madre nell’abbracciare la fede cristiana, ma l’imperatore avrebbe assunto tale decisione conformemente alla determinazione di farsi paladino della fede cristiana, ripeto, per ragioni di politica e di potere. Secondo questa prospettiva dunque, Flavia Giulia Elena, moglie morganatica dell’imperatore Costanzo Cloro, fu lo strumento utilizzato dal figlio Costantino per dare maggiore impulso alla diffusione del Cristianesimo nella Roma imperiale.
Sul rinvenimento del Santo Sepolcro e del legno della Croce si possono avanzare numerose obiezioni. L’unica prova, se così vogliamo chiamarla, era data da quel tempio di Venere eretto, secondo l’interpretazione di Elena, sul luogo dove Gesù subì le torture, proprio per disprezzo a una fede dai connotati avversi. Scientificamente nulla di provato dunque, ma l’ipotesi fece presa immediata sulla credulità popolare e da essa scaturì una certezza non dogmatica ma di sicuro effetto galvanizzante.
In quanto al legno della Croce non si arriva a comprendere se Elena avesse veramente raggiunto il proprio obiettivo. Per tradizione si accetta il ritrovamento fatto da Elena, dichiarata in seguito Santa. Fu lei, si dice, a portare una parte del legno della Croce a Roma, ponendola in custodia nella basilica di Santa Croce in Gerusalemme di sua fondazione.

La ricerca di un Dio introvabile
Nella iconografia della Via Crucis siamo abituati a vedere Gesù che porta la Croce sulle spalle, tutta intera ossia formata da due assi in posizione geometricamente normale, a guisa di croce appunto. Non è così. La Croce, o strumento di tortura mortale di foggia simile, poteva anche non essere una croce nella fattezza che in generale le fu attribuita, anzi molto probabilmente non lo era affatto. E, se di vera e propria croce si trattava, viene più logico da pensare che essa fosse priva della parte o spuntone superiore e assumeva pertanto la forma di una T maiuscola. Questo perché il condannato a cui era imposto il trasporto dello strumento di morte poteva caricarsi sulle spalle soltanto il legno orizzontale, chiamato “patibulum”, che poi veniva fissato in capo all’elemento verticale. Quest’ultimo stava già infisso saldamente nel terreno e pertanto non poteva essere trasportato dal penitente. In quanto alla denominazione era detto “stipes”, dal latino “tronco, ceppo, palo”. L’iconografia, pertanto, segue molto spesso le informazioni distorte coltivate dalla tradizione, così per il significato di “Croce”, così per quanto riguarda i chiodi che non furono infissi nei palmi delle mani di Gesù, come siamo avvezzi a osservare, ma nel tratto dei polsi, per semplici ragioni di resistenza alla lacerazione dei tessuti organici. Che, poi, quei legni rinvenuti da Elena fossero proprio quelli della Croce, non si hanno prove al riguardo: anche qui illazioni, congetture e atti di fede.
La crocefissione, pratica ignominiosa riservata massimamente ai traditori dell’Impero e ai malfattori più esecrabili, andò in vigore a Roma, come sostiene lo storico latino Tito Livio (59 a.C. – 17 d.C.), a partire all’incirca dal 217 a.C., ma si presume venisse attuata anche precedentemente, già fra i Babilonesi. La terribile tortura letale della crocifissione venne abolita dallo stesso Costantino verso l’inizio del IV secolo. Oltre all’abolizione della crocifissione Costantino impose il silenzio ai riti pagani, provvide al sequestro dei tesori custoditi nei templi di rito pagano, pose fine alle cruente gare fra gladiatori, diede vigore a leggi istituite per contrastare l’immoralità sessuale e la prostituzione.
Per chi volesse conoscere ulteriori particolari sull’argomento qui succintamente trattato suggerisco la mia trilogia “Regno Celeste, Impero terreno”, Edizioni IBN, Roma 2020.
Immagine di Copertina tratta da Travelnet Magazine.

Ottimo post.
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