Guerra sui mari – Parte 1 di 7

Pearl Harbour e le Filippine

Iniziamo da Honolulu, il centro maggiore dell’isola di Oahu e grande porto petrolifero. La sua base navale era Pearl Harbour. Il generale Short, collega dell’ammiraglio Kimmel, comandava le forze terrestri di Oahu. L’isola di Oahu era la più importante della Hawai e Pearl Harbour si collocava sulla costa meridionale, sebbene il punto debole per gli Americani fosse in realtà Panama: se fosse stato ostruito da un bombardamento avrebbe richiesto mesi per la riattivazione.

L’ammiraglio Richardson era convinto della insufficiente difesa di Oahu e aveva avanzato richiesta di portare via la flotta da Oahu, valutando cosa inutile e rischiosa esporsi a tale distanza dall’America. Nessuno gli diede ascolto. Roosevelt era convinto che le isole Hawai rappresentassero la migliore posizione strategica degli Stati Uniti. Kimmel chiese l’invio di notevoli rinforzi e fu accontentato. Un mese prima della data del 6 dicembre 1941 gli era giunto da Washington un telegramma allarmante che ventilava la possibilità di un’aggressione da parte dei Giapponesi, probabilmente un’operazione anfibia in direzione delle Filippine o della Tailandia oppure dell’istmo di Kra o del Borneo. Il messaggio non accennava alla Hawai. Kimmel prese la decisione di preparare di tutta fretta i propri uomini e di allertare la flotta. Non era stato tenuto al corrente da parte dell’ammiraglio Stark – che aveva in mano informazioni precise e di una certa gravità – e del generale Marshall, per cui non poté rendersi conto che i Giapponesi erano sul punto di sferrare un attacco nel Pacifico.

A nord, alla distanza di trecento chilometri stava avanzando una flotta forte di 6 portaerei, 2 corazzate, 2 incrociatori pesanti, uno leggero e alcune navi ausiliarie. Era comandata dall’ammiraglio Nagumo e aveva come obiettivo Pearl Harbour. Nagumo doveva trovarsi a 200 miglia da Pearl Harbour nella notte tra il 6 e il 7 dicembre. Era stato designato a comandare la flotta per volontà del capo delle forze navali giapponesi, Yamamoto. 

Un passo indietro: nel 1895 era scoppiata la guerra tra Giappone e Cina, con la vittoria del Giappone che si annesse Formosa. Nel 1905 vi fu la guerra contro la Russia, con la vittoria dei Giapponesi di fronte a Port-Arthur. Già il 26 novembre agli ambasciatori giapponesi a Washington era pervenuta una nota in dieci punti, con la richiesta di abbandonare tutte le località conquistate nel Pacifico e nell’Asia. 

Il Giappone aveva preparato un piano per la conquista di tutta l’Asia, a iniziare dall’attacco a Pearl Harbour. Poi avrebbe conquistato tutte le isole del Pacifico. Fu dalla corazzata Nagato che venne diramato il messaggio di attaccare gli Americani a Pearl Harbour.

Nel 1941 la flotta giapponese era nettamente superiore a quella americana. Non avendo materie prime, costruirono i loro aerei con legno, carta, tela rendendoli molto maneggevoli e dotandoli di serbatoi supplementari e di siluri aerei.     

I Giapponesi usavano una macchinetta per inviare messaggi segreti, alcuni dei quali decifrati dagli Americani che non ritennero opportuno farli conoscere a Kimmel, mentre erano di comune possesso per l’ammiraglio Stark, per il generale Marshall e per il presidente Roosevelt. Kimmel avrebbe scoperto la verità sui fatti più tardi, quando ricevette il messaggio che il generale Short gli fece pervenire, trascorse molte ore dall’inizio dell’attacco. Il 6 dicembre Tokio aveva trasmesso alla propria ambasciata di Washington un messaggio in 14 punti. Roosevelt venne a conoscenza dei primi 13 e comprese che la guerra sarebbe scoppiata di lì a pochissimo. Chiamò subito l’ammiraglio Stark che previde lo scoppio della guerra per il giorno di domenica 7 dicembre.

Alle ore 4,30 fu avvistato un mini-sommergibile con l’equipaggio di appena due uomini, all’interno delle acque di Pearl Harbour, con la funzione di monitorare i nomi e le posizioni delle navi americane. Alle 6,35 il Ward svolgeva servizio di pattugliamento all’ingresso del porto di Pearl Harbour, quando venne colpito da un sommergibile con un tiro di artiglieria e almeno due bombe di profondità.  Alle 7,55 il comandante dell’aeronautica navale giapponese, Fuchida, decise di scatenare l’attacco. Una lunga serie di esplosioni si accaniva su Pearl Harbour, mentre gli aerei si buttavano nelle loro incursioni colpendo le navi americane con gli aereo-siluri e ordigni dirompenti fino all’esaurimento delle munizioni. Passato il primo attacco giapponese, agli Americani rimasero soltanto tre aerei capaci di volare. I piloti americani privati degli aerei presero servizio alle mitragliatrici antiaeree. L’attacco giapponese risparmiò l’Enterprise e la Lexington. Quando un siluro colpì l’Oglala e l’Helena, dalle due navi iniziò il fuoco delle batterie antiaeree. L’Oglala colò a picco. La petroliera Neosho trasportava grandi quantitativi di benzina e di nafta. Venne avvistata dai piloti giapponesi. La nave Shaw fu colpita da tre ordigni.

Alle ore 8 del 7 dicembre il generale Short immaginava si trattasse di esercitazioni, ma quando si accertò che era un attacco giapponese ravvisò la necessità di mettere in allarme tutto l’esercito. Sul campo di aviazioni di Evva Field quasi tutti gli aerei furono distrutti. I bombardieri in picchiata si accanirono su una nave da trasporto dell’aviazione, il Curtiss. L’Oklahoma fu capovolta e la nave-bersaglio Utah fu rovesciata. La Nevada venne colpita da un siluro e da due bombe e l’Arizona andava in fiamme. Nel contempo stavano affondando la West Virginia e l’Oklahoma. La Nevada finì con l’arenarsi sulla riva dell’Hospital Point e fu una delle prime a essere ripristinate. I bombardieri giapponesi lanciavano bombe munite di una spoletta speciale che innescava l’esplosione della bomba soltanto quando questa fosse penetrata in profondità nello scafo.

La Managhan intravide il piccolo sommergibile e ne crivellò di colpi la torretta, ma il sommergibile lanciò i due siluri che però mancarono il bersaglio. Venne di poi distrutto dalla Managhan con le bombe di profondità.

Nel bacino di Ten Ten Dock ormeggiavano una ventina di navi, tra cui il San Francisco, il Saint Louis, il New Orleans, la Ramapo, la Swan è l’Argonne. Il Saint Louis fu il primo incrociatore che riuscì a uscire dalla trappola. Le altre subirono seri danni dai bombardamenti, così la Cassin che finì per coricarsi su un fianco e la Downes che colò a picco. Sul ponte della Pennsylvania una bomba sterminò tutti i marinai, ma la nave rimase a galla, disponendosi alla difesa. Sulla Raleigh una bomba fece strage di marinai, ma la contraerea abbatté alcuni aerei giapponesi. Sulla Helm il comandante aveva ordinato il segnale di allarme generale. Il suo equipaggio aveva scorto un mini-sommergibile con due uomini a bordo: il sottotenente Sakamaki e il marinaio Inagaki. All’alba del 7 dicembre il sommergibile andava a conficcarsi in un banco di corallo e diventò preda dei colpi partiti dalla Helm. Sakamaki non riuscì a svolgere il proprio compito, emerse lungo la costa di Oahu e decise di abbandonare il sommergibile per gettarsi a nuoto cercando la salvezza sul litorale, ma fu preso dagli Americani e fu il solo prigioniero a cadere nelle loro mani. Iganaki, invece, morì annegato.

Il comandante dell’aeronautica navale, Fuchida, valutò fosse giunto il momento di invertire la rotta verso le portaerei. Gli aerei americani avrebbero dovuto rintracciare la squadra giapponese, ma la ricerca non ebbe successo. Le indicazioni dei radar che sarebbero servite a Kimmel per pianificare l’inseguimento gli furono comunicare con notevole ritardo, vanificando ogni possibilità di riuscita dell’operazione. Da parte americana erano salve la Lexington e la Enterprise.

Giunto a destinazione con la flotta aerea, Fuchida testimoniò a Nagumo e a Kusaka la non riuscita in pienezza dell’attacco: non erano stati distrutti i depositi né le portaerei americane. Fuchida era del parere di tornare all’attacco per completar l’opera, ma Kusaka si oppose e pensò che quanto fatto bastasse.

L’arringa tenuta dall’ammiraglio Theobald, con il titolo di “Il Segreto di Pearl Harbour” recitava: “Mantenendo una flotta debole nelle acque Hawaiane, come un invito ad attuare un attacco di sorpresa contro di essa, rifiutando al comandante di quest’ultima le informazioni che gli avrebbero permesso di rendere quell’attacco impossibile, il presidente Roosevelt provocò l’entrata in guerra degli Stati Uniti, il 7 dicembre 1941”. La sua politica mirava a scatenare una guerra che il presidente Roosevelt desiderava ma alla quale l’opinione pubblica americana non pensava affatto. Pare che Roosevelt avesse pensato a spingere i Giapponesi a iniziare l’attacco e a sferrarlo contro un territorio vulnerabile, rassegnandosi dapprincipio a perdere le Filippine e, per arrivare a tanto, sarebbe stato necessario che i comandanti dei settori interessati fossero stati tenuti all’oscuro dei messaggi giapponesi.

Roosevelt comunicò il totale delle perdite subite il 7 dicembre 1941. A Pearl Harbour e nell’isola c’erano 90 navi e 395 aerei; 18 navi furono affondate o molto gravemente danneggiate; 190 aerei distrutti. La Marina aveva perso 2008 uomini e l’Esercito 109; 700 marinai circa e 70 soldati furono gravemente feriti. L’esplosione dell’Arizona causò da sola quasi la metà dei morti della Marina.

Dopo Pearl Harbour i Giapponesi disponevano di una assoluta supremazia navale, in seguito all’eliminazione della flotta americana nel Pacifico. Anche la flotta britannica in Estremo Oriente finì di esistere, dopo l’affondamento delle due più potenti unità, la Repulse e il Prince of Wales. La Gran Bretagna aveva inoltre perso le sue basi navali sicure: Hong-Kong attaccata, Singapore bombardata, il mare della Cina chiuso, Port Darwin e l’Australia minacciati. Affondate nel Mediterraneo la portaerei Ark Royal e la corazzata Barham. La Valiant e la Queen Elizabeth affondate il 18 dicembre da due siluri umani italiani. Né la flotta olandese né quella australiana erano dotate di un’aeronautica navale in grado di competere con gli Zero nipponici.

Da parte sua la Marina giapponese vantava ancora 10 corazzate, 10 portaerei, 18 incrociatori pesanti, 17 incrociatori leggeri, 111 cacciatorpediniere, 64 sommergibili, il tutto in ottimo stato. Con queste forze, qualora i Giapponesi avessero deciso di attaccare verso nord, avrebbero interrotto il traffico via mare tra la costa occidentale degli Stati Uniti, l’Alaska e il Canada. Se l’avessero fatto a est avrebbero potuto congestionare i grandi porti di San Francisco, di Los Angeles; avrebbero potuto bombardare le grandi fabbriche di costruzioni aeronautiche della California; a sudest si sarebbero potuti impadronire di Panama per tagliare in due il continente americano. 

Il Giappone, tuttavia, scarseggiava di petrolio, caucciù, stagno, fosfati, nickel e prodotti agricoli, tutte risorse che avrebbe dovuto cercare in Malesia, nelle Indie olandesi, nelle Filippine, a Nauru, nella Nuova Caledonia, nell’Australia e nella Nuova Zelanda. A questi siti si sarebbe potuto avvicinare dalle proprie basi dell’Indocina, del Siam, delle isole del Pacifico occupate nel 1918. Come conquista minima l’Esercito giapponese avrebbe potuto tagliare la strada della Birmania e soffocare la Cina di Chung-King che dal 1936 al 1946 fu la capitale della Cina nazionalista di Chang Kai-Scek.

In ambito di Stati Uniti d’America il generale Marshall ordinò il passaggio dei rinforzi alle Hawai attraverso Panama e sulla costa occidentale degli Stati Uniti, non potendo fare nulla più per le Filippine. I Giapponesi potevano sbarcare in forze su qualsiasi lido delle Filippine e persino prendere possesso delle Indie olandesi, in modo da isolare gli Americani. Le Filippine, per gli Americani, erano state sacrificate alla difesa dell’Alaska, delle Hawai e di Panama. Emerse il problema di far arrivare a Manila (isola settentrionale delle Filippine) un convoglio di cinque navi con la scorta della Pensacola il 7 dicembre nel Pacifico meridionale. Il convoglio sostava alle Figi, con a bordo 4.500 uomini, benzina per aerei, munizioni, autocarri, 52 bombardieri e 18 caccia. Ma il 9 dicembre si decise di farlo tornale alle Hawai. Il 12 dicembre al convoglio fu ordinato di dirigersi verso Brisbane, nell’Australia orientale, sul Pacifico. A Manila Mac Arthur faceva pressione sull’ammiraglio Hart, comandante della flotta asiatica, perché il convoglio venisse diretto a Manila: gli necessitavano 200 caccia e 50 bombardieri: in quel 12 dicembre gli erano rimasti soltanto 12 bombardieri e 27 caccia. Ma non ottenne altro che rinforzi estremamente limitati.

Nell’attacco a Pearl Harbour il comandante Fuchida aveva impartito l’ordine a dodici aerosiluranti dei 189 della formazione. Ottenuto il successo, Fuchida lanciò il messaggio “Tora” ossia “Tigre” con il significato di attacco riuscito. Ora si trattava di sferrare attacchi alle Filippine, a Hong Kong, alla Malesia, alla Tailandia. L’ammiraglio Yamamoto aveva pronto il proprio piano d’invasione. Il Giappone guardava ai giacimenti petroliferi del Sud che però erano in mano alle forze occidentali. 

Negli Stati Uniti il giorno 8 dicembre 1941il Congresso approvava all’unanimità l’entrata nello stato di guerra e dava a Roosevelt il comando in capo delle operazioni. La lotta si profilava per il possesso del Pacifico sudoccidentale dove abbondavano caucciù, petrolio, stagno e altre materie prime di importanza strategica. 

La guerra nel mare del Siam

L’isola di Singapore era considerata la chiave di volta dell’impero britannico. Il 2 dicembre 1941 arrivava a Singapore la squadra navale inglese formata dalla Prince of Wales armata da 10 pezzi da 356 mm, 16 da 132, 32 da 42 e da numerose mitragliere, alla quale seguivano l’incrociatore pesante Repulse e quattro cacciatorpediniere: Express, Jopiter, Electra, Encounter. La Prince of Wales, corazzata modello dell’anno 1941, imbarcava 1.500 uomini e aveva una stazza di 35 mila tonnellate, capace di una velocità di 30 nodi. Il Repulse, comandato dall’ammiraglio Tennant, contava 10 pezzi da 381, 15 da 101, 8 tubi lancia siluri e 6 cannoni antiaerei. Contava una stazza di 32 mila tonnellate, una velocità di 25 nodi e un raggio d’azione di 3550 miglia. 

La flotta inglese lasciò Singapore con in testa la Prince of Wales e il Repulse seguiti da quattro cacciatorpediniere: Express, Electra, Vampire, Tenedos. Il 9 dicembre i comandanti erano in attesa di attacchi giapponesi al largo di Singora. La squadra inglese il 10 dicembre aveva coperto la metà del viaggio previsto. L’attacco ebbe inizio alle 11,28 con un potente fuoco di artiglieria contro le incursioni dei “Mitsubishi” giapponesi che sganciarono ciascuno una bomba sul naviglio britannico. Fu colpito il Repulse senza danni estremi. Alle 11,44 una serie di aerosiluranti colpì la Prince of Wales; l’aggressione si ripeté alle 12,22 per mano della 22a Flottiglia aerea giapponese con tre siluri con provocarono alla Prince of Wales un principio di affondamento a poppa, sino al capovolgimento avvenuto alle 12,33. Alle ore 12,30 anche l’Inaffondabile andava a fondo. Grazie ai soccorsi si salvarono 796 marinai del Repulse dei 1.309 imbarcati e, per la Prince of Wales, 1.285 su 1.612.

Invadere la Malesia.

Il generale Yamashita era per un’invasione immediata della Malesia. L’8 dicembre 1941 fu raggiunta la città costiera di Singora e, secondo l’ordine di Yamashita, si puntò verso la frontiera tailando-malese. La spedizione ebbe come risultato la distruzione di 80 aerei inglesi su un totale di 110. All’alba dell’8 dicembre 1941 i Britannici iniziarono la ritirata. Sotto l’avanzata dei mezzi corazzati giapponesi l’isola di Penang, centro strategico e militare della Malesia settentrionale, venne evacuata. Ora i Giapponesi avevano via libera nelle acque del Golfo del Siam.

Le truppe britanniche agli ordini di Percival, ripiegate verso sud e ammassate lungo il fiume Perak, stavano in attesa dell’attacco nipponico che ebbe inizio il 19 dicembre. Il 22 gli avamposti di Yamashita erano già al di là del fiume e si davano a inseguire le formazioni inglesi, pensando al nuovo obiettivo: Kuala Lumpur, la capitale degli Stati malesi federati. In seguito a una ritirata di 176 miglia, ben 250 uomini dei reparti britannici erano stati messi fuori combattimento: numerosi i morti e il morale dei vivi molto basso. A Kuala Lumpur i carri armati giapponesi fecero il loro ingresso il 12 gennaio 1942. In una ventina di giorni Yamashita si era disfatto delle barriere difensive avversarie sul fiume Slim. Approfittando di una proliferazione di fiumi sul territorio, Yamashita ricorse alla tattica dell’infiltrazione e degli attacchi a sorpresa. 

A partire dal 13 gennaio 1942 gli Inglesi con una discreta flotta riuscirono a inviare rinforzi comprendenti un reggimento anticarro, uno di artiglieria pesante contraerea, uno di artiglieria leggera contraerea e il 54° Gruppo tattico di Fanteria britannico, per un totale di circa 9 mila uomini; inoltre, una cinquantina di aerei da caccia Hurricane.

Il generale Gordon Bennett era stato incaricato della difesa dello Stato di Johore e stava progettando di fare barriera all’avanzata dei Giapponesi da Kuala Lumpur. Aveva dunque sistemato una compagnia di Fanti australiani presso un ponte accuratamente minato, che fu fatto saltare il 15 gennaio. Le forze giapponesi, tratte in inganno, caddero per l’appostamento di imboscate. Intanto 5 divisioni nipponiche sbarcavano all’estremità della penisola. Vennero affrontate dalla XLV brigata indiana, della quale tuttavia soltanto un centinaio di uomini su 4 mila riuscirono ad aprirsi un varco verso sud. 

Il generale Wavell, nominato comandante supremo delle Forze di terra, di mare e dell’aria britanniche, americane, australiane e olandesi nel Pacifico sud-orientale (ossia il settore ABOA), il 26 gennaio venne informato da Percival sulle persistenti difficoltà incontrate. Per Gordon Bennett l’unica possibilità di salvezza sarebbe stata l’evacuazione immediata dal territorio conteso. Due giorni appresso Percival dava attuazione al programma di ritirata. Terminava così la battaglia della Malesia e iniziava quella per Singapore. 

Immagine di Copertina tratta da Britannica.com.

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