Ricordi d’infanzia

Non è solo di questi giorni, ma da un po’ di tempo ci capita di dover lottare contro una specie di insetti molesti che amano invadere le nostre abitazioni. Dicono che sono una sorta di cimici, tant’è che se si calpestano rilasciano un odore repellente. La prima ondata che si affacciò nel giro degli ultimi anni era costituita da cimici di colore verde. Le chiamavamo “nostrane”, forse perché a esse subentrarono insetti simili ma di colore grigio scuro che pensavamo ingenuamente fossero stati importati dai Cinesi, numerosi in queste lande.

La varietà verde (Palomena prasina) è tipica del territorio italiano e la si trova senza distinzione da Nord a Sud, mentre quella grigia (Alyomorpha halys, meglio nota come cimice asiatica, rappresenta un vero e proprio pericolo per gli alberi da frutto per il fatto che si nutre del succo di tali piante) proviene dal continente asiatico ed è stata avvistata da noi solo nell’ultimo quinquennio. Entrambe appartengono alla famiglia delle Pentatomidae e, pur essendo del tutto innocue per l’essere umano, possono danneggiare gravemente eventuali piante e verdure presenti in casa o all’esterno. Insetti indesiderati, comunque, che si rintanano negli angoli degli infissi e non perdono occasione per entrare in casa e fare la loro comparsa con un caratteristico ronzio di volo. 

Tutto questo mi fa pensare a quale e quanta serie di animaletti parassiti e disgustosi siamo diventati soggetti. Potrebbero persino essere portatori di malattie e trasmettitori di infezioni epidemiche. E così, passato un pericolo ne arriva un altro e non si finisce mai di stare all’erta. 

Il mio pensiero si spinge ora in senso retrogado, al tempo in cui delle invasioni di cimici si parlava con dovizia di termini. Erano gli anni del mio inizio alla frequenza della Scuola elementare, giusto al termine del secondo Conflitto mondiale ed erano gli anni in cui, per una serie di motivi, molta gente si portava addosso pidocchi e cimici, con i quali ingaggiava una lotta quotidiana, facendo peraltro ricorso a quel DDT ampiamente raccomandato all’epoca e sicuramente pericoloso per le sue molto probabili componenti cancerogene.

Un po’ tutti ne usavano, era propagandato nelle vetrine dei negozi e sulla stampa, in polvere e nebulizzato con lo spruzzatore metallico a pompa manuale. Era assai improbabile essere esenti da tali infestazioni, soprattutto per i bambini che frequentavano la Scuola e potevano con tutta facilità subire la contaminazione attraverso la prossimità corporea e il contatto fisico. Ricordo ancora le teste di noi bambini fasciate come i fachiri, intrise di aceto e di polvere DDT per debellare le colonie di pidocchi che si erano insediati nella nostra capigliatura. Non c’era alcuna differenza con quanto accade oggi nei confronti della trasmissione del virus Covid, se non nella gravità del caso che, per le aggressioni da pidocchi, si riduceva a un fastidioso prurito e al pericolo di contagiare altre persone. Ogni epoca, ben pare di capire, porta con sé le proprie magagne, sia in una forma sia in un’altra. Pidocchi e cimici si infilavano allora nelle più piccole fessure, nei risvolti e nelle pieghe della biancheria, talmente nascosti alla vista da procurarsi una quota alta di immunità. 

Mio padre, reduce di entrambe le Guerre mondiali, la prima e la seconda, partito con i Ragazzi del ’99 e congedato dopo l’8 settembre 1943, tornato alla propria dimora e all’affetto dei suoi cari, non impiegò molto tempo ad accorgersi che la propria famiglia era caduta vittima dell’infestazione da questi parassiti. Non è vergogna ammetterlo, allora il fatto rientrava nella normale amministrazione dell’andamento familiare. Addirittura si andavano scoprendo nidi di cimici nella parte posteriore dei quadri appesi alle pareti. Come fare per raggiungerli, per divellerli, per neutralizzarli? Era veramente un grosso problema. Ma poi le cose trovarono soluzione nella iniziativa di una piccola impresa a conduzione familiare, che si era attrezzata per dichiarare una lotta spietata agli insetti abusivi e clandestini diffusi nelle abitazioni: usavano il gas. Mio padre, che suo malgrado aveva conosciuto gli effetti del gas tossico usato in guerra, nel corso del proprio servizio come Ufficiale di Fanteria, dall’Altipiano di Asiago nell’ultimo anno di guerra fino a Gabrje nel gennaio 1919, non ci pensò due volte a fare intervenire in casa nostra l’équipe specializzata nell’uso del gas. Arrivarono gli addetti, erano marito e moglie, sigillarono con nastro adesivo ogni fessura e passaggio con l’esterno e aprirono i rubinetti del gas. Noi, ovviamente, dovemmo sloggiare e fummo fortunatamente ospiti di una famiglia di cugini dalla parte di mio padre, che risiedeva in campagna. O forse mi confondo con un’altra nostra esperienza di esodo che ci consigliò di lasciare la città dopo che si erano sparse le voci di un imminente devastante bombardamento aereo. Quella volta ci rifugiammo in un paio si stanze della scuola di campagna dove mia zia materna esercitava come maestra elementare. Comunque sia dovemmo attendere gli effetti della disinfestazione per riprendere possesso della nostra dimora. Poi, con il progresso galoppante, le cose andarono cambiando e del gas non ci fu più bisogno. 

Chissà, vado congetturando, se veramente il progresso aprirà nuove vie di conforto all’umanità oppure se si dovrà, per motivi insormontabili, tornare indietro?

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