La Compagnia di Gesù – Parte 2 di 4

Jerónimo Doménech pensò di fondare un collegio a Messina; il 19 dicembre 1547 le autorità cittadine chiesero a Ignazio l’invio di insegnanti. Il senato di Palermo chiese a Ignazio l’apertura di un collegio anche nella capitale siciliana; in breve tempo la Compagnia si mise all’opera per aprire collegi a Napoli, Venezia e Colonia. Il 22 febbraio 1551 fu aperto il Collegio Romano.

I collegi erano dotati di rendite e benefattori: si specializzarono nell’educazione dei giovani di nascita aristocratica e alto borghese e i gesuiti si specializzarono nella formazione delle classi dirigenti. I collegi della Compagnia erano 48 nel 1556, 144 nel 1580 e 521 nel 1640.

Il principale centro di studio diretto dai gesuiti è la Pontificia Università Gregoriana, fondata nel 1553 a Roma da Ignazio di Loyola e Francesco Borgia con il nome di Collegio Romano, eretta in università da papa Paolo IV nel 1556 .

L’ordine pubblica numerose riviste come un semestrale fondato nel 1932 che pubblica articoli di ricerca storica, documenti inediti, recensioni, bibliografie. 

Ignazio morì nel 1556 (a 65 anni circa); a quel tempo la Compagnia già contava circa mille membri, divisi in 13 province, e un centinaio di case.  A causa di un conflitto tra papa Paolo IV e il re di Spagna Filippo II, il suo successore alla guida della Compagnia fu eletto solo nel 1558 nella persona di Diego Laínez, al quale succedettero Francesco Borgia (nel 1565), Everardo Mercuriano (nel 1573) e Claudio Acquaviva (nel 1581). Laínez (1512-1565), teologo spagnolo, secondo preposito generale alla Compagnia di Gesù, conseguì il dottorato in Filosofia all’Università di Alcalà (1532) e studiò teologia a Parigi. Il 15 agosto 1534 nella chiesa di Montmartre (vedi immagine sopra) pronunciò i voti con Ignazio e altri cinque compagni. Nel 1537 fu a Roma e si recò in varie città per predicare. Presenziò al Concilio di Trento (1545) come padre spirituale degli alti prelati, poi come teologo pontificio. Nel conclave del 1559 non venne eletto papa per pochi voti. Nel 1561 Pio IV lo invitò in Francia, al seguito del cardinale Ippolito d’Este, per avversare il protestantesimo. I suoi ultimi anni furono amareggiati dalle ostilità mosse dal clero alla Compagnia di Gesù.

La Ratio studiorum

L’ordinamento delle scuole gesuitiche ebbe la sua legge organica fondamentale nella parte quarta delle Costituzioni. Nel 1586 fu redatta la prima Ratio Studiorum: Il curriculum degli studi è diviso in tre corsi per 12 anni: umanistico, filosofico, teologico. Dell’umanesimo passano nella scuola gesuitica solo gli aspetti più estrinseci e formali: tutto ciò che nei classici si presenta come stimolo al dubbio o come motivo di turbamento morale viene accuratamente trasformato o espunto. Nel mondo della scienza serpeggiava una sorta di timore a tentare sperimentazioni che avrebbero portato a scoperte contrarie ai dogmi consolidati in ambito teologico (Nella lotta contro gli Amorrei Giosuè ottiene da Dio che il sole e la luna si fermino su Gabaon e sopra la valle di Aialon: “Non vi fu mai né prima né dopo un giorno così lungo. Allora il Signore obbedì alla voce d’un uomo e combatté per Israele” – Giosuè, 10°, 12-14  –  Poi: creazione e dottrine evoluzionistiche). Così, quando Galileo puntò l’occhio sulle macchie solari, ci fu subito qualcuno, fra i Gesuiti, che si affrettò a sostenere ipotesi balzane e ridicole, con il solo scopo di salvaguardare quanto era stato affermato da Aristotele sull’incorruttibilità del sole e dei cieli. La scienza avrebbe dovuto tacere per non contraddire i presupposti di una cosmologia posti a fondamento del credo cattolico.

Sul piano disciplinare gli aspetti più tipici della scuola gesuitica sono l’esasperazione dello spirito emulativo, la valutazione positiva della delazione (denuncia anonima), la relativa riluttanza all’impiego delle punizioni corporali, sostituite il più possibile con il pensum (comportamento conformistico, compressione dell’energia creatrice e della vitalità). Nei collegi gesuitici, destinati per lo più ai figli delle famiglie aristocratiche, si è formata una buona parte della classe dirigente dei paesi cattolici, fino alla prima metà del XIX secolo e oltre.

Le scuole divennero strumenti per confermare i cattolici dubbiosi, per ottenere la conversione dei giovani dal protestantesimo e influire sui loro genitori. A partire dalla fondazione dei primi collegi negli anni quaranta e cinquanta del Cinquecento, fu elaborato tra il 1581 e il 1599 un manuale sul metodo educativo e l’ordinamento delle scuole, composto da 463 regole: insegnamento del latino e dei classici, emulazione tra studenti e severa disciplina.

Le caratteristiche che portarono al successo dei collegi gesuitici e imposero un nuovo stile di educazione furono la gratuità, l’apertura a studenti di tutte le classi sociali, l’insegnamento delle “umane lettere” unito a quello delle scienze.

I gesuiti non solo contribuirono ad arrestare il diffondersi del protestantesimo nell’Europa centrale, ma già durante la vita di Ignazio intrapresero anche intensa attività missionaria nei paesi da poco scoperti.

L’impegno missionario della Compagnia fu conseguenza del desiderio del re di Portogallo Giovanni III di evangelizzare le popolazioni nei suoi domini d’oltremare. Giovanni III, detto Il Pio, visse dal 1502 al 1557. Regnò sul Portogallo dal 1521 alla morte. Sebbene di modesta cultura, seppe governare il Paese con senno. Introdusse in Portogallo il tribunale dell’Inquisizione e chiamò i gesuiti ai quali affidò la cura esclusiva dell’educazione. Svolse una vasta opera colonizzatrice in Oriente, dove San Francesco Saverio venne mandato a predicare il cristianesimo. Si assicurò la concessione di Macao e tentò di consolidare le conquiste portoghesi in America per compensare le perdite subite nell’Africa settentrionale. Organizzò, contro l’infiltrazione francese, la colonizzazione del Brasile). Il sovrano si rivolse a Ignazio che decise di inviare in Portogallo Rodrigues e Bobadilla: poiché Bobadilla era indisposto, lo sostituì Francesco Saverio. Rodrigues rimase a Lisbona per impiantarvi la Compagnia, mentre Saverio partì dalla capitale portoghese il 7 aprile 1541 insieme a due compagni (un prete romano e un seminarista portoghese) sulla nave Santiago; giunse a Goa (Si trova sulla costa occidentale dell’India, nella regione nota come Konkan,) il 6 maggio 1542.

I primi destinatari dell’opera di Francesco Saverio furono i pescatori di perle della zona di capo Comorin (Cape Comorin, punta meridionale dell’India), per i quali Saverio tradusse in tamil le principali preghiere cristiane; dopo due anni tornò a Goa, dove fu raggiunto da altri confratelli, e trascorse i successivi quattro anni in viaggi di ricognizione che lo portarono fino nelle Molucche. Il 15 agosto 1549 sbarcò in Giappone, dove riuscì a stabilire contatti con la classe colta e arrivò a convertire alcune migliaia di indigeni. Francesco infine cercò, inutilmente, di penetrare in Cina, ma morì sull’isola di Sancian il 3 dicembre 1552.

Francesco Saverio non fu l’unico gesuita a essere enumerato fra i santi; si ricordano anche Francesco Borgia, Pietro Canisio, Luigi Gonzaga, Stanislao Kostka, Giovanni Berchmans, Francesco Régis, Pietro Claver, Roberto Bellarmino.

Dopo la morte di Francesco Saverio l’apostolato missionario dei gesuiti in India si rivolse particolarmente a tre terre: il regno del gran mogol (Kabul, Iran), Bengala meridionale, Malabar nel sud-ovest della penisola indiana.

Il gran mogol Akbar nel 1579 inviò un’ambasceria ai gesuiti invitandoli a corte perché esponessero i principi del cristianesimo. La Compagnia inviò tre missionari il 17 novembre 1579. Acquaviva rimase presso Akbar per quattro anni ma non suscitò la conversione del sovrano e nel 1583 fu richiamato a Goa. Nel 1584 Akbar invitò a corte altri gesuiti: la missione fu guidata da Gerolamo Saverio, pronipote di Francesco, che rimase presso il sovrano per oltre trent’anni accompagnandolo nei suoi lunghi viaggi attraverso il suo vasto impero. Le speranze di convertirlo, comunque, andarono deluse.

Nella Costa di Malabar esisteva un’antica comunità cristiana: le pratiche rituali d’abitudine erano sensibilmente diverse da quelle latine. Il mantenimento di tali usi, sostenuto dai gesuiti, fu duramente contestato da altri missionari e portò alla nascita della questione dei riti malabarici. Papa Benedetto XIV condannò i riti malabarici. Per la prima volta dall’arrivo dei gesuiti in India, il numero dei cattolici cominciò a diminuire.

Nel 1606 il gesuita Roberto de Nobili fu inviato come missionario a Madurai (Sud dell’India). Imparò presto la lingua tamil e i costumi locali: essendo di nobile nascita, si presentò come rajah e, diversamente da quanti lo avevano preceduto, godette di grande rispetto. Imparò il sanscrito e studiò i veda. Nel 1611 aveva convertito oltre 150 indiani. De Nobili rivolse quindi le sue attenzioni ai paria, i senza casta: si servì del gesuita Baltasar de Costa che riuscì a battezzare oltre 2.500 adulti.

Tornando dal viaggio alle Molucche, Francesco Saverio aveva conosciuto Yajiro, nativo del Giappone, che gli aveva parlato del suo paese: Yaijro fu battezzato con il nome di Paolo della Santa Fede e nel 1549 partì con il Saverio e altri gesuiti per la capitale del Giappone meridionale, dove fu fondata una missione e furono operate circa duecento conversioni. Nel 1550 Francesco si presentò a Ōuchi Yoshitaka. Ōuchi accolse benevolmente i gesuiti, concesse loro di predicare il cristianesimo e mise a loro disposizione un tempio buddhista abbandonato, che divenne loro quartier generale. Francesco Saverio aveva molta stima dei giapponesi, che considerava “un popolo di moralità eccellente […] buono e senza malizia” e pensò di dedicarsi all’evangelizzazione della Cina. Fu questo a spingere Saverio a lasciare il Giappone e a tentare di entrare in Cina.

Nel 1579 i battezzati giapponesi erano circa 150.000: molti, però, si erano convertiti per interesse economico, per prendere parte al commercio con i portoghesi; ad altri il battesimo era stato imposto dai principi locali: il daimyō di Ōmura, che abbracciò il Cristianesimo nel 1563, aveva imposto la conversione ai suoi oltre 20.000 sudditi; lo stesso accadde nei feudi di Amakusa e Bungo.

Il consolidamento della Compagnia in Giappone è dovuto ad Alessandro Valignano, che fu visitatore in Giappone per tre periodi, dal 1579 al 1603. Impose ai suoi missionari di adattarsi agli usi locali limitandosi a non compromettere i dogmi cattolici. Favorì anche l’ingresso degli indigeni nella Compagnia. Nel 1602 furono ordinati i primi due sacerdoti giapponesi.

Dopo il rapido successo iniziale, l’avvento al potere di Toyotomi Hideyoshi mise in difficoltà la missione gesuita in Giappone: Hideyoshi sospettò che i gesuiti fossero spie e che stessero preparando un’invasione da parte degli occidentali: il 24 luglio 1587 fu emanato un decreto di espulsione per i gesuiti. Anche i frati francescani spagnoli stabilirono delle missioni in Giappone, scontrandosi spesso con i gesuiti: le baruffe aumentarono la diffidenza di Hideyoshi, che il 5 gennaio 1597 fece uccidere ventisei cristiani.

Tokugawa Ieyasu, successore di Hideyoshi, inizialmente si dimostrò tollerante con i cristiani, incoraggiò i gesuiti e ricevette in udienza Valignano. Solo tra il 1599 e il 1600 vi furono 70.000 battesimi. Ma nel 1600 arrivarono in oriente i mercanti olandesi protestanti che misero in cattiva luce il cattolicesimo: tutto questo, insieme al desiderio di Ieyasu di far tornare tutti i giapponesi al buddhismo, portò all’espulsione dei gesuiti dal Giappone, il 27 gennaio 1614. La comunità cristiana, che era arrivata a contare 300.000 individui, fu disciolta.

Fallito il tentativo di Francesco Saverio, il piano per la penetrazione della Compagnia in Cina fu elaborato da Alessandro Valignano durante il suo soggiorno a Macao (1578); Valignano invitò i suoi missionari ad acquisire la maggior padronanza possibile della lingua cinese, a rispettare i valori culturali e spirituali dei cinesi, a usare la scienza come mezzo per introdurre la fede, a sviluppare l’apostolato per mezzo degli scritti e delle relazioni sociali e a concentrare il loro impegno missionario nei confronti della classe colta dominante.

Immagine di Copertina tratta da Historia Domus

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