Trinità. Rivelazione e proclamazione

Gli Apostoli ritenevano Gesù «il Verbo» che «in principio era presso Dio e il Verbo era Dio» (Gv 1,1), come colui che «è immagine del Dio invisibile» (Col 1,15) e «irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza» (Eb 1,3).

Sulla loro scia, seguendo la Tradizione apostolica, la Chiesa nel 325, nel primo Concilio Ecumenico di Nicea, ha confessato che il Figlio è consostanziale al Padre, cioè un solo Dio con lui. Il secondo Concilio Ecumenico, riunito a Costantinopoli nel 381, ha conservato tale espressione nella sua formulazione del Credo di Nicea e ha dichiarato essere «il Figlio unigenito di Dio, generato dal Padre prima di tutti i secoli, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato non creato, della stessa sostanza del Padre».

La fede apostolica riguardante lo Spirito è stata confermata dal secondo Concilio Ecumenico nel 381 a Costantinopoli: crediamo «nello Spirito Santo, che è Signore e dà la vita, e procede dal Padre». Così la Chiesa riconosce il Padre come la fonte e l’origine di tutta la divinità. L’origine eterna dello Spirito Santo non è tuttavia senza legame con quella del Figlio: lo Spirito Santo, che è la terza Persona della Trinità, è Dio, uno e uguale al Padre e al Figlio, della stessa sostanza e anche della stessa natura. Tuttavia non si dice che egli è soltanto lo Spirito del Padre, ma che è, a un tempo, lo Spirito del Padre e del Figlio. Il Credo del Concilio di Costantinopoli della Chiesa proclama: «Con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato».

La tradizione latina del Credo dichiara che lo Spirito procede dal Padre e dal Figlio. Il Concilio di Firenze, nel 1439, esplicita: «Lo Spirito Santo ha la sua essenza e il suo essere sussistente ad un tempo dal Padre e dal Figlio e procede eternamente dall’uno e dall’altro come da un solo principio e per una sola spirazione. E poiché tutto quello che è del Padre, lo stesso Padre lo ha donato al suo unico Figlio generandolo, ad eccezione del suo essere Padre, anche questo procedere dello Spirito Santo a partire dal Figlio, lo riceve dall’eternità dal suo Padre che ha generato il Figlio stesso».

L’affermazione “e dal Figlio”mancava nel Simbolo proclamato a Costantinopoli nel 381. Ma, sulla base di un’antica tradizione latina e alessandrina, il Papa san Leone l’aveva già dogmaticamente assunta nel 447, prima che Roma conoscesse e ricevesse, nel 451, durante il Concilio di Calcedonia, il Simbolo del 381. L’uso di questa formula nel Credo è entrato a poco a poco nella liturgia latina (tra i secoli VIII e XI). L’introduzione della parola Filioque (e il Figlio) nel Simbolo niceno-costantinopolitano da parte della liturgia latina costituisce tuttavia, ancora oggi, un punto di divergenza con le Chiese ortodosse.

La tradizione orientale mette innanzi tutto in rilievo che il Padre, in rapporto allo Spirito, è l’origine prima. Sostenendo che lo Spirito «procede dal Padre» (Gv 15,26), afferma che lo Spirito procede dal Padre attraverso il Figlio. La tradizione occidentale dà maggior risalto alla comunione consostanziale tra il Padre e il Figlio affermando che lo Spirito procede dal Padre e dal Figlio (Filioque). Lo dice «lecitamente e ragionevolmente»; infatti l’ordine eterno delle Persone divine nella loro comunione consostanziale implica che il Padre sia l’origine prima dello Spirito in quanto « principio senza principio », ma pure che, in quanto Padre del Figlio unigenito, egli con lui sia « l’unico principio dal quale procede lo Spirito Santo ». 

Per la formulazione del dogma della Trinità, la Chiesa ha dovuto sviluppare una terminologia propria ricorrendo a nozioni di origine filosofica: « sostanza », « persona » o « ipostasi », « relazione », ecc. Così facendo, non ha sottoposto la fede ad una sapienza umana, ma ha dato un significato nuovo, insolito a questi termini assunti ora a significare anche un mistero inesprimibile, « infinitamente al di là di tutto ciò che possiamo concepire a misura d’uomo ».

La Chiesa adopera il termine « sostanza » (reso talvolta anche con « essenza » o « natura ») per designare l’Essere divino nella sua unità, il termine « persona » o « ipostasi » per designare il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo nella loro reale distinzione reciproca, il termine « relazione » per designare il fatto che la distinzione tra le Persone divine sta nel riferimento delle une alle altre.

Il dogma della Santissima Trinità

La Trinità è Una. Noi non confessiamo tre dèi, ma un Dio solo in tre Persone: « la Trinità consostanziale ». Le Persone divine non si dividono l’unica divinità, ma ciascuna di esse è Dio tutto intero: « Il Padre è tutto ciò che è il Figlio, il Figlio tutto ciò che è il Padre, lo Spirito Santo tutto ciò che è il Padre e il Figlio, cioè un unico Dio quanto alla natura ». « Ognuna delle tre Persone è quella realtà, cioè la sostanza, l’essenza o la natura divina ». Le Persone divine sono realmente distinte tra loro. « Dio è unico ma non solitario ».«Padre», «Figlio» e «Spirito Santo» non sono semplicemente nomi che indicano modalità dell’Essere divino; essi infatti sono realmente distinti tra loro: « Il Figlio non è il Padre, il Padre non è il Figlio, e lo Spirito Santo non è il Padre o il Figlio ». Sono distinti tra loro per le loro relazioni di origine: « È il Padre che genera, il Figlio che è generato, lo Spirito Santo che procede ». L’Unità divina è Trina. Tutta l’Economia divina è l’opera comune delle tre Persone divine. La Trinità infatti, come ha una sola e medesima natura, così ha una sola e medesima operazione. « Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo non sono tre principi della creazione, ma un solo principio ». Tuttavia, ogni Persona divina compie l’operazione comune secondo la sua personale proprietà. Così la Chiesa rifacendosi al Nuovo Testamento professa: « Uno infatti è Dio Padre, dal quale sono tutte le cose; uno il Signore Gesù Cristo, mediante il quale sono tutte le cose; uno è lo Spirito Santo, nel quale sono tutte le cose ». Le missioni divine dell’incarnazione del Figlio e del dono dello Spirito Santo sono quelle che particolarmente manifestano le proprietà delle Persone divine. 

Di fatto i nomi rivelati delle tre Persone divine esigono che si pensi a Dio come al procedere eterno del Figlio dal Padre e alla reciproca relazione – anch’essa eterna – dell’Amore che «procede dal Padre» (Gv15, 26) e «prende dal Figlio» (Gv16,14), che è lo Spirito Santo. La Rivelazione ci parla, dunque, di due processioni in Dio: la generazione del Verbo (cfr. Gv17, 6) e la processione dello Spirito Santo. Con la caratteristica peculiare che entrambe sono relazioni immanenti, perché si trovano in Dio: sono addirittura Dio stesso, dato che Dio è Personale; quando parliamo di processione, di solito pensiamo a qualcosa che esce da un altro e comporta cambiamento e movimento. Dato che l’uomo è stato creato a immagine e somiglianza del Dio Uno e Trino (Gn1, 26-27), la migliore analogia con le processioni divine la possiamo trovare nello spirito umano, dove la conoscenza che abbiamo di noi stessi non esce all’esterno: il concetto che ci facciamo di noi è diverso da noi stessi, ma non si trova fuori di noi. Lo stesso si può dire dell’amore che abbiamo per noi. Allo stesso modo, in Dio il Figlio procede dal Padre ed è sua Immagine, analogamente a come il concetto è immagine della realtà conosciuta. Solo che questa immagine in Dio è così perfetta che è Dio stesso, con tutta la sua infinitezza, eternità e onnipotenza: il Figlio è una sola cosa col Padre, lo stesso Qualcosa, quell’unica e indivisa natura divina, pur essendo un altro Qualcuno. Il Simbolo niceno-costantinopolitano lo esprime con la formula: «Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero». Il fatto è che il Padre genera il Figlio donandosi a Lui, dandogli la propria sostanza e la propria natura; non in parte, come accade nella generazione umana, ma perfettamente e infinitamente. Lo stesso si può dire dello Spirito Santo, che procede come l’Amore dal Padre e dal Figlio. Procede da entrambi, perché è il Dio eterno e increato che il Padre dona al Figlio generandolo e che il Figlio restituisce al Padre come risposta al Suo Amore. Questo Dono è Dono di sé, perché il Padre genera il Figlio comunicandogli totalmente e perfettamente il suo stesso Essere mediante il suo Spirito. La terza Persona è, dunque, l’Amore reciproco fra il Padre e il Figlio. Il nome tecnico di questa seconda processione è spirazione. Seguendo l’analogia della conoscenza e dell’amore, si può dire che lo Spirito procede come la volontà che si muove verso il Bene conosciuto.

Una opinione su "Trinità. Rivelazione e proclamazione"

  1. Devo confessare che nel leggere questa serie di deduzioni, mi sono un po’ perso.
    Forse perché sin da giovanissimo ho sempre messo in dubbio la parola “generare” associata a Dio.
    Se Dio genera, come ad esempio lo fa una donna del proprio figlio, allora dovremmo parlare di un Dio esterno a Dio stesso, quindi politeismo.
    Se invece si parla di creazione, come un pensiero, questo non si distanza dal suo creatore ma in esso vive.
    A noi è difficile comprendere questo, perché i nostri pensieri svaniscono, ma il pensiero del Creatore della Vita e esso stesso Vivo.
    In questo poi, per cercare di comprendere come il pensiero possa prendere una sua strada, ci può aiutare la comprensione della meccanica quantistica, da un fotone ad una divaricazione di molteplici copie dello stesso.
    Ergo il figlio è più facilmente assimilabile ad una sua manifestazione, ed in ogni era vi è una differente manifestazione, mai medesima all’altra ma legate le une alle altre.

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