Ancora qualcosa di genuino

Mi piace molto camminare. Dico sempre di aver ereditato da mio padre la vigoria delle gambe. Lui, il mio papà, poteva vantarsi di un trascorso atletico non indifferente: era stato campione provinciale di podismo e giocava nella squadra calcistica della sua e mia città, Cuneo; un commento su un giornale dell’epoca lo aveva giudicato con ottime doti: “agile, veloce, scattante”. Io non sono proprio al suo livello, ma un bel po’ di strada con la bicicletta da corsa e un bel po’ di sentieri di montagna battuti con gli scarponi sono il mio orgoglio di camminatore e di pedalatore. Ora, visto che ho dovuto per motivi vari scalare alcune marce, mi accontento di percorrere a piedi le strade di campagna che circondano la mia cittadina di residenza, Barge. Camminando ho scoperto particolari meravigliosi che prima, correndo veloce sulla mia bicicletta, sfuggivano alla mia attenzione.

È così che, fra un passo e l’altro, sono spinto ad attardarmi per ammirare ciò che prima avevo trascurato: fiori di tutte le qualità, insetti, api al lavoro con palline di polline appiccicate ai cestelli delle zampette, animali al pascolo, altri con cuccioli che spingono per allattarsi. Seguo con voluttà il volgersi dei lavori agresti, sempre rinnovati di anno in anno, di stagione in stagione, gestiti con rara maestria dai tecnici della terra. Poco oltre si apre alla mia vista un vasto campo dove ha avuto luogo da poco la prima fienagione; ora il fieno è pressato e imballato lì sul campo, in attesa di una certa fase di fermentazione per essere di poi accatastato nei depositi delle cascine. Osservo: è una cosa normale, normalissima, ma poi non posso fare a meno di seguire la tortuosità del mio pensiero che mi induce a chiedermi alcune strane cose. Era tenera erba, fiorita, fragrante di freschezza; dopo il taglio, il calore del sole ne ha fatto evaporare le componenti liquide e l’erba è diventata fieno. Niente di che meravigliarsi, ma è il dopo ancora che mi stupisce e mi lascia insoddisfatto: quel fieno verrà ingerito dalle mucche ed esse ci daranno latte in abbondanza. Ossia, il fieno trasformato in buon latte. Non solo fieno, perché gli allevatori pensano a nutrire gli animali di loro proprietà con alimenti ricchi di sostanze altamente nutrienti e sane, variabili persino a seconda delle stagioni: in estate gli animali mangiano principalmente foraggio fresco ossia erba, leguminose e parte di fieno essiccato, mentre durante i mesi invernali sono nutriti con foraggi essiccati. Altri mangimi autorizzati sono la colza, il granturco, la segale e le barbabietole da foraggio, agglomerati di fieno, erba medica, granturco e altri foraggi simili, frumento, orzo, avena, piselli da foraggio, favette, lupini, frutti oleosi, farine di estrazione di semi oleosi. E tutto questo entra in un formidabile laboratorio biologico per trasformarsi in molte parti destinate alla composizione dell’organismo e, infine, in latte. Sappiamo che ciò avviene, ma non sappiamo come. Ovvero con tutti i nostri procedimenti chimici più sofisticati potremmo provarci a trasformare una manciata di fieno in un bicchiere di latte? È la stessa cosa della ricerca della pietra filosofale, con la differenza che quella pietra esiste soltanto nella fantasia dei favolisti, mentre all’interno dell’organismo-mucca il fieno si trasforma veramente in latte. E, dunque, se non ci fossero più mucche e animali lattiferi, più niente latte per la nostra alimentazione. Questo è e rimane un grande mistero. Così per noi: abbiamo consumato tre o quattro pasti in giornata e ciò che è passato per la bocca, oltre a deliziare il palato e a spegnere i morsi di un certo appetito, viene digerito, selezionato, trasformato e smistato per formare tessuto muscolare, epiteliale, osseo, nervoso, ematico e così via, con una precisione infallibile, senza che noi ne sappiamo il come. Vivo molto intensamente la profondità di questi misteri che accompagnano e riempiono la nostra esistenza terrena.

Al di là di queste meraviglie, per essere sincero non posso esimermi dal trovare un neo, un solo neo che mi crea numerosi interrogativi. Ossia, cammino deliziandomi della fioritura dei meli che espongono alla luce del sole una fantasmagoria di fiori rosa tenue sfumato nel bianco, delicati nella forma e nella disposizione dei petali. Osservo e mi compiaccio ma, d’improvviso, odo un rombo di motore avvicinarsi: si tratta di un trattore che rimorchia un contenitore cilindrico contenente una forte soluzione di pesticidi. Il trattore si inoltra tra due filari e il conducente apre gli ugelli dei getti: due nuvole dense azzurrine di anticrittogamici vengono sparate contro i meli in piena fioritura. Devono farlo, altrimenti i parassiti finiscono per divorare tutta la frutta quando ci sarà. Sì, ma poi, noi che cosa mangeremo? Mele salvate da colonie di clandestini devastanti, ma ben condite di veleni per il nostro sangue, e la cosa mi rattrista alquanto.

Ma lasciamo questo aspetto negativo della vita e del lavoro di campagna, e andiamo oltre, la camminata non è finita. C’è, ancora, un aspetto delle mie camminate in campagna che mi appaga delle molte perplessità che possano essermi cadute fra capo e collo. Sto ancora pensando e arrovellandomi in dinamiche mentali che non comprendo, quando i miei pensieri volano via come d’incanto, rotta la loro fissità da una voce improvvisa: “Fa molto caldo oggi, vero?”. Mi volto di scatto, non m’ero accorto di nulla, è un tipo già anzianotto che sta tranciando qualcosa ai lati della strada. Mi fermo e rispondo volentieri alla gradita provocazione. Ne esce un breve colloquio con accenti di simpatia e direi persino di un possibile senso di amicizia. Un cortese saluto di commiato fra sorrisi che si scambiano di direzione, ed eccomi ancora in cammino. Poi mi viene in mente quante cose, come il richiamo di una voce amichevole, non si avrebbe modo di sperimentare lungo le vie caotiche e rumorose di una città, mi ritengo fortunato potendo godere di queste espressioni di spontaneità, di trasparenza di sentimenti, di schiettezza, e sento che è il cuore a gioire.

Giornata della Terra

Si celebra ogni anno il 22 aprile, a partire dal 1970 allorché fu istituita. È l’Earth Day, la data-appuntamento dedicata alla salvaguardia del Pianeta. Si tratta della più grande manifestazione ambientale interessante il nostro Pianeta, coinvolgente fino a un miliardo di persone in 192 Paesi del mondo.

Dunque 52 anni di vita, come un gabbiano che si libra nell’aria e non riesce a posarsi a terra perché sotto le sue ali non c’è che acqua, nessun approdo è più raggiungibile. Cinquantadue anni di parole, di propositi, di progetti, di pianificazioni, sia pure di buona volontà, ma le cose sul nostro ambiente naturale volgono sempre più al peggio. Mari, terreni, atmosfera e corsi d’acqua sempre più soffocati da sostanze inquinanti; poi guerre che portano morte, distruzione, annientamento di risorse, inquinamento a tutti i livelli, e povertà per milioni di persone.

La Pasqua, che dovrebbe giungerci con un sacro messaggio di pace, è oscurata da nembi di guerra che minacciano con intensità crescente di travolgerci. Non basta, ci pensa l’uomo sapiens ad aggiungere di suo anche in situazioni di non belligeranza. Ed ecco che, proprio il giorno di Pasqua, si sente dire di una petroliera battente bandiera della Guinea Equatoriale, che trasportava 750 tonnellate di gasolio, affondata al largo della Tunisia, in un punto in cui le condizioni del mare in tempesta l’avevano trattenuta. Era un mercantile partito dall’Egitto e con destinazione Malta. Per un pizzico di buona sorte l’equipaggio di bordo riuscì a essere evacuato, ma non si può fare a meno di temere per un disastro ambientale, nonostante le assicurazioni diramate da Tunisi sulla evitata perdita di carburante e nonostante il ricorso a un piano di emergenza con il posizionamento di barriere anti-inquinamento intorno all’area interessata.

Con il ritmo di vita al quale l’umanità si è celermente assuefatta, con la produzione e superproduzione di generi di consumo in abbondanza crescente, chissà, forse la “Giornata della Terra” fra non molto muterà il proprio nome in quello di “Giornata della Memoria della Terra”.

Immagine di copertina tratta da Space.com.

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