Søren Aabye Kierkegaard – Timore e tremore – Parte 1 di 2

Nella mente dei Pensatori

Kierkegaard (Copenaghen 1813-1855), filosofo e teologo danese, propone un pensiero filosofico che è stato considerato il punto d’origine dell’Esistenzialismo. La tematica esplicata da Kierkegaard si fonda su alcuni concetti chiave: l’esistenza intesa come singolarità; la filosofia come riflessione soggettiva ossia come esperienza vissuta dal singolo lungo un continuo processo di auto-chiarificazione; l’esistenza come possibilità o come rischio di fallimento e dell’insignificanza totale ossia del nulla; la funzione dell’angoscia come sentimento capace di rivelare la struttura dell’esistenza; la disperazione come manifestazione necessaria della finitudine dell’uomo e come condizione di un suo possibile rapporto con Dio; la paradossalità della scelta religiosa.

Kierkegaard visse una giovinezza inquieta dominata dal tentativo di realizzare una “vita estetica” tesa a cogliere l’attimo sempre nuovo e a godere sapientemente delle occasioni. Abbracciò più tardi un tenore di vita più responsabile e ordinato che può andare sotto il nome di “vita etica” (Etica è la filosofia della pratica ovvero l’indagine e la riflessione sul comportamento operativo dell’uomo. Sinonimo di morale. Estetica è l’indagine filosofica avente per oggetto il bello e l’arte, il lato bello di qualcosa. Kierkegaard – 1843 – al di là della vita estetica e di quella etica, di cui è sottolineata l’insufficienza, propone la scelta religiosa, come incertezza angosciosa e sublime vissuta nel rapporto contraddittorio del singolo con Dio). Nella sua opera Aut-Aut propose la scelta religiosa, considerata come incertezza angosciosa e sublime vissuta nel rapporto contraddittorio dell’uomo con Dio. Morì nel 1855, ad appena 42 anni.

Timore e Tremore (1843)

(a cura di Cornelio Fabro, BUR-RCS, Rizzoli, Milano 2004)

Introduzione

di Cornelio Fabro, sacerdote, insegnante di filosofia e studioso di Kierkegaard

Avvertenza: Qui di seguito sono esposti alcuni pensieri soltanto delle disquisizioni filosofiche di Kierkegaard, estratti come parti rilevanti della struttura dell’opera. Le mie considerazioni personali sono scritte in corsivo.

In quest’opera di Kierkegaard viene sviscerato l’oscuro tema dell’obbedienza il cui significato recondito assume aspetti drammatici con l’atto del patriarca Abramo che si assoggetta al paradosso di sacrificare il figlio Isacco per obbedire alla volontà di Dio.

Il concetto di “paradosso” investirà tutta la dissertazione che andrà a seguire, nel contesto del significato profondo di “fede”, sullo sfondo del comportamento di Abramo nei confronti dell’assurdo.

Timore e Tremore nasconde il mistero tremendo del rapporto del credente all’Assoluto. Prende subito forma la grave indecisione di Abramo di fronte alla voce che gli ordina l’uccisione del figlio e che, all’ultimo, gli impone di fermarsi: egli aveva riconosciuto con certezza il primo comando come voce di Dio, ma credette che il secondo ordine “Fermati!” provenisse dal demonio per contrastare la volontà di Dio, e non volle dargli seguito.

Qui si vede l’insinuarsi del dubbio: a chi credere, a Dio o a Satana? La fede come paradosso dell’esistenza, dunque, è messa a dura prova.

Abramo non accettò la contraddizione emergente da quei due ordini opposti: se dunque avesse seguito il secondo, attribuito a Satana, avrebbe disobbedito a Dio. Questa versione del testo biblico è foriera di dubbi, di incertezze, di timore nel cadere in errore, presenta dunque l’uomo Abramo ligio alla logica di un dovere ma ancor mai sicuro di aver compreso quale fosse e come si configurasse quel dovere. Nell’opera di Kierkegaard, Il diario del seduttore (1843) l’abbandonarsi a pensieri come quelli sopra esposti poteva significare avvicinarsi ai limiti della fede, pur non volendo valicare tali limiti attardandosi in riflessioni tentatrici che hanno l’effetto di indurre la trasgressione a detti limiti.

Abramo, tuttavia, persistette nella fede senza avvicinarsi ai limiti che costituiscono il confine al di là del quale la Fede svanisce nelle riflessioni. Dio comprese la fede di Abramo e gli risuscitò il figlio, ma Abramo non ne percepì più l’identità precedente, gli pareva di vedere un altro Isacco; Dio però gli promise che Abramo stesso e Isacco sarebbero stati eternamente congiunti. Da qui il rapporto fra Giudaismo e Cristianesimo. Per quest’ultimo, Isacco fu effettivamente sacrificato, ma con la promessa dell’eternità; per il primo, invece, quella fu soltanto una prova facente parte della storia di questo mondo.

Kierkegaard accosta la figura di Abramo a quella di Maria, madre di Gesù. Entrambi non furono eroi, ma divennero più grandi di ogni eroe, non già tenendosi lontano dalla sofferenza, dalle pene, dal paradosso, ma attraverso la loro accettazione.

Kierkegaard si pone in aperta polemica nei confronti del Cogito ergo sum di Cartesio, capovolgendone la struttura frasale e semantica in Sum ergo cogito che si traduce nell’interpretazione: Io penso l’ente perché sono nel mondo, in quanto apprendo di essere un ente fra gli enti, apprendo dunque che esiste il mondo e che io stesso sono nel corpo e nel mondo; comprendo l’Essere che è fondamento del mondo e di me stesso che considero il mondo, questo Essere che è principio di tutti gli enti.

Come Abramo, il vero credente dimentica la sofferenza nell’amore e cammina nel buio, abbandonandosi a Dio che vede e può tutto. È questo il compito della fede di fronte a Dio che vede in segreto, conosce le sofferenze e conta le lacrime. (FINE Introduzione)

Timore e Tremore

Lirica dialettica di Johannes de Silentio

Kierkegaard ci offre un panegirico di Abramo: “Se ci fosse nell’uomo una coscienza eterna, se al fondo di tutto non ci fosse che una forza selvaggia ribollente la quale, torcendosi in oscure passioni, tutto produce, sia ciò che è grande come ciò che è insignificante; se sotto ogni cosa si nascondesse un vuoto senza fondo, mai colmo, che altro sarebbe la vita se non disperazione?”

“Colui che combatté contro il mondo divenne grande vincendo il mondo, e colui che combatté contro se stesso divenne più grande vincendo se stesso, ma colui che combatté con Dio divenne più grande di tutti”. L’allusione è per Abramo, ma anche per Giacobbe nella sua lotta con un angelo (Genesi, XXXII, 24-30) che gli disse prima di accomiatarsi: “Il tuo nome non sarà più Giacobbe, ma Israele, perché se tu sei stato forte nella lotta con Dio, quanto più vincerai gli uomini?” – Giacobbe infine esclamò: “Ho veduto Dio faccia a faccia e la mia vita è stata conservata”.

Ognuno anela a diventare grande e importante, ma “Abramo era il più grande di tutti, grande con la sua forza, la cui potenza è impotenza, grande per la sua saggezza il cui segreto è stoltezza, grande per la sua speranza la cui forma è pazzia, grande per il suo amore che è odio di se stesso”. “Abramo lasciò la sua intelligenza terrena e prese con sé la fede… è una cosa grande il rinunciare al proprio desiderio ma è più grande il mantenerlo dopo averlo abbandonato: è una cosa grande afferrare l’eternità, ma è più grande mantenere la realtà temporale dopo averla abbandonata”.

Abramo credette, perciò egli è giovane; poiché colui che spera sempre la cosa migliore, costui invecchia perché deluso della vita; chi si tiene pronto al peggio, costui invecchia precocemente; ma colui che crede, conserva un’eterna giovinezza… Infatti Sara, malgrado la sua età, era giovane abbastanza per desiderare di diventare madre; e Abramo, malgrado la canizie, era ancor giovane abbastanza da desiderare di diventar padre… il miracolo della fede è che Abramo e Sara fossero così giovani da poter desiderare, che la fede avesse conservato il loro desiderio e con esso la loro giovinezza”. “Abramo credette e non dubitò, egli credette l’assurdo… Egli non pregò per sé così da commuovere il Signore”. “Se Abramo, quando fu sul monte Moria, avesse dubitato… allora egli avrebbe fatto ritorno a casa… epperò quant’era cambiato! Perché il suo ritorno era una fuga, la sua salvezza il caso, la sua mercede la vergogna, il suo futuro forse la perdizione”.

Kierkegaard asserisce che non dimenticherà mai che in 130 anni di vita Abramo non sia andato al di là della fede. È una allusione alla filosofia hegeliana che pone la filosofia un grado più alto della religione e della fede. Sotto il punto di vista etico Abramo voleva uccidere Isacco, sotto quello religioso voleva sacrificarlo “ma in questa contraddizione si trova precisamente l’angoscia che può certamente rendere un uomo insonne”. – Se togliamo di mezzo la fede non abbiamo altro che il fatto crudo dell’uccisione, in quanto Abramo dimostrò di voler uccidere Isacco. Solo chi assomigliasse ad Abramo potrebbe “sottoporsi a una simile prova: ma chi è simile ad Abramo?… se non si ama come Abramo, ogni pensiero di sacrificare Isacco diventa uno scrupolo”. – Con il termine “scrupolo” (Anfaegtelse nella teologia di Lutero) si intende uno stato complesso dello spirito, un misto di dubbio, incertezza, tentazione… che è appunto lo scrupolo come rilassamento della fede e della libertà.

Dice Kierkegaard: “Andare al di là di Hegel, è opera prodigiosa: ma andare al di là di Abramo è la cosa più facile di tutte… Quando invece devo pensare su Abramo, allora mi sento come annientato. L’occhio a ogni momento si posa nell’enorme paradosso, che è il contenuto della vita di Abramo, a ogni momento mi sento respinto indietro e il mio pensiero, malgrado la sua passione, non riesce ad andare oltre neppure di un pelo… non posso pensarmi dentro Abramo, poiché ciò che mi è offerto è il paradosso. Perciò io non credo affatto che la fede sia qualcosa di umile, invece essa è la cosa suprema. A prescindere che è disonesto da parte della filosofia sostituirla con qualcos’altro e mettersi a deriderla” (in chiara polemica contro Hegel).

“Io non sono in grado di fare il movimento della fede: non posso chiudere gli occhi e precipitarmi fiducioso nelle braccia dell’assurdo, questo è per me impossibile… Sono convinto che Dio è amore… ma non credo, questo coraggio mi manca. Per me l’amore di Dio… è incommensurabile con tutta la realtà… la mia gioia non è quella della fede e al confronto di questa è infelice… Forse che ognuno dei miei contemporanei è in grado di fare i movimenti della fede?”. “Ma che cosa ha fatto Abramo? Egli credeva in virtù dell’assurdo… e l’assurdo era Dio, il quale esigeva questo da lui, un istante dopo avrebbe revocato la richiesta… Abramo credette… Dio avrebbe potuto dargli un nuovo Isacco… Egli credette in virtù dell’assurdo… La dialettica della fede è la più fine e straordinaria di tutte”. Se il suo comportamento fosse stato un altro, allora Abramo “avrebbe forse amato Dio, ma non creduto: poiché colui che ama Dio senza fede, egli riflette su se stesso; colui che ama Dio credendo, egli riflette su Dio. Su questa vetta sta Abramo. L’ultimo stadio, che egli perde di vista, è la rassegnazione infinita. Egli va realmente oltre e giunge alla fede”. “Il movimento della fede infatti si deve fare sempre in forza dell’assurdo però in modo, si badi bene, di non perdere la finitezza ma di guadagnarla tutta intera”.

Kierkegaard afferma di poter descrivere i movimenti della fede, ma di essere incapace di eseguirli; come chi impara i movimenti per nuotare, sospeso in alto con cinghie e descrive i movimenti, “ma questo non è nuotare”. Questo, a mio parere, è il modo di comportarsi degli uomini di Chiesa i quali parlano di cose e si compiacciono di insegnare cose che possono vedere o intuire o pensare di conoscere soltanto a una certa distanza, forse non altro che le loro ombre, come quelle proiettate sul fondo della caverna di Platone. Ne parlano usando parole vuote, ripetitive, fittizie, incoerenti, ma non sanno di che cosa stanno parlando. Insegnare la via, i modi e i movimenti adeguati per raggiungere il vero, diventa per loro un insieme di finzioni, di illusioni, di benevoli inganni. In nota dell’edizione consultata, a pag. 119, si legge: “Lessing aveva nello stesso tempo un dono altamente eccezionale (non era solo uno dei cervelli più intelligenti che avesse la Germania) per spiegare ciò che aveva capito. E si fermò a questo, nel nostro tempo invece si va oltre e si spiega di più di quel che si è capito”.

La fede “dopo aver compiuto i movimenti dell’infinità, compie quelli della finitezza… io bado soltanto ai movimenti”. Ogni movimento dell’infinità avviene con passione, mentre nessuna riflessione può produrre un movimento. Ciò che manca al nostro tempo non è la riflessione, ma la passione. Il cavaliere dell’Infinito “non abbandona l’amore neppure per tutto lo splendore del mondo… avrà anzitutto la forza di concentrare in un unico desiderio tutto il contenuto della vita e il significato della realtà… avrà la forza di concentrare il risultato di tutta l’operazione del pensiero in un unico atto di coscienza. Se gli manca questa chiusura, la sua anima è dispersa fin dal principio nel molteplice… correrà sempre dietro agli affari della vita, non entrerà mai nell’eternità”.

Il Cavaliere dell’Infinito, altrove Cavaliere della Fede, è la figura a cui Kierkegaard ambisce di assomigliare e che accompagnerà tutto il seguito dell’analisi filosofica.

Solo le nature inferiori dimenticano se stesse o diventano qualcosa di nuovo. Le nature più profonde non dimenticano mai se stesse e non diventeranno mai qualcosa di altro da quel che erano”. “Spiritualmente parlando, tutto è possibile, ma nel mondo della finitezza ci sono molte cose che non sono possibili. Questa impossibilità tuttavia il cavaliere la rende possibile in quanto la esprime spiritualmente, ma la esprime spiritualmente in quanto vi rinuncia”. “Colui che si è rassegnato infinitamente è anche abbastanza se stesso. Il cavaliere non toglie la sua rassegnazione, egli conserva ancora la giovinezza del suo amore com’era nel primo momento”.

Rinuncia, rassegnazione, assurdo, paradosso sono momenti del pensiero di Kierkegaard difficili da accettarsi per l’individuo immerso nella logica odierna del benessere materiale.

Nella rassegnazione infinita c’è pace e riposo… Nella rassegnazione infinita c’è pace e riposo e consolazione nel dolore… La rassegnazione infinita è l’ultimo stadio che precede la fede… è anzitutto nella rassegnazione infinita che mi diventa chiaro il mio valore eterno e che soltanto allora ci può essere questione di afferrare l’esistenza in forza della fede… Il cavaliere della fede… fa una rinuncia infinita all’amore, che è il contenuto della sua vita, è riconciliato nel dolore… l’unica cosa quindi che lo può salvare è l’assurdo e questo egli l’afferra con la fede. Egli conosce quindi l’impossibile e nello stesso momento crede l’assurdo… La fede non è perciò una commozione estetica, ma qualcosa di molto più alto, precisamente perché essa ha la rassegnazione prima di sé, non è l’impulso immediato del cuore ma il paradosso dell’esistenza… io posso vedere che occorrono forza, energia e libertà di spirito per compiere il movimento infinito della rassegnazione… Ogni volta che io voglio fare questo movimento, mi prende la vertigine… e nello stesso momento la mia anima è presa da un’enorme angoscia, poiché cos’è mai tentare Dio? È questo però il movimento della fede e diventa tale anche se la filosofia, per confondere i concetti, volesse farci credere che essa ha la fede, e anche se la teologia volesse vendercela a basso prezzo. Per rassegnarsi non è necessaria la fede. Infatti ciò che io ottengo nella rassegnazione è la mia coscienza eterna… la mia coscienza eterna è il mio amore di Dio e questo è per me superiore a tutto. Infatti per rassegnarsi non occorre la fede, ma per ottenere anche la minima cosa. Al di là della mia coscienza eterna, è necessaria la fede, poiché questa è il paradosso… Con la rassegnazione io rinuncio a tutto: questo movimento lo faccio da me stesso e, quando lo faccio, è perché sono un vigliacco e un rammollito, senza entusiasmo; è perché non sento l’importanza d’alta dignità che è proposta a ogni uomo di essere il proprio censore… Questo movimento io lo faccio da me stesso e ciò che ottengo è il mio io nella sua coscienza eterna, nella beata intesa con il mio amore per un’essenza eterna. Con la fede io non rinuncio a qualcosa ma con la fede ottengo tutto… Basta il semplice coraggio umano per rinunciare a tutta la realtà temporale per ottenere l’eternità… Occorre invece un coraggio umile e paradossale per poter ora afferrare tutta la realtà temporale in virtù dell’assurdo e questo è il coraggio della fede… con le mie proprie forze io non riesco ad avere neppure la minima cosa del mondo della finitezza… Ma con la fede… in forza dell’assurdo”.

“Allora o facciamo piazza pulita di questa storia di Abramo, oppure cerchiamo di imparare a spaventarci dell’enorme paradosso che è il significato della sua vita così da comprendere che il nostro tempo, come ogni tempo, solo se ha la fede può essere felice”… Kierkegaard si propone di estrarre dalla storia di Abramo il momento dialettico in essa contenuto “per vedere quale enorme paradosso è la fede, un paradosso che è capace di trasformare un omicidio in un’azione sacra a Dio, il paradosso che restituisce Isacco ad Abramo e di cui nessun pensiero può impadronirsi poiché la fede comincia appunto là dove il pensiero finisce”.

“La fede è appunto questo paradosso, cioè che il Singolo come Singolo è più alto del generale… è il Singolo che, dopo essere stato subordinato come Singolo al generale, ora mediante il generale diventa il Singolo il quale, come Singolo, è sopra ordinato; il Singolo come Singolo sta in un rapporto assoluto all’Assoluto. Questo punto di vista non si lascia trattare con la mediazione… esso è e resta per tutta l’eternità un paradosso, inaccessibile per il pensiero: O la fede è questo paradosso oppure (…) anche la fede non è mai esistita, proprio perché essa è esistita da sempre. È verissimo che questo paradosso può facilmente diventare per il singolo uno scrupolo (con il termine “scrupolo” si intende uno stato complesso dello spirito, un misto di dubbio, incertezza, tentazione… che è appunto lo scrupolo come rilassamento della fede e della libertà)”.

“Abramo rappresenta la fede… normalmente espressa in lui, la cui vita non è soltanto la più paradossale che si possa pensare, ma così paradossale che non si lascia affatto pensare. Egli agisce in forza dell’assurdo; poiché è proprio un assurdo che il Singolo sia più alto del generale. In forza dell’assurdo Abramo riottiene Isacco. Abramo non è perciò in nessun momento un eroe tragico, ma qualcosa di tutt’altro: o un assassino o un credente… Nella vita di Abramo non c’è espressione etica più alta che questa: il padre deve amare il figlio… E allora perché Abramo lo fa? Lo fa in nome di Dio, perché Dio esige questa prova della sua fede; lo fa proprio per poter portare questa prova… Il dovere è appunto l’espressione della volontà di Dio”.

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