Un uomo sulle vette – Parte 2 di 3

Il secondo contributo di cui dispongo, apparso ancora sul periodico Coumboscuro, porta il titolo di “Cols, Valichi entre Piemount e Prouvenço. L’articolo è così presentato: “Lou liri de Franço e la crous de Savoio”. Lungo la dorsale alpina tra Piemonte e Provenza, antichi cippi riportano ancora i simboli delle casate angioine e savoiarde. Michelangelo Bruno ha percorso per una vita questo territorio transalpino, che ora è diventato finalmente libro (di cui qui un estratto). Parlare di colli significa incontrare la storia, raccontare di emigrazione, eserciti, di grandezza e decadenza di un mondo alpino. L’opera in edizione italiana e francese, concretizza l’intesa editoriale tra Coumboscuro C. P. e Gribaudo, intesa che proietterà la collana “Entre Piemount e Prouvenço” a livello internazionale.

La colonizzazione romana

“In seguito alla conquista militare romana della Gallia ad opera di Giulio Cesare, ebbe inizio l’ultimo grande atto mirante al controllo totale delle Alpi. Tale processo portò alla progressiva sottomissione armata delle popolazioni ancora ribelli alla supremazia latina, come le bellicose tribù celto-liguri dei Salassi e dei Liguri montani delle Alpi occidentali. In età augustea (nel 26 a.C.) le guerre contro le indomite tribù alpine videro le legioni di Terenzio Varrone Murena, legate all’imperatore Augusto, soggiogare i Salassi abitanti della Valle d’Aosta (Alpi Graie e Pennine); tale supremazia portò alla fondazione di Augusta Praetoria (Aosta) che fu il primo nucleo della romanità nel cuore delle Alpi occidentali.

In seguito, al tempo in cui Tiberio e Druso (figliastri di Augusto) erano impegnati nella campagna militare contro i popoli danubiani, le notizie degli avvenimenti riguardanti il versante alpino sud-occidentale sono estremamente incerte. Non si esclude però che lo stesso imperatore Augusto abbia preso parte all’ultima azione di colonizzazione del territorio che si estende dal Monte Viso al fiume Var. La testimonianza del greco Dione Cassio ricorda, come nell’anno 14 a.C., il grande popolo delle Alpi Marittime dei Liguri montani (detti capillati o comati), fosse stato definitivamente ridotto all’obbedienza dalle milizie romane con l’aiuto di dodici tribù del re indigeno di Susa, Marcus Julius Cottius (figlio del regulus Donnus), nel contempo divenuto vassallo di Roma, da rex a praefectus. La sottomissione dell’indomita stirpe dei Liguri comati di re Ideonno decretò così la fine dell’indipendenza del popolo autòctono alpino.

“La lunga campagna militare di conquista delle Alpi, come accennato in precedenza, venne ricordata da Augusto nel racconto autobiografico “Res Gestae divi Augusti” e trova inoltre memoria storica nell’arco di Aosta, in quello di Susa e nel monumentale trofeo della Turbie (Trophaeum Alpium) eretto sull’Alpe summae, tra l’Italia e la Gallia (usque huc Italia, hinc Gallia), che enumera 45 dei popoli vinti. Il territorio montuoso della Gallia (cisalpina e transalpina) venne allora interessato dal grandioso disegno di romanizzazione in base alla nuova unificazione politica e amministrativa. Conquistata con le armi, l’area alpina non venne elevata al rango di regione italiana ma costituita in provincia imperiale Alpium Maritimarum con capoluogo a Cemenelum Vediantorium, Cimiez oggi quartiere di Nizza.

La nuova provincia venne governata da prefetti d’ordine equestre e presidiata militarmente in modo da garantire il controllo delle vie di comunicazione e quindi dei transiti attraverso la catena alpina. Il versante subalpino, corrispondente all’attuale territorio ligure-piemontese, entrò invece a far parte della IX Regio augustea, regione distinta con il nome di Liguria (marittima e padana) e quindi posta direttamente sotto l’amministrazione del Senato. Di conseguenza, mentre la linea naturale del confine geografico tra l’Italia e la Gallia transalpina continuava lungo lo spartiacque principale, il limes amministrativo-politico tra la provincia Alpium Maritimarum e la IX Regio augustea venne stabilito alla base del territorio montuoso, al margine della pianura padana e, grosso modo, lungo la direttrice della strada di arroccamento pedemontano poi detta Via Monea che da Forum Vibii Caburrum (Cavour), passando per Forum Germa(norum) presso San Lorenzo di Caraglio – da alcuni posto in relazione con l’enigmatico centro altomedioevale di Auriate – raggiungeva il crocevia della preromana Pedona (presso l’attuale Borgo San Dalmazzo.

“Con l’atto di presa ufficiale da parte di Roma dell’agro pedonese circondato a tenaglia da alte montagne, sul cui territorio sussisteva una rudimentale e debole agricoltura in un ambiente in gran parte incolto (boscoso e paludoso), iniziò il grandioso disegno agrario. Annullando tutti i precedenti diritti di detenzione delle terre, venne stabilita la suddivisione geometrica del territorio, da bonificare in fondi coltivabili, corrispondente a lotti ortogonali di cento iugeri secondo un ordinamento di parcellizzazione basato sull’orientamento geografico. La maglia di centurazione del territorio, quello pedemontano, venne tracciata dagli agrimensores in relazione anche a fattori ambientali: fondamentale fu la naturale disposizione altimetrica del terreno al fine di favorire (secundum naturam) sia l’irrigazione, sia la drenatura delle aree destinate alla bonifica e quindi allo sfruttamento agricolo mediante un’ordinata regolamentazione delle acque (irrigazione).

Il preciso piano gromatico operato dalla politica cesariana (ager divisus et adsignatus) determinò così per la prima volta il diritto della proprietà privata (L’usus proprius) della quale furono privilegiati i veterani di Roma e gruppi di indigeni romanizzati. Tale ordinamento portò non solo alla trasformazione radicale dell’ambiente rurale, da allora più regolato, ma anche al definitivo controllo dei territori conquistati e militarmente presidiati. Di conseguenza notevoli furono anche i lavori di riordino della precaria viabilità, allora non sempre praticabile facilmente. Anche i nuovi insediamenti vennero costruiti secondo un criterio urbanistico più consono e supportato da un miglioramento tecnologico innovativo consistente nella sostituzione dei componenti primitivi da costruzione, quali il fango, i tronchi e la paglia, con i mattoni cotti, la calce e le pietre lavorate, materiali che resero le strutture murarie più stabili e confortevoli. Più tardi i principali centri abitati verranno circondati da turrite mura (castrum) a garanzia della sicurezza. La lungimirante politica latina mantenne inalterata l’unità naturale del popolo alpino favorendo così la conservazione della loro cultura materiale e del sapere tradizionale (tramandato oralmente) comune alle genti dei due versanti, che mai ritennero lo spartiacque un confine politico”.

Michelangelo Bruno

Immagine di copertina tratta da Ormesulmondo.

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