Nella mente dei Pensatori – Parte 1 di 3

La serie di analisi filosofiche, pronta a iniziare, con il titolo “Nella mente dei Pensatori” si propone di dirigere l’attenzione degli amanti della speculazione filosofica sulle teorizzazioni di alcuni Autori scelti dalla bibliografia corrente e valutati nella loro originalità e profondità di pensiero, sicure pietre miliari nello sforzo di offrire un contributo al desiderio di approfondire la conoscenza sull’uomo e sulle sue facoltà. La rassegna percorrerà il pensiero di otto Filosofi di chiara fama, con l’innesto di alcuni interventi esplicativi e critici su specifici argomenti trattati.

Julian Barbour
La fine del tempo. La rivoluzione fisica prossima ventura
Orig. The End of Time, 1999
Giulio Einaudi Editore, Torino 2003
Traduzione di Lorenzo Lilli e Smonetta Frediani

Parte 1 di 3

Julian Barbour ha lavorato ai concetti basilari della fisica per un quarantennio. Dall’ambito filosofico trae l’idea del flusso continuo delle cose nel tempo, propria di Eraclito (535-475 a.C.) e quella dell’inesistenza del tempo e del mutamento (Parmenide, 541-450 a.C.).

Il lavoro è scritto in modo corretto e documentato, ma di difficile comprensione nei suoi passaggi concettuali. Soprattutto per l’uso che l’autore fa di termini tecnici e anche di neologismi come, ad esempio, i tensori, il last matching, le capsule temporali, l’ambito di una supposta Platonia con le sue varie concentrazioni di nebbia, la geometrodinamica, il superspazio, la Terra dei Triangoli, le formule quantistiche, le particelle senza particelle, la storia senza storia, gli stati entangled e la onnipresente funzione d’onda.

Barbour esordisce con un’affermazione che incarna tutto il suo procedere analitico nel concetto di tempo: “il tempo non è che cambiamento”. Sostenendo l’idea che sia il mutamento a misurare il tempo e non viceversa.

Barbour parte dalla convinzione che il tempo non esista affatto e che il movimento non sia altro che pura illusione. Impiegando l’intera mole del libro nel cercare di dare prova di questo suo dire, si pone dapprincipio una domanda critica: “Come può esserci storia senza tempo?”.

Il pensiero di Barbour converge su una nuova concezione di tempo, quella di istanti di tempo che egli considera nella fattispecie di oggetti reali, identificandoli con le possibili disposizioni dell’Universo momento per momento ossia come “configurazioni dell’Universo, in sé perfettamente statiche e atemporali”.

Lo spazio-tempo, nell’ottica di Barbour, si presenta in duplice modalità: come una collezione di eventi e come assemblaggio di configurazioni estese.

Nello studio sull’argomento preso in esame Barbour ripercorre il succedersi delle grandi rivoluzioni segnate dal progresso della fisica: la rivoluzione copernicana nel 1543, la rivoluzione newtoniana nel 1687, la teoria della relatività ristretta del 1905, la teoria della relatività generale del 1915 e la meccanica quantistica a muovere dal 1925-1926. Su tale filone di pensiero riporta un esempio fornendo il paragone con l’alpinismo: più in alto si riesce a salire, più lo sguardo raggiunge una visuale di crescente ampiezza e meglio si riesce a comprendere la relazione esistente tra gli oggetti.

Ricorda con particolare riguardo il lavoro di Stephen Hawking che punta a costruire una Teoria del Tutto nella previsione di una duplice unificazione, sia delle forze della natura tra di loro sia della relatività generale di Einstein con la meccanica quantistica, sottolineando che quest’ultimo evento potrebbe portare come conclusione alla fine del tempo. La gravità quantistica, in questo senso, ossia l’unificazione tra relatività generale e meccanica quantistica, ci condurrebbe all’ipotesi di un Universo statico. Barbour preconizza il prossimo passo della scienza fisica, quello che punta verso una nuova realtà nella quale nulla si muove e la staticità predomina.

Le domande che spingono in avanti gli sforzi inquisitivi di Barbour si caratterizzano in una imperante trilogia: “Che cos’è il tempo? Che cos’è il mutamento? Qual è il modello dell’Universo?”.

Barbour dichiara di voler superare il modello dualistico che pone oggetti in movimento all’interno di un contenitore per postulare l’esistenza di entità ancor più fondamentali dalle quali lo spazio e la materia risultano fusi in un unico oggetto, tale da doversi considerare come una configurazione ossia una possibile disposizione dell’Universo nel suo complesso.

Ci troviamo di fronte a una realtà costituita da differenti istanti di tempo, in un mondo costituito interamente di Adesso, un mondo che non è contenitore, ma che è fatto di oggetti, gli Adesso. È la natura che crea l’illusione dell’esistenza del tempo. Gli Adesso sono mondi a sé, nessun filo del tempo li unisce.

Barbour pone subito una questione: se sia il tempo a muoversi da un passato a un futuro e, qualora sia così, attraverso quale sostanza si sposti; oppure se siamo noi a muoverci attraverso il tempo.

In quanto alla definizione del termine “spazio” Barbour lo considera alla stregua di una “colla” ossia di un insieme di regole capace di tenere uniti gli oggetti, come “una pluralità all’interno di una profonda unità, che costituisce un Adesso”.

Barbour pensa che l’unica ragione per la quale noi crediamo nel tempo sia quella per la quale facciamo esperienza dell’Universo solo attraverso una capsula temporale: “La precondizione di tutta la scienza è l’esistenza delle capsule temporali. Tutti gli Adesso di cui facciamo esperienza sono capsule temporali… ogni Adesso è nuovo, poiché tutti gli Adesso sono diversi… l’Adesso potrebbe costituire l’essenza stessa del mondo fisico… Ogni Adesso di cui facciamo esperienza è nuovo e distinto… Alcuni Adesso sono emozionanti e meravigliosi al di là delle possibili descrizioni: questo è il loro dono supremo”.

Una definizione di “Adesso” secondo la mia personale logica. Esempio: un aereo si sposta da un punto P (passato) a un punto F (futuro). Qualora riuscissimo a bloccare l’immagine nel suo movimento otterremmo l’approdo dell’aereo a un punto S (statico), intermedio tra P e F. Qui arrivati, la definizione di S in termini fisici, in senso quantitativo, di misura, diviene impossibile, perché con il moto di S si sposta continuamente verso F. Dove, allora, finisce P? Dove inizia F? Parliamo di un moto di transizione che si sposta, come la notte, l’aurora, l’alba, il prender sonno e il risveglio; non ha pertanto un suo luogo permanente in senso geometrico fisico. O il momento S non esiste affatto oppure esiste solo S e non esistono P e F. È una questione propriamente di incompatibilità.

Il tempo percepito, per Barbour, “è sequenziale, può essere misurato e possiede una direzione”; inoltre può essere dedotto dalle cose materiali.

Nella teoria esposta da Newton si parla di tempo e di spazio assoluti. Lo spazio è visto come un contenitore di estensione infinita, che comprende oggetti liberi di muoversi indisturbati. Lo spazio assoluto sarebbe dotato di due funzioni distinte: tenere insieme la materia senza soluzione di continuità e servire da contenitore per le forme materiali presenti. A detta di Newton i corpi sono in movimento nello spazio assoluto e si spostano con moto fedele a leggi precise predisposte per determinare quale comportamento futuro sarà adottato da un corpo. Ovvero spazio come contenitore e tempo come flusso uniforme: è ciò che corrisponde alla nostra esperienza di tutti i giorni.

Già da quanto Barbour è venuto a descrivere fin qui e da quanto seguirà in gran copia, ci si imbatte, nella lettura, nel termine “leggi”; ovvero si allude a un insieme di regole che disciplinano il moto degli astri e dei cambiamenti naturali, ma non affiora in alcun caso la preoccupazione di chiedersi se tali leggi si sono fatte da sé o se implichino la presenza di una Mente che le abbia stabilite. Fatto un esempio, a pagina 156 del testo consultato “La fine del tempo”, tale termine appare per ben cinque volte, e a profusione nelle pagine seguenti.  

Barbour si chiede il motivo per cui i fenomeni naturali procedono sempre lungo una direzione, quando per le leggi fisiche e le loro implicazioni sulla materia potrebbero indifferentemente procedere in un senso o in altro. Qui avanza due ipotesi: o l’Universo è stato creato (di nuovo: del tutto assente un possibile accenno all’Agente della creazione) in uno stato particolare molto improbabile e quindi si sta “degradando”; oppure è sempre esistito, e in un recente passato è entrato per caso in uno stato di entropia eccezionalmente bassa, da cui sta uscendo. Sarebbe quest’ultima versione del problema a rendersi compatibile con le leggi fisiche che conosciamo.

Il neologismo predominante di cui si avvale Barbour è quello di “capsule temporali” che sarebbero configurazioni fisse con la funzione di creare o modificare l’apparenza del movimento, del cambiamento o della storia, perché il tempo non è altro che un’illusione. Barbour porta il paragone con un dipinto dove sono rappresentati soggetti statici, ma nell’insieme offrono l’impressione “che qualcosa sia successa o stia succedendo. Ma in realtà si limita a esserci”. Barbour si domanda come sia possibile dare una definizione di “passato”, e afferma che esso è niente più di quanto possiamo dedurre dalle registrazioni presenti.

Sull’argomento “capsule temporali” Barbour sostiene che il cervello umano sia una capsula temporale e che l’esempio migliore di capsula temporale che possiamo conoscere profondamente sia la Terra nella sua interezza, custode delle registrazioni geologiche e fossili. Anche le cellule di ogni individuo sono capsule temporali, e così gli organi del corpo, come pure il corpo stesso. Barbour sostiene che “Si trovano capsule temporali ovunque si guardi”: è una “rete coerente di storia che si estende oltre la Terra e arriva negli angoli più remoti dell’Universo”. Uno degli imperativi ricorrenti di Barbour è che “L’istante non è nel tempo: è il tempo a essere nell’istante”.

Barbour è dell’idea che nella realtà, “in linea di principio, possono essere presenti tutti gli stati concepibili”, negando allo stesso tempo che esista un’unica sequenza di stati.

Nel porre il tempo al centro dell’attenzione, Barbour parla dei tentativi prodotti per modificare la teoria quantistica e la relatività generale, tentativi che hanno dato luogo a una crisi, tanto che pare impossibile pervenire a una descrizione comune delle due teorie che presuppongono entrambe qualcosa di simile al tempo. Passi avanti sono stati fatti da Bryce DeWitt ne 1967 e con la teoria delle superstringhe.

Attualmente Barbour crede che né il tempo né il movimento esistano, per cui nulla si muove e nulla cambia, mentre noi abbiamo “l’impressione di convivere con movimento e cambiamento”. Egli considera lo stesso concetto di eternità come l’insieme di tutti “gli Adesso che possono esistere”. Il concetto dello spazio di configurazione – asserisce Barbour – apre un modo chiarissimo di immaginarsi, tutto in una volta, tutto ciò che può essere… La nostra sensazione che il tempo sia progredito fino all’Adesso attuale è soltanto la nostra consapevolezza di trovarci in quell’Adesso. Gli Adesso diversi danno origine a esperienze diverse, e quindi all’impressione che il tempo al loro interno sia diverso”. Barbour si prefigura una sorta di “paese” che chiama Platonia, nel quale nulla cambia: “I suoi punti sono tutti gli istanti del tempo, tutti gli Adesso; semplicemente ci sono, una volta per tutte”. Platonia ha un punto di origine, ma non una fine; si apre all’infinito.

Barbour cita John Wheeler nelle parole del quale “Il tempo è il modo che ha la natura di evitare che tutto succeda in una volta”.

Ciò accadrebbe, immagino che avvenga, come nel sogno: in un istante vivo una scena estesa nel tempo. Nel sogno può accadere che un determinato stimolo esterno, pervenuto ai sistemi di afferenza sensoriale, vada a scatenare uno schema complesso e totale di rappresentazioni oniriche, che si sviluppa in un solo istante, a guisa di esplosione vulcanica, ma che, in quell’istante, comprende in sé uno scenario esteso a un considerevole arco di tempo. È in quest’attimo che stanno racchiuse tutte le possibilità le quali, a loro volta, hanno dato forma alla scena onirica. Fin qui s’è parlato di possibilità e di non possibilità. Così in Schopenhauer il quale considera ciò che è reale e che veramente accade e lo identifica con la necessità e con la possibilità. Così in Barbour che definisce l’Universo alla stregua di un contenitore di tutto ciò che è probabile, in un solo istante. L’istante del sogno che, come l’esplosione di un fuoco d’artificio, dispiega una scena in tutta la sua complessità.

Una breve riflessione attorno all’istante di tempo (per Barbour significa semplicemente configurazione dell’Universo) e alla configurazione dell’Universo. L’idea mi riporta a un’osservazione di natura tecnologica: sto assistendo, in TV, a una competizione sciistica dove gli atleti scendono veloci, superando in alcuni tratti i 120 chilometri orari. Ho in mano il telecomando che mi offre l’opportunità di ricorrere alla funzione “Time-Shift” per fermare l’immagine in un istante che mi consentirebbe di rendermi meglio conto della sequenza in quel dato momento. Fermo allora l’immagine e osservo nello stesso tempo i secondi trascorsi dalla partenza dell’atleta, segnalati fedelmente nell’angolo inferiore destro del monitor. Dopo alcuni secondi disattivo la funzione Time Shift e l’atleta riparte, ma il movimento riprende come se il tempo non fosse trascorso. Eppure di tempo ne è passato un po’, dunque dovrei vedere lo sciatore già molto più in basso sulla pista. Non riesco a comprendere: la trasmissione televisiva è in diretta e la gara va avanti senza che si tenga conto della mia messa in pausa. Sposto allora l’attenzione dall’immagine-movimento ai numeri cronometrati apparsi sul video, pensando che il loro rapido succedersi non mi traggano in inganno come mi deve essere accaduto per le immagini. Noto infatti, a una successiva prova di Time Shift che, al momento della disattivazione della funzione di pausa, partono sia l’immagine sia la successiva numerazione del cronometro. Ma, ecco la differenza, che è anche la spiegazione del fenomeno: se avevo fermato l’immagine a 45 secondi e mi decisi a ripartire dopo 10 secondi, l’immagine che riprende a muoversi al momento della disattivazione della pausa non mi dà testimonianza del punto preciso nel quale la discesa sta procedendo. Tuttavia, osservando con particolare attenzione il susseguirsi dei secondi, mi avvedo che il monitor mi mostra il tempo di 40 secondi e immediatamente dopo di 50. Non mi ha ingannato come invece è stato per l’immagine dell’atleta: semplicemente ha ripreso a scorrere saltando i 10 secondi di pausa. Ne deduco che anche per l’immagine si sia verificato lo stesso caso, con la differenza che la mia percezione non ha discriminato l’evidenza della non conformità, chiamiamola paesaggistica, delle due posizioni, quella dei 40 secondi e quella dei 50 e successivi. Posso equiparare, lontanamente, questo fenomeno al verificarsi delle scene oniriche scaturite da un attimo e apparentemente estese nel tempo. Nell’esempio tecnologico citato, pertanto, vedrei l’immagine fermata con il Time Shift in guisa di assenza di tempo e la successiva ripresa di movimento come scaturita da quell’immagine e proiettata in avanti ma comunque composta di molteplici istantanee, come in una pellicola cinematografica, ferme di per se stesse e avulse completamente dal tempo. Quest’ultimo sarebbe l’apparenza di un continuum provocato dalla rapida successione degli attimi captata dal nostro sistema percettivo.

Noi pensiamo alla persistenza delle cose nel tempo per il fatto che sono le strutture a persistere e siamo portati a confondere le strutture con la sostanza.

Nel paradosso di Zenone di Elea la freccia scoccata dall’arco non è la stessa freccia che colpisce il bersaglio.

Le uniche cose vere sono le configurazioni possibili e complete dell’Universo, gli Adesso immutabili: è una teoria fisica che sembra descrivere l’Universo.

Ora Barbour riprende a fare uso dei termini “legge, creazione” accennando alla storia newtoniana che si traduce in un sentiero, partendo da un punto di origine “con un evento di creazione”, lasciando alle “leggi della natura” la scelta del sentiero da seguire, ma non è dato sapere perché queste leggi scelgano un sentiero anziché un altro.

Per quanto riguarda la meccanica quantistica non esisterebbero sentieri con punti di partenza unici, dovuti a un evento di creazione, ma sono presenti diversi punti che rappresentano una diversa configurazione possibile dell’Universo.

Farò una breve sosta sul termine ricorrente “creazione”. È in tale contesto speculativo che Barbour non va oltre quanto può essere rivelato dalla parola mistero, e lo dimostra in modo assai laconico: “Nessuna teoria potrà mai spiegare perché qualcosa esiste – questo è il mistero supremo”. Molto perentorio Barbour su questo tema della conoscenza. Per lui, comunque, la creazione non è iniziata con il fenomeno detto “Big-Bang”.

“La creazione – insiste Barbour – è qui e ora e noi possiamo capire le regole che la governano…

“La storia – così crede Barbour – è il passaggio dell’Universo attraverso una straordinaria sequenza di stati. Nella sua storia l’Universo traccia un percorso… i cambiamenti sono soltanto ciò che porta l’Universo da un luogo all’altro di Platonia… La storia dell’Universo è il percorso”. L’universo in un determinato istante si trova dov’è, in un altro è altrove. “Gli istanti di tempo e le posizioni degli oggetti nell’Universo sono tutti compresi nell’unico concetto di spazio. Se il luogo è diverso, il tempo è diverso. Se lo spazio è lo stesso, il tempo non è cambiato. Questo cambiamento di punto di vista è possibile solo perché l’Universo è considerato come un tutt’uno e il tempo è ridotto al cambiamento”. Barbour cita Pierre Laplace il quale si prefigurava l’esistenza di una intelligenza divina capace di conoscere il tutto in un unico istante e riesce a vedere tutta la storia.

Nell’ammirare la complessità dell’Universo, dice Barbour, “l’attività di organizzazione svolta dalla natura è straordinaria”. Dato che nelle leggi è coinvolto il tempo, noi possiamo fare esperienza soltanto di un istante alla volta. “Se riuscissimo a vedere tutti gli istanti di tempo davanti a noi, vedremmo direttamente gli effetti delle leggi del movimento”. – Ma così, penso io, saremmo come Dio.

Per Barbour “il tempo è nascosto nell’immagine”, per cui “il tempo diventerà una distanza nella quale le cose si sono mosse” ossia il tempo come cambiamento delle cose. Il tempo, dunque, deriva dal movimento e dal cambiamento.

“La teoria non è in grado di spiegare perché ci sia l’Universo”. Barbour chiama in causa Leibniz il quale sosteneva l’esistenza di un Dio che, di fronte a un gran ventaglio di possibilità, finisce per scegliere la migliore, ma forse è più probabile che esista un criterio in base al quale la Natura vaglierebbe tutte le possibilità presenti, esplorandole e infine dando la preferenza a qualcosa che possa essere equiparata a un sentiero più breve.

Penso tuttavia che il problema dell’intelligenza che sta a monte di tutto ciò venga ancora una volta accantonato. Barbour dice che la Natura seguirebbe un criterio, ma allora esiste un criterio: è forse qualcosa di astratto e di giustapposto, messo là per giustificare una data situazione di fatto, indefinibile e non circoscrivibile in un concetto più ampio di causalità oppure è qualcosa da ascriversi a una volontà suprema nel contesto dei suoi piani di creazione? Barbour, come già osservato, ricorre frequentemente al termine “legge”, ma si guarda bene dallo scantonare nel metafisico: c’è una legge, c’è un’unica legge che governa l’effetto dell’Universo, così come “le leggi e la struttura di riferimento di Newton derivano da un’unica legge dell’Universo”, dove “il tempo è cambiamento, niente di più e niente di meno”.

Asserendo che il tempo non esiste, Barbour precisa che esistono soltanto le cose nel loro cambiare. Il tempo, nell’ottica fisica classica, sarebbe soltanto un complesso di regole adibite a governare il cambiamento. – Non facile a metabolizzarsi concettualmente.

Immagine di copertina tratta da World Economic Forum.

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