Guerre per l’acqua. Ma dove stiamo andando? (Con passo leggero sui campi di battaglia – puntata 2 di 15)

Un’altra malefatta dovuta ai cambiamenti climatici. Ben 17 Nazioni comprensive di circa un quarto di tutta l’umanità si trovano in una situazione gravemente critica per via della disponibilità di acqua nelle riserve che si vanno rapidamente esaurendo. C’è uno studio del World Resources Institute che parla di metropoli come Sao Paolo in Brasile, Città del Capo in Sudafrica e Chennai in India, ormai drammaticamente prossime al loro “Giorno Zero” ossia allo svuotamento completo dei loro acquedotti. La situazione è assai allarmante e va dilagando in altre parti del globo interessando anche il Centrosud dell’Italia. Il fattore aggravante è stato rinvenuto, ancora una volta, nel cambiamento climatico.
Questo è il volto della Terra che ha iniziato a guardare con occhio malevolo i suoi ospiti più accreditati per accresciuta civiltà e consapevolezza. Sennonché proprio questi suoi ospiti le mancano seriamente di rispetto portando disordine con l’accumulo di sostanze inquinanti diffuse ormai in ogni angolo del Pianeta. Be’, l’uomo, essere altamente conscio della propria natura superiore in capacità di inventiva e di concettualizzazione, sarebbe l’ora che si svegliasse dal proprio torpore nei confronti della dimora planetaria che occupa e guardasse finalmente in faccia i problemi più urgenti che ne stanno minacciando la sopravvivenza. Sarà proprio, come è stato azzardato, che la prossima guerra mondiale scoppierà per l’accesso all’acqua? Pare che ci stiamo avvicinando rapidamente a una situazione di tal fatta. Acqua, cibo, difesa contro le malattie, istruzione, sicurezza sono tutte priorità che dovrebbero essere oggetto privilegiato della politica mondiale nella previsione di un futuro che ci sta sfuggendo di mano senza via di ritorno,
Ma l’uomo non si lascia distogliere da altri problemi, e pone mente a quelli che riguardano, come sempre, la corsa al potere. E in questa tenzone spreca risorse e intelligenza a livelli paurosamente elevati, quando invece dovrebbe servirsene per affrontare i veri problemi, quelli che minacciano da vicino e quotidianamente la sopravvivenza della specie umana sul Pianeta. Gettando uno sguardo dall’alto parrebbe proprio di poter diagnosticare, su gran parte delle persone viventi, un’aura maniacale dalla quale prendono il via terrificanti corse agli armamenti, con l’affrontare spese pazze e con il ricorso a misure subdole, cosiddette di prevenzione e di difesa.
Mi arrovello fra questi pensieri oggi, giornata interposta nella memoria fra le prime due stragi nucleari: quella dell’atomica sganciata su Hiroshima il 6 agosto 1945 con l’uccisione di 140 mila persone e quella di tre giorni dopo, si Nagasaki, con un numero di vittime da 20 mila a 40 mila a seconda delle testimonianze: la prima furibonda manifestazione dell’impiego di armi di distruzione di massa. Sono trascorsi 76 anni e pare che la tensione creatasi allora non si sia dileguata del tutto.
Come oggi, si parla di un complesso di esercitazioni militari condotte da Stati Uniti e Corea del Sud e del progetto americano di costellare il territorio coreano con basi missilistiche. Ecco dunque che, da subito e inevitabilmente, la Corea del Nord si precipita a riattivare il proprio sistema difensivo-offensivo, sentendosi ovviamente minacciata alle porte di casa. Non solo, ma è la stessa Cina a mettere in guardia i paesi limitrofi perché non deliberino di ospitare basi missilistiche USA; in caso contrario scatterebbero serie contromisure da parte della Cina. Sul versante opposto insorge pure la Russia che, come è stato affermato, non indugerebbe oltre nello schierare i propri missili in risposta a un comportamento considerato provocatorio degli USA.
Venti di guerra soffiano dappertutto in Asia. In Pakistan scoppia la crisi del Kashmir, regione himalayana contesa dall’India. Il premier pakistano Imran Khan ha affermato che la posizione di Nuova Delhi può innescare “una violenza nella regione, che potrebbe portare a un conflitto” tra le due potenze nucleari. Più in là si ode l’Iran che avverte gli Stati Uniti sulla necessità di aprire un dialogo sulla pace, sentenziando che “La pace con l’Iran è la madre di tutte le paci. La guerra con l’Iran è la madre di tutte le guerre”.

Siamo in buone mani, vero? Riuscirà l’uomo a rinsavire e a ritrovare se stesso?

Penuria d’acqua, conflitti, pazzie del clima…

Effluvi di primavera: allarme siccità. Viviamo giorni che ci portano temperature massime superiori di 2,5° rispetto alla media, accompagnate da una riduzione del 53% delle precipitazioni atmosferiche. Così si è registrato il mese scorso, e nulla dà segno di cambiamento, tanto che il Po è sceso di già al livello che fu dell’inizio estate 2016. I casi più critici si verificano in Lombardia dove il livello delle risorse idriche si colloca al punto più basso degli ultimi dieci anni, e nel Veneto piagato da una siccità nelle falde ormai superiore a ogni record storico negativo sperimentato negli ultimi venti anni.

Così da queste parti; in altre lande la guerra imperversa e minaccia, suscitando anche le preoccupazioni di Papa Francesco: “Il peccato si manifesta nelle guerre, nelle violenze, nei maltrattamenti, nell’abbandono dei più fragili”. Queste le parole pronunciate in una lunga intervista che Papa Francesco, alla vigilia di Pasqua, ha rilasciato a Repubblica, continuando: “Fermate i signori della guerra, la violenza distrugge il mondo!”
Uno sguardo indietro di un secolo: era il 1° agosto 1917 allorché Benedetto XV emanava la nota “Ai Capi dei popoli belligeranti”, con la quale definiva la guerra in corso “inutile strage”. Cent’anni di preghiere contro la guerra e la violenza dilagante sono serviti a nulla, il male continua a diffondere le proprie metastasi mortali. Forse l’Eterno ha voluto, vuole così, inutili le nostre suppliche. Egli non deciderà di interferire nelle nostre decisioni, ci lascerà travolgere da un destino annientatore. Ma ci sarà comunque chi continuerà a pregare, a sperare, a soffrire, a morire, senza soluzione di continuità. Dice bene Papa Francesco: fermate i signori della guerra! Sì, d’accordo, ma come, con quali mezzi? Nessuno di noi ci riuscirà mai e, se non lo fa l’Eterno…
Intanto senti dire che gli Usa hanno sganciato la bomba Gbu-43 Moab, conosciuta come la “madre di tutte le bombe”, sull’Afghanistan orientale, nella zona di Nangarhar, contro l’Isis. La bomba fu creata nel corso della guerra in Iraq nel 2003 ma mai impiegata nei conflitti. Il suo debutto è stato quello di questi giorni. È un ordigno della lunghezza di 9,17 metri, messa in piedi raggiungerebbe l’altezza del terzo piano di un edificio. Il suo diametro raggiunge la misura di 1,02 metri e pesa quasi 10 tonnellate. È il più potente mezzo esplosivo di distruzione della classe non nucleare. Il suo effetto devastante si può paragonare a quello conseguente a un’esplosione di 11 tonnellate di tritolo. Il suo percorso mortale è monitorato mediante sistema Gps.
Non solo, ma gli Usa hanno posizionato due cacciatorpediniere dotate di missili Tomahawk nelle acque prossime alla Corea del Nord, a scopo preventivo e intimidatorio, si dice. Washington sarebbe così nelle condizioni non impossibili di scatenare un raid contro la Corea del Nord se e quando i responsabili politici saranno convinti che Pyongyang si stia preparando alla realizzazione di un test nucleare.

Ah, dimenticavo, pace e serenità a tutti!

La guerra vista da chi ne è vittima

Terminata la Grande Guerra trascorse un periodo di tempo nel quale si esaltarono le conquiste, il valore dei soldati, l’eroismo, lo spirito di abnegazione, l’onore acquisito sui campi di lotta. Gli alti personaggi, Signori della guerra, decorati con pesanti insegne sul petto facevano grande mostra dei fregi loro conferiti. Ma chi fece la guerra vera furono i semplici soldati che scavalcavano i parapetti della trincea per buttarsi contro le raffiche di mitragliatrice, smembrati dai dirompenti ordigni di artiglieria. Si parla poco dei Combattenti di trincea, si dà per scontato che dovessero ottemperare semplicemente e tacendo, sempre, a un dovere, come freddi oggetti di guerra, come vittime sacrificali a completa disposizione degli ordini impartiti. Sono questi, veri protagonisti degli atti di eroismo, a meritare le Medaglie al valor militare, non i loro generali che, quasi tutti, si limitavano a comandare a debita distanza e in situazione di sicurezza. Sono questi, anche coloro che furono condannati e giustiziati per insubordinazione, a meritare la riabilitazione, tutti, perché tutti assaporarono l’orrore amaro e il puzzo fetido della morte che li aspettava. Chi si permette di giudicare dall’infuori del contesto di combattimento dovrebbe andare egli stesso in trincea e provare dal vivo ciò che provarono i nostri soldati e poi, libero di emettere sentenze, se ne avrà ancora il coraggio.

Il primo Conflitto mondiale scoppiato in seguito alla dichiarazione di guerra imposta dall’Austria-Ungheria alla Serbia con lo scatenarsi delle ostilità il 28 luglio 1914 fu motivato da una serie di fattori economici, politici, militari, alla cui base serpeggiava in misura incontrollabile un senso di paura coltivato reciprocamente fra le maggiori potenze europee e viciniori. Fu così che, l’una dopo l’altra, tutte le potenze coinvolte in questo circolo vizioso, quello della paura di dover soccombere alla superiorità in armi delle avversarie, finirono per entrare in guerra allo scopo precipuo di difendere ciascuna la propria sicurezza e i propri interessi.
In questo gigantesco scenario fu proprio l’Italia l’unica fra le potenze interessate a entrare in guerra in atteggiamento decisamente offensivo. Ma teniamo presente che fu anticipata, per ambizioni aggressive, dall’Austria contro la Serbia e dalla Germania contro il Belgio e la Francia. Più di quattro milioni di soldati italiani si avvicendarono in quei funesti 41 mesi di sofferenze e privazioni. Guai ad accennare a lamentarsi delle disumane condizioni di vita alle quali i soldati al fronte erano sottoposti, guai a provarsi a ridire, da parte di Combattenti esperti del terreno, su decisioni e ordini di attacco del tutto assurdi e suicidi. Le conseguenze erano terribili, sino alla decimazione e alla fucilazione dei così detti rivoltosi, a volte persino di interi reparti.
Chi peraltro soffriva le pene della trincea vedeva la cosa nell’unico realistico modo: “Il nemico è il militarismo, questo mostruoso complice dei più bassi istinti di cupidigia e di ambizione”
Altre voci, contrarie alla guerra, erano piuttosto per una “sublimazione paziente e costante di tutte le energie religiose, morali, economiche, di noi stessi, di chi ci sta più vicino, del nostro borgo, della nostra classe, della regione, della patria, con una mano tesa ai fratelli che oltre ogni confine collaborano allo stesso ideale. Noi vogliamo grande e rispettata la patria, ma per virtù di una grande giustizia”. E molti si domandavano quale diritto avessero d’uccidersi l’un l’altro, “quale di comandare d’uccidere, quale d’affrontare la morte”. Dalla trincea provenivano tristi considerazioni: “… resistere con una malinconia senza nome in questo fossato di fango aperto verso il cielo, che si chiama trincea; ricordarsi di essere stato fino a ieri un uomo con un lavoro proprio, una famiglia propria, una responsabilità propria, ed essere ora un numero nel fango, consapevole del proprio sudiciume che non si lava, della propria stanchezza che prostra, del proprio avvilimento che toglie l’intelligenza”.
Erano proprio i soldati cacciati in trincea a sopportare le sofferenze più pesanti: veniva loro chiesto di avere pazienza, di sopportare le sofferenze, le privazioni, l’angoscia. Per loro la vita si risolveva esclusivamente in momenti di attesa: del cambio, del rancio, della posta da casa, dell’attacco. Con gli ufficiali era stato imposto un regime di distacco e di scarsa considerazione che condusse i militari all’apatia, al dubbio, alla sfiducia, alla frustrazione, persino alla spersonalizzazione.
Terminata la guerra si parlò di vittoria, ma i soldati, che la guerra e la morte le avevano viste faccia a faccia, non potevano che dire: “La vittoria di chi? Se tutto era in rovina, territorio, case, morale, economia… La vittoria di quelli che per il potere, la gloria, gli interessi personali o per le loro ideologie hanno mandato i soldati al macello, ripetutamente, fino alla distruzione di battaglioni e reggimenti, carne da macello! Nessun rispetto per la vita… Ci hanno riempito la testa di balle, il vero nemico ci era alle spalle”.
Altri, in seguito a un cruento scontro armato, sostavano su queste parole: “… io non potrò avere il coraggio di uccidere un altro… a che tempi siamo! io non mi so dar ragione che l’omo debba essere uno strumento del suo governo e deve cessare tutto nell’uomo poesia, amori, doveri di padre, doveri di figlio doveri di lavoro per qual ragione?… non è questione di morire, la morte di per se stessa non sarebbe niente ma il vedersi la morte tutti i minuti passare colla sua spettra falce a mezzo centimetro dalla gola e peggio ancora…”.
Dalla parte dei giovani con i piedi conficcati in trincea i punti di vista sulla guerra erano di tutt’altra fatta rispetto a quanto gli ufficiali cercavano di inculcare nelle loro menti. Lì, in trincea, c’era l’attesa spasmodica, c’era la paura di essere fatti a pezzi, c’era l’amara nostalgia per gli affetti lasciati al paese e forse persi per sempre. Successe spesso che reparti, provati duramente da una prolungata opprimente vita di trincea e da confronti a fuoco nei quali avevano visto cadere molti compagni e udito grida strazianti di dolore, di implorazione, di disperazione, privati all’ultimo momento di un breve meritato e indispensabile periodo di riposo, fossero anzi tempo richiamati in linea, abbattuti sin dall’inizio dal crollo di ogni speranza. La caduta delle illusioni, la tristezza emersa dall’affievolirsi delle speranze di salvezza e di ritorno agli affetti domestici, l’orrore suscitato da scene macabre di corpi smembrati, di sangue sparso tutt’intorno, di lezzi insopportabili esalanti dagli organismi in decomposizione, tutto questo, insieme a un regime di vita gravato da restrizioni anche estreme, da stanchezza, da sfiducia, dall’essere costretti a sopravvivere a un ambiente senza igiene, senza il minimo dei servizi indispensabili alla persona, dal sentirsi traditi negli entusiasmi che li avevano accompagnati fin sulla linea di lotta, fece sì che si superasse, per i soldati, il limite umano di tollerabilità e dirompesse un’agitazione sempre più decisa sino alla ribellione. Si ebbero, in alcuni casi, veri e propri ammutinamenti che costarono, come orrenda conclusione, la vita ai loro attori.

Il Comando Supremo italiano non conosceva altro modo per convincere i soldati a gettarsi nella mischia e a rischiare la propria vita se non quello della coercizione e delle punizioni esemplari.

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